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Joelle



La vecchia scrivania

Solida, massiccia e con molti cassetti. Glie l’avevano appena consegnata. Martha guardò il mobile con malcelata soddisfazione: era proprio il genere di scrivania che aveva sempre desiderato. L'aveva trovata da un rigattiere, dietro indicazione di un’amica alla quale aveva più volte manifestato l’intenzione di trovare un’adatta collocazione a tutte le sue carte, che giacevano sparse in tutti i cassetti della casa. Il mobile era bello, ma necessitava di una radicale ripulita e anche il ripiano richiedeva di essere rilucidato. Un’accurata ispezione sarebbe stata utile per accertarsi che nessuna parte del mobile mostrasse segni occulti di presenze indesiderate. Martha decise di passare subito all’azione, senza attendere oltre. Procurato il necessario per un primo passaggio di pulizia, si mise virtuosamente all’opera. Estrasse i cassetti e li poggiò per terra, esaminandoli uno per uno. Sembravano in perfetto stato. Il ripiano poggiava su un telaio che lo incastonava come una cornice: era di noce massiccio. Valutò che da sola non ce l'avrebbe fatta a toglierlo dalla sua sede. Prese un grosso cacciavite dalla cassetta degli attrezzi, per tentare almeno di scalzare il ripiano dal telaio che lo conteneva. Con sua grande sorpresa,il ripiano si sollevò senza grandi sforzi. Martha si insospettì: era troppo leggero per essere di legno massiccio. Che il rigattiere l'avesse imbrogliata? Ma no, riflettè, l'uomo non poteva saperlo, quella scrivania non era stata toccata da almeno un paio di secoli, a giudicare dalle incrostazioni. Prese a battere con le nocche per saggiare la consistenza del legno. Il suono che ne scaturì aveva un qualcosa di sordo, come se il legno fosse ferito da spaccature nascoste. Si fece più vicina per guardare meglio. Non si trattava di un unico pezzo di massello, come sospettava: sotto le croste dell'antica vernice appariva netta una frattura longitudinale che segnava il piano per tutta la sua lunghezza. Si trattava dunque di due strati di legno sovrapposti. Afferrò il cacciavite e fece forza tra i due strati, nel tentativo di separarne le valve. Sbirciò nella fessura generata dal movimento del cacciavite e il respiro le si bloccò in gola per la sorpresa: il colore giallastro sbiadito di alcuni fogli di carta schiacciati tra le due pareti di legno, le apparve in tutto il suo mistero: le carte dovevano certo contenere intriganti segreti, per essere state così accuratamente nascoste! Valerie Valerie stava finendo di pettinarsi i lunghi capelli biondi. Aveva voluto fare da sola, disdegnando l'aiuto della cameriera addetta alla sua persona. Era nervosa, infastidita dal dover rinunciare alla compagnia dei suoi amici per l'intera serata. La sua presenza era stata richiesta per una di quelle feste tanto care agli uomini d'affari ma tanto noiose per lei, che in quell'ambiente ci navigava malvolentieri. Ma la richiesta veniva dal suo adorato papà e a lui non poteva dire di no, specie ora che sua mamma era lontana, in uno dei suoi viaggi di studio che duravano settimane intere. Ma sì, in fondo non sarebbe stato un gran sacrificio, pensò, si sarebbe messa in un angolo e avrebbe fatto finta di divertirsi. E poi, chissà, avrebbe potuto incontrare qualche ragazzo simpatico, non si poteva mai sapere... Suo padre bussò alla porta: - Sei pronta? - Soltanto un attimo. Attendimi giu', vengo subito. - Fà in fretta, ti aspetto... L'auto era già stata tolta dal garage e l'autista era pronto. Valerie scese quasi immediatamente. - Possiamo andare. Joelle Joelle volteggiava elegante tra i tavoli preparati per il ricevimento, nel giardino della villa di suo zio, ricco uomo d'affari fratello di sua madre. Ci sarebbero stati ospiti importanti quella sera e il padrone di casa aveva pensato a lei, come d'abitudine, per intrattenere i giovani convenuti, al fine di tenerli distanti dai discorsi riservati dei loro augusti genitori. Aveva da poco compiuto sedici anni, Joelle, il bel viso ovale incorniciato da folti capelli scuri che portava lunghi fino alle spalle e arricciati in punta, camicetta annodata sulla pancia e jeans di una taglia più stretti. Mostrando gran sicurezza di sé ed idee chiare sul da farsi, guidava la servitù affinchè tutto fosse eseguito con meticolosa precisione. Una lunga tavola imbandita, separata da quella degli adulti e diversa anche nel contenuto, l'aveva fatta collocare in modo da stabilire un confine virtuale tra la zona riservata ai ragazzi e il resto del giardino, destinato agli adulti. Alcuni altoparlanti occultati tra i cespugli diffondevano discretamente una musica d’ambiente, soffusa ed orecchiabile. L'estate incombente presentava il suo biglietto da visita, impregnando l'aria di un profumato tepore. La serata pareva voler degnamente mantenere ciò che il vivido tramonto stava già promettendo. Terminati gli ultimi controlli, Joelle salì in camera sua a farsi bella: gli ospiti sarebbero arrivati tra non molto e lei avrebbe dovuto essere lì ad attenderli, in compagnia del padrone di casa. Fece una doccia veloce e, avviluppata in una vestaglia di spugna vivacemente colorata, sedette davanti allo specchio per truccarsi. - Sei pronta? - La voce di suo zio le giunse da dietro la porta. - Devo solo vestirmi, entra pure! Suo zio, un distinto sessantenne elegantissimo, entrò e chiuse delicatamente la porta alle sue spalle. - Devi essere bellissima, stasera. Ci saranno diversi ragazzi della tua età e voglio che ti vedano come una principessa; anzi, come una dea pagana! - Cercherò di fare del mio meglio. Vuoi che metta qualcosa di provocante? - Perchè no...ma senza esagerare, eh? - Stà tranquillo, ho un vestito con gli spacchi che lascia intravedere le gambe. Lo metterò senza reggiseno e un po' sbottonato: vedrai che farà un effettone! Anzi, se attendi un attimo, potrai vedermelo indosso in anteprima. Detto questo, Joelle si portò verso l'armadio e ne trasse fuori un abito lungo di seta scura, con una lunga fila di bottoni e una cintura che ne sottolineava la vita. Incurante della presenza dell' uomo, si voltò dandogli la schiena e lasciò cadere la vestaglia. Sotto, era nuda del tutto. - Voltati! La richiesta dell'uomo non le giunse del tutto inaspettata. Ebbe un attimo di indecisione, poi afferrò il vestito e se lo poggiò sul davanti tenendolo con una mano; con un gesto di istintiva civetteria, portò l'altra mano a restringerlo in modo da lasciare coperto solo lo stretto necessario. Si voltò, mettendoglisi di fronte con una leggera oscillazione del bacino. L'uomo la guardò a lungo senza dire una parola. A Joelle venne forte il desiderio di lasciar cadere il vestito, ma ebbe l'impressione di stare per commettere un errore: non voleva bruciare in un attimo qualcosa che, in una diversa occasione, avrebbe potuto darle emozioni ben più intense. Guardò l'uomo negli occhi e le parve di cogliere in quello sguardo indagatore, un intenso desiderio di lei. Ma non era il momento, non allora e non lì. Non si sentiva ancora pronta. - E' bello, sarai divina! Ma fà in fretta, la festa inizierà tra non molto. L'uomo si scosse dallo stato di muta adorazione e uscì senza aggiungere altro, richiudendo delicatamente la porta alle sue spalle. Gli ospiti cominciarono ad arrivare di lì a poco. Il padrone di casa li accoglieva salutandoli calorosamente uno per uno, affidando quindi a Joelle il compito di accompagnare i più giovani nella zona del parco a loro riservata. La ragazza si premurava di presentarli l'un l'altro, cercando, con delle battute e delle osservazioni spiritose, di metterli immediatamente a loro agio. Un ragazzo biondo le strinse la mano insistendo nella presa e guardandola negli occhi. Joelle sostenne il suo sguardo con decisione e gli sorrise; la serata pareva prendere una piega interessante... Dopo un po' di quell'andirivieni, Joelle si fermò al tavolo delle bevande, incitando i presenti a servirsi da sè. Notò che si erano già formate delle coppie, nonostante le ragazze non fossero eccezionali e i ragazzi sembrassero tutti dei manichini generati da una fotocopiatrice. Il biondino di prima stava facendo il brillante con una rossa molto artefatta. Joelle capì che era uno di quelli che ci provavano con tutte e non ci pensò più. Ad un tratto le luci si affievolirono e la musica, che fino a un momento prima sorgeva discreta dagli altoparlanti, aumentò improvvisamente di ritmo e di volume. Come spinti da un impulso al quale non era possibile resistere, i giovani si alzarono e cominciarono ad agitarsi freneticamente, seguendo il ritmo martellante dei suoni che uscivano con prepotenza dai coni degli altoparlanti. Joelle si allontanò di qualche passo per non interferire con i movimenti scomposti dei danzanti. Un ragazzo era rimasto seduto su una poltroncina più distaccata. Lei gli si fece dappresso. - Non balli? - Gli gridò cercando di farsi udire in tutto quel frastuono. - Non sono un pollo da batteria - rispose il giovane di rimando. - Vieni con me allora, ti mostro l'acquario! - Gli gridò Joelle mantenendo fede al suo compito di dover rendersi utile. Era imperativo che nessuno dovesse annoiarsi, quella sera. Il ragazzo si alzò di buon grado e la seguì. Joelle dette fondo a tutte le sue conoscenze di biologia marina e il suo compagno restò ad ascoltarla con attenzione e stupore. - Come fai a sapere tante cose sui pesci? - Mi sono simpatici. A volte rimango delle ore a guardarli, sono così rilassanti!...Osserva quei pescetti così piccoli e così colorati, non ti sembra che emettano luce? - Proprio come te. Anche tu sei luminosa come loro! - Oh, è un complimento che non mi ha mai fatto nessuno!... - Posso fartene di più comuni, se preferisci. - No, grazie, non mi piacciono i complimenti banali. - Ti avranno già detto che sei bella e tutto il resto, vero? - Si, me l'hanno detto. - E ti hanno anche detto che sai baciare? - No, non me l'hanno detto. Ehi, ma che domanda è questa? - Hai detto tu che non ti piacciono le domande banali. - Già, hai ragione...Senti, non lo so se so baciare, non ho fatto molti allenamenti in questo periodo. E tu? - Io cosa? Se ho fatto allenamenti? Niente che valga la pena di ricordare... Joelle lo guardò con maggiore attenzione. Non era bello, ma aveva delle pupille di un nero magnetico, quasi a voler ipnotizzare chi gli stava di fronte. Gli prese una mano tra le sue: era calda, di un calore elettrico e vibrava di un moto quasi impercettibile. Lui le passò l'altra mano tra i capelli. Le si avvicinò. Lei non si mosse. Si avvicinò ancora di più, sempre di più fino a toccarla, fino a stringerla, fino a baciarla. Per Joelle era la prima volta. Le dette una sensazione che non aveva mai provato, strana ma non sgradevole. Fu ancora lei a volerne di nuovo. Incoraggiato, il ragazzo prese a sbottonarle il vestito. Lei lasciò fare per qualche momento, poi si ritrasse. - No, stiamo correndo troppo. Il ragazzo lasciò che lei si riabbottonasse il vestito, poi la trasse di nuovo a sè. Lei non gli oppose resistenza. Si baciarono ancora. - Torniamo, di là si staranno chiedendo che fine abbia fatto! - Dobbiamo proprio tornare? - È necessario. Tornarono in mezzo agli altri e Joelle prese immediatamente a guardarsi intorno per assicurarsi che tutto stesse procedendo per il meglio. Qualcosa era intanto cambiato nella compagnia. Nei pressi del grande tavolo centrale si aggirava una biondina delicata, che prima non c'era. Sembrava cercasse qualcosa da bere. Joelle si presentò. La biondina le disse di chiamarsi Valerie e di avere una gran sete. - Lascia che faccia io: cosa desideri? - Un cocktail di succo di frutta, se ce n'è. La voce della biondina era dolce e modulata. Joelle procurò ciò che la ragazza desiderava e ne prese anche per sè. - Andiamo a sederci. O preferisci ballare? - Non sono amante della confusione, troviamoci un posto più tranquillo, se è possibile. - Seguimi, dietro la siepe saremo abbastanza protette dal chiasso degli altoparlanti. Sedettero su una panchina di legno, l'una vicino all'altra. - Quanti anni hai? - Diciotto, e tu? - Ne ho finiti sedici da pochi giorni, però tutti dicono che ne dimostro di più. - È vero, stavo per dirtelo anch'io. Sei la figlia dei proprietari? - No, loro non hanno figli; sono la loro nipote, lui è fratello di mia madre. La biondina se ne stette in silenzio per qualche momento, poi riprese: - Ce l'hai il ragazzo? - No, non ancora. C'è qualcuno che mi viene dietro, ma non è il caso di tenerlo in considerazione. E tu? - Ne ho avuto uno, ma non è durato molto. Non faceva per me. - Cosa fai adesso? Nella vita normale, intendo. - Ho finito la scuola e attualmente dipingo. - Davvero? - Si, ho già fatto delle mostre. Dicono che me la cavi piuttosto bene... - Mi piacerebbe vedere qualcosa di tuo. - Perchè no? Anzi, visto che mi sei proprio simpatica, dirò a mia madre di invitarti a venire con noi nell'isola: potrai vedermi all'opera, sempre che tu ne abbia voglia, naturalmente! - Nell'isola? - Si, un'isola dell' Egeo; abbiamo una villa lì. Non è molto agevole arrivarci, però è un posto molto bello. - Accidenti, mi piacerebbe! Però dovrò chiedere il permesso ai miei, non so se loro saranno d'accordo! - Farò telefonare da mia madre. Vedrai che riuscirà a convincerli. Joelle guardò la sua nuova amica negli occhi. Si perse nell'azzurro trasparente delle pupille di lei e si accorse di sentirsi leggera, sempre più leggera ed eterea. Forse era possibile innamorarsi di una donna, pensò, anzi lo era certamente, visto che a lei stava accadendo proprio in quel momento. La cameriera Valerie si svegliò tardi, la mattina seguente. Era rimasta a chiacchierare per tutta la notte con quella strana ragazza che aveva conosciuto alla festa. Joelle le piaceva davvero. Era così diversa da tutte le sue amiche della città, così spontanea e allegra! E poi, aveva uno sguardo intenso, talmente intenso che per un attimo aveva creduto di avere a che fare con un'iniziata. Invece, dopo qualche discreto sondaggio, aveva capito che la ragazza, nonostante le apparenze, di certe pratiche non ne era affatto a conoscenza. Lei, invece, iniziata lo era. Ai riti della Luna. Era stata iniziata sull'isola, insieme ad altre ragazze, da una maga greca che aveva visto in lei delle facoltà straordinarie. In effetti, la ragazza era stata una violinista prodigio: ad otto anni aveva tenuto il suo primo concerto come so­lista, al quale ne erano seguiti altri, sempre di grande successo. Poi, d'un tratto, aveva abbandonato la musica per darsi alla pittura, anche stavolta con grande suc­cesso. Il tutto, senza trascurare la scuola. Con i suoi coetanei non andava molto d'accordo, li trovava troppo superficiali. Era stata con un ragazzo per un po', ma lui l'aveva lasciata per un'altra. La delusione non l'aveva certo distrutta perchè, come tutte le iniziate ai riti della Luna, Valerie aveva una certa particolare simpatia per le donne, più che per i maschietti. Trovava le donne più interessanti, anche se, a ben vedere, gli uomini non le dispiacessero affatto. Si mise a sedere sul letto e suonò il campanello per la cameriera. Accorse una donna sui quaranta, alla quale comandò gentilmente di prepararle il bagno. Quando tutto fu pronto, si immerse nell'acqua fumante e comandò alla cameriera di restare. - Lavami tu, stamattina non ho voglia di muovere neppure un dito! La donna si inginocchiò e prese a insaponarle la schiena; poi le gambe, che Valerie sollevò diligentemente al di fuori dell'acqua, poi ancora il seno e la pancia. - Anche lì - comandò con voce neutra, allargando le gambe. La donna eseguì senza obbiettare. - Basta, grazie, puoi andare. La donna si allontanò silenziosamente. Valerie uscì dall'acqua e infilò un accappatoio di spugna. Si portò sul pianerottolo e dette voce a sua madre, che stava trafficando in cucina, probabilmente in combutta con la cuoca per preparare i suoi soliti dolci che solo loro due sapevano in quale strana maniera combinare, affinché' raggiungessero lo scopo, una volta serviti al coniuge ignaro, di far sì che nessun’altra donna potesse attrarre la sua particolare attenzione. Di quei dolci, le donne li facevano mangiavare solo ai maschi di famiglia, senza concedere agli altri neanche di assaggiarli. Non esistevano eccezioni, la cuoca non lo permetteva. Però, da quando avevano in casa quella cuoca di Haiti, in effetti, i suoi genitori non litigavano più, anzi non li aveva mai visti così interessati l'uno all'altra. Effetto dei dolci? O di qualche altra particolare pratica magica che la cuoca camuffava sotto quelle spoglie per non essere costretta a rivelare i suoi segreti? Si ripromise di appurarlo una volta per tutte, quando sarebbero stati sull'isola. Per ora, la cosa più importante era far venire sull'isola anche Joelle. Ci avrebbe pensato sua madre, una donna d’affari capace persino di vendere la propria immagine riflessa in una pozza d’acqua, a vincere le resistenze dei genitori di lei. Sull’isola Le ragazze partirono poco tempo dopo. L'isola appariva molto bella già a guardarla dal ponte del traghetto, se così poteva essere chiamato il grosso barcone sbuffante che ne usurpava il titolo solo perchè era l'unico mezzo di collegamento con la costa. Entrati nel porticciolo, il barcone accostò lentamente alla banchina e una traballante passerella di legno permise ai passeggeri di mettere finalmente i piedi sulla terraferma. Joelle si guardò intorno con avida curiosità. Le case che costituivano il paese sembravano essere tutte lì, abbarbicate l'una all'altra come a volersi proteggere dall'invadenza dei curiosi. Dei vecchietti dal viso aggrinzito erano seduti sulla porta di quello che doveva essere un bar; qualche raro passante attraversava in bicicletta il campo visivo, cercando di uscirne al più presto senza farsi notare. Il costone ripido di una collina impediva allo sguardo di proseguire oltre. Tutto ciò che l'isola nascondeva, era al di là dell'altura; anche la villa dei genitori di Valerie era stata costruita sull'altro versante della collina. Quando le ragazze finalmente vi giunsero, era già sera inoltrata. Con gli occhi colmi dei colori dell'estate, Joelle viveva quei momenti con tutta l'intensità dei suoi sedici anni. Non aveva mai avuto prima di allora grandi occasioni di viaggiare, pur avendone economicamente le possibilità; soprattutto, non era mai stata su un'isola. Durante il viaggio, le due amiche non avevano smesso un attimo di parlottare e di ridacchiare tra loro, come se stessero tramando chissà quale sotterfugio, come a voler nascondere agli altri chissà quali strani e inconfessabili segreti. In realtà con quel loro fare così strettamente confidenziale, stavano entrambe inconsciamente studiandosi, soppesandosi a vicenda per capire fino a che punto potessero veramente fidarsi l'una dell'altra. La villa era apparsa agli occhi meravigliati di Joelle come una imponente costruzione antica, tutta colorata di rosso mattone, in netto contrasto con le numerose casette bianche viste lungo la strada che dal porto conduceva, dopo un lungo e tortuoso percorso, sull'altro versante dell'isola. Era una grossa casa a tre piani, completamente ristrutturata, almeno per quanto si poteva osservare dall'esterno. Valerie le confidò, con aria di mistero, che i sotterranei e le cantine erano rimasti invece allo stato originale, scavati nella pietra viva. Loro due furono alloggiate all'ultimo piano, in quelle che in origine erano le stanze della lavanderia. Si trattava di stanze attigue che davano su un grande loggiato, al quale si poteva accedere anche da una scala esterna che girava come una bandoliera lungo la parete laterale e il retro della casa. Dopo cena, Valerie invitò l'amica a godersi sul terrazzo l'avanzare della notte. Si accomodarono su delle sdraio di tela e ripresero a chiacchierare. - È splendido, qui - disse subito Joelle. - Si. Fosse per me, ci starei tutto l'anno. - C'è qualche ragazzo interessante da conoscere? - Per quel che mi riguarda, nessuno di quelli del borgo. - Se dovesse piacermene qualcuno, spero proprio di non innamorarmi. Non saprei resistere senza di lui per tutto il resto dell'anno. - Non sai fare a meno dei ragazzi? - In che senso? - Intendo dire se hai già fatto l'amore. - Non proprio, e tu? - Come sarebbe, non proprio? - Sarebbe che non ci ho fatto tutto. - Ah...Io invece si! Con tono deciso, Valerie aveva così sottolineato la propria superiorità nei confronti dell'amica. A Joelle non dette fastidio aver svelato la propria inesperienza, anzi credette opportuno approfondire l'argomento, visto che glie ne veniva offerta la possibilità. - È così bello come si dice? - chiese timidamente. - Dipende. - Dipende da cosa? - Da un sacco di cose: con chi lo fai, dove lo fai, in che stato d'animo sei in quel momento. - E basta? L'amore non c'entra? - L'amore, se c'è è meglio. Ma se non c'è va bene lo stesso. - Tu eri innamorata del ragazzo con cui sei stata la prima volta? - Ma no..., e poi non era un ragazzo. - No? - Era un uomo. - Un uomo? - Si, e poi ci sono stati altri ragazzi. Niente d'importante, però. - Accidenti, con quanti sei stata? - E chi se ne ricorda...una volta, durante una festa, ero ubriaca e mi ha ripassata tutto il gruppo, non so neanche quanti fossero. - Ti hanno violentata? - Ma no, era un gioco, ci si divertiva così. E poi a me piaceva. Far l'amore non ha mai fatto male a nessuno e poi i ragazzi sanno essere così carini con te quando sanno che, se vuoi, puoi farli divertire! L'importante è non farli innamorare, perchè allora diventano scoccianti. Joelle non sapeva cosa ribattere: le sue cognizioni sull’argomento non erano proprio granchè. Valerie mostrava invece di essere già molto esperta, forse anche troppo: parlava come una donna vissuta, eppure aveva appena diciotto anni, solo due più di lei. Lei aveva un'idea romantica dell'amore e anche le altre sue amiche la pensavano allo stesso modo. Valerie si mostrava invece così diversa, così in contrasto con l'idea che le ragazze hanno dell'amore! Ma forse le stava raccontando un mucchio di frottole, così, giusto per stupirla, per far colpo su di lei che aveva ancora idee da provinciale. Era un tipo capace di farlo, Valerie: cercava di seminare l'esca per far salire i pesci a galla. Con lei, però, non ci avrebbe cavato niente, perchè lei era così come si mostrava, non aveva nulla da nascondere, era proprio esattamente così come si mostrava... - Ci sono molte più stelle, qui. - osservò Joelle con gli occhi fissi al cielo ricco di faville argentate. - Ma no, sono sempre le stesse! Solo che qui l'aria è più limpida e perciò se ne vedono di più. I rumori soffocati, lo svolazzare rapido di qualche uccello notturno, lo stormire languido delle fronde, avevano creato l'atmosfera giusta per le confidenze. - Sei mai stata innamorata? - Domandò Joelle con voce sommessa. - Sì, una volta. - Allora? - Lui non mi vedeva nemmeno. - Com'è possibile? Sei così bella, così dolce!... - Grazie dei complimenti...Lui non era dello stesso parere, evidentemente, visto che ha preferito una che le aveva più grosse delle mie!... - Più grosse cosa? - Le tette! Ehi, ma sei proprio un’ingenua!... - È che mi sembra impossibile che un ragazzo dia tanta importanza alle tette invece che agli occhi, al viso, alla simpatia, alla dolcezza... - Ecco, devi sapere che ai ragazzi interessa esattamente tutto il resto: le tette, il culo e se sai far bene i... - I ...? - No, te lo dico un'altra volta... Joelle preferì non insistere; probabilmente il discorso stava diventando imbarazzante per Valerie: si conoscevano da troppo poco tempo, in fondo. Attese qualche attimo per dar modo all'amica di riprendere il discorso, ma Valerie rimaneva in silenzio. Allora continuò lei: - Io invece ho filato per un po' con un ragazzo che non finiva mai di dirmi che avevo dei begli occhi!... - Le tette non te le toccava? - No, mi teneva per mano e mi accarezzava i capelli. - Soltanto i capelli? - Sì... Perchè, ti sembra così strano? - A me non hanno mai accarezzato i capelli. La prima carezza che ho avuto da un ragazzo è stata sotto il vestito, lungo una coscia. - Anche a me hanno accarezzato le gambe, ma non i ragazzi, gli adulti! - Ah! L'hai capita la santarellina! - Ma no, cosa vai a pensare! Mi accarezzavano senza badarci, magari mentre stavamo chiacchierando... - Mi sa che sapevano perfettamente quel che facevano... - A me non dava fastidio... - A me l'avrebbe dato! Joelle alzò le spalle. Non riusciva a capire cosa ci fosse di male nel lasciarsi accarezzare le gambe. Era piacevole sentir scorrere quelle mani di maschio sulla propria pelle; anzi, a dire il vero, a lei non sarebbe affatto dispiaciuto che le carezze fossero continuate su tutto il resto del corpo. Però, almeno fino a quel momento, nessuno si era mai spinto fino a tanto, forse temendo che una cosa del genere sarebbe stata considerata disdicevole. E suo zio allora? Una volta gli aveva addirittura promesso di ballare nuda per lui. Ma forse era meglio non dirlo, chissà cosa avrebbe pensato Valerie. Era da considerarsi una cosa cattiva offrirsi così a un uomo ? A lei non pareva. E poi, Valerie non l'aveva detto lei stessa che la sua prima volta era stata con un adulto? - Raccontami della tua prima volta... - Uh, non adesso. È una storia lunga, preferisco che tu mi conosca più a fondo, prima di raccontartela. Se te la raccontassi adesso, non riusciresti a capirne il senso, ne avresti una visione del tutto distorta. - Sei tutta piena di misteri, tu! - Ho avuto una vita diversa dalle solite. - Hai avuto...Parli come se fossi già vecchia! - No, non mi sento vecchia per niente! Però, quando mi conoscerai meglio, ti sarà chiaro che finora ho vissuto molto intensamente... - Io invece mi sento una nullità, non ho fatto assolutamente niente di particolare finora! - Oh, non sei affatto una nullità: sei carina, spontanea, simpatica, dolce, sensibile... e poi sei sincera: è una dote che apprezzo molto. Ho bisogno di fidarmi completamente delle persone alle quali concedo la mia intimità. - Stà tranquilla, non sono una pettegola! - L'avevo intuito subito... Sai, un giorno di questi mi piacerebbe dipingere il tuo ritratto. - Cosa ci trovi di tanto interessante in me per volermi ritrarre? - Hai l'aspetto della felicità. Se la felicità fosse una persona, avrebbe il tuo volto, il tuo sorriso, le tue gambe, i tuoi seni... - Vuoi vederli? - Perchè no... Joelle si alzò in piedi e prese a sbottonarsi il vestito. - Aspetta! - La voce imperiosa dell'amica la indusse a sollevare lo sguardo. Valerie le si avvicinò guardandola fissamente; poi si inginocchiò e fece scorrere le mani lentamente sotto il vestito di lei , salendo pian piano lungo le cosce, fino ai fianchi. Afferrò i bordi delle mutandine e accennò appena a tirarle giù. - Si o no? - Chiese in un soffio, rimanendo ferma, immobile, in attesa della risposta. - Sì... - Rispose Joelle, con la voce diventata improvvisamente roca per l'eccitazione. Valerie glie le sfilò con un gesto delicato ma deciso e le lanciò lontano. - Continua tu, ora. Joelle finì di sbottonare il vestito. Lo aprì per tirar fuori i seni e infine, con un gesto di studiata lentezza, si adoperò per lasciarlo cadere, offrendo il corpo nudo agli avidi sguardi di quella sua strana amica. La luce della luna accentuava il candore della pelle, il gonfio rilievo dei seni e le morbide curve dei fianchi. Valerie la fissava in ammirato silenzio, con gli occhi diventati piccoli per l'eccitazione e il respiro più rapido e soffocato. - Girati lentamente... Joelle eseguì, fermandosi un po' per lasciarsi ammirare di schiena e tornando poi a mostrarsi di fronte. Si accorgeva che l'essere guardata, scrutata in ogni piega del suo prorompente corpo da adolescente le procurava un sottile e intenso piacere. L'espressione estatica di Valerie la spinse a sollevare le braccia e raccogliere i capelli in una crocchia, lasciandoli poi scivolare tra le dita a poco a poco. Sollevò lo sguardo e prese a fissare Valerie dritto negli occhi. - Non guardarmi così!... Rivestiti, ti prego, non ce la faccio più... - Implorò la ragazza con un filo di voce. Joelle raccolse il vestito, si voltò di schiena e lo infilò, abbottonandolo lentamente. Le mutandine erano rimaste lì dove erano cadute; Joelle non si curò di recuperarle. Rivestita, tornò a voltarsi verso Valerie, ancora accesa dall' emozione. - Ora tocca a te! Su, voglio vedere come sei fatta! - No, non qui. Non adesso. Joelle non si aspettava questo diniego. Le era parso che il gioco dovesse valere per entrambe, non doveva toccare solo a lei mostrare le proprie fattezze. Valerie non le dette il tempo di ribattere; le si avvicinò fino a sfiorarle la guancia e le sussurrò in un orecchio: - Stanotte, in camera mia. - Mi chiamerai tu? - No. Sta' bene a sentire: dormirò nuda, non lo faccio abitualmente, lo farò per te. Se davvero vuoi vedere come son fatta, vieni mentre sto dormendo e scoprimi. Non accendere il lume: la luce della luna sarà sufficiente ad illuminarmi tutta. Guardami finchè vorrai, poi ricoprimi. Muoviti con cautela, fa' in modo da non svegliarmi; lascia però sul mio comodino uno dei tuoi orecchini: saprò così che sei venuta e mi hai vista. E domattina comportati come se nulla fosse accaduto. - D'accordo, farò come dici. Joelle preferì non chiedere spiegazioni; Valerie si comportava proprio in modo strano. Però le era simpatica, straordinariamente simpatica. E le piaceva. Le piaceva davvero, molto più di qualsiasi altra delle sue numerose amichette. Quella notte, Joelle fece di tutto per rimanere sveglia fino a tardi. Voleva attendere il momento propizio per andare nella stanza di Valerie senza correre il rischio di trovarla sveglia. Ma il sonno, alla fine, ebbe la meglio sulle sue resistenze. Si svegliò di soprassalto. Guardò istintivamente al di là della porta-finestra della sua stanza, che dava sul terrazzo: fuori era ancora notte fonda. Cercò a tentoni l'orologio e lo afferrò orientandolo verso la luce che proveniva dall'esterno, nel tentativo di focalizzare la posizione delle lancette. Le parve infine di leggere le quattro, più o meno. Decise di tentare. Recuperò un orecchino e uscì sul terrazzo, attenta a non fare il minimo rumore. La porta-finestra della stanza di Valerie era aperta. Entrò in punta di piedi. La luce della luna era forte a sufficienza da permetterle di distinguere tutto senza difficoltà. Valerie dormiva distesa su un fianco; il lenzuolo la copriva fin sulle spalle. Joelle ne afferrò un lembo e prese a tirarlo via con grande cautela. Il bianco corpo della dormiente le apparve gradualmente in tutta la sua bellezza. Valerie si girò nel sonno, mettendosi a pancia in giù. Stette in quella posizione per qualche minuto, poi si rigirò sul dorso, allargando le gambe. Joelle si era allontanata di qualche passo, pronta a scomparire dalla stanza se Valerie avesse dato segno di volersi svegliare. Rassicurata dal respiro regolare e tranquillo della dormiente, le si avvicinò nuovamente per ammirarla in ogni sua fattezza. Trovò che i seni erano più piccoli dei suoi, ma ben sodi e dritti, con i capezzoli di un rosso vivo, ammiccante. La peluria del pube era meno folta della sua, ma ben più scura di quanto avesse immaginato, visto che i capelli erano di un biondo chiarissimo, molto leggero. I fianchi erano tondi e le gambe perfettamente tornite. Le venne una gran voglia di accarezzarla, ma sapeva di non poterlo fare, pena il rischio, grandissimo, di svegliarla. Stette ad osservarla così, per un tempo indefinito; poi, ad evitare l’imbarazzo di un improvviso risveglio, tirò delicatamente il lenzuolo fino a ricoprirla nuovamente, poggiò l'orecchino sul bordo del comodino ed uscì. Tornata in camera sua, sfilò la camiciola da notte e si sdraiò sul letto, lasciando che la luna la ricoprisse solo del suo chiarore. Senza che lei riuscisse ad impedirselo, la sua mano scivolò pian piano dove il desiderio la chiamava. Nei suoi occhi danzavano sinuose le morbide curve di Valerie. Riuscì ad addormentarsi soltanto quando fuori già ammiccavano le luci dell’alba. La sensazione che qualcuno fosse seduto sul bordo del suo letto, convinse Joelle ad aprire gli occhi. - Ma che ora è? - Disse con voce lamentosa a Valerie, che la guardava con un'espressione di grande tenerezza. - È tardi, è quasi ora di pranzo. - Accidenti! Devo proprio alzarmi. - Direi di si. - rispose Valerie porgendole una vestaglia. Joelle mise i piedi giù dal letto, stropicciandosi gli occhi con entrambe le mani. - Vuoi che ti prepari il bagno? - Uh, devo fare pipì. - Ti accompagno, sempre se non ti imbarazza. - Andiamo... Quando ebbe finito, Valerie era pronta ad asciugarla. Joelle la lasciò fare. L'acqua del bagno intanto stava riempiendo la vasca. Valerie ne saggiò la temperatura col dorso della mano. - Per me va bene. Prova tu... Joelle immerse a sua volta cautamente una mano. - Si, va bene. - Confermò, entrando nella vasca ed immergendosi nell'acqua fino al collo. - Chiudi gli occhi e lasciati andare, rilassati, non pensare a niente, faccio tutto io...- Valerie si mostrava straordinariamente premurosa, quella mattina. - Uh...Che bello, così posso continuare a dormire... Valerie provvide delicatamente a strofinarla dappertutto, senza indulgere però più del necessario. Quando ebbe finito, le appoggiò le labbra sulla fronte, discostandosene dopo un attimo. - Puoi venir fuori, ti asciugo... - Ah, mi sento molto meglio ora. Ci sai proprio fare... - Su, vestiti, usciamo a fare un giro nel parco; non abbiamo molto tempo, tra poco serviranno il pranzo. Passeggiarono per un po' sotto gli alberi. Raggiunta infine una panchina, Valerie decise di fermarsi. Sedettero all'ombra di un grosso platano, senza smettere di chiacchierare. - Quando mi farai conoscere i tuoi amici? - Joelle ardeva dalla curiosità di incontrare nuovi ragazzi. - Tra poco. Sto aspettando che arrivino le casse con i regali; sai, non posso presentarmi a mani vuote, loro si aspettano sempre qualche pensierino da me. Domani dovrebbe arrivare mio padre con l'elicottero e con lui arriveranno anche i regali. - Sono tutti come te, i tuoi amici? - Come me in che senso? - Mah, così diversi dal solito, così misteriosi? - Diversi, sicuramente. Misteriosi, non tanto. Le ragazze sono tutte di qui, mentre i maschi sono tutti di fuori. Vengono sull'isola soltanto per le vacanze. Ce n'è uno però che vive in un'isoletta qui vicino: è un greco sposato con una olandese; sono qui da anni. Lui si chiama Kostas ed è un musicista. Lei si fa chiamare Dada; il suo vero nome è Nadine, lo so perché una volta ho visto il suo passaporto. Sono gli unici abitanti dell'isoletta e vengono qui soltanto per comprare il necessario. Dada è molto gelosa di Kostas, specie da quando si è accorta che tutte le ragazze di qui farebbero carte false per accalappiarselo. Da parte sua, Kostas fa sempre in modo di rimanere in paese il meno possibile, ci tiene molto alla sua donna e preferisce non creare illusioni tra le sue ammiratrici. - E gli altri? - Gli altri, cosa? - Gli altri tuoi amici, i ragazzi voglio dire... - Ah, due sono francesi, di Marsiglia; l'altro è tedesco. Sono simpatici, vedrai che compagnia! - E le ragazze? - Quelle importanti sono soltanto due: una si chiama Rada e l'altra Velia, e poi c'è una signora. Di loro ti racconterò dopo; ora rientriamo, avranno già preparato per il pranzo. Il vecchio magazzino Nel pomeriggio, le due ragazze scesero nuovamente nel parco. Passeggiarono per un po' tra gli alberi, poi Joelle espresse il desiderio di andare sulla spiaggia. - Per di qui - la guidò Valerie, - è un sentiero un po' accidentato, ma è la via più breve. Si avviarono lungo il sentiero, attente a scansare l'aggressività di certi rami spinosi e tenendosi per mano quando la discesa si faceva pericolosamente ripida e insidiosa. Qualche lucertola, disturbata dal rumore dei passi, sfrecciò veloce davanti a loro per rifugiarsi tra le fessure di un muretto diroccato. Il viottolo si era intanto immerso tra due ripide pareti di roccia. Le rovine di una vecchia costruzione apparvero improvvisamente agli occhi di Joelle, non appena il sentiero, liberatosi della stretta delle rocce incombenti, aveva riportato le ragazze su un tratto pianeggiante. La striscia blu del mare si intravedeva in lontananza. - È un vecchio magazzino abbandonato - spiegò Valerie indicando la costruzione e rispondendo così alla muta curiosità della sua amica. - Voglio vederlo da vicino, andiamoci! - Come vuoi, ma non spaventarti se vedrai dei ragni o dei sorci: siamo in campagna, non dimenticarlo. - I ragni non mi spaventano e sorci non ne ho mai visti in vita mia, sarebbe la volta buona per vederne uno! - Ah, fai la coraggiosa! Poi non metterti a strillare se per davvero te ne capita qualcuno tra i piedi! - Accetto il rischio. Uscirono dal sentiero e si inoltrarono tra i cespugli in direzione della costruzione. Era un grosso capannone diviso in più stanze; il pavimento era in terra battuta e la luce proveniva da strette feritoie poste in alto sui muri, in prossimità del tetto. La stanza più in fondo era attraversata da muro a muro, in alto, da una grossa trave dalla quale, distanziate di un braccio l'una dall'altra, pendevano delle catene che terminavano con dei grossi anelli di ferro ad altezza d'uomo. - Qui venivano legati i servi, per le punizioni - illustrò Valerie, toccando gli anelli e facendoli oscillare. - Uhm, me li immagino, legati nudi e frustati, sotto gli occhi iniettati di sangue e di desiderio, di una padrona di casa elegantissima e crudele... - Ehi, che immaginazione...no, di solito venivano legati e lasciati appesi per le braccia fino a quando passava loro qualsiasi intenzione di disubbidire o di sottrarsi al lavoro. La padrona di casa non si curava dei servi: a decidere le punizioni era il sorvegliante, a sua volta responsabile dell'operato della servitù e passibile lui stesso di punizione. - Vita dura per i servi, nei tempi passati... - Dipendeva dai padroni. Qui ne sono succeduti diversi. Prima di noi, alla villa, abitava una coppia di anziani adorata dalla servitù, che non ha voluto abbandonarli nemmeno quando non erano più in grado di dar loro la pur modesta paga che ricevevano oltre il vitto e l'alloggio. Nel Seicento, invece, probabilmente le cose andavano in maniera diversa: qualcuno racconta di fantasmi che, in certe notti di maltempo, si sentono vagare e lamentarsi come anime in pena. Io non ne ho mai visti, ma c'è chi giura di aver visto figure intabarrate e nobildonne in lacere vesti aggirarsi qui dentro e far sbattere le catene l'una contro l'altra con rumori agghiaccianti. Mah, sai com'è, la fantasia porta a vedere ciò che si vuol vedere ed è facile che l'immaginazione corra, come è successo a te poco fa... - L'immaginazione? Non so...a me vengono delle strane sensazioni, sento come la presenza di qualcuno che in questo momento ci stia osservando. Valerie si guardò intorno, si affacciò alla porta poi tornò indietro. - Non c'è nessuno, a parte le lucertole. - Io ti dico invece che sento la presenza di qualcuno, degli esseri che noi non vediamo, ma che sono proprio qui, dove siamo noi. Valerie la guardò attentamente. Joelle sembrava normale, calma e tranquilla come sempre. Scrollò le spalle come a voler significare che lei non credeva a una sola parola di quanto la ragazza andava dicendo. Si allontanò da lei per andare verso un angolo della stanza: le pareva di aver visto luccicare qualcosa... Era solo un piccolo frammento di vetro. Si voltò nuovamente verso Joelle e la vide sollevare le mani ed afferrare gli anelli, come a voler imitare un servo legato. - Uh, è così che li legavano, vero? - Disse infatti lei, appendendosi agli anelli e sollevando i piedi da terra per lasciarsi dondolare. - Sono sicura - aggiunse, poggiando nuovamente i piedi a terra - che li frustavano e che una donna li guardava. Non so spiegarmelo, ma è come se li vedessi, come se ne rivivessi l'atmosfera. - Resta ferma così! - La voce di Valerie le giunse improvvisa e alterata. Joelle continuò a dondolarsi. Valerie le si avvicinò fino a sfiorarla. Con movimenti veloci delle dita le sbottonò la camicetta: i seni della ragazza apparvero nella loro prepotente bellezza. Valerie ne afferrò i capezzoli eretti e li strofinò tra le dita. Joelle non si mosse. - Se vuoi che smetta, stacca le mani dagli anelli. Joelle non fiatò. Le mani di Valerie si mossero sfiorandole la pancia e raggiungendo le cosce, per infilarsi infine sotto il vestito e impossessarsi delle natiche tonde e piene. Le unghie aguzze ne artigliarono la carne. - Ahi! - gemette Joelle, senza però staccare le mani dagli anelli. La presa si allentò a poco a poco. - Basta! - esclamò Valerie allontanandosi bruscamente, - andiamo ora, eravamo dirette alla spiaggia, non qui! A malincuore, Joelle lasciò gli anelli e si riabbottonò la camicetta. Le natiche le bruciavano, sicuramente le unghie di Valerie avevano lasciato i segni. Aveva smesso proprio quando il gioco incominciava a piacerle. Le avrebbe chiesto di ritornarci, in quel posto. O ci sarebbe tornata da sola, lei non aveva paura. Tornate all'aperto, la luce colpì violentemente i loro occhi già assuefatti alla semioscurità. Si allontanarono in direzione del mare. Joelle si girò più volte per guardare l'edificio, forse nella speranza di vedere apparire qualcuna di quelle figure delle quali era certa di aver sentito la presenza. Valerie affrettò il passo: a lei, invece, le sensazioni che aveva avuto lì dentro non erano piaciute affatto. - Cos'hai, non stai bene? - dall'espressione che il volto di Valerie aveva assunto dopo che erano uscite dall'edificio, Joelle aveva capito che qualcosa doveva averla profondamente turbata. - No, non è niente...E va bene, tanto vale che te lo dica, visto che insisti ! - riprese spazientita. - Ehi, ma io non ho detto niente!...- protestò Joelle. - Lo hai pensato. Joelle rimase interdetta: si, lo aveva pensato, ma lei come faceva a saperlo? - Ti leggo nella mente, ecco come lo so!- anticipò Valerie, prima che Joelle formulasse la domanda. - Accidenti, ora non c'è neppure più bisogno che ti parli, sai già ciò che sto per dire! Non potrò avere più segreti per te!... - Oh, non è colpa mia se hai cominciato a trasmettere, non te l'ho chiesto io! - Trasmettere? Non capisco, cosa significa "trasmettere" ? - Significa che quando pensi qualcosa con una certa intensità, io sento cosa hai pensato, come se ti fossi espressa a voce alta. Ma non credere che la cosa mi diverta! - Figurati quanto può divertire me!...È piuttosto imbarazzante, non trovi? - Quando eri lì dentro, attaccata agli anelli, sei stata tu a chiedermi di spogliarti e... tutto il resto. - Io? Sei matta? - Pensaci bene. - Beh, più che chiederlo, stavo immaginando un qualcosa del genere...ma non vedevo me come protagonista, immaginavo di essere una del passato... - Mi hai spinta a fare qualcosa che non volevo...cioè che non partiva da me...non che io te ne voglia per questo, ma mi darebbe fastidio se dovesse ripetersi, al di fuori del controllo della mia volontà. - Pensavo che ti piacesse...scusami. - No, non devi scusarti, non è colpa tua. Forse sono io ad aver innescato il tutto. Quell'ambiente mi comunica delle strane sensazioni, anche se ho cercato di non darlo a vedere per non spaventarti. Joelle rimase un po' soprappensiero: tutto ciò che le sarebbe passato per la mente, d'ora in poi, non sarebbe più appartenuto solamente a lei. Accidenti, era davvero una situazione imbarazzante. - E ora come facciamo? - Disse, scuotendosi dal limbo in cui i suoi pensieri l'avevano condotta. - Per cosa? - Per le trasmissioni...ehi, questa volta non mi hai letto nella mente, te ne sei accorta? - Già, è vero. Mah, forse è stato un fenomeno transitorio. Ma smettiamola, adesso; eravamo partite per raggiungere la spiaggia, dài, corriamo! La spiaggia - È tutta qui la spiaggia? - Joelle sembrava stupita delle ridotte dimensioni di quella che appariva appena una caletta, più che una spiaggia vera e propria. - No, questa è la mia spiaggia personale!... Scherzavo, è una spiaggetta molto scomoda da raggiungere, e per questo è sempre deserta; mi piace perchè posso portarci i miei amici senza che nessuno venga mai a disturbarci. Gli altri vanno in un'altra spiaggia, molto più grande, dove ci si può arrivare in auto o col motorino... Facciamo il bagno? - Ma... non ho... Valerie non la lasciò finire: - È indispensabile? - No...Ehi, come hai fatto a sapere cosa intendevo dire? Sono diventata di nuovo trasmittente? - Suvvia, non sono poi così sciocca da non capire che non hai il costume da bagno! Non ce l'ho neanch'io! - Mi hai fatta spaventare!... - Su, voltati, non guardarmi mentre mi spoglio. Quando sarò entrata in acqua, spogliati anche tu e raggiungimi. - Agli ordini! Valerie tolse gli abiti e li ammonticchiò fermandoli con un sasso, poi si avvicinò all'acqua per saggiarne la temperatura con la punta del piede. Accertatasi che fosse calda a sufficienza, si inoltrò fino ad immergersi completamente. - Puoi venire! - Gridò a Joelle; dopodichè prese a nuotare a grandi bracciate verso il largo. Joelle la raggiunse poco dopo. Nuotarono fino a stancarsi; infine Joelle fece cenno di voler tornare a riva. - Vengo via anch'io - rispose Valerie, nuotandole a fianco e raggiungendo la riva con lei. Sgocciolanti come due naiadi, le due ragazze stettero in piedi l'una vicina all'altra, strizzandosi i capelli a vicenda e cercando di scrollarsi di dosso l'acqua in eccesso. Joelle notò che Valerie non dava ora alcuna importanza alla propria nudità, nè mostrava più alcun imbarazzo nei riguardi di lei. C'erano molte cose che le sfuggivano, nella logica di Valerie. Però, anche se la curiosità l'attanagliava, il suo senso della discrezione riusciva ancora ad avere la meglio, evitandole di porre domande che potevano risuonare inopportune. Valerie si era portata intanto su un vasto lastrone di pietra levigata e si era sdraiata per asciugarsi al sole. Joelle si guardò attorno per cercare un'altra pietra, ma quella dove era Valerie pareva essere l'unica. Trovò che era sufficientemente vasta per ospitare anche lei. - Posso sdraiarmi qui con te? Non saprei dove mettermi, altrimenti. - Certo che puoi, che domande! Joelle le si accostò, sdraiandosi al suo fianco. - Mettiti più vicina, voglio sentire il tuo respiro... Joelle le si fece dappresso, fin quasi a sfiorarla. - Brava, così va meglio. Mi piace sentirti vicina!... Allungò una mano e le percorse il fianco con la punta delle dita. Poi le percorse il braccio, fermandosi a massaggiarle il polso col polpastrello del pollice. Joelle lasciò fare tranquillamente. - Sei proprio una ragazza speciale tu, lascia che te lo dica: ti sento sotto le dita, mi trasmetti delle sensazioni che nessun'altra mi ha mai dato. È come se tutto il tuo essere sia pervaso di un'energia positiva di incredibile potenza. - Questo non me l'ha mai detto nessuno, è un complimento davvero originale, te l'assicuro!... - Non scherzare, sto dicendo sul serio. Credo sia meglio che ti porti da una certa signora che so io; lei saprà dirmi qualcosa di più, sul tuo conto. - Davvero? E come fa, se non mi conosce? - Come fa... Quante domande!...Non ti fidi di me? - Si, però tu fai sempre la misteriosa, mi fai incuriosire e poi mi lasci a metà... - Stà zitta e vienimi più vicina...ecco, così...uh... emani energia come una stufa elettrica! - Anche tu; però...è piacevole, non trovi? - Uhm...se ci vedessero in questo atteggiamento, chissà cosa penserebbero di noi.... - È importante? - Ma và...! Ehi, mi prendi in giro? - Chi, io? Non oserei mai!... Valerie continuò a carezzarla lievemente con la punta delle dita. - Ah, mi fai il solletico! - Scusa. - No, non smettere...mi piace! Valerie riprese il movimento delle dita; quella sua nuova amica le diveniva ad ogni momento sempre più simpatica! Quando il sole le ebbe asciugate a puntino, le ragazze si rivestirono, cercando di rassettarsi i capelli alla meglio con le dita aperte a ventaglio. - Torniamo? - Propose Valerie senza tanta convinzione. - Oh, io rimarrei qui fino al tramonto!... - Non possiamo: è pericoloso ritornare col buio, e poi a casa non sanno dove siamo, potrebbero preoccuparsi non vedendoci tornare per cena. - Ok, torniamo. Però una sera di queste ci attrezziamo per passare la notte in spiaggia, ti va? - Perché no? Ci portiamo qualcosa per accendere il fuoco e magari facciamo anche il bagno di notte. Io l'ho già fatto ed è molto emozionante! - Si, noi due da sole, nude come due sirene. Non avevo mai fatto il bagno nuda, prima d'ora; è fantastico! - Io l'ho fatto con i miei amici, e anche le mie amiche l'hanno fatto. Però puoi immaginare com'è andata a finire quando siamo usciti dall'acqua!... - Tutti insieme? - Beh, non proprio; a coppie... - Intendevo se l'avete fatto in presenza l'uno dell'altro... - Si...perchè, ti scandalizza? - Non sono ancora abituata all'idea...io non l'ho mai fatto, non sono nemmeno stata mai nuda davanti a un ragazzo. - Ti si presenterà l'occasione prima o poi, sempre che tu lo desideri, naturalmente! - Non so. Forse avrò bisogno di innamorarmi per stare con un ragazzo in quel modo, senza provare disagio. - Ma no, non sarà necessario essere innamorata, vedrai! Ti sembrera tutto molto spontaneo con i miei amici; non proverai alcun imbarazzo, ne sono certa! - Lo spero. Intanto, erano arrivate nei pressi dell'antico magazzino. Il sole basso proiettava lunghe ombre sinistre sui muri di calcina. Le cicale frinivano imperterrite, monotono sottofondo all'innaturale silenzio che pareva isolare la campagna circostante come all’interno di una campana di vetro. Joelle fu tentata di andarci ancora. Si voltò verso Valerie. La ragazza intuì la domanda prima ancora che fosse formulata. Le lanciò un'occhiataccia: - No. Il diniego fu secco e senza possibilità di replica. Un vago accenno di protesta da parte di Joelle fu stroncato sul nascere da un deciso ed inequivocabile cenno del capo. Raggiunsero il parco senza più scambiare una parola. Confidenze Quella sera, sul terrazzo, Valerie aveva fatto mettere un largo materasso sistemato su una spalliera di legno a mo' di divano. - Vieni, siedimi vicina, voglio sentire il tuo calore. Joelle obbedì. Le si sedette accanto, senza lasciare alcuno spazio vuoto. Il risentimento che aveva provato prima verso di lei per quel suo agire da despota, ormai non era diventato altro che fumo disperso dal vento. Non ne avevano più parlato, ma il gelo che si era creato tra loro era durato appena il tempo necessario a percorrere il tratto di strada che le separava dalla casa. Una volta rientrate, l'aria di temporale si era mutata in un venticello di primavera. Entrambe non potevano permettere che la loro amicizia soccombesse ad uno stupido puntiglio. Quasi incollata al fianco di Valerie, Joelle percepiva nettamente un'energia sconosciuta e potente fluire dal corpo dell'amica per immettersi nel suo. Anche Valerie, a sua volta, ammise di provare la stessa sensazione. Era un qualcosa che assomigliava al calore, ma non era calore: comunicava a entrambe un impercettibile tremito su tutto il fianco, che si trasmetteva man mano a tutto il resto del corpo. Nessun lembo di pelle era a contatto: tutto avveniva attraverso il tessuto dei loro vestiti che, per quanto leggero, costituiva tra loro una barriera ben definita. Eppure la sensazione era forte, inequivocabile. Rimasero senza parlare per un po'. Si ascoltavano respirare l'un l'altra, godevano della loro semplice reciproca presenza, del loro reciproco contatto. D'un tratto Valerie si scosse: quelle sensazioni le avevano fatto abbandonare ogni titubanza. - Domani ti porterò dalla sacerdotessa. - Da chi? - Ho deciso, è inutile continuare a fingere, ad ingannarci l'una con l'altra. Gli episodi che ci hanno coinvolte giù al vecchio magazzino, e poi queste sensazioni che entrambe proviamo quando siamo vicine, non sono fenomeni casuali. È evidente che c'è qualcosa di sovrannaturale che ci lega. Bene, io sono decisa a scoprire cos'è. Devo saperlo. Anzi, dobbiamo saperlo, è importante per entrambe. - Sì, capisco; ma cosa può fare la sacerdotessa? Sacerdotessa di cosa, poi? - Sacerdotessa della Luna. Non allarmarti, non ha niente a che fare con le sétte che praticano la magia nera. È una faccenda del tutto diversa. E poi lei è una donna simpatica, non assomiglia alla strega delle fiabe. Semmai, assomiglia a una fata, una fata benefica. Non sei curiosa di conoscere una fata? - Se la metti su questo tono, per me possiamo andarci anche subito!... - No, adesso è tardi. - Scherzavo! Intendevo dire che non sono affatto spaventata, puoi portarmici quando vuoi. - Ah, così va meglio, vedo che cominci a fidarti di me. - Sei tu che ti stai fidando di me: altrimenti non mi avresti confidato questi tuoi segreti. - Già, forse non è un caso che ti abbia incontrata a quella festa. Anzi, non è affatto un caso, visto che mi è subito venuto il desiderio di invitarti sull'isola, tu, assoluta sconosciuta. - Anche tu mi sei stata simpatica al primo impatto, se vuoi saperlo; sono molto contenta di averti conosciuta e di essere qui con te, ora. - Ne sono contenta anch'io, credimi....Ascolta, domani arriverà mio padre, con l'elicottero. Porterà i regali che ho preparato per gli amici, così potremo andare a trovarli; le ragazze avranno certamente saputo che sono sull'isola e mi staranno aspettando. I maschi invece arriveranno tra qualche giorno. Te ne lascerò scegliere uno. A me devi lasciare il tedesco, quello non si tocca. - Ti prometto che sarò leale. Ma se degli altri due non me ne dovesse piacere nessuno? - Vuol dire che ti arrangerai da sola. - E se il tedesco dovesse innamorarsi di me e io di lui? - Fa' che non accada... La voce di Valerie era diventata seria; Joelle capì che su quell'argomento era meglio non scherzare. - Non accadrà. - Sei una ragazza giudiziosa. - Allora non è vero che non sei innamorata di nessuno!... - Non ne sono innamorata, ma tra me e lui esiste un legame che non dovrà essere spezzato per nessun motivo. - I tuoi soliti misteri. E se, poniamo il caso, durante il tempo in cui siete rimasti lontani, lui si fosse innamorato di un'altra? Potrebbe essere accaduto, non puoi escluderlo. E allora? Valerie trasse un lungo sospiro. Joelle aveva ragione. - Spero che non sia accaduto. - Su, non fare quella faccia, stavo solo scherzando... - Stavi dicendo una grande verità. - Cosa succederebbe se te lo rubassi? - Immaginati appesa agli anelli, con un fuoco sotto. - Molto confortante. Ne saresti capace davvero? - Certo che si!...No, lo ammetto, non ne sarei capace. Ma tu non lo farai, vero? - Non lo farò, te lo prometto. Valerie le prese una mano e la strinse forte nella sua. Poi si girò a guardarla. - Hai mai fatto l'amore con una donna? - Eh? No, perchè? - Ti scandalizza l'idea? - Mah, non l'avevo mai presa in considerazione, prima d'ora. - Ti piacerebbe provare? - Non so... Intendi, provare con te? - No, non con me, anche se mi piacerebbe. Con una mia amica. - Perchè non con te, se hai detto che ti piacerebbe? - Non è ancora il momento. - Pensi che quel momento arriverà? - Dipende da te. Joelle rimase un po' soprappensiero. L'idea non le sarebbe dispiaciuta, se non fosse che una cosa del genere non rientrava nelle eventualità che lei aveva messo in previsione. Quando, nella solitudine della sua immaginazione, aveva lasciato che un qualcuno senza volto possedesse il suo corpo, aveva pensato a un ragazzo, non a una donna. Però questa sua amica era diversa, non poteva essere paragonata a quelle oche insignificanti delle sue compagne di scuola, che smaniavano per i cantanti e per gli attori. Chissà, forse pensandoci meglio, non doveva essere affatto un'esperienza sgradevole. Però, lei desiderava essere presa da un maschio innanzitutto, desiderava sentirsi femmina nella maniera che le sembrava più naturale, prima ancora di prendere in considerazione le variazioni sul tema. Valerie rispettò il silenzio di Joelle; però i minuti passavano e il silenzio continuava in maniera allarmante. - Non parli più, ora? Dài, non preoccuparti, non accadrà niente che tu non desideri, sta' tranquilla. Joelle uscì dal vortice dei suoi pensieri. Le sorrise. - Non è questo; è che, più che di una donna, io ho desiderio di un maschio. So che a te potrà apparire banale, ma ne ho proprio voglia, capisci? - Altrochè se lo capisco! Credi che io non ne abbia, di certi desideri? Ne ho forse più di te, visto che so già di che si tratta! - Credi che me ne piacerà qualcuno, dei tuoi amici? Cioè, che mi piacerà a tal punto da... - Come vuoi che faccia a saperlo...Sei tu che dovrai giudicare. A me sono simpatici, e per quel che ti conosco, lo saranno di sicuro anche a te. In quanto al resto, solo tu potrai decidere se ti piaceranno al punto da convincerti a lasciarti possedere fino in fondo. - Perchè prima mi hai chiesto se avrei fatto l'amore con una tua amica? - Perchè so che a lei piacerebbe un tipo come te. - Se ti imbarazza puoi anche non rispondermi, però sarei curiosa di saperlo: tu ci sei già stata, con lei? - Hai il permesso di farmi qualsiasi domanda, anche la più imbarazzante, io ti risponderò comunque. Sì ci sono stata con lei, più volte. È un'esperienza sconvolgente: ciò che provi quando sei con lei, nessun maschio potrà mai fartelo provare, lascia che sia io a dirtelo. - Accidenti, ora sì che mi hai incuriosita. Ma, e se a me la tua amica non piacesse? - Non sei obbligata a starci. Non sarà lei a proportelo, nè ti fara mai capire che le piaci, se tu non glie ne darai l'opportunita. È molto sensibile e discreta, se per questo. Sarei stata io l'intermediaria, tra di voi. Ma se non vuoi, non se ne fa niente. Mi ero unicamente proposta di darti l'occasione di provare delle sensazioni nuove, dato che mi è parso non ti desse fastidio essere toccata da una donna... - Beh, devo ammettere che non mi dà fastidio: mi piace il tocco delle tue dita e il morso delle tue unghie, anche se mi hai fatto male... - Anche il dolore, a volte, può essere piacevole. - Quando mi hai infilato le unghie nella carne...beh, ho sentito come una scossa; è imbarazzante ammetterlo, ma è come dici tu, ho provato piacere. - Me ne sono accorta, non hai staccato le mani dagli anelli! - In quel momento avrei voluto che tu continuassi, che mi spogliassi tutta e mi graffiassi; volevo sentire le tue unghie dappertutto. Era più forte di me, come un desiderio che scavalcava la mia volontà, come se in quel momento volessi rivivere sensazioni già provate in un tempo remoto... - Non continuare. E soprattutto non star lì a pensarci. Quel posto ha qualcosa di stregato, qualcosa che ci porta a non riuscire più a controllare i nostri sensi, la nostra volontà. Ne ho già sentite di storie come questa... È proprio per non perdere definitivamente il controllo, che ho voluto allontanarmi così di colpo! Prima di ritornarci voglio essere certa che nessuno possa introdursi nella nostra mente, nè oltrepassare la nostra volontà. Perchè, se è vero che qualcosa di terribile è accaduto in quel luogo, può anche essere possibile che succeda ancora. Che avvenga qualcosa di irreparabile, senza che nessuna di noi due abbia la forza e la capacità di impedirlo. Potremmo causarci del male senza nemmeno rendercene conto. E un'evenienza del genere sarebbe veramente terribile. - Hai ragione. Potremmo essere spinte a farci del male, forse persino a ucciderci, chissà. È meglio tenercene alla larga, hai ragione tu. Valerie annuì. Rimasero ancora in silenzio, l'una vicino all'altra. Joelle si strinse forte all'amica: - Voglio dormire con te, stanotte. - Con me? Dormire? - Si, solo dormire. Non chiedermi perchè, non lo so nemmeno io. - Paura? - No. Però voglio sentirti vicina. - Se vuoi...Dormiamo nel mio letto o nel tuo? - Come preferisci tu. - Nel tuo. - Ma il mio è più stretto!... - Appunto. La sacerdotessa La mattina seguente, non fu l'allegro scampanellìo della sveglia a dar loro il buongiorno. Un assordante fragore fece tremare i vetri della porta-finestra, svegliando di prepotenza le due ragazze. - L'elicottero! - Esclamò Valerie balzando giù dal letto. - Accidenti, ma è così rumoroso? - Su, svelta, mettiti qualcosa addosso e usciamo, è arrivato mio padre! Quando le ragazze, sistematesi alla meglio, raggiunsero il pianoterra, la servitù stava già portando in casa gli scatoloni trasportati dall'elicottero. Il papà di Valerie si era rifugiato in cucina, attratto dal profumo che ne proveniva. La ragazza corse a salutarlo, sorprendendolo a sorseggiare un qualcosa di caldo che gli era stato appena servito da sua moglie. - Ehi, mamma, quando la smetterai di avvelenare papà con i tuoi intrugli? - Zitta, strega! E bevine anche tu, che ti fa bene! - Si può sapere almeno cos'è? - Bevi e zitta! - Intervenne la cuoca, porgendole una tazza colma dello stesso liquido profumato. Valerie assaggiò con la punta della lingua, poi provò a berne un piccolo sorso. - Ehi, è buono! - Su, bevi, non farlo raffreddare. Valerie mandò giù senza discutere. In fondo, pensò, se sua madre le aveva detto di bere, poteva fidarsi. Sua madre le voleva molto bene, e anche suo padre glie ne voleva. Si erano sempre comportati con grande amorevolezza verso la loro unica e adorata figliola. E poi, nonostante i suoi modi bruschi, anche la cuoca non doveva essere cattiva. Non la voleva mai in cucina, nè le permetteva di metter mano agli infiniti barattoli che teneva gelosamente riposti nella capiente credenza, però sapeva preparare dei gustosi pranzetti; e, a voler essere obiettivi, con i suoi miscugli segreti aveva riportato la pace in famiglia. Niente più litigate tra i suoi genitori, niente più scappatelle di papà con le altre donne, e la mamma decisamente più serena e sorridente. Per non parlare di quando li sentiva, chiusi nella loro stanza, impegnati in comprensibili battaglie: sua madre era una che non sapeva fare l'amore con la bocca chiusa... - Tieni, portane una tazza anche a Joelle. La cuoca le porse una tazza colma di liquido, con la tacita intesa che si togliesse subito di torno. - La tua roba è negli scatoloni blu - si affrettò a dire suo padre - e poi dovrai spiegarmi come fai ad essere sempre più bella ogni giorno che passa!... - Papà, non mi starai facendo la corte, spero! - Se avessi vent'anni di meno, perchè no? - Accontentati di me, che ho vent'anni di più! - intervenne sua moglie ridendo - e tu, non indurre in tentazione tuo padre, allaccia quella vestaglia, che ti si vede tutto! Nella foga di abbracciare suo padre, Valerie non si era accorta, infatti, che la cintura della vestaglia le si era allentata in modo tale da lasciare ben poco all'immaginazione. - Uffa, papà, se mamma non la smette di fare la gelosa mi metterò per davvero a farle concorrenza! - Fila, tu! Ora basta scherzare, non si sa mai dove si va a finire... - La cuoca le dette una pacca sul sedere, invitandola a togliersi dai piedi. Per tutta risposta, Valerie uscì dalla cucina facendo le linguacce e sculettando ostentatamente. Joelle la stava aspettando accovacciata su una poltrona. - Tieni, questo te lo manda la cuoca. - Che cos'è? - Una brodaglia di sua invenzione che fa spuntare i brufoli; ma niente paura, poi fa crescere la barba, così non si vedono: tutto calcolato. - Eh? - Bevi e zitta; l'hanno fatta bere anche a me: non vorrai lasciarmi sola nel pericolo, spero!... - Ho capito, devo rassegnarmi a correre il rischio. Bevve tutto d'un sorso. - Ecco; questo è il segno della mia fedelta!... - Smettila; dammi piuttosto una mano a poggiare sul montacarichi questi scatoloni. - I regali? - Indovinato. Visto che la brodaglia ti sta già facendo effetto? Tornarono nelle loro stanze per vestirsi. Poi scesero a far colazione. - Cosa facciamo stamattina? - Andiamo giù al porto, voglio vedere se viene qualcuno col traghetto. Montarono tutte e due sul motorino e si lanciarono lungo la strada polverosa, in direzione del borgo. Strada facendo, Valerie deviò lungo un sentiero in terra battuta che si diramava dalla strada principale arrampicandosi su un'altura; in lontananza, si intravedeva una piccola costruzione bianca, lì dove il sentiero pareva terminare. Lungo l'ultimo tratto del viottolo, un piccolo cane di incerto pedigree si affiancò al motorino abbaiando come un forsennato. Joelle temette per le sue caviglie, ma il cane non sembrava avercela particolarmente con lei. Piuttosto, scodinzolava come a voler dare il benvenuto alle nuove arrivate. Valerie fermò il motorino sotto il pergolato. Il cane corse ad annusarle i piedi, poi prese ad annusare le caviglie di Joelle. - Lascialo fare, è il suo modo di identificare gli amici. Gli sei simpatica, vedi come scodinzola! Il cane dovette ritenersi soddisfatto, perchè si allontanò senza più abbaiare. Intanto, una contadina coi capelli racchiusi da un fazzolettone colorato, si era affacciata dal retro della casa asciugandosi le mani in un largo grembiule. - Ehi, sei proprio tu? Che bella sorpresa! - La voce della contadina denotava una piacevole meraviglia. Valerie corse ad abbracciarla affettuosamente. - Ho portato un'amica. È nuova di qui, ma credo valga la pena che tu la conosca. - Così dicendo, prese Joelle per un braccio e la presentò alla donna. - Ciao, - rispose questa - scusa l'abbigliamento, ma stavo dando da mangiare alle galline. Su, entriamo in casa, vi offro qualcosa di fresco da bere, fa un caldo terribile oggi! Joelle si limitò a rispondere con un sorriso. Non sapeva cosa dire: quella donna aveva degli occhi di un celeste stupendo, e poi la voce, quel tono di voce allo stesso tempo cantilenante ed allegro, agiva su di lei quasi ipnotizzandola. Valerie dovette accorgersi dell'imbarazzo dell'amica; la prese amorevolmente per mano e la condusse all'interno della casa, come fosse una sorellina minore. - Su, accomodatevi, io intanto mi tolgo questi stracci e torno subito da voi. Lo sguardo di Joelle si posò sul piano di un mobile dove erano in bella mostra degli oggettini di artigianato di chissà quale angolo di mondo. Valerie ne seguì lo sguardo e comprese la curiosità della ragazza. Alzandosi, la invitò ad avvicinarsi per guardare meglio ciò che aveva attratto la sua attenzione. - Vedi - le spiegò - sono tutti oggetti che suo marito portava dai suoi viaggi all'estero. - È un commerciante? - Era un navigante. - E ora dov'è? - È morto. È scomparso in mare durante un naufragio. Sono passati più di dieci anni da allora, ma Demetra non riesce a darsi pace. - Demetra? - Si, è la donna che hai appena vista. - Ah, mi dispiace... Sembra una donna così allegra ...Deve aver sofferto molto, non è vero? - Si, anche se riesce a mascherarlo molto bene... - È questo, suo marito? - la interruppe Joelle indicando una fotografia che campeggiava su un tavolino all'angolo della stanza, racchiusa in una larga cornice di legno scuro. - Sì, è proprio lui. Joelle stette in silenzio con gli occhi fissi all'immagine nella cornice, come a volerne carpire i segreti. All'improvviso si scosse: - È vivo. - Ma no, se fosse vivo sarebbe già tornato a casa da un pezzo! Il naufragio è avvenuto qui giù nell' Egeo, non a Capo Horn. Sono passati dieci anni, e poi lui era legatissimo a sua moglie, figurati se non sarebbe tornato! - Io ti dico che è vivo! - Cosa te lo fa pensare? - È solo una sensazione. - Ah, volevo ben dire. - C'è qualcosa che gli impedisce di tornare, ma è vivo. - Parla piano, Demetra può affacciarsi da un momento all'altro. - Credi che ti stia dicendo delle stupidaggini? - Sono solo sensazioni, l'hai detto tu. Non basta avere delle sensazioni, non lo farai tornare con questo; e poi, se dovesse sentirti sua moglie, le riaccenderesti il fuoco della speranza, quando invece è necessario soffocarne anche le ultime scintille. - È vivo, che tu lo creda o no. - Ok, va bene, ma ora sta zitta, sta arrivando Demetra. La contadina entrò proprio in quel momento; si era cambiata d'abito ed ora appariva come una distinta ed elegante signora che non aveva nulla da invidiare alle signore di città. Aveva portato dalla cucina una bottiglia scura e dei bicchieri, poggiati su un vassoio di legno intarsiato. - Vi ho portato da bere una specialità che appartiene alla tradizione della mia famiglia: la faceva mia madre e sua madre prima di lei e poi ancora la madre di sua madre... Le origini della ricetta si perdono nei secoli addietro. Io l'avrei tramandata a mia figlia, ma... Si interruppe, con un sospiro mal contenuto. Valerie lanciò un'occhiata a Joelle, per ricordarle di tenere la bocca chiusa. Joelle lasciò intendere di non aver intenzione di riprendere la discussione. Per rompere la tensione che sembrava essersi impadronita di Valerie, buttò lì: - Fa venire i brufoli? Valerie represse a stento una risata. La signora, non conoscendo il vero senso della domanda, si premurò di rassicurarla: - Ma no, che dici! Li fa passare, semmai. - Non darle retta,- intervenne Valerie - è ancora sotto shock per una brodaglia che le ha preparato la nostra cuoca... - Questo è tutt'altra cosa! Così dicendo, servì la bevanda versandone anche per sè. Valerie prese il suo bicchiere e lo accostò alle labbra, bevendo avidamente senza stare a pensarci un secondo. Joelle si sentì rassicurata dalla fiducia con cui l'amica aveva ingurgitato la bevanda, e la imitò senza esitare. La trovò buona, di un sapore che non conosceva, però si lasciava bere ancor più che l'acqua di fonte. - Buono, vero? Scommetto che ne volete ancora... - Indovinato! - Confermò Valerie porgendo il bicchiere per farselo riempire. - Anche tu? - La donna fece segno di volerne versare anche a Joelle. - Grazie, è proprio buona! Quando le ragazze ebbero svuotato nuovamente i loro bicchieri, la donna si fece seria: - Devo parlarti. - disse, rivolta a Valerie. - Puoi farlo anche in presenza di Joelle, non ho segreti per lei. La donna guardò con attenzione la nuova venuta, poi ancora Valerie. Infine decise di parlare. - Stanotte ho fatto un sogno: ero al solito posto e un forte vento mi ha costretta a rifugiarmi nella grotta. Ad un tratto un raggio di luna si è posato su una scritta. Era in una lingua sconosciuta, ma nella mia mente una voce la traduceva. Diceva: "Dopo la luna piena, quando il dolore si unirà al piacere, tre punti si specchieranno. Scorrerà il sangue, e il maleficio sarà sciolto. Tutti ne riceveranno grande gioia." Poi ho sentito una gran pace, e il volto di mio marito mi è apparso sorridente. In quel momento mi sono svegliata. Ho preso il mazzo dei tarocchi e ho cercato di capire qual'era il messaggio che il sogno voleva comunicarmi. Dalle carte, venivano due donne giovani. Erano vicinissime. E accanto a loro, l'amore, la morte e la fortuna. Poi siete arrivate voi... Valerie stette a pensarci su per qualche momento. Forse ciò che diceva Joelle non era poi del tutto da scartare. Si rivolse a Demetra: - Se le due donne delle carte siamo noi, potrai leggerlo nel nostro futuro: prepara le tazzine del caffè! La donna annuì. Si alzò lentamente e si diresse verso la cucina. - Sai, forse non hai tutti i torti. - Sussurrò Valerie all'orecchio di Joelle, non appena la donna fu fuori della portata delle loro voci. - Cos'è, adesso ci credi che è vivo? - Chissà. Certo che quel sogno è proprio strano. - Se non sono troppo curiosa, perchè le hai chiesto di preparare il caffè? - Demetra sa leggere il destino nei fondi che rimangono nella tazzina, dopo aver bevuto il caffè. - Ah, avevo già sentito parlare di una cosa del genere. Il profumo del caffè raggiunse ben presto le ragazze; subito dopo la donna tornò con due tazzine colme del liquido nerastro e odoroso. - Ecco, bevete. Le due ragazze bevvero, indi riconsegnarono le tazzine. La donna le capovolse sui rispettivi piattini, poi le risollevò facendole roteare leggermente. Lesse per prima la tazzina di Valerie. - Uh, ci sono due amori vicino a te. E c'è luce, tanta luce. L'avvenire ti sorride.- Detto questo, poggiò la tazzina, facendo intendere di aver finito. - Tutto qui? - Ti sembra poco? - Le altre volte mi hai letto dei romanzi interi!... - Questa volta invece la tazzina è tutta ricoperta di luce, tanta luce. E la luce è gioia, avrai tanta gioia, non ti basta? - Mi hai convinta. - E ora vediamo cosa c'è per la tua amica. Sollevò la tazzina di Joelle e prese a scrutarla con attenzione. Un lampo oscuro attraversò il suo volto. Con un gesto nervoso, capovolse bruscamente la tazzina e la lanciò con forza nel caminetto, riducendola in mille frammenti. Le due ragazze la guardarono esterrefatte. - A te la leggerò un'altra volta. - Ho un destino davvero così brutto? Joelle sentì la mano di Valerie stringere forte la sua, come a volerla rassicurare che non sarebbe stata lasciata sola. - Ma no, non spaventarti; ho dovuto romperla per allontanare dalla mia mente certe immagini che mi ossessionano. Tu non sai, non puoi capire. Non temere, a te non accadrà niente di male. Valerie guardò la donna dritto negli occhi. Non la convinceva: di sicuro aveva visto qualcosa nel destino di Joelle e non aveva il coraggio o la volonta di dirlo. - Puoi parlare. Se ti dico che puoi farlo, so quel che dico. La donna la fissò a sua volta. Le afferrò la mano. - Ne sei sicura? - Si. Voglio sapere cosa c'è nel destino di Joelle! - Bene, te ne assumi l'onere tutto intero... Ansimò, tornò a guardare Joelle, poi ancora Valerie. Infine disse in un soffio: - Suo è il sangue e suo lo specchio... Ti basta? - No, non mi basta. - È lei la chiave dell'incantesimo. È lei che, col suo sangue, annullerà il maleficio. Così mio marito potrà finalmente riposare in pace! Joelle ascoltava con espressione assente, come se la cosa non la riguardasse. Quell'uomo era vivo, lei ne era convinta. - Come posso salvarla? - Valerie non poteva accettare che l'amica divenisse una vittima sacrificale. - Devi starle sempre vicina. Accanto a te c'è gioia, non dolore. Finchè sarà con te, sarà illuminata dalla tua luce e forse il sacrificio potrà essere evitato...anche se, a quanto pare, a lei non importa granchè. Infatti, Joelle aveva tutta l'aria di infischiarsene dei timori delle due donne. Valerie chiese a Joelle di attenderla lì; si alzò e chiese a Demetra di seguirla. La donna si alzò a sua volta, recandosi con lei in una stanza attigua. Richiusa la porta alle loro spalle, Valerie si confidò: - Credo che la ragazza abbia dei poteri occulti. Ti chiedo di farla partecipare alla cerimonia della Luna. - Ma non ha alcuna preparazione... - Credo che con lei non sia necessario. - Per le altre e per te stessa lo è stato. - Lei è diversa. A volte mi chiedo se non sia anche più potente di noi. - Fino a questo punto? - Si. - Te lo chiedo ancora una volta: lo vuoi veramente? Sai quanto possano essere pericolosi i poteri della Luna per chi non è stato preparato! - Dobbiamo correre il rischio. Se è lei la vittima sacrificale, almeno avrà un'arma per difendersi, non trovi? - E sia. Ritornarono entrambe dov'era Joelle. La ragazza intanto si era alzata e continuava a guardare la fotografia. Valerie le si avvicinò: - Parteciperai ai riti della Luna. - Si? Cosa sono? - Te lo spiegherò dopo. È importante che tu partecipi; naturalmente puoi rifiutarti se vuoi, nessuno ti obbliga ad agire contro le tue intenzioni; ma se ti fidi di me, ti dico di partecipare. - Cosa si fa, durante questi riti? - Si riceve l'energia della Luna. Ti permettera di vedere più chiaro e più lontano, nello spazio e nel tempo. - Ah, mica male! Ma dovrai chiederne il permesso alla Sacerdotessa, se non sbaglio. - L'ho già fatto.- Così dicendo, indicò la donna: - È lei la Sacerdotessa. Joelle guardò Demetra negli occhi. Erano occhi nei quali era facile perdersi. La Sacerdotessa ricambiò lo sguardo; le sorrise: - Vieni alla cerimonia, ti aiuterà lungo il percorso del tuo destino. - Il mio destino? Prima parlavate del mio sangue per un sacrificio: vuol dire che sopravviverò? - Nel futuro di Valerie c'è gioia, non dolore. Come potrebbe essere così se dovesse perdere te? - Lo sarebbe, se dovessi combinarle certi pasticci!... Valerie le lanciò un'occhiataccia. - E il maleficio? Dipende da me la sua distruzione, se ho ben capito: dipende dal mio sangue. Vuol dire che, per salvare me, rinunceresti a dare la pace a tuo marito? - Mio marito è morto, nessuno potrà più riportarmelo. Sarà lui stesso ad indicarmi quale altra via potrò percorrere per liberarlo. - Ma nel sogno era sorridente, e chi è incatenato non può essere sorridente, non è vero? - Cosa vuoi dire? - Che non è incatenato. - Mi voleva troppo bene per abbandonarmi così. Solo un maleficio ha potuto strapparmelo in un modo così crudele. - Un'altra donna? - Si; ma tu come fai a saperlo? - Solo una sensazione. - Si, è stata un'altra donna. Lo so per certo. - E lo specchio, cosa c'entra? - Lo specchio? - Si, lo hai detto tu che sarà il mio specchio a riflettere il mio sangue, o una cosa del genere. - Tre punti si specchieranno, diceva il sogno, e tu sei lo specchio. Sei tu, capisci? Sei tu che dovrai riflettere i tre punti! - Questo si che è un bell' enigma. Mi hanno detto che sono luminosa, ma riflettente non me lo ha mai detto nessuno. - Hai voglia di scherzarci su. Sei proprio un'incosciente, non capisci che ne va della tua vita? - Io non la farei così tragica...Ho già capito tutto. Valerie a questo punto intervenne con decisione: - E va bene, signora " so tutto" , fallo capire anche a noi, visto che non ci riusciamo!... - Non prima della cerimonia della Luna. Quella sera, sulla terrazza, le due ragazze non riuscivano a comunicare. Valerie rispondeva a monosillabi glissando tutti i tentativi di Joelle di intavolare una conversazione qualsivoglia. - Insomma, si può sapere cos'hai stasera? - Joelle si era proprio spazientita. - C'è che tu parli troppo e a sproposito, ecco cosa c'è! - E cosa avrei detto a sproposito? - Ti sei messa a prendere in giro la Sacerdotessa, a farle credere di essere a conoscenza di chissà quali segreti, di avere chissà quali poteri... - Chi, io? Ma se avete fatto tutto voi!...Io ho semplicemente detto che quell'uomo è vivo. E se è vivo, tutto il resto perde completamente di credibilita: il sangue, il sacrificio, il maleficio e via di seguito. - Demetra non sbaglia mai quando legge la tazzina... - Perdo sangue tutti i mesi; se è il mio sangue che vuole, non ha che da aspettare, tra qualche giorno sarà accontentata! - Sai che non ci avevo pensato...il dolore...ti fa male quando ti arrivano? - Come a tutte. - E il piacere? - In quei giorni ne ho più voglia, e allora... comprendimi. - Già...come tutte. Resta da chiarire la faccenda dello specchio... - Significa che incontrerò una ragazza che mi somiglia, così sarà come specchiarsi, no? - Già. E i tre punti? - Magari mi somigliera in tre punti, chessò, il naso, il mento e le tette, tanto per fare un esempio. - Siamo a quattro punti, le tette contano per due... - Ora sei tu che mi prendi in giro...Quell'uomo è vivo, perchè non vuoi credermi? - Perchè io sono iniziata alla Luna e tu no! Perchè io vedo più lontano di te! E se non bastasse, di iniziate alla Luna oltre a me qui ce ne sono altre, e Demetra stessa lo è. Se suo marito fosse vivo, noi lo avremmo saputo, stanne certa. Quando ti accorgerai quali sono i poteri che la Luna ti dà, ti renderai conto che stai dicendo delle stupidaggini! Stai prendendo per certezze quelle che sono soltanto sensazioni. - Verrò alla cerimonia e diventerò così potente da farti venire un naso lungo un palmo! E se non basta, ti farò afflosciare le tette e pendere il culo, così imparerai a mettere in dubbio le mie sensazioni! - Ehi, la Luna ti fa soltanto guardare più avanti, non ti fa diventare stregona! Dormi con me, stanotte? - Va bene, facciamo pace. Nel mio letto o nel tuo? - In quello più stretto. - Solo dormire, naturalmente... - Solo dormire. - Affare fatto. Valerie sembrava aver riacquistato il buonumore. - Muoviamoci, allora, prima che ricominci con le tue tiritere... - Ah, ma allora vuoi guerra!... - Mi diventeranno più grosse delle tue e il sedere più tondo, e i ragazzi guarderanno me, non te....- Stavolta era Valerie ad attaccare. - Lascia perdere, ti guardano già così come sei, non preoccuparti! - replicò Joelle, conciliante. - Sono bella davvero? - Mi fai impazzire! - Non è te che devo far impazzire!... - Allora, ai tuoi occhi non sono nessuno!?... - Ma che dici, sei quella che conta più di tutte! - Più del tedesco? - Più di tutte, ho detto. - Ah, non avevo afferrato la sottigliezza. - Smettila, altrimenti sarò io che afferrerò te, ma per i capelli! - E cosa mi farai? - Se non la smetti, te lo faccio davvero! - Non la smetto. Valerie le infilò la mano tra i capelli, la trasse a se con un movimento deciso e le infilò la lingua in bocca. Joelle non si difese. - Hai un buon sapore. - Le fece Valerie, ansimando. - Anche tu. - Andiamo a letto. - Solo dormire? - Solo dormire, accidenti a te, solo dormire! Perchè se ti prendo, non ti lascio fino a domattina! Willi Il barcone si avvicinò scarrocciando fin quasi a toccare la banchina. Fu gettata una cima e volenterosi marinai, da terra, provvidero ad assicurarla efficacemente ad una bitta. Fu gettata la passerella e i turisti, che si accalcavano vicino al parapetto in attesa di scendere, iniziarono a percorrerla per mettere finalmente i piedi a terra. Valerie osservava distrattamente i marinai a terra, giocherellando nervosamente con un pezzetto di spago che aveva trovato lì per caso. Joelle invece aveva seguito attentamente tutta la manovra di attracco ed ora si divertiva a frugare con lo sguardo tra la calca dei viaggiatori in fila per scendere. Fu lei ad individuarlo per prima: - Eccolo, è lui, lì a sinistra, quello con la maglietta verde! Valerie focalizzò lo sguardo nella direzione indicata da Joelle. Erano entrambe sedute sul muretto prospiciente il molo, ad attendere i turisti in arrivo col barcone che fungeva da traghetto. Wilhelm Hahnauser, detto Willi, reggeva con la destra un borsone da viaggio, mentre con la sinistra brandiva un fascio di giornali a mò di bastone, come a voler farsi largo nella ressa. - Accidenti, occhio d'aquila, è proprio lui, Willi ! Ma come hai fatto a riconoscerlo? - Esclamò Valerie balzando giù dal muretto. - Me lo hai descritto così bene, che sarebbe stato impossibile confonderlo. Il ragazzo percorse il breve tratto che lo separava dalla terraferma, stando attento più a mantenere l'equilibrio sulla passerella barcollante, che a guardarsi intorno in cerca di qualche figura amica. Se la trovò di fronte all'improvviso, silenziosa, sorridente, bellissima. Il suo volto si illuminò. Senza una parola, si allontanò di qualche passo per togliersi dal flusso della gente, lasciò cadere a terra il borsone, vi poggiò accuratamente i giornali infilandoli in una delle cinghie affinchè non cadessero, si sollevò nuovamente e afferrò Valerie per le braccia. Joelle non osava avvicinarsi. I due si stavano baciando con intensita e una foga addirittura scandalosi per essere in un luogo pubblico, benchè nessuno dei viaggiatori che fluivano disperdendosi in mille rivoli, sembrasse farci caso più di tanto. La raggiunsero sorridenti ed avvinghiati. - Lui è Willi, lei è Joelle. - Enchantè. - Ciao! Ora aveva conosciuto il tedesco. Non tanto alto, biondo di capelli, un viso simpatico che sembrava tagliato con l'accetta, questo era Willi. In quel momento, Valerie non aveva occhi che per lui. Un fuoristrada si affacciò da una stradina secondaria e fece sentire il suo clacson. - Eccoli, sono venuti a prendermi. - Willi agitò il braccio per farsi riconoscere. - Ci vediamo stasera? - Gli chiese Valerie con espressione ansiosa. - Certo, ho tante cose da raccontarti. - Vieni su da me? - Si, verrò dopocena, aspettami. Le due ragazze lo salutarono, mentre il fuoristrada, con lui a bordo, riprendeva la via della collina. - Ehi, vieni di nuovo a raccontarmi che non sei innamorata! - Joelle dette un pizzico alla sua amica. - Ahi, mi fai male! - Ti serve per svegliarti, sembri caduta in trance! - L'hai visto il mio Willi? Che te ne pare? - Ah, è già tuo? Uh, non è il mio tipo! - La vuoi smettere di prendermi in giro? - Se vuoi che la smetta, confessa di esserne innamorata! - E va bene, confesso. Contenta ora? - Uh, non del tutto. Da come ti ha baciata, anche lui deve essere preso di te! - Mi bacia sempre così, quando ci vediamo dopo tanto tempo. Però poi si ferma lì. - Vuol dire che tu e lui non... - Esatto. - Ma allora quella notte sulla spiaggia... - Quale notte? - Me lo hai raccontato tu...quando avete fatto il bagno nudi e poi... - Ah! No, lui non c'era. Joelle non volle essere indiscreta, però le sarebbe piaciuto sapere chi era stato il partner di Valerie, quella notte. Preferì aspettare un momento più opportuno per chiederlo. Valerie non era nelle condizioni di connettere, in quel momento. Si avviarono verso il motorino. - Torniamo a casa? - Si, tanto ormai il prossimo traghetto arriverà stasera. - E anche perchè chi doveva arrivare è già arrivato... - Sei proprio insopportabile!... Montarono entrambe sul motorino e si allontanarono a tutto gas. Quella sera Valerie mangiò svogliatamente. Appena ebbero finito, corse in camera sua tirando per mano una Joelle che ancora stava masticando un pezzo di mela. - Aiutami a lavarmi i capelli. - Valerie tolse di dosso i vestiti rimanendo solo con gli slip. Joelle si mostrò molto volenterosa nel suo ruolo di sciampista. Le lavò i capelli e glie li asciugò con cura, badando a pettinarglieli in maniera da farli apparire come una cascata di fili di seta. Valerie ebbe il buon senso di lasciarla fare, senza comunicarle quel frenetico nervosismo che le covava dentro e che a malapena riusciva a mascherare col suo autocontrollo. - E ora cosa mi metto? Dammi un consiglio, metto un vestito lungo o la minigonna con la camicetta, magari senza reggiseno? - Fossi in te, metterei il vestito lungo senza niente sotto. - Proprio niente? - Proprio niente. Valerie non era in grado di decidere da sè. Joelle era sicuramente più lucida in quel momento. Si fidò del suo parere e, con un gesto veloce, sfilò via gli slip. - Vada per il vestito. Ma non ti sembra esagerato metterlo senza niente sotto? Lui se ne accorgerà di sicuro e penserà che lo abbia fatto apposta. - Che pensi quello che vuole. - Accidenti, non sono abituata ad andare in giro così! Intanto, si era infilata il vestito e lo aveva abbottonato fino all'attaccatura dei seni. - Abbottonatelo ancora più su, non si deve vedere niente. Poi, magari, se vedi che lui ti guarda, con noncuranza sbottonerai un bottone. Ti ha mai vista nuda? - No, mai. Perchè? - Perfetto. Fà come ti dico. - E se lui... - Se lui cosa? Se fa dei commenti, rispondigli a tono. E se ci prova, mollagli una sberla. - Dici che ne sarò capace? - Fa parte della tattica; pensa a questo, vedrai che ti riuscira più facile. - La sai lunga, tu. Ma chi te le ha insegnate queste cose? - Non certo la mamma. So osservare, io; e so ascoltare. Non sono poi così ingenua come pensi. - Scommetto che tra poco mi confesserai di esserti fatta un reggimento di granatieri... - Non essere volgare!... No, sono vergine. Ma so come far girare la testa a un ragazzo... - Pensi che con un tedesco possa funzionare? - Perchè, cos' hanno di diverso i tedeschi? - Mah, lui è così... - Così come? - Tutto d'un pezzo. Hai notato come si è preoccupato di posare i giornali per bene, prima di abbracciarmi? - Ho notato ciò che ha fatto dopo. E non mi sembrava affatto tutto d'un pezzo! - Uhm, non mi ci far pensare!... - Ti è piaciuto proprio: hai i capezzoli dritti! - Non ti sfugge niente, eh? - Vedrai che funzionerà. - Accidenti, perchè dovevo innamorarmi di uno stoccafisso? - Sei sicura che sia uno stoccafisso? Forse segue soltanto la sua educazione. Gli avranno insegnato che le donne si toccano solo dopo il matrimonio... - Non dire stupidaggini, non è fanatico fino a quel punto. - E tu come fai a saperlo? - Una mia sensazione. Solo tu puoi avere sensazioni? - Una sensazione non prova niente. Non si va da nessuna parte con le sensazioni, ci vogliono certezze! - Si, va bene, accetto la lezione. Hai una buona memoria tu, specie quando si tratta di far tornare il boomerang da dove è partito... - Smettiamola ora! Sei incantevole, qualsiasi uomo farebbe pazzie per te. Se lui fa l'indifferente, vuol dire che di donne non ne capisce proprio niente! - Bella consolazione! E io che faccio? - Te ne cerchi un altro! - Ah, smettila! Sei brava a sollevare i problemi, ma in quanto a soluzioni lasci molto a desiderare... - Hai una soluzione migliore? - Si, inchiodarlo contro il muro e farglielo venir duro fino ad esplodere! - Uh, se non è uno stoccafisso, dovrebbe venirgli duro solo a guardarti! - Tu tienilo d'occhio proprio lì, poi mi dirai se ha funzionato. - Io? Non vorrai portarmi con te, spero, non sarai ingenua fino a questo punto! - Non posso mica lasciarti qui da sola!... - Certo che puoi! Non fare tardi, dovrai raccontarmi tutto per filo e per segno, senza tralasciare il minimo particolare! - Posso dirti una cosa? - Concesso. - Ti voglio bene. - Anch'io. Ma ora va giù, lui dovrebbe arrivare a momenti; e smettila di mordicchiarti le dita, non hai più quindici anni! Joelle si allungò sulla sdraio. Willi era andato via da poco, in compagnia di Valerie. Quel ragazzo era proprio strano: la baciava come se fosse la sua unica donna, il grande amore della sua vita, e poi trascurava tutto il resto. Eppure Valerie era una gran bella ragazza, un bocconcino prelibato al quale difficilmente una ragazzo avrebbe saputo rinunciare. O forse nella sua vita c'era un'altra, e Valerie non lo sapeva. Mah, l'avrebbe aspettata per sentire gli sviluppi della situazione. Il tempo passava e Valerie tardava a tornare. " Uh, ora la sta baciando. Lei ha sbottonato il vestito e lui le ha poggiato una mano sul seno. Ora glie lo stringe. Lei geme. Lui si fa più ardito e le infila l'altra mano sotto il vestito, lungo la coscia. Scopre che sotto è nuda. La afferra con decisione e le sfila il vestito. Lei lascia fare. Ora è nuda del tutto. Lui non resiste, la prende con furia. Lei si morde le labbra per non gridare, è travolta dal piacere. Lui viene fuori e si volta per non bagnarla. Si rivestono. Lui non dice niente. Lei neppure. Ormai non c'è più bisogno di parole tra loro. Lei gli chiede di riaccompagnarla, è tardi; lui le prega di rimanere ancora un po'. Lei insiste, è tardissimo. Lui l'accompagna malvolentieri e le chiede di pensarlo, stanotte. Lei glie lo promette, dice che lo penserà fino a sognarlo, e poi ancora al risveglio, fino a quando non lo vedrà ancora. Lui l'accompagna. La bacia appassionatamente prima di lasciarla andare. Le dice che è divina. Lei gli manda un bacio sulla punta delle dita e rincasa di corsa. Lui aspetta che la porta si richiuda, poi si sposta sotto la finestra della stanza di lei. Lei accende la luce della sua stanza, guarda fuori, lo vede, tira via il vestito e si affaccia, così com'è, per dargli l'ultima buona notte. Lui va via sconvolto dall'emozione. Fine del film" - Ehi, dormi? La voce di Valerie la scosse dal torpore in cui era a poco a poco scivolata. - Allora? - Joelle era di colpo ritornata sveglia come un grillo. - Allora…,niente. - Come sarebbe, "niente"? - Niente. - Non ti ha... - Abbiamo parlato, parlato, parlato. - E basta? - E basta. - Nemmeno un bacio? - Nemmeno un bacio. - Ma tu, hai fatto come ti ho detto io? - Certo che l'ho fatto. Anzi, visto che non si scomponeva, a un certo punto ho fatto in modo che mi si sollevasse il vestito. - E lui? - " Non porti niente sotto?" Mi ha detto. - E tu? - "Stasera mi dà fastidio persino il vestito" , gli ho risposto. - Ottimo, un invito a togliere anche quello. Brava, fai progressi. E lui? - "Ti vedo molto nervosa, stasera. Qualcosa non va?" - Che babbeo! E tu? - Cosa volevi che gli rispondessi? Che era lui che mi rendeva nervosa? L'ho pregato di tenermi le mani, così mi sarei calmata. - E poi? - Mi ha fatta sedere più vicina a lui, mi ha preso le mani e mi ha detto " Tremi tutta, hai freddo?" - Accidenti, è proprio imbecille! - Gli ho detto che non avevo freddo, che era l' emozione di quell' incontro... - Ah, un po' fiacca come risposta. - Trovane tu una migliore, ero verde di rabbia! - E lui? - Mi fa " Forse è meglio se ti riaccompagno a casa, hai freddo e vuoi fare la dura." - E tu? - Poco c'è mancato che lo mandassi a quel paese. Gli ho detto che no, non avevo freddo, ma ha voluto fare di testa sua: mi ha riaccompagnata fino all'inizio del viale, mi ha dato un bacetto sulla guancia, ha girato la moto ed è andato via senza nemmeno aspettare che rincasassi. - Sono tutti così i tedeschi? - Non lo so; lui è così. Forse non gli piaccio. - Non ha funzionato! Accidenti, come si fa a resistere a una come te? A volte faccio fatica anch'io, che pure sono una donna...! - Uh, non me l'avevi mai detto. - Si, ma non farti idee strane. - Dormiamo insieme stanotte? - No, è meglio di no, io non sono tedesca. - Scema!... Sei meravigliosa, ti adoro! - A nanna adesso. E dimentica quello stoccafisso, almeno per stanotte. Se ti sento gemere, vengo lì e ti sculaccio. - Se mi sentirai gemere è perchè starò pensando a te... - Allora sarà meglio che me ne rimanga nel mio letto, almeno fino a domattina. - Buonanotte. - Buonanotte, e sognane uno più sveglio! Joelle non si capacitava. Come poteva un ragazzo di normale buonsenso comportarsi in quel modo così ...non riusciva a trovare un termine che potesse definirlo... Ma forse una spiegazione c'era: lei era abituata ai ragazzi latini, per i tedeschi probabilmente la tattica doveva essere diversa. Quel ragazzo non era affatto male, le piaceva abbastanza, anche se a Valerie aveva detto il contrario, per non allarmarla. Se ci fosse stata lei al posto di Valerie, probabilmente avrebbe saputo come voltare la situazione in suo favore; ma poi, chissà se ne sarebbe per davvero valsa la pena. No, era meglio non dare giudizi affrettati; avrebbe avuto modo di conoscerlo meglio e allora, probabilmente, avrebbe saputo come far muovere Valerie senza rischiare nuovamente l'insuccesso. Si rigirò nel letto un paio di volte, poi smise di pensare al tedesco e immaginò di tenere Valerie stretta contro il suo corpo. Per un attimo le venne il desiderio di alzarsi e andare dritta ad infilarsi nel letto di lei; poi però si mise a faccia in giù contro il cuscino e lasciò che i suoi pensieri si affievolissero fino a sfumare in quello stadio che precede di un filo la soglia dell'altra dimensione. Ebbe la sensazione di alleggerirsi sempre di più. Qualche attimo dopo, navigava nelle placide acque del regno di Morfeo. Rada Valerie si era svegliata da poco. Fuori, il vento spingeva le nuvole ad occupare anche l'ultimo tratto di cielo rimasto sereno. Gli uccellini, di solito così chiassosi, si erano chiusi in un silenzio irreale, intimiditi dal grigiore incombente. " Tra poco pioverà, accidenti!", pensò la ragazza con fastidio. Mise qualcosa addosso e si recò in camera da Joelle. La trovò sveglia, stesa sul letto con un'espressione sofferente. - Chiedi alla cuoca se ha qualcosa contro il mal di pancia...- si lamentò Joelle non appena la vide. - Quella ha sempre qualcosa per tutto. Torno subito. - Valerie si mosse in direzione della cucina. Tornò poco dopo con un bicchiere di liquido verdastro, appena tiepido. - Bevi questo. Non so cos'è, ma dovrebbe funzionare. Joelle sedette sul letto e mandò giù un sorso, aggrottando il viso in una smorfia: - È amaro! - L'importante è che funzioni, bevilo tutto! Ti va di uscire, stamattina? - Si, aspetta solo che mi passi questo dannato mal di pancia. Oggi mi sento proprio uno schifo. - Forse è il tempo che sta cambiando; minaccia di piovere e anch'io non sono nella forma migliore, anche senza mal di pancia. Joelle finì di vestirsi. Quando tornò dal bagno, aveva l'aria già più serena. - Ehi, sai che funziona? Devi chiedere alla cuoca cosa ci ha messo dentro, mi è passato del tutto! - Quella non scuce una parola neanche sotto tortura. Non mi ha mai permesso di assistere alle sue preparazioni, figuriamoci se mi rivela la ricetta! - È proprio una strega egoista! - Prova a chiederglielo tu, forse a te non dice di no. - Un'altra volta. Anche il motorino quella mattina non aveva intenzione di collaborare. Dopo ripetuti tentativi riuscirono a metterlo in moto, ammorbando l'aria con folate di gas bluastro e puzzolente di carburante non perfettamente combusto. - Quando arriviamo in paese lo farò guardare, altrimenti corriamo il rischio di dovercene tornare a piedi. - No, per favore, è tutto in salita! - Dài, coraggio, per male che vada avvertiremo di venirci a prendere; non te la farai a piedi, non preoccuparti! Il motorino partì come se fosse stato costretto con la forza. La strada in discesa lo aiutò a procedere in maniera dignitosa, pur continuando a lasciare dietro di sè una scia di gas incombusto, sintomo della sua non buona salute. Si fermarono davanti a un portoncino verniciato di fresco. - Siamo arrivate. Scendi, che metto dentro il motorino. Joelle aiutò a tener aperto il portoncino, che aveva un congegno di chiusura automatica. Sistemato il motorino, Valerie fece cenno all'amica di seguirla su per la scalinata in pietra che conduceva a un pianerottolo, sul quale si affacciavano tre porte. Lei bussò alla porta centrale. Venne ad aprirle una signora anziana. - Desiderano? - Sono un'amica della padrona. Lei è nuova di qui, vero? Non c'era, l'anno passato. - Si, lavoro qui da due settimane. Attendete, ve la chiamo subito. - Oh, non si preoccupi, conosco la strada. - Detto questo, Valerie si diresse verso una porta a vetri poco distante, trascinandosi una Joelle ancora poco convinta. Bussò con una cadenza particolare ed attese. - Ehi, che sorpresa! - La porta si era aperta e una voce squillante dette il benvenuto alla ragazza. - Ciao, tutto bene? Questa è Joelle. - Io sono Rada. - Così dicendo, strinse la mano di Joelle con un vigore insospettabile in una ragazza all'apparenza così fragile come appariva, così magra e tutta avvolta in un lunghissimo scialle nero di seta ricamata d'argento. Joelle la guardò attentamente, con la discrezione che la sua educazione le imponeva. Poteva avere intorno ai trent'anni,forse qualcuno in più. Molto magra,le dita delle mani lunghissime ed ossute, la pelle di un bianco quasi trasparente. E poi gli occhi. Uno sguardo che la trapassò da parte a parte, sottile, pungente, ma non sgradevole. Quella luce, negli occhi di un grigio felino, che avrebbe inchiodato chiunque, ma non lei. Se ne sentiva trafitta, ma non ferita; due raggi laser che cercavano di intrufolarsi nella sua mente, nei suoi pensieri, per carpirne i segreti. Ma non trovavano la combinazione. La attraversavano senza potersi fermare a frugare dove non dovevano. - Ti ho portato un regalo - disse Valerie tirando fuori da una tasca uno scatolino fermato con del nastrino rosso. - È per me? - Rada lo prese delicatamente. Ne sciolse il nastrino e divaricò le due valve come aprendo una conchiglia. Un anello d'argento molto lavorato, con una grossa pietra al centro e tante pietrine luccicanti incastonate nel disegno, le riempì gli occhi del suo luccichio. - È stupendo! Ma...deve valere una fortuna!... - L' hai detto. L' ho comprato da un antiquario; lo aveva terribilmente sottostimato, pensava che fosse un' imitazione solo perchè lo aveva trovato tra un mucchio di cianfrusaglie. L' ho fatto vedere al gioielliere di mia madre: ha detto che è un pezzo di fattura incredibilmente pregevole. - E tua madre ti ha permesso di tenerlo così? - Ciò che è mio, è mio. - Capisco. Ma perchè regalarlo a me? - Chi più di te può portarlo con la dignita che gli spetta? È l'anello di una regina e solo una regina ha diritto di portarlo, non sei d'accordo? Per un momento, Rada apparve confusa. Poi si riprese: - Siamo così diverse noi due! Però in fondo siamo fatte della stessa pasta. Se io sono una regina, tu non sei certo da meno. Sono convinta che sarai tu a prendere il mio posto, quando io sarò andata via. - Spero di diventarne degna. E tua sorella? Non l'ho vista in giro! - Tornerà tra poco. - Ho qualcosa anche per lei. - Aspettala, sarà felice di vederti. - Approfitto per portare il motorino dal meccanico, altrimenti corriamo il rischio di rimanere appiedate. - Si voltò verso Joelle, che fino a quel momento non aveva spiccicato una parola: - Aspettami qui, torno subito. Se viene Velia dì che sei la mia amica e che torno subito. Joelle annuì. Rada le fece cenno di accomodarsi su una poltrona. Joelle sorrise e si accomodò. Rada rimase in piedi. - È da molto che conosci Valerie? - No, da meno di un mese. - Ah... Non ti ha parlato di noi? - No, mai - Allora, non sai niente di me... - No. - Ti ha fatto conoscere qualcun'altra, prima di venire qui? - Si, siamo state da una signora, in una casa sulla collina. - Ah...Demetra? - Si, l' ha chiamata così. - Ah... - Non avete parlato di me? - No, o almeno lei e Valerie non l'hanno fatto in mia presenza. Avrebbero dovuto farlo? - No, era così per dire... Joelle non era preparata a quell'interrogatorio. Temeva di rivelare involontariamente qualcosa che invece avrebbe dovuto tenere per sè, e allora si limitava a rispondere col minor numero di informazioni possibile. Valerie l'aveva chiamata Regina, ma regina di cosa? E cosa c'entrava Demetra, la Sacerdotessa? Se Rada le stava facendo tutte queste domande, evidentemente doveva esserci un motivo. Sperò che Valerie facesse in fretta; si sentiva a disagio da sola con quella donna che le faceva tutte quelle domande. Rada andò a sedersi a sua volta. Aveva dei movimenti fluttuanti, di un'eleganza antica. Vestiva completamente di nero, coperta dal collo alle caviglie. Aveva le unghie molto lunghe e perfettamente curate, ricoperte di una lacca madreperlacea. Al collo portava una collana d'argento, molto lavorata. Al dito, un anello d'argento con una perla. L'anello che le aveva appena regalato Valerie, lo aveva subito infilato nell'anulare dell'altra mano e le stava da incanto. Un anello da regina, appunto. - Sei molto bella. - Rada ruppe il silenzio. - Grazie. - E anche molto intelligente. Joelle sorrise. Rada abbassò lo sguardo e sussurrò: - Fin troppo. Il sorriso di Joelle mutò in una smorfia di disappunto. Rada se ne accorse. Si alzò e le andò vicino. - Sei pericolosa tu, sì, sei pericolosa. Tutte le persone intelligenti sono pericolose. Perchè al cretino gli fai fare quello che vuoi tu, mentre la persona intelligente fa quello che vuole lei, anche se tu non lo vuoi. - Ma io non ho intenzione di fare proprio niente! - si provò a protestare debolmente Joelle. - Lo farai quando sarà il momento. Le persone intelligenti sanno sempre quando è il momento. Joelle capì che ancora una volta era il caso di tenere la bocca chiusa. Le persone intelligenti sanno quand'è il momento di tenere la bocca chiusa. Rada tornò a sedersi. Rimase a guardarla in silenzio. Poi con la mano fece cenno a Joelle di alzarsi: - Tirati su, lasciati guardare. Voglio vederti per bene! Joelle acconsentì volentieri. Sapeva di essere molto ben fatta, su questo non aveva timori. - Girati lentamente. Si, così. Sbottona un po' la camicetta, fammi vedere il seno. Joelle sbottonò la camicetta fino in fondo e l'aprì . Tirò il fiato, prese il reggiseno con entrambe le mani e lo sollevò, liberando i seni. Lo tenne tirato su, per dar modo a Rada di guardarla a piacimento. - Stupenda, veramente stupenda. Ricomponiti ora, Valerie può arrivare da un momento all'altro. - Le piaccio davvero? - Sei più bella di Valerie.., puoi darmi del tu, alle ragazze belle è permesso darmi del tu. E anche a quelle intelligenti, quindi a te è permesso due volte. - Grazie, oggi è la giornata dei complimenti! - Li meriti pienamente. Un allegro cicaleccio proveniente dalla scalinata, le interruppe. Le voci di Valerie e di un'altra ragazza si sovrapponevano allegre e concitate. La porta si aprì come spinta da una folata di vento e le due ragazze irruppero nella stanza riempiendola della loro allegria. - Ecco, questa è Velia, e questa è Joelle. - Valerie fece in fretta le presentazioni. - Guarda che mi ha portato! - Fece Velia a sua sorella mostrando un beauty-case tutto colorato. - Oh, è solo un set di trucco, nulla di più. - si schernì Valerie. Rada sorrise. Era un set di trucco certamente costoso, ma niente in confronto al suo anello. La regina era lei, non sua sorella. - Ora dobbiamo proprio andare, ci si vede una sera di queste, d'accordo?- si affrettò a dire Valerie, guardando entrambe le sorelle. - Vieni pure quando vuoi, sei sempre la benvenuta! - Rada parlò anche per Velia. Le due sorelle accompagnarono le due ragazze fin giù alla scalinata, salutandole ancora una volta con molto calore. Quando furono nuovamente sole, Joelle informò Valerie del dialogo avuto con Rada. - Uhm, dovevo aspettarmelo. Tu comunque ti sei comportata in maniera perfetta. Non fare parola con nessuno di quanto mi hai detto adesso, men che mai con Demetra. - Qualcosa non va tra lei e Rada? - C'è della rivalita tra le due. Poi ti racconto. Ora dobbiamo finire la distribuzione dei regali, ho ancora diversa roba nel bauletto. Dopo le cure del meccanico, il motorino sembrava aver ripreso la sua antica allegria. Ora non cacciava più fumo bluastro dal tubo di scappamento, e anche il rumore era migliorato. Filava anche di più, nonostante il peso delle due passeggere e la strada in salita. Di volta in volta, Valerie si fermava, consegnava il suo regalo, faceva le presentazioni e poi scappava via. A differenza di Rada e di Demetra, che parlavano perfettamente la sua lingua, Joelle non capiva ciò che Valerie e le altre ragazze che andavano incontrando, si dicevano tra loro. Parlavano nella lingua del luogo, che a lei era del tutto incomprensibile. Con lei, si limitavano a sorridere, e lei ricambiava. Con Valerie invece, ognuna di loro sembrava avere fiumi di notizie da raccontare e a tutte Valerie diceva di avere una gran fretta e che si sarebbero incontrate più in là; questo, almeno, Joelle riusciva a capirlo. Godeva di molta notorietà, Valerie, tra le ragazze del borgo, a quanto sembrava. La sorpresa Nel pomeriggio, le ragazze scesero a passeggiare nel parco. Il tempo non accennava a migliorare, ma nemmeno a peggiorare. - Che tipo strano, Rada! Perchè l'hai chiamata "regina"? - Perchè lo è. Fa parte di una sétta magica molto esclusiva, della quale faccio parte anch'io. Non te ne ho parlato prima, perchè volevo che Rada ti conoscesse. Devi averle fatto una buona impressione, da come ti guardava. - Lo credo anch'io - si limitò a rispondere Joelle, senza confidarle di aver già mostrato il seno alla regina. - Rada sa che io frequento il gruppo del culto della Luna, ma ritiene che finirò per abbandonarlo per dedicarmi interamente a lei. - Posso chiedere qual'è la differenza? - Enorme. Il culto della Luna ti concede poteri di chiaroveggenza e una sensibilità più accesa, mentre la sétta di Rada pratica magia vera e propria. - Sarebbe sgozzare i galli e infilare spilli nelle bambole di cera? - Assolutamente no; è tutta un'altra cosa. Si cerca di possedere la mente dell'avversario e di condizionarla al proprio volere, ma non con mezzi così truculenti! - E come, allora, con la persuasione occulta? I messaggi subliminali? - Ne sai di cose, tu, eh? Non è proprio così, ma ci sei andata vicina. Nel nostro caso i condizionamenti sono più intensi, più coinvolgenti. Si tratta di possedere completamente la volontà di una persona e di condizionarla in tutto alla propria volontà. Di farle fare quello che vuoi tu, insomma, senza che lei possa opporsi. - Rada ci riesce? - Non del tutto, ma è comunque molto pericolosa. - E tu ci riesci? - Per niente! Cioè, non ci ho mai provato. Forse, perchè inconsciamente rifiuto l'idea di obbligare la gente a fare quello che voglio io. - Sai cosa mi sta venendo in mente? Perchè non tenti con Willi, eh? Sarebbe proprio la vittima ideale! - No, preferisco sedurlo in maniera tradizionale. - Ma se non ha funzionato! - Non lo avrò preso per il verso giusto. Forse è uno che si accende a sentir recitare le poesie, o magari a parlare di politica. Non si sa mai, coi tedeschi. - Prova a parlare di birra. - Ora sei tu a diventare volgare; te l'immagini Willi " signor tutto d'un pezzo" , cantare ubriaco in una taverna? - Uh, vorrei proprio vederlo! Joelle gli fece il verso, mimando un ubriaco col suo boccale di birra pericolosamente ondeggiante, il passo incerto e gli occhi spiritati. Valerie sorrise. Joelle tornò seria: - Rada ha un buon concetto di te, - riprese - se ha detto che ti vede come la futura regina. - Rada è convinta che con i miei poteri potrei giungere dove non riesce a giungere lei... - Se davvero così potente? - Oh!...Sono i poteri che mi dà la Luna, solo quelli. Però a lei paiono una gran cosa, perchè lei non li ha. Tutto qui. - Allora sei più forte tu!... - Siamo diverse. Anche lei, come me, è una creatura della notte; ma nella notte ci sono le lucciole e ci sono i pipistrelli. Se io sono una lucciola, lei è un pipistrello. Afferrata la differenza? - Vediamo se ci arrivo: tu illumini la notte, mentre lei la sfrutta, utilizzando il buio per la sua caccia. Indovinato? - È un esempio perfetto, complimenti. Sia lei che io abitiamo la notte dell'anima; però, mentre i seguaci della Luna cercano la verità per illuminare il buio dell'ignoranza, la congrega di Rada sfrutta quel buio per ottenerne vantaggio personale. Noi diamo, loro invece prendono, chiaro il concetto?. - Altrochè! E tu ti diverti a tenere il piede in due scarpe, giusto? - Pressappoco. In quel momento, Valerie fu chiamata da una servente. Entrò in casa e ne uscì poco dopo; si avvicinò a Joelle: - Devo andare giù al borgo, starò via un paio d'ore, forse tre. Devo fare da interprete ad un amico di mio padre. - Và pure, io intanto faccio un giro a piedi su per la collina. - Attenta a non perderti. L'autista richiamò Valerie, che corse via lungo il viale. Joelle si incamminò lentamente, svoltando per la parte superiore del sentiero, che lei e Valerie avevano sempre percorso in discesa per recarsi giù in paese. Dopo un centinaio di metri, il sentiero riprendeva a scendere al di là della collina, lungo il versante opposto al mare. La vegetazione era intensa, ma seguendo il sentiero non c'era il rischio di perdersi. Joelle camminò di buona lena, decisa a percorrerlo per un buon tratto. Ad un tratto, le parve di sentire delle voci. Provenivano dall'interno del bosco. Si guardò intorno. Una delle voci sembrava proprio quella di Willi. Si inoltrò nella vegetazione, badando bene a cercarsi dei punti di riferimento per il ritorno. Vide in lontananza un qualcosa che assomigliava a una casupola, di quelle che i boscaioli utilizzano per tenere gli attrezzi o la legna appena tagliata. Le voci non si sentivano più. Attenta a non far rumore, si avvicinò alla baracca. Dall'interno provenivano dei gemiti che non le sembravano di dolore. La porta era semiaperta. Dette un rapido sguardo all'interno e subito si ritrasse; aveva intravisto un corpo nudo tra i cumuli di legna, ma era pericoloso rimanere lì: dall'interno avrebbero potuto vederla.. Girò intorno alla costruzione alla ricerca di qualche fessura alla quale accostarsi e infine la trovò, sufficientemente larga per guardare senza essere vista. Si appoggiò appena alla parete ed avvicinò l'occhio alla fessura. Dal punto in cui era, poteva vedere Willi di spalle, per intero. Sdraiata su un sacco a pancia in giù era una ragazza, della quale intravedeva soltanto le gambe. Willi la stava penetrando ritmicamente, causandone quei gemiti che lei aveva sentito prima dall'esterno. Stette a guardare per qualche momento, poi si distaccò e, attentissima a non far rumore, si allontanò in direzione della strada, in preda a un gran nervosismo. " Accidenti" - pensò - " e ora cosa dico a Valerie? Devo dirglielo, intanto? O non è meglio che faccia finta di non aver visto niente? Ma allora che amica sarei? Devo trovare le parole giuste, non posso ferirla così a crudo. Ho ancora un paio d'ore davanti a me, cercherò di presentarle la cosa in modo da non farle troppo male." Giunta nuovamente sul sentiero principale, si avviò di buon passo verso la casa, cercando nel suo vocabolario i termini giusti per dare a Valerie la cattiva notizia. Valerie arrivò prima del previsto. - Ti sei annoiata? - Si informò immediatamente. - No, è piacevole camminare nel bosco. - Tu hai da dirmi qualcosa... - Eh? - Te lo si legge in faccia, devi dirmi qualcosa, vero? - Ma no, cosa vuoi che abbia da dirti... - Avanti, non fingere con me. Vuoi che non me ne accorga? - E va bene, dimenticavo che tu illumini la notte! È una cosa spiacevole, vuoi davvero che te la dica? - Certo che lo voglio. Avanti, dimmi cosa è successo! " Sei tu che mi costringi" , pensò Joelle un attimo prima di scaraventarle addosso la verità, come un secchio d'acqua gelata. - È successo che ho visto Willi scopare con una, dentro un capanno, nel bosco. Valerie rimase per un attimo come paralizzata. - Hai visto Willi... - Si, era lui. Vuoi i particolari? - Hai riconosciuto la ragazza? - No, dal mio punto di osservazione non potevo vederla, stavo spiando da una fessura. Valerie era diventata rossa di rabbia e di gelosia. - Altro che stoccafisso! Altro che tedesco!...C'è un'altra, ecco cosa c'è! - Eh, già. - Commentò tristemente Joelle, guardandola con compassione. Valerie puntò lo sguardo dritto su di lei, folgorata da un pungente sospetto: - E tu, che ci facevi su al capanno? Sei sicura che Willi scopava con ... - Smettila. Non ero io, quella! - La voce di Joelle era di colpo salita di tono. - Scusami, non dovevo nemmeno pensarlo. Valerie capì di aver commesso un madornale errore di valutazione. Si stava davvero comportando come una stupida. Joelle si addolcì: - Sei tu che hai voluto sapere per forza, io avevo deciso di non dirti niente; magari è solo una scappatella occasionale, non devi per forza pensare che lui abbia un'altra. - Non è il caso di ...Ora capisco perchè con me non ha fatto una piega! - Se avesse avuto un'altra te l'avrebbe detto, no? - Anche questo è vero. Però potrebbe aver taciuto per non urtare la mia sensibilita, ti pare? - Da lui ci si può aspettare anche questo. È da mettere in conto. Vuol dire che chiederai a Rada di eliminare la tua rivale, lei può farlo, no? - Sei matta? Io non uso certi mezzi, non lo farei mai! Joelle scosse la testa: - L' ho detto per provocarti. Sai, in certe situazioni gli scrupoli si assottigliano alquanto, e in amore come in guerra...Volevo essere certa che non ti fosse venuta davvero, un' intenzione del genere. - Se mi fosse venuta, invece, cosa avresti fatto? - Avrei intercesso per la povera vittima. - Ma che cuore gentile! - Devo allenarmi anch'io a illuminare la notte, no? - Sei pericolosa, tu. Devo fare attenzione. - È una frase che ho già sentito. - Ah, si? C'è qualcun altro che vede il pericolo, in te? - Me l'ha detto Rada. Ha detto che le persone intelligenti sono pericolose... - Allora tu non corri il rischio... - Scema!... Le due ragazze scoppiarono a ridere. Valerie tornò a rabbuiarsi subito dopo: - Credi sia il caso di chiedere ancora a Willi di uscire con me? - Aspetta che sia lui a cercarti. Se ha un'altra, non te lo chiederà; se invece te lo chiede, è perchè non ha un'altra. O no? - Non fa una piega. Aspetterò. Dopo cena, le due ragazze si trattennero nella stanza di Joelle. Fuori piovigginava; niente di serio, ma era meglio non esporsi a quell'umidità pericolosa. Valerie non sembrava depressa, ma la sua solita allegria stentava a riapparirle sul volto. Joelle volle provare a distrarla: - Mi hai detto che c'è rivalita tra Rada e Demetra. Posso sapere perchè? - È una storia cominciata tanti anni fa. Il padre di Rada lavorava in Svizzera e la madre era nell'isola a badare alle bambine, vivendo coi soldi che riceveva da lui, fino a quando il pover'uomo ebbe un incidente sul lavoro e ci lasciò la pelle. Coi soldi dell'assicurazione, la vedova comprò quella casa dove siamo state, e mise su un alberghetto. Era una donna molto bella e ancora molto giovane. Finì per invaghirsi di un ragazzo ancor più giovane di lei e ne fu ricambiata. Il caso volle che il ragazzo finisse per innamorarsi anche di un'altra. Non passò molto tempo, che lasciò la vedova per sposarsi con l'altra. Naturalmente la madre di Rada si sentì tradita, e certo i suoi sentimenti verso l'altra non potevano essere benevoli. La vedova era anche una maga, e in paese corse voce che si sarebbe vendicata. Quando il giovane scomparve in mare e non fu più ritrovato, si disse che la maga avesse fatto un sortilegio affinchè l'altra donna non potesse godere della felicità che a lei era stata negata. Avrai capito che sto parlando del marito di Demetra. Dopo qualche anno, la vedova incontrò tra i clienti dell'albergo un ricco americano che la volle sposare, portandola con sè negli Stati Uniti. Rada ormai era in grado di badare a se stessa e preferì rimanere sull'isola a gestire l'alberghetto, aiutata da sua sorella minore. Demetra allora volle tentare, tramite intermediari, di intercedere presso Rada, che aveva ereditato i poteri di sua madre, affinchè annullasse il sortilegio. Di rimando, Rada fece sapere che lei non era mai stata a conoscenza di un maleficio messo in atto da sua madre contro il pover'uomo e che quindi non poteva far niente. Ovvio che Demetra non le credette. Da qui, il continuo stare in guardia dell'una verso l'altra. - Tu credi che sia vera la storia del sortilegio? - Io non ho conosciuto la madre di Rada, però conosco lei. Se avesse veramente saputo qualcosa, sarebbe intervenuta. Non è cattiva, e poi non avrebbe alcun interesse a continuare una vendetta inutile, visto che sua madre ha comunque trovato la sua fortuna. E oltretutto, lei ha tutte le intenzioni di andare a vivere in America quando Velia sarà in grado di badare da sola all'albergo. Che interesse avrebbe a continuare a far soffrire Demetra? - Potrebbe aver promesso a sua madre di mantenere il silenzio, per esempio. - Non credo che la vecchia sia potuta giungere a tali livelli di cattiveria, sempre ammesso che un maleficio sia stato concepito e messo in atto, cosa che potrebbe facilmente non essere vera. La vedova avrebbe fatto una miglior figura a mostrarsi generosa agli occhi di tutti. - Resta il fatto che Demetra ne è convinta. Con le sue facoltà le verrebbe facile scoprire se la vecchia fosse per davvero innocente, no? - No, purtroppo. Chi pratica la magia al livello di Rada e di sua madre, sa perfettamente come rendersi opaca a qualsiasi tentativo di interferenza telepatica. - Sai farlo anche tu? - Cosa? - Renderti opaca. - No, io sto ancora cercando di potenziare la capacità di leggere nella mente degli altri e questo mi porta a mantenere aperti dei canali di comunicazione attraverso i quali una come Rada saprebbe come infilarsi. - Allora può accorgersi se per ipotesi tu volessi farle del male o cose del genere... - Allo stadio in cui sono, si. Joelle rimase pensierosa. Ad un tratto si illuminò: - Hai mai fatto l'amore con lei? Valerie la guardò sorpresa: non si aspettava una domanda del genere. Avrebbe potuto darle una risposta evasiva, ma aveva deciso con se stessa di avere un rapporto completamente aperto con Joelle. Annuì con la testa e, con un filo di voce, confermò: - Si. - Si e... basta? - Per adesso accontentati del si. - Ora sono sicura che è lei quella di cui parlavi, per me. - Cosa te lo fa pensare? - Il modo in cui mi guardava. Valerie incominciò a insospettirsi. - Sei sicura di avermi detto tutto, dei tuoi discorsi con Rada? - Prova a capirlo da te, vediamo se i tuoi poteri funzionano davvero... - Mi sfidi, eh? Allora...lasciati guardare negli occhi...bene...vedo che lei ti sta guardando...ti dice qualcosa....tu ti alzi, fai un giro su te stessa....sei eccitata...lei ti parla ancora... tu sbottoni la camicetta, tiri su il reggiseno e le mostri il seno...lei ha una voglia matta di te, ma si controlla...ti parla ancora... tu ti rivesti...ti siedi. Finito. Ho sbagliato in qualcosa? Joelle non riusciva a trovare il fiato per risponderle. Era come paralizzata; la sua amica le aveva letto negli occhi, per filo e per segno, tutto ciò che era successo in sua assenza. Tutto, preciso fin nei dettagli. - Cos'hai, non rispondi ora? Credevi che stessi scherzando? - Accidenti, è terribile, non ti si può nascondere niente! - E ora guardami ancora, voglio vedere quel che è successo al capanno. Joelle si voltò di scatto contro il muro: - No, non te lo permetto! - Uh, allora hai qualcosa da nascondere, eh? - No, è perchè voglio che tu mi creda sulla parola quando ti dico che non ero io quella nel capanno con Willi. Valerie le prese una mano tra le sue. - Ti ho già creduta sulla parola, scema! Tu non conosci i miei poteri e perciò non sai che se io avessi veramente sospettato di te, ti avrei già tirata fuori la verità con altri mezzi... - Legata e torturata con il ferro rovente, oppure frustata a sangue come ai vecchi tempi? - Ma va! Sei sempre esagerata. L'avrei fatto con l'ipnosi, tu non sei ancora in grado di resistermi. Vuoi provare? - No, grazie, un'altra volta! - Incominci a temermi, eh? Se ti ho chiesto di lasciarti guardare nella mente, è solo perchè volevo tentare di riconoscere la donna che era con Willi. - Ma le ho visto solo le gambe! Era sdraiata a pancia in giù, e lui la prendeva da dietro, la copriva tutta con il suo corpo; come potresti riconoscerla? - Mi lasci provare? - Sei sicura di volerlo fare? Se ti dico di no, prometti che non proverai contro la mia volonta? - Se non ti va, lasciamo stare; sto solo chiedendo umilmente la tua collaborazione. Allora? - Visto che insisti tanto, te lo concedo. Ma cerca di limitarti a guardare solo quello, capito? - Come puoi dubitare della mia lealta ? Ora guardami negli occhi come hai fatto prima...ecco, così... Uh, guarda come gli dà dentro il disgraziato! La ragazza ha delle scarpe costose, non è una di qui. Ha delle gambe lunghe. No, non conosco nessuna così alta, tra le nostre frequentazioni comuni. Va bene, mi basta così, puoi smettere di guardarmi. Joelle riabbassò lo sguardo. Valerie sembrava alquanto abbattuta. - Sei convinta adesso? E ora stai male per quello che hai visto; ne valeva la pena? - Tu intanto ti sei accesa ben bene osservando lo spettacolo, eh? - Ti avevo detto di guardare solo la ragazza! - L'ho guardata attraverso di te e ho percepito le tue emozioni. Non vergognartene, è normale!... - Uh, avrei voluto essere io al posto di quella...con tutto il rispetto per i tuoi sentimenti!... - A chi lo dici! - Adesso basta! Stiamo dando troppa importanza al signorino! Non ce ne sono più di uomini su questa terra? - Ce ne saranno pure, ma a me piace lui! - Scopriremo chi è l'intrusa. Perchè non cerchi di leggerglielo negli occhi? - È necessario che lui si lasci guardare! - Digli che ti piace il colore dei suoi occhi e che ti ci vuoi specchiare dentro; vedrai che ci casca. - Chissà se è romantico fino a quel punto! - Allora ipnotizzalo! - No, finirei per chiedergli cose che potrebbe farmi male sapere. Potrei scoprire che di me non glie ne importa niente. - Oppure che gli piaci da morire ma che non osa farti certe proposte... - Preferisco non sapere in maniera così diretta. Joelle si ritenne d'accordo. Si allungò sul letto. La sua amica aveva dei poteri veramente straordinari, l'aveva decisamente sottovalutata. E anche Rada doveva essere pericolosa come uno scorpione. E chissà cosa sapeva fare la cuoca, considerata la sua provenienza...Si volse verso Valerie: - Senti, ma tua madre non ti dice niente per queste tue frequentazioni? - Quali frequentazioni? - La Sacerdotessa, le adepte della Luna, Rada con le sue magie...;se fossi in lei, non mi sentirei tanto tranquilla... - Mia madre non sa niente di tutto questo. E deve continuare ad ignorarlo. È troppo emotiva per accettare che la sua unica figlia si dedichi a certe pratiche inconsuete. - Ah, volevo ben dire! Non ne sa niente. - Un giorno, forse, lo dirò alla cuoca. Chissà che allora non mi lasci trafficare con i suoi intrugli magici... - È una maga anche lei? - No, non credo. Ha delle buone conoscenze di erboristeria. Non l'ho mai vista sgozzare galline, come si usa nella sua terra...E probabilmente col woodoo non sa nemmeno da dove si cominci. - Mi piacerebbe diventare una maga... - Non aver fretta. Anche a me piacerebbe, ma non si diventa maghe dalla sera alla mattina. Innanzitutto bisogna vedere quali sono le tue attitudini e se hai la forza di coagulare intorno alla tua volonta quella quantità di energie cosmiche sufficiente a far scatenare i fenomeni; in un secondo momento dovrai imparare a padroneggiare queste forze, a canalizzarle dove vuoi tu, non dove vogliono loro. È come imparare a tenere in mano i fulmini e a dirigerli sul bersaglio giusto, evitando che tornino indietro. - Perchè, c'è anche questo rischio? - È proprio il rischio maggiore! Se non sai padroneggiare perfettamente le forze della magia, queste ti si rivoltano contro come un boomerang. Hai presente l'apprendista stregone? - Altrochè! - E poi, devi imparare a controllarti, a non strafare, a non sprecare le tue energie per cose futili. Insomma, una volta accertato che le capacità le hai e una volta stabilito che sai come utilizzarle, la disciplina più dura consiste proprio nell'imparare ad usarle solo quando è veramente necessario. - Perchè doversi limitare così? Se si ha la bacchetta magica, perchè non usarla? - Perchè se sbagli ne subisci il contraccolpo e allora è meglio ridurre al minimo le occasioni di sbagliare. Chiaro? - Non del tutto. Ma credo che parlarne ora sia come mettere il carro innanzi ai buoi. Probabilmente, con i miei poteri non sarò in grado nemmeno di prevedere che tempo farà il giorno dopo, altro che bacchetta magica! - Chi lo può dire? Potremo saperne di più soltanto dopo la cerimonia della Luna. Ma è ancora presto, la luna piena l'avremo nuovamente tra non meno di due settimane. - Raccontami della cerimonia: si balla nudi sotto la luna? - Ma da dove ti vengono certe fantasie? Innanzitutto non si balla per niente, non siamo in discoteca. E poi non c'è alcuna necessità di stare nudi. L'energia della luna passa attraverso un punto focale che abbiamo sulla fronte. Dobbiamo solo preparare la nostra mente a riceverla. - E come si fa? - Indossando un diadema con determinate pietre, pronunciando insieme delle parole magiche e predisponendoci psicologicamente a lasciar entrare l'energia attraverso quel punto di cui ti dicevo prima. - Tutto qui? Io mi ero immaginata ben altro! - E cosa, un Sabba? Forse andrebbe bene per Rada, non certo per noi. - Uh, Rada lo fa? Allora devo chiederle di partecipare... - Intanto non ho detto che Rada lo faccia: ho solo detto che forse lo fa. Io non lo so se lo fa. Con me non ne ha mai parlato. L'unica cosa che ho fatto con lei è stata di leggere dei libri che insegnano a portare a compimento certe pratiche, tutto qui. - Ne sei sicura? È proprio l'unica cosa che hai fatto con Rada? - Beh, proprio l'unica no, ma non riuscirai a farmi cadere nel tranello: non ti racconto quello che ora stai cercando di farmi dire... - Se vuole me, devo pur sapere a cosa vado incontro, no? - Non hai il gusto del mistero, della sorpresa? Io non sapevo niente di lei, prima... - E va bene, vada per il mistero. Sei stata anche con Demetra? - Ma cos'è, un terzo grado? - Ci sei stata o no? - Perchè vuoi saperlo? - Così, pura curiosità. - Si, ci sono stata. E pure con Velia, tanto so che me lo chiederai; ma Rada ne è all'oscuro, potrebbe esserne gelosa. L'unica con la quale non sono stata è la moglie di Kostas. - E con Kostas? - Quello è terreno di caccia di Rada. Credo sia l'unico uomo che si sia portata a letto in tutta la sua vita. - E Velia? - È una ragazza meravigliosa. È completamente diversa da sua sorella. È una giocherellona, con lei si ride sempre, ha un'allegria contagiosa. La cosa strana è che va perfettamente d'accordo con Rada, pur essendo così diversa. Non credo che abbiano mai litigato tra loro. Non lo facevano nemmeno da bambine, stando a chi le ha viste crescere. - A letto com'è? - Ma cosa ti prende stasera? - Non lo so nemmeno io. Forse la scena nel capanno ha scatenato tutta la mia libidine repressa. - Uh, che bello! Allora dormiamo insieme? - Non posso... - Ah, dimenticavo. - Quando arrivano i tuoi amici? Non vedo l'ora di conoscerli. - A quest'ora dovrebbero essere già arrivati. Domani proverò a chiedere. - E Kostas, quando me lo farai conoscere? - Quello dobbiamo beccarlo quando viene qui a fare spesa. Vive rintanato nella sua isola, quando non è in tournée. Joelle represse a stento uno sbadiglio. - Mi sta venendo sonno... - A me invece lo stai facendo passare. - A chi penserai stanotte? - E tu? - Willi te lo lascio. - Oh, per me te lo puoi anche tenere! - Davvero? - Non provarci! - Allora non penserò proprio a nessuno. - Neanche io. - Sicuro? - Beh, un po' a Willi. - E va bene, però non gemere troppo forte, potresti contagiarmi!... Quella notte nessuna sentì gemere l'altra, perchè si addormentarono entrambe come sassi poco dopo aver poggiato la testa sul cuscino. Willi non era stato un motivo sufficiente a turbare i loro sonni. Segreti Rada era nervosa, quella mattina. Quella ragazza l'aveva profondamente turbata. Non era una ragazza normale, lei lo aveva capito nell' attimo in cui le aveva stretto la mano: era carica di un'energia fortissima, un vulcano in pieno fermento. Doveva convincerla a dedicarsi alla magia: loro due insieme avrebbero potuto fare grandi cose. Ma la ragazza era nell'orbita di Valerie. Probabilmente Valerie non si era accorta delle potenzialità della sua amica, ma se così non fosse, di sicuro l'avrebbe iniziata al rito della Luna. Doveva agire in fretta, prima ancora che la consacrazione alla Luna potesse avvenire. Aveva tempo fino alla prossima luna piena; dopo, le cose sarebbero state molto più difficili. Valerie poteva considerarla sua alleata, ma in un certo senso anche sua rivale. Con la ragazza di mezzo, senza dubbio sua rivale. Ma forse stava correndo troppo. Probabilmente Valerie era troppo presa dalle sue faccende per pensare a Joelle come a una futura iniziata. O forse no. Forse era il caso di utilizzare le sue facoltà per vederci più chiaro, anche se un rito magico del genere avrebbe causato un gran dispendio di energie. Suonò un campanello e Velia accorse poco dopo. - Bada tu stamattina ai clienti, io ho da fare dabbasso. Velia annuì. Quando sua sorella aveva da fare dabbasso, cioè in una stanza segreta degli scantinati, c'era sempre un motivo importante. Joelle aveva voglia di uscire. Il tempo era leggermente migliorato; quantomeno, aveva smesso di piovere. Le ragazze si recarono giù nel garage. Valerie salì su una piccola automobile da campagna e la mise in moto; non la usava abitualmente lì sull'isola, ma questa volta preferiva lasciare a riposo il motorino. - Dai, monta! - Dette voce a Joelle che si attardava a curiosare nello sgabuzzino degli attrezzi. - Sai guidarla? - No, ma che importa? Tanto qui non ci dice niente nessuno! - Allora tanto vale che la guidi io!... - Sali, scema, so guidare da quando avevo dodici anni; è possibile che non hai ancora imparato a fidarti di me? - Sei stata precoce in tutto, tu! - Già. Andiamo giù al paese? - E dove, se no? - Potremmo andarcene in giro per l'isola, per esempio. - C'è qualcosa di particolare da vedere? - No, ma potremmo fare incontri interessanti. - Ci stai ancora pensando, eh? - Come si fa a non pensarci? - E allora andiamoci direttamente! Così tagliamo la testa al toro. - La testa la taglierei a chi so io... La piccola auto si avviò lungo la parte superiore del sentiero, in direzione della villa dei genitori di Willi. Lui era in giardino, a giocare col cane. Nessuna donna nelle vicinanze. - Ehi, Willi, siamo noi, tieni il cane! Willi guardò in direzione del vialone. Le due ragazze salutavano con la mano, rimanendo prudentemente in auto. - Venite fuori, il cane morde solo se glie lo comando io! - Comandagli di starsene tranquillo! Il cane ora non giocava più. Le orecchie dritte, il muso puntato verso le due ragazze che, incoraggiate dall'atteggiamento sicuro di Willi, avanzavano verso di lui. - Buono, non vorrai mordere queste due belle ragazze! - Willi faceva lo spiritoso, tenendo però ben stretto l'animale per il collare. - Ora avvicinatevi e lasciatevi odorare. Non manifestate paura, lui se ne accorgerebbe e lo fareste innervosire. - Ah, è lui che si innervosisce, eh? Il cane annusò Valerie, poi si spostò verso Joelle. Latrò debolmente e si riavvicinò al ragazzo. Willi scagliò lontano un osso di gomma e il cane si lanciò ad afferrarlo. - Allora, belle ragazze, a cosa debbo l'onore... - Non avevamo di meglio da fare! - Rispose aggressiva Valerie. - Non darle retta, è da quando si è svegliata che aveva voglia di venirti a trovare. Valerie dette un pizzicotto al braccio dell'amica, sorridendo contemporaneamente al suo Willi, che a dire il vero non sembrava affatto infastidito da quella visita inaspettata. - Andiamo di sopra? - Willi allungò galantemente il braccio indicando la strada. - Non ho mai visto la tua stanza. - Ora la vedrai. La stanza di Willi era per almeno quattro volte più grande di quella delle ragazze. Un largo letto a baldacchino troneggiava appoggiato a una parete. Valerie vi si diresse, incuriosità. - Era di mia nonna, in Germania. L'ho fatto portare qui perchè mi dà l'impressione di un nido di lussuria. - Come sarebbe, era troppo lussurioso per i costumi tedeschi? - No, è perchè in questa casa si sono consumati la maggior parte dei tradimenti del mio albero genealogico. I miei parenti hanno sempre portato qui le loro amanti, i muri di questa villa trasudano lussuria da tutti i mattoni! La sensibilita accesa di Valerie le comunicava che il ragazzo non stava raccontando bugie. Con un po' di concentrazione sarebbe stata capace di sintonizzarsi con le presenze che avvertiva in quella stanza, ma per farlo avrebbe dovuto essere sola. - E tu, come hai contribuito alle usanze del tuo albero genealogico? - Da parte mia, credo proprio di essere la pecora nera della famiglia. Sono un tipo fedele, io. Valerie sentì una fitta allo stomaco. Se Willi era un tipo fedele, sarebbe rimasto fedele alla ragazza del capanno e quindi per lei non c'erano speranze. - Perchè non mi hai parlato della tua donna? Joelle, che in quel momento stava osservando un ritratto di un vecchio signore, si voltò di scatto. Valerie aveva deciso coraggiosamente di affrontare la verita. - Quale donna? Non ho nessuna donna, fino ad ora, almeno! Gli occhi di Valerie brillarono di una luce che solo Joelle poteva interpretare. - Davvero non ce l'hai? Un ragazzo come te dovrebbe essere pieno di spasimanti! - Quelle non mancano infatti, ma io lascio che spasimino. Il volto di Valerie tornò a rabbuiarsi. Se il buon Willi credeva di aver trovato il lei un'altra di quelle che gli sbavavano dietro, si sbagliava di grosso. Anzi, non si sbagliava affatto. Però lei era diversa, come faceva quel babbeo a non accorgersene? - Sei crudele con loro, perchè non metti subito le cose in chiaro? - Perchè mai dovrei uccidere in loro la speranza? A loro piace sperare. E stà tranquilla che, oltre a me, sperano di certo per altri quattro o cinque uomini, a dir poco. - Hai ragione, non fa una grinza. - E tu? Anche tu... Valerie sentì il cuore batterle più forte. Quell'accidenti si era accorto che lei era una di quelle e ora glie lo avrebbe rinfacciato. -...tieni i ragazzi sulla corda... - continuò Willi. Valerie trasse un sospiro di sollievo: ora Willi stava venendo sul suo terreno. - ...avrai anche tu un codazzo di spasimanti, no? Valerie intuì che Willi voleva saperne di più. Buon segno. Joelle non fiatava, ma non perdeva una parola. Era proprio curiosa di vedere come la sua amica se la sarebbe cavata senza i suoi suggerimenti. - Oh, ti puoi immaginare!...Sono diventati insopportabili: dai loro un po' di confidenza e si ritengono autorizzati a considerarti una conquista. Ci vuol altro per conquistarmi! - Cosa, ad esempio? - Willi aveva accettato il duello. Joelle lo guardò con rispetto: il ragazzo non era così babbeo come appariva. - Ti interessa proprio? - Perchè no? Se mai dovessi metterti nel ruolino di quelle da conquistare, almeno saprei come comportarmi! - Lascia perdere, non riusciresti mai a conquistarmi. - Sul serio? Valerie era costretta, suo malgrado, a mentire senza ritegno. E cosa poteva fare altrimenti, dirgli la verità? Dirgli che bastava un suo cenno per farla inginocchiare ai suoi piedi e aprirgli la lampo dei pantaloni? Peggio per lui se non lo capiva! - Sul serio. L'uomo che voglio io, dovrà essere capace di capirmi con un solo sguardo! Willi restò per qualche secondo in silenzio, come un pugile messo nell'angolo. Poi riprese: - Siamo proprio uguali io e te: chiediamo sempre l'impossibile. Joelle capì che il match era per il momento terminato. Terminato in parità. Il ragazzo si era difeso bene, ma anche Valerie aveva saputo giocare le sue carte. - Vuoi visitare il resto della casa? - Mi piacerebbe! Valerie sembrava rincuorata. Prese Joelle per un braccio e la trascinò con sè dietro il ragazzo. Joelle colse l'occasione per farle capire, con un cenno del capo, di approvare il suo comportamento. Willi portò le ragazze dappertutto, meno che nelle cantine. - Potrebbero esserci delle sorprese, nemmeno io ho mai avuto il coraggio di entrarci. - Che genere di sorprese? - Che ne so, scheletri, per esempio. Non sono del tutto sicuro del comportamento di certi elementi del mio albero genealogico. Valerie ebbe un attimo di paura: a che razza di famiglia apparteneva quell'accidente di Willi? I ragazzi passarono il resto della mattinata passeggiando nel parco. Willi si mostrava di amabile compagnia e di vasta cultura. Si capiva che tra le due ragazze, le sue maggiori simpatie andavano a Valerie, anche se faceva di tutto per non darlo a vedere. D'altronde, Joelle si manteneva volontariamente in secondo piano, evitando di intralciare i colpi che la sua amica, di quando in quando, mandava a segno. Giunta l'ora di pranzo, le ragazze si congedarono. Salirono in auto e si avviarono lungo il vialone d'ingresso. Ripreso il sentiero, incrociarono quasi immediatamente un'auto che veniva dal paese. Alla guida era una donna di una trentina d'anni pressappoco, molto elegante e raffinata. Valerie si fece sul bordo della strada per lasciarla passare. Prima di reimmettersi in carreggiata, guardò dallo specchietto retrovisore: l'auto aveva infilato il vialone della villa che loro avevano appena lasciato. Le ragazze si guardarono in viso. Non ebbero bisogno di parlare; entrambe avevano avuto la stessa impressione: la donna del capanno! L’alleanza Giunte a casa, Valerie trovò ad attenderla una busta con una sigla che ben conosceva. Prima di aprirla, provò a strofinarla tra i polpastrelli. Sentì che non conteneva brutte notizie. La aprì velocemente. All'interno, un breve messaggio di Rada: " Vieni a trovarmi nel pomeriggio, devo parlarti" . Cosa poteva avere di tanto urgente da dirle? Forse riguardava Joelle, o cosa mai altro? Decise all'istante di lasciare a casa la sua amica e di andare da sola all'appuntamento. - Qualcosa non va? - Si informò subito Joelle vedendone l'espressione allarmata. - Non so. Rada vuole parlarmi. È un modo inconsueto di contattarmi, da parte sua. Di solito aspetta che sia io a scendere in paese. Deve essere una cosa davvero urgente. - Ci sono pericoli? Vuoi che venga con te? - No, Rada è mia amica. Almeno finora. Speriamo che continui ad esserlo, non vorrei trovarmela contro; non ancora, almeno. Dopo pranzo, Valerie si ritirò in camera sua, chiudendo la porta a chiave. Ne uscì dopo un po', con un'espressione che Joelle ritenne di poter definire affaticata. - Ho cercato di saperne di più, ma quell'accidente si è resa impenetrabile. - Inventa una scusa e non andare. - No, non posso tirarmi indietro: se Rada mi ha chiamata in quella maniera, deve essere una cosa molto importante. - Vuol dire che se non ti vedo tornare per una certa ora, scendo a cercarti. - No, che non ti venga in mente una cosa del genere! Se Rada volesse farmi del male, tu non potresti impedirglielo in alcun modo. Piuttosto, ti darò un anello. La pietra è trasparente. Se la vedi diventare opaca, corri subito da Demetra e consegnala nelle sue mani. Fà attenzione affinchè nessuno qui si accorga di niente, potrebbe nascerne un putiferio. Conto sulla tua intelligenza; aspettami qui, vado a prendere l'anello. Valerie si allontanò per qualche momento, ritornando con un anello d'argento lavorato, che consegnò a Joelle. - Mettilo al dito e tienilo sotto controllo. Ricorda, qui nessuno deve accorgersi di niente! - Stà tranquilla, non sono una stupida. - Se devi andare da Demetra, prendi la bicicletta, così non farai rumore. Io sarò di ritorno al massimo per l'ora di cena. Se dovessi ritardare e l'anello mantiene la sua limpidezza, significa che non sono in pericolo. Dì a mia madre che sono giù all'albergo da Velia per fare da interprete a certi suoi clienti. È già successo altre volte; se le dici così , non si allarmera. - Intesi. Rada l'attendeva nelle cantine. - C'è gente che pratica la magia, su da te al magazzino abbandonato! - L'investì senza preamboli. - Ne sei sicura? Io ci sono passata qualche giorno fa e non ho notato niente. - Ieri. È stato ieri sera. Davvero non ne sei al corrente? - No, assolutamente! Sai che non è il mio modo di utilizzare l'occulto. - C'erano resti di un cerchio magico. Ben dissimulati, senza dubbio, ma a me non potevano sfuggire! - E tu, che ci sei andata a fare su al magazzino? - Ci sono delle presenze negative che bisogna mandar via. Interferiscono nei miei procedimenti. - Le presenze negative le ho sentite anch'io; ma di cerchio magico, nemmeno l'ombra. - Forse sono venuti per la prima volta. C'è da supporre che vogliano evocare quelle presenze per dei loro scopi precisi, altrimenti non sarebbero andati fin lì. Dev'esserci sicuramente un motivo ben valido. E poi, chi può essere? - Ah, non ne ho la minima idea. Qui ci conosciamo tutti: se fosse qualcuno di noi lo sapremmo, non credi? - Io pensavo che fosse una tua iniziativa. Volevo metterti in guardia, tu non sei in grado di dominare quelle forze! - Questo lo so. Ti ringrazio per il pensiero, sei stata molto gentile ad avvisarmi. - Non farmi così generosa! È che non mi andava di perdere una bella fanciulla come te; tutto qui. - Ora sei tu che stai mentendo. - È vero. Il motivo è ben altro! Se qualcuno dovesse scatenare le forze racchiuse in quel magazzino, dovremmo temere tutti per la nostra incolumita. - Sono così pericolose quelle entita? - Non per me o per te o per qualunque iniziato; sarebbero pericolose per gli altri. Per tutta quella gente dalla personalità debole. Ci sarebbero di sicuro molti casi di possessione, forse dei suicidi, certamente degli assassinii. Chi ne andrebbe di mezzo, alla resa dei conti, saremmo proprio noi. Perchè a noi verrebbe attribuita la colpa di tutto ciò. Una moderna caccia alle streghe, capisci? - Un bel problema davvero! - Tu sai che mia madre è già stata accusata di certi malefici, no? E ora toccherebbe a me, a te, a Demetra stessa. A proposito, sei sicura che non sia lei a giocare all'apprendista stregona? - No, lo escludo. Ci siamo viste non molti giorni fa; me ne avrebbe parlato. - Allora è necessario scoprire chi è. - Facile a dirsi. Bisognerebbe sorvegliare il magazzino, ma come si fa? Se quelli ci prendono, faremmo la fine del pollo arrosto, o giù di lì. Un bel sacrificio umano li farebbe davvero felici. - C'è un altro modo. Un modo che tu non conosci. Hai fiducia in me? - Che io l'abbia o no, a questo punto poco importa. Se non ce l'avessi dovrei comunque farmela venire: se il pericolo è quello che mi hai prospettato, dobbiamo aver fiducia l'una nell'altra, almeno fino a quando il problema non sarà risolto. - Una saggia risposta. - Allora, questo tuo modo? - Ci andremo di persona, ma sotto mentite spoglie. - Quelli ci arrostirebbero ugualmente, non credo glie ne importi poi tanto delle spoglie! - Dovrebbero riuscire a prenderci, e anche se ci riuscissero prenderebbero le nostre spoglie, non noi. - Interessante. Ma non ci ho capito niente. - Ti piacerebbe volare come un gabbiano? - Credo di si, perchè? - È esattamente quello che faremo. Mentre parlava, Rada si muoveva nervosamente avanti e indietro per la stanza. Le pareti di nuda roccia erano tappezzate di scaffali ricolmi di ogni sorta di contenitori, ognuno contrassegnato con delle etichette incomprensibili ai profani. Un largo bancone in legno massiccio fungeva da ripiano per la preparazione delle misture e, a questo scopo, facevano bella mostra dei bilancini di precisione, delle provette e tutto l'armamentario classico di un piccolo ma ben attrezzato laboratorio chimico. Valerie era seduta su di un' antica sedia di legno dall'imponente spalliera adornata di uno stemma nobiliare. - Vedi, - continuò Rada - io posso trasferire la mia mente in quella di un gabbiano o di un qualsiasi animale che possa essermi utile in quel momento. E posso portare con me chiunque io voglia, che sia però capace di staccarsi dal proprio corpo. Tu sei già abituata a farlo, mi sembra. Sai entrare nella mente degli altri, o sbaglio? - Non sbagli. Però, quando lo faccio, resto ben ancorata al mio corpo, sono perfettamente sveglia e consapevole della mia identità. Guardo nella mente degli altri come se stessi guardando in un televisore, o nella sfera di cristallo, se vogliamo rimanere in tema. - È sufficiente. Sarò io a trasportarti nel corpo di un gabbiano, dovrài solo fare ciò che ti dico. - Pienamente d'accordo. E se dovessimo incontrare un falco? - La nostra mente è solo momentaneamente trasferita nel gabbiano, ma rimane sempre legata al nostro corpo umano. Se il gabbiano dovesse morire, sarebbe lui a morire, non noi. Morendo, libererebbe automaticamente la nostra mente, che farebbe altrettanto automaticamente ritorno nel nostro corpo. È un po' come quando sogni: a un certo momento ti svegli e sei di nuovo te stessa con tutte le tue facoltà assolutamente intatte. - Tutto chiaro. Come si fa, una volta assolto il nostro compito da gabbiani, a tornare a risvegliarci nel nostro corpo? - Ci sono due metodi: il primo è un metodo a tempo. Il secondo è legato alla volontà. Io li uso entrambi contemporaneamente, perchè se per una imprevisto divenissi impossibilitata a utilizzare la volontà, ci sarebbe sempre l'innesco a tempo a riportarmi all'ovile. Per mal che possa andare, la morte dell'animale ci libererebbe in ogni caso. - E se ciò che stiamo osservando divenisse così interessante da oltrepassare il tempo del sistema di sicurezza? - Saremmo comunque costrette a rientrare: l'innesco a tempo non può venir influenzato dalla volontà. - Bene. A questo punto sorge la domanda più difficile: quando? Non possiamo certo fare la ronda perpetua al magazzino, in attesa che i presunti celebranti si facciano vivi, non credi? - Certo che no. Ti rivelo un segreto: se le energie presenti in quel luogo vengono sollecitate in qualche modo a manifestarsi, generano inevitabilmente uno sconvolgimento magnetico che io sono in grado di percepire. Vedi quel barattolo trasparente lì in fondo? Bene, contiene una soluzione colloidale. Tutte le variazioni che ci interessano, verranno intercettate dal colloide contenuto nel vaso, che cambierà il suo potere rifrangente. Un raggio di luce che lo attraversi, verrebbe deviato. Dove? Su una cellula fotoelettrica che mi segnalerebbe ciò che mi interessa. - Accidenti, sei una strega ad alta tecnologia! - Bisogna pur rimodernarsi ogni tanto. - Credevo che la magia fosse un'arte confinata in una stretta tradizione!... - Lo è per tutti, ma non per me. Siamo d'accordo, allora? Al mio segnale, vieni subito giù e ti porterò in volo. - Sai bene che non mi è possibile allontanarmi a qualsiasi ora. - Certe pratiche si fanno solo di notte. Ti avvertirò telepaticamente, sono ben in grado di farlo se tu accetti di ascoltarmi. Una cosa soltanto: non farne parola con alcuno. Men che mai con Demetra. Intesi? - Lo dirò solo a Joelle. Con lei non ho segreti. - Te lo concedo. Ma solo a lei. Noi due insieme, unendo le nostre facolta, potremo scacciare gli intrusi. Se tentassimo di farlo da sole, credo che ne usciremmo perdenti. Non devono essere dei dilettanti, quelli lì! - Conta su di me. Valerie fu di ritorno in tempo utile. Joelle, che sistematicamente sorvegliava la pietra incastonata nell'anello affidatole dall'amica, al vederla arrivare sana e salva, trasse un sospiro di sollievo. - Tutto bene? - Più o meno. Ho l'impressione che passeremo un'estate un po' movimentata, questa volta! - Hai corso dei rischi? - No, non ancora. Il pericolo non viene da Rada, almeno per il momento. - Ah, e da chi, allora? - È quello che dovremo scoprire. - Tu e io? - Io e Rada. - Posso esserti utile in qualcosa? - Non prima della consacrazione alla Luna. Non voglio farti correre rischi inutili. - Ci vorrà ancora molto tempo? - Questione di qualche giorno. Gli amici francesi La mattina seguente le ragazze furono svegliate dal ticchettio insistente della pioggia. Joelle si infilò la vestaglia e andò nella stanza di Valerie, che ancora non riusciva a decidere di tirarsi giù dal letto. - Uh, ma cosa vuoi a quest'ora? - si lamentò Valerie con la voce ancora impastata dal sonno. - Non vuoi alzarti, stamattina? - Uh, non riesco a svegliarmi, ho sonno... Joelle si sedette sul letto e le prese una mano, carezzandogliela distrattamente. - Fuori piove. - L'ho sentito...ma tu non hai sonno? - Sonno no, ma un po' di pigrizia ce l'ho anch'io... - Vieni, ti faccio posto, vieni sotto le lenzuola. Dormiamo ancora un po', ti prego... Valerie si scostò verso il bordo del letto; Joelle tolse la vestaglia e si infilò sotto il lenzuolo, tirandoselo fin quasi sopra alla testa. Valerie mugolò ancora qualcosa di incomprensibile e si voltò dandole la schiena. Joelle le si avvicinò e le infilò una mano sotto il leggero giacchino del pigiama, carezzandole lievemente la schiena. Ancora nel dormiveglia, Valerie le cercò la mano, la prese e se la portò su un seno: - Uh, tienimela qui, vienimi più vicina, fammi sentire la tua pelle... Joelle si mosse quel tanto che bastava a sfilarsi la camicia da notte, poi sbottonò il giacchino di Valerie e l'aiutò a sfilarselo. Le si fece vicinissima, premendo i suoi seni sodi contro la schiena di lei; passò un braccio al di sopra del cuscino, e l'altro sul fianco di Valerie, tornando ad afferrarle il seno e giocherellando col capezzolo eretto. Valerie si limitò a respirare più forte, immersa ancora per metà nelle nebbie del sonno. Stettero così per una buona mezzora, l'una vicinissima all'altra, in preda alla più profonda indolenza. Alla fine, Valerie si decise ad aprire definitivamente gli occhi. Afferrò la mano di Joelle che giaceva ancora sul suo seno muovendosi di un moto sempre più lento e quasi impercettibile e si piegò a posarle un bacio sulle dita. Poi si voltò e le infilò una mano tra i capelli: - Non ho mai amato una donna come ho amato te. - È la prima volta che ricevo una dichiarazione d'amore. Nei miei sogni c'era un ragazzo senza volto, che veniva ad inginocchiarsi davanti a me e a giurarmi eterno amore. A quanto pare, questo ragazzo ha i capelli biondi, un viso delicato, la pelle liscia e profumata e delle splendide tette; non bisogna mai meravigliarsi di niente, nella vita! Valerie avvicinò le labbra a quelle dell'amica e ve le poggiò per un attimo, depositandovi un bacio leggero come il tocco di una farfalla. Poi si mise a sedere. - Basta con le smancerie, che ne diresti se ci vestissimo e andassimo giù a far colazione? - E tu che ne diresti se ce la facessimo mandare su, mentre noi due ci mettiamo a mollo nell'acqua calda per il tempo necessario a riordinare le idee? - Cosa farei se non avessi te? Mentre vado a far scendere l'acqua, tu attaccati al citofono e fa portar su caffè, biscotti e quant'altro può servire a riconciliarci col mondo. Le due ragazze si erano appena immerse nella vasca, che la cameriera portò un messaggio per Valerie: - Ci sono due ragazzi giù; hanno detto di chiamarsi Jeanluc e Didier. Valerie ebbe un balzo d'entusiasmo; sguazzò nell'acqua in preda a una gioia incontenibile: - Sono arrivati! Sono loro, i miei amici! - Poi, rivolta alla cameriera: - Falli salire, falli venire qui! - Ma...- Provò a protestare la cameriera. - Falli venire qui, ti ho detto! E non dire niente a mia madre, mi raccomando! Joelle la guardò perplessa. - Dai, t'immagini che faccia faranno quando ci troveranno a mollo nella vasca? - Non ci sono molto abituata a ricevere gli amici mentre sto facendo il bagno! - Ma loro sono Jeanluc e Didier, non sono ragazzi come gli altri! E poi non credi che ti apprezzeranno di più se vedranno come sei fatta? - Se lo dici tu... - Ah, per inciso, Jeanluc è il ragazzo di quella notte alla spiaggia, visto che ci tenevi a saperlo. - Devo considerare anche lui tabù per me, come Willi? - No, te li lascio entrambi, a me interessa solo Willi. I ragazzi bussarono educatamente alla porta, prima di entrare. - Jeanluc, Didier, che modi sono questi? Quando mai si bussa prima di entrare? La voce squillante di Valerie li indusse a farsi avanti. Aprendo la porta non avevano la visione diretta della vasca, posta dietro un piccolo muretto sull'altro lato della stanza. Si introdussero nella stanza richiudendo la porta alle loro spalle e si diressero al di là del muretto. - Buongiorno! - Esclamò Didier, sorpreso di trovare Valerie in simile compagnia. - Ciao, Didier, vieni a darmi un bacio. Questa è Joelle. - Salve! - fece la ragazza agitando una mano fuori dall'acqua. La schiuma la copriva a sufficienza, ma l'atmosfera era tale che sicuramente Valerie l'avrebbe fatta uscire dall'acqua in presenza dei ragazzi. Pensò che, in fondo, la faccenda non doveva essere poi così sgradevole. - Ciao, Jeanluc, dammi una bacio anche tu. Salutati i ragazzi, Valerie li invitò ad accomodarsi su due poltroncine di vimini: - Nella vasca ci siamo appena entrate; permetteteci di rimanerci ancora per un po', si sta così bene nell'acqua calda! - Fate pure con comodo. - Rispose cordiale Jeanluc. Didier sembrava calamitato da Joelle. Valerie si muoveva ad arte nella vasca, in modo da far emergere saltuariamente i seni dalla schiuma. Le piaceva fare la civetta con quei due ragazzi, e poi voleva che Joelle si sentisse meno in imbarazzo vedendo con quanta confidenza lei si comportava con loro. I ragazzi raccontarono del viaggio e Joelle dovette ammettere che, pur non essendo belli come Willi, questi due nuovi arrivati erano sicuramente più simpatici di lui. - Ci fate il favore di porgerci gli accappatoi? - Disse finalmente Valerie dopo una mezz'ora che erano a mollo. Detto questo si alzò, pregando Joelle di farle scivolare la schiuma di dosso con la cornetta della doccia. Per farlo, Joelle dovette alzarsi a sua volta. Liberata Valerie dalla schiuma, ripetè l'operazione su se stessa, sotto gli occhi ammirati dei ragazzi. Jeanluc intanto aveva aiutato Valerie ad indossare l'accappatoio e le strofinava la schiena per asciugarla. Didier fece altrettanto con Joelle. La ragazza non aveva mai avuto occasione di farsi asciugare da un ragazzo. Sentire sul suo corpo lo strofinio delle mani di Didier, la faceva sentire importante: un ragazzo si stava prendendo cura di lei, in modo deciso e nello stesso tempo delicato, in una situazione di un'intimità che avrebbe dovuto essere imbarazzante, ma che invece la faceva sentire più grande, più adulta. Sorrise a Didier. Lui ricambiò. Valerie aveva ragione, pensò la ragazza: non si sentiva minimamente imbarazzata dalla presenza dei due. Anzi, era come se si conoscessero da sempre. - Fate colazione con noi? - Invitò Valerie. - Solo del succo di frutta, per me. - Disse Jeanluc. - Per me anche del caffè, se ce n'è - Precisò Didier. Jeanluc era più alto di Didier. Capelli di un castano non ben definito, un fisico non eccezionale, ma un sorriso cordiale, sempre pronto, e una voce calda, tendente al basso; Jeanluc pareva avere un debole per Valerie. Didier aveva invece i capelli di un castano molto chiaro; la pelle chiara, con qualche lentiggine. Di bello aveva gli occhi, di un celeste quasi trasparente, e le mani delicate, da pianista. - Suoni il piano? - Gli chiese infatti subito Joelle. - L'organo elettronico; perchè? - Hai l'aria del pianista. - È quasi la stessa cosa. Non proprio uguale, però ci si avvicina molto. - Mi piace la musica. Mi farai ascoltare qualcosa? - Certo! Se vieni a casa mia, faccio un concerto solo per te. - Mi stai prendendo in giro! - Ma no, dico sul serio! - Davvero? - Lo giuro. - Allora, se è così...la prendo come una promessa. Didier aveva la conquista facile. Stranamente, incantava le donne ben più di Jeanluc, che pure era più carino e più prestante di lui. Le attraeva col movimento sinuoso delle mani, con quello sguardo sempre perso nell'infinito, con quell'aria di potersi improvvisamente dissolvere da un momento all'altro. Attraeva donne di ogni età, ragazzine e madri delle ragazzine, senza mai rinunziare a consumare la propria conquista, considerandola alla stregua di un piatto da gustare subito o mai più. Jeanluc invece, pur non disdegnando le facili conquiste, era tra i due il più esigente. Didier lo chiamava "l'intellettuale". Era segretamente innamorato di Valerie, ma preferiva che non si sapesse in giro. Solo Didier lo sapeva ma, per quanto farfallone, il ragazzo non avrebbe mai tradito il segreto dell'amico. Non era un pettegolo e tantomeno un boccaperta. Nei riguardi di Valerie, Jeanluc aveva una specie di venerazione. Non sapeva niente della preparazione esoterica della ragazza, ma intuiva che non era una delle solite ragazze che era abituato a frequentare. Valerie era diversa; non sapeva spiegarsi il perchè, ma aveva la netta sensazione di avere a che fare con una mente superiore, non soltanto con una splendida immagine di donna. Didier chiacchierava con Joelle. Se avesse potuto dar retta al suo istinto, invece di star lì a chiacchierare, l'avrebbe volentieri fatta sdraiare su un letto. Ma non come faceva con le altre. Lui quella ragazza la amava. Non capiva perchè, ma la amava. Non era per i suoi splendidi seni, non era per quel pube così prepotentemente sporgente e coperto da un'invitante e folta foresta, non era per quelle gambe da cerbiatta. No, stranamente per lui, non era tutto questo a fargli venir voglia di gustare il sapore di lei. Era invece quella sua aria innocente, quel suo ridere sommesso, quel suo discorrere pieno di spirito, ad averlo fatto innamorare. E quei suoi occhi. Il bagliore che mandavano i suoi occhi. Occhi da strega. Martha Immersa nella rilettura delle sue carte, Martha era in preda ad un senso di irritazione che sconfinava con una rabbia sorda. Per quanti sforzi facesse, non riusciva a venire a capo del segreto occultato in quelle righe scritte con calligrafia tremolante, la mano di un malato o di un vecchio, o soltanto di un matto? No, il suo intuito le diceva che c’era un fondo di verità in quegli scritti apparentemente deliranti. Lo sentiva, lo percepiva con forza. Doveva assolutamente capire. Willi bussò nuovamente alla porta della sua stanza. - Sono Willi, posso entrare? - Non ora, Willi, se non è importante. Sono concentrata sui miei studi, ho bisogno di star sola. - Ok, ci si vede più tardi. - Scusami; ti chiamerò io. Willi ridiscese in giardino. Prese un giornale e tentò di leggiucchiare, ma i pensieri lo portavano inesorabilmente al piano di sopra. Martha era una compagna di studi di sua sorella, di qualche anno più grande di lui. Era una ragazza strana, un po' scontrosa e di poche parole, sempre incollata ai suoi libri, alle sue fotocopie, a certi scritti che aveva fatto tradurre da una lingua incomprensibile. Sua sorella diceva di lei che era sul punto di scoprire un segreto che le avrebbe permesso di dominare il mondo. Lui naturalmente non ci credeva: gli antichi alchimisti erano convinti, col loro solve et coagula, di poter trovare la pietra filosofale; Martha inseguiva l'illusione del potere assoluto, come altri cercavano l'eterna giovinezza o tutte quelle chimere che si infilano subdolamente nel cervello di chi trascorre troppo tempo sui libri, invece di pensare a divertirsi. A lui piaceva acculturarsi, leggeva volentieri i testi antichi della ricca biblioteca di famiglia, ma non gli era mai venuto in mente di mettersi a cercare il tesoro dei pirati o l'arca di Noè o di seguire i passi perduti di qualche svaporato esploratore in cerca di gloria o di ricchezza. Martha non gli era particolarmente congeniale, tranne che in certi particolari momenti: quando, per esempio, veniva di soppiatto ad infilarsi nel suo letto per uscirne soltanto quando a lui non era rimasta neppure la forza di pronunziare il suo nome. O quando, durante le silenziose passeggiate, lo spingeva improvvisamente contro un albero e, come colta da un raptus, gli si incollava addosso fino alle inevitabili ed ovvie conseguenze. Prima di conoscere quella ragazza, era sempre stato lui a conquistare le donne, di solito sue compagne di studi e in ogni caso sue coetanee. Con Martha, invece, era lui ad essere conquistato, anzi per meglio dire, assalito ed espugnato. Martha non era più una ragazzina, come poteva esserlo Valerie, ma una donna fatta, un'adulta. Che però mostrava interesse per lui, e non, per esempio, per i suoi cugini più grandi che pure frequentavano abitualmente la residenza estiva lì sull'isola. Una strana donna, Martha. E nemmeno una gran bellezza, a dire il vero; però lo faceva sentire un uomo. Un uomo vero. Spiare… Didier e Jeanluc vennero quella mattina a far visita al loro amico tedesco. - Ehi, siamo noi, tieni il cane! - Buono, Duke, sono amici miei. - Disse ad alta voce Willi al suo cane, aggiungendo subito dopo: - Potete venire, gli ho detto che siete amici miei! - Sei sicuro che lo abbia capito? - Non è mica scemo! - Ma è un cane! Cosa vuoi che capisca un cane? - Duke non è un cane, è il maggiordomo che è stato punito per aver disobbedito alla padrona di casa, che con i suoi poteri magici lo ha trasformato in cane. Soddisfatti adesso? - Saremmo più soddisfatti se gli mettessi il guinzaglio! - E va bene, gente di poca fede!...Fatto, ora potete scendere. Didier e Jeanluc aprirono finalmente gli sportelli e scesero dall'utilitaria che li aveva condotti fin lì. - Abbiamo già visto Valerie e la sua amica. Niente male la nuova ragazza, vero? - Già, proprio niente male. Non ho avuto modo di conoscerla bene, ma mi ha dato l'impressione di essere una ragazza sveglia. I due francesi, con galanteria, evitarono di raccontare in che modo erano stati accolti dalle due ragazze. Si limitarono a un accenno di conferma, per rassicurare Willi di essere della sua stessa opinione. - Abbiamo avuto cattivo tempo in questi giorni. Però sembra che stia per mettersi al meglio. Sarebbe ora di cominciare a saggiare l'acqua del mare, dopo aver abbondantemente saggiato l'acqua del cielo! - Si premurò di informarli Willi. - Bene, vuol dire che non ci siamo persi niente. Hai programmi per stasera? - Per la verita non lo so ancora. - Avremmo pensato di andare a mangiare qualcosa sulla spiaggia, con le ragazze. Ci piacerebbe che tu fossi dei nostri. - Ve lo ripeto, non sono in grado di prendere decisioni sul momento. - Questo significa che potresti avere qualcosa di meglio da fare. O no? - Chissà! - Va bene. Sai dov'è la spiaggia. Se te ne viene la nostalgia, sai come arrivarci; noi siamo lì. - Non ne sono sicuro, ma può anche darsi che venga a raggiungervi. - Da solo o in compagnia? - Didier tentò di sondare il terreno. - Chissà! I due ragazzi ritornarono da Valerie. - Allora? - Fa il misterioso, il signor Willi. - Disse subito Jeanluc. - Per me ha una donna segreta. - Aggiunse subito Didier. A queste parole, Valerie sentì stringersi il cuore. "La donna del capanno", pensò. - Viene o non viene? - Chissà! Ha detto soltanto " Chissà!". - Molto confortante. - Ma si, che c'importa? Voi siete due, noi siamo due, e quattro è il numero perfetto. - Io sapevo che di perfetto c'è solo il sette. - Sette? Non esageriamo. Noi ci accontentiamo del quattro, e chi si accontenta... Valerie avrebbe preferito il cinque, anzi il due: lei e Willi soltanto. Però in fondo quei due ragazzi erano molto simpatici; non erano Willi, certo, ma non era il caso di fare troppo la schizzinosa, ammenocchè non volesse rovinarsi l'estate, e questa era proprio l'ultima cosa che si proponeva di fare. - Va bene. Venite a prenderci e andiamo in spiaggia. Chi c'è, c'è, gli altri si arrangino. - Ben detto! A stasera. - Allora? Joelle si era accorta che qualcosa non era andata per il giusto verso, con i ragazzi. Valerie era tornata su con un'espressione di delusione profonda. - Allora, mi sa che avevi ragione tu. - Cioè? - Willi ha un'altra. - Ne sei sicura? - I ragazzi hanno avuto questa impressione. Willi è stato molto evasivo quando l'hanno invitato a venire con noi alla spiaggia. - Solo questo? - Didier ne è convinto. - Non basta. - A me si. Non ho alcuna intenzione di stare dietro ai suoi capricci, se di capricci si tratta. Se invece ha un'altra, che se la tenga! - Tu intanto stai male! - Mi passerà. - Jeanluc non ha occhi che per te. - Jeanluc è un caro ragazzo, ma il mio cuore non batte per lui. - Allora posso prenderlo io? - Non ho voglia di giocare; scusami, ne parliamo un'altra volta. Lasciami sola, ho bisogno di riflettere. - Come vuoi. Io vado giù; quando ti sentirai meglio, raggiungimi. Valerie annuì. Si recò nella sua stanza e si sdraiò sul letto a pancia in giù. Si sentiva svuotata; le sembrava stupido, ma aveva voglia di piangere. Non poteva farlo in presenza di Joelle, non voleva che la cogliesse in un atteggiamento di debolezza. Cercò di trattenersi, ma la sua resistenza durò poco. Joelle stava leggendo una rivista, seduta su una panchina del giardino. Sentì dei passi verso la sua direzione e alzò gli occhi. Valerie le si sedette accanto senza una parola. - Stai meglio? - Le chiese premurosa. Valerie alzò le spalle. Joelle le prese una mano e la guardò negli occhi. - Hai pianto? Valerie annuì. Le sembrava inutile mentire. - Passeggiamo un po', ti va? - Le propose Joelle con l'intenzione di distrarla dai suoi pensieri. Valerie annuì nuovamente. Si incamminarono verso l'interno del parco. - Capisco che Willi è importante per te, ma in amore come in guerra, una battaglia persa non significa niente. Ammettiamo che abbia un'altra. E allora? Gli dimostreremo che tu sei meglio di lei. In tutto. - Non facciamoci illusioni. Se ha un'altra è perchè di me non glie ne importa niente. - E se venisse alla spiaggia? Da solo, intendo. Vorrà dire che Didier si è sbagliato. - O che l'altra non ha alcuna voglia di aver a che fare con noi. - Perchè vedi sempre le cose dal lato peggiore? - Perchè di solito è quello giusto! - Io non sono d'accordo. In amore non esiste il bianco e il nero, le cose non sono mai così drastiche. Si tratta solo di riconquistare una posizione, e tu hai le armi per farlo: la bellezza, la simpatia, il fascino, la cultura... - Sei un'illusa. Gli uomini non guardano a certe cose, te l'ho già detto una volta. - Vuoi dire che non gli piaci fisicamente? A giudicare da come ti ha baciata giù al porto, non si direbbe! - Forse preferisce le brune. - E tu tingiti i capelli! - O forse l'altra è più brava di me a fare i.. - I...? - Lascia perdere...anche se te lo dicessi non capiresti. - Non sono così ingenua come credi... - A me pare proprio di si, invece... - Ho capito, è inutile parlare di queste cose con te. Sei convinta che con Willi non ci sia niente da fare, e nessuno te lo toglierà dalla testa. - Già, proprio così. Smettiamola di parlare di Willi, è meglio. Tu, piuttosto, vedo che Didier mostra un debole per te. - Si, è parso anche a me. Tu che lo conosci, pensi che faccia così con tutte? - Non è il tipo adatto a fare il marito, con le idee che si ritrova; ma come amante non dovrebbe essere male. Tu sei nuova, e come tutte le novità... - Solo per questo? - Mah, cosa vuoi che ne sappia...magari sarai riuscita a farlo innamorare, tutto è possibile. Ti piace, almeno? - Mi incuriosisce. Fisicamente preferisco Jeanluc, ma lui guarda solo te. - Se riesci a conquistarlo, è tuo. - Non ci provo nemmeno. - Peggio per te. Non è bello, ma fa l'amore molto bene. - E allora perchè non lasci perdere Willi e ti lasci amare da Jeanluc? - Come si fa a spiegarlo? Io sono presa di lui, non posso farci niente. Anche se facessi l'amore con Jeanluc, immaginerei di trovarmi tra le braccia di Willi. Non mi va di far l'amore così. - Sei proprio conciata per le feste. Guarda, un gabbiano! Cosa ci fa così distante dal mare? Valerie alzò la testa. Il gabbiano passò alto sopra di lei, stridendo due volte. Valerie provò a concentrarsi, ma nella sua mente lo schermo rimase nero. Se in quel gabbiano viaggiava la mente di Rada, doveva ammettere che la donna aveva saputo ben schermarsi contro le interferenze. - Ti va di andare giù in paese? - Perchè? - Ho bisogno di vedere Rada. - Ti sei decisa ad eliminare la rivale? - Non dire stupidaggini. Forse quel gabbiano era lei. - È capace di trasformarsi in un gabbiano? - No, non esattamente. Lei entra nel cervello del gabbiano e vede attraverso i suoi occhi e vola attraverso le sue ali. - Te l'ha detto lei? - Si. - E tu ci credi? - Si. - Ah... Va bene, per me possiamo andare in paese quando vuoi. - Andiamoci subito. Velia stava rientrando in quel momento. Vide le due ragazze sopraggiungere in motorino e agitò il braccio in segno di saluto. Valerie diresse subito verso di lei: - Stavamo proprio venendo da te, ho bisogno di parlare con Rada. - Non credo che possa riceverti in questo momento, è occupata. - Ma è importante, lei lo sa. - Credo che niente sia più importante di ciò che sta facendo adesso. - Lo so, me lo ha detto. Sono qui proprio per questo! Velia la guardò dritto negli occhi e le fece un sorrisetto d'intesa, sussurrandole sottovoce: - Kostas... Valerie si bloccò. La faccenda stava prendendo una piega decisamente inaspettata; passato il primo attimo d'incertezza, domandò: - È con... - Si. È sbarcato un paio d'ore fa. Si sono chiusi in camera e...lo sai come va quando c'è Kostas, no? - Già. Io pensavo che...Beh, dille che sono passata. Se ha qualcosa di nuovo da comunicarmi sa come fare. Detto questo, rimise in moto il motorino. - Che fai, vai già via? - Ero venuta per lei; tornerò un'altra volta! - Come vuoi. Qualche volta però lascia stare mia sorella e vieni per me, ci sono anch'io qui, o no? - Sai che hai un posto particolare nel mio cuore... - Non mi incanti! - Vieni su da me, un pomeriggio di questi: ce ne andiamo sulla spiaggia e mi avrai tutta per te. - Ci verrò. - Ti aspetto. Velia rimase a guardare Valerie che faceva inversione di marcia. Il motorino, sollecitato fino allo spasimo, si avviò riluttante lungo la strada in salita che portava fuori del borgo. Joelle non aveva detto una parola. Si era limitata a salutare Velia con un cenno della mano, come estranea a ciò che stava accadendo. Il motorino arrancava lungo la salita, facendo del suo meglio per mantenere una velocita dignitosa. Joelle non si sentiva tranquilla; non pensava a Rada, non era di là che le veniva quel senso di nervosismo che l'aveva colta non appena erano giunte al paese. Non sapeva come spiegarselo, era una di quelle sensazioni che Valerie si ostinava a non voler prendere in considerazione. Eppure, nella sua testa continuava a suonare un campanello d'allarme. Valerie aveva già oltrepassato l'incrocio col sentiero che portava a casa di Demetra, segno che aveva intenzione di tornare dritta a casa. Dietro di loro, il rumore di un'auto che si avvicinava. Un colpo di clacson invitò ad accostare per lasciar libero il passaggio. Valerie diminuì la velocita e si portò a ridosso del muretto a secco che delimitava il percorso. Le ragazze lanciarono una rapida occhiata all'interno del grosso fuoristrada che le stava sorpassando: al volante, una donna che non avevano mai visto prima. Joelle si accostò all'orecchio dell'amica e le gridò: - La conosci? - No, dev'essere una turista. - Sono venuti a prendere Willi con quell'auto, quando è arrivato! - Ce ne sono diverse di auto così sull'isola, non farti ingannare dalle apparenze! - Ha un adesivo con la testa di un indiano, sul vetro posteriore. Anche la macchina di Willi l'aveva! Valerie aveva fermato il motorino. Il discorso cominciava a farsi interessante. - Sei sicura che era lo stesso adesivo? - Stessa auto, stesso colore, stesso adesivo. - Potrebbe essere lei la donna del capanno, tu che ne pensi? - Non lo so, non sono in grado di riconoscerla. - Chiamerò Willi e gli chiederò di portarmi a fare un giro sul fuoristrada, chissà che non riesca a saperne di più. Che ne dici? - Può essere una buona idea. Chissà che non porti anche lei. Con un violento colpo di pedale, Valerie riavviò il motorino. Era curiosa di conoscere quella rivale, ma allo stesso tempo ne aveva paura. Paura di perdere il confronto senza possibilita di appello. L’iniziativa La sera giunse fin troppo in fretta. Valerie non aveva voglia di andare in spiaggia con gli amici. L'idea che Willi non si facesse vedere, la faceva star male. E ancor peggio si sarebbe sentita se lui avesse avuto la malaugurata idea di presentarsi con l'altra. Era duro ammetterlo con se stessa, ma non aveva il coraggio di trovarsi faccia a faccia con la verita. - Sono una vigliacca! - Eh? Che ti prende? - Joelle si stava infilando le scarpe. Alzò lo sguardo verso di lei. Valerie si guardava nervosamente la punta delle dita. - Non me la sento di venire in spiaggia. - Che ti succede? Sembra che ti stia crollando il mondo addosso! - Se Willi non viene, vorra dire che sta con l'altra; e se non viene da solo... Joelle le si fece dappresso. Le accarezzò affettuosamente i capelli. - Ti capisco. È dura chiudere la porta in faccia alla speranza. Senti, perchè non telefoniamo ai ragazzi e diciamo che per stasera non se ne fa niente? - Non lo so. Non so che fare, non ci capisco più niente. - Parlo io ai ragazzi. Dico che non ti senti bene, che hai mal di stomaco e preferisci metterti a letto. Poi domani vedremo. Domani è un altro giorno. - Si, fà così. Mi dispiace rovinarti la serata, ma proprio non me la sento. - Non preoccuparti per me, la tua compagnia mi è sufficiente. Valerie annuì. Mantenne la testa bassa. Joelle le sfiorò la guancia con la punta delle dita in una carezza leggera e si avviò a telefonare ai ragazzi. Quando tornò, Valerie stava ancora guardandosi la punta delle dita. - Sono una stupida. Dimmelo anche tu, dimmelo che sono una stupida. - Sei innamorata. È successo anche a me, una volta. Ma era una cotta da ragazzina, mi è durata solo un paio di settimane, allora avevo tredici anni e lui quindici. Ai miei occhi era un uomo, ed io solo una ragazzina. Abitava nella casa di fronte, lo spiavo dalla finestra. Poi mi è passata, non era più il cavaliere dei miei sogni. E quando l'ho visto uscire con un'altra, ho scoperto che non me ne importava più niente. - Con Willi è diverso. - Forse perchè sai di non poterlo avere. - Allora sei convinta anche tu che ha un'altra! - No, facevo solo delle ipotesi. Joelle avrebbe dato chissà cosa, quella sera, per poter sollevare l'umore dell'amica. Ma capiva che qualsiasi tentativo sarebbe andato a vuoto. Valerie doveva riacquistare la fiducia in se stessa. Solo in se stessa poteva trovare la forza di affrontare la realta, qualsiasi essa fosse. Provò a distrarla: - Sai, quando è passata quell'auto, stamattina, mi è venuto un brivido. Non volevo dirtelo, perchè tu prendi sempre in giro le mie sensazioni, però era come se quella donna avesse dentro di sè una grossa carica di negatività. - Anche a me ha fatto la stessa impressione. - Davvero? Per una volta ci troviamo d'accordo, almeno! - Devo parlarne a Rada. Lei ha una sensibilita tutta particolare per certe cose. - Credevo ne avessi di più tu. - La mia è una sensibilita diversa. Joelle annuì. Valerie aveva risposto senza entusiasmo alle sue domande, senza raccogliere il tacito invito a immergersi nella conversazione come invece era solita fare quando si toccavano certi argomenti. Joelle capì che doveva scuoterla con qualcosa di forte. Si alzò in piedi. - Senti, così non va. Mi hai guastato la serata. - Mi sono scusata per questo. Ti ci metti anche tu adesso? - Non ho nessuna intenzione di rimanere qui con te a piagnucolare. Se proprio dobbiamo passare il resto della serata insieme, allora facciamolo come si deve! - Non ti capisco... - Tirati su, portami in camera tua e fammi fare l'amore! Valerie la guardò esterrefatta. Joelle le prese la mano e la tirò su di forza: - Sbrigati, non ho intenzione di perdere neppure un minuto! Valerie la guardò negli occhi, ancora incredula. Il suo umore era cambiato di colpo. Joelle aveva vinto. - Ok, ne sei proprio sicura? - Accertatene di persona! La notte stava per essere dissipata dai primi raggi del sole. Joelle aprì gli occhi. La sua amica le dormiva accanto con un'espressione di serena beatitudine. Era stato bello. Non pensava che potesse essere così bello. Non lo immaginava nemmeno. Si alzò a sedere e si stropicciò gli occhi. Se Valerie si fosse svegliata in quel momento, probabilmente avrebbero ricominciato. Ma lei non voleva che quel gioco di una sera, diventasse per entrambe un'abitudine. Doveva abbandonare quel letto, prima che le mani di Valerie potessero riprendere a percorrere la sua pelle. Aveva le mani elettriche Valerie, una sorta di magica energia che fluiva intensa e ininterrotta dalla punta delle sue lunghe dita affusolate. No, doveva allontanarsi da quel letto, prima che il desiderio di nuove sensazioni diventasse padrone della sua mente come una droga della quale non avrebbe più saputo fare a meno. Mise i piedi a terra e si sollevò facendo attenzione a non risvegliare la sua amante di una notte. Raccolse i suoi vestiti, poi si avvicinò al tavolino, prese la penna e scrisse due righe sul piccolo blocco di appunti che Valerie utilizzava come promemoria; indi si allontanò in punta di piedi. Il pendolino Rada si svegliò prima del solito, quella mattina. Era nervosa, arrabbiata con se stessa e col mondo intero. Avrebbe rinunciato a tutti i suoi poteri, in cambio dell'amore di Kostas. Ma l'uomo non mostrava alcuna intenzione di spezzare il legame con la donna che amava. O che diceva di amare. Kostas era stato l'unico uomo al quale si era concessa per intero, l'unico che riusciva a farla sentire profondamente donna. Ma apparteneva a un'altra. Con questi pensieri che continuavano a rimbalzarle nel cervello come un'ossessione dalla quale non riusciva a liberarsi, scese giù in laboratorio. Il marchingegno aveva funzionato: la fotocellula era intervenuta per due volte a segnalare attività spiritiche nelle vicinanze. Si trattava ora di scoprire la provenienza di colui o di coloro che avevano disturbato la quiete delle anime che vagavano nell'isola, legate da un antico incantesimo. Rada era rimasta in camicia da notte. Tolse tutti gli anelli che aveva alle dita e li ripose in una ciotola di legno. Poi aprì un ripostiglio e ne trasse un panno nero con dei segni runici. Lo distese per terra e accese quattro candele, una per ogni angolo del panno. Sparse qualche granello di sale intorno a ognuna delle quattro candele e recitò delle frasi in una lingua antica. Compiuto il rito propiziatorio, tornò al ripostiglio e prese una cassettina di legno entro la quale era posata in buon ordine tutta la serie dei pendolini. Scelse quello che le parve il più adatto per la ricerca che intendeva fare e lo raccolse nel palmo della mano. Prese ancora una piccola carta geografica e una mappa dell'isola. Tornata vicino al panno nero, sfilò la camicia da notte; la sua pelle bianchissima si illuminò della luce tremolante delle quattro candele. Il pendolino, lasciato oscillare liberamente al di sopra del panno nero, sembrò animarsi di vita propria. Rada iniziò a concentrarsi sempre più profondamente, fino a entrare in uno stato di semi-trance. Il pendolino oscillava fortemente, prediligendo una delle rune disegnate sul panno. A questo punto, Rada si spostò sulle mappe, che aveva disteso ai due lati del panno. Puntato sulla mappa generica, il pendolino indicò, nella vastità del territorio rappresentato, proprio l'isola. Spostato sulla mappa dell'isola, cominciò ad oscillare sul tracciato della strada che, oltrepassata la casa di Valerie, conduceva a un gruppo di ville antiche, conosciuto come il borghetto dei tedeschi. Rada cercò di localizzare con precisione la casa che il pendolino voleva indicare, ma le oscillazioni non riuscivano a diventare così piccole da individuare un unico fabbricato. Avrebbe dovuto disegnare una mappa più dettagliata. Uscita dallo stato di trance, ripose il pendolino e recuperò la sua camicia da notte. Rimise tutto a posto e ritornò di sopra. Valerie si accorse subito che Joelle era tornata nella sua stanza. Nel dormiveglia, aveva allungato una mano e, invece del caldo corpo dell'amica, le sue dita avevano trovato il vuoto. Non si preoccupo' più di tanto: sapeva che Joelle non era il tipo da pentimenti tardivi. E poi le era piaciuto. Lo avevano fatto per ore, di continuo, fino a notte inoltrata. Se Joelle faceva l'amore coi maschi così come l'aveva fatto con lei, beato colui che l'avrebbe avuta come propria compagna. Guardò l'ora, richiuse gli occhi e si riaddormentò. Il mago Martha non si dava pace. I manoscritti parlavano chiaro: ciò che stava cercando era lì, a portata di mano. Ma lì dove? L'isola, per quanto piccola, era vasta a sufficienza per fornire nascondigli a prova di qualsiasi cercatore. Il nascondiglio che lei cercava non era mai stato rivelato a nessuno, non risultava scritto in nessun testo conosciuto, non era riportato in nessuna mappa. Prima di essere ucciso, il mago aveva fatto scomparire qualsiasi indicazione atta a ritrovare ciò che aveva nascosto. Nei manoscritti si parlava soltanto di un'incredibile scoperta, una scoperta così terrificante da aver spaventato persino colui che ad essa aveva sacrificato la vita. Altri manoscritti, provenienti dal diario segreto di un collaboratore del mago, parlavano di un amuleto, un amuleto con dodici pietre tenute insieme da una piastra di ferro. Un amuleto che donava al possessore la facoltà ... La facoltà...la facoltà... Martha non lo sapeva. Mille volte ci aveva pensato, mille volte aveva cercato di immaginarsela. Era ciò che mancava alle sue carte, oltre all’indicazione del nascondiglio: la descrizione esatta dell'amuleto e delle sue magiche proprietà. Il collaboratore del mago era stato chiaro: si trattava di una sequenza di pietre che, montate sul ferro nel giusto ordine e alla giusta distanza, conferivano al possessore un terrificante potere. Un potere al quale nessuno avrebbe avuto la capacità di opporsi e che avrebbe fatto di lui un monarca assoluto. Ma a quale prezzo e in quale maniera? A Martha non importava. Avrebbe dato la metà di quel che restava dei suoi anni, per riuscire a trovarlo. Voleva quell'amuleto e lo avrebbe avuto, sarebbe stato suo a qualsiasi condizione, a costo di incatenarsi alle forze del male per l'intero, infinito scorrere del tempo. Possedere quell'amuleto doveva essere un'esperienza terribile, ancor più che padroneggiare le pur sconfinate forze della magia. Nelle carte in suo possesso, aveva letto che persino il mago se ne era spaventato, tanto da essere indotto a liberarsi per sempre di un così tremendo strumento di potere. Di certo, non lo aveva gettato in mare, nè sepolto nella terra, nè murato in qualche parete. Tutti nascondigli che il caso avrebbe potuto contribuire prima o poi a rendere palesi. L'apprendista-mago, che aveva scritto quelle carte di nascosto dal suo maestro e con l'evidente timore di star commettendo un errore nefasto nel riportare per iscritto ciò che nelle intenzioni del mago suo maestro doveva rimanere un segreto, dichiarava di non saperne di più. Non aveva mai visto l'amuleto, nè mai conosciuto la sequenza delle pietre. Il mago, a suo dire, glie ne aveva appena accennato un disegno, che subito aveva provveduto a distruggere, gettandolo nel fuoco. Ma forse quell'uomo mentiva. Forse sapeva ben più di quanto non volesse far apparire dai suoi scritti. Forse esistevano altri fogli in cui l'uomo aveva affidato alla sorte il segreto del mago, probabilmente utilizzando un linguaggio criptato, nascondendo le giuste parole tra miriadi di inutili frasi, tanto da confondere l'incauto lettore e condurlo sulla strada sbagliata Martha era convinta che l'amuleto esisteva, occultato in qualche inaccessibile parte dell'isola, forse protetto da un incantesimo, forse smembrato e disseminato in più parti. Forse addirittura, incredibilmente a portata di mano. L’erede Il mago era stato messo a morte sull'isola, nel punto in cui adesso erano le rovine del magazzino. Il suo corpo era stato bruciato e le sue ceneri sparse al vento. Ma il suo spirito era ancora lì che vagava, instancabile guardiano del suo tremendo segreto. A Rada l'aveva raccontato sua madre, la quale a sua volta l'aveva saputo da sua madre e così via, per generazioni indietro. Sull'isola, tutti i vecchi abitanti conoscevano quella leggenda: il mago aveva avuto una figlia, da una donna non sua. Si diceva che proprio per questo era stato fatto trapassare dalle lame assassine dei sicari, dal signore dell'isola. Il quale ebbe a scoprire il tradimento per caso, dopo la morte della sua legittima sposa. Perchè questa, portata a termine la gravidanza nel lungo periodo in cui il signore conduceva un esercito in terra straniera, aveva poi affidato la piccola a una nutrice, mandata a rifugiarsi in Grecia e in seguito spacciata per morta, al fine di proteggerla da un eventuale tradimento dei servi. Ma la servitù le fu fedele fino all'ultimo; non il destino, però. Perchè la nobildonna, per tramandare ai posteri la verità, aveva affidato il segreto alle carte. Aveva posto i manoscritti entro il cavo di una colonna del suo letto nuziale, certa che soltanto quando il letto sarebbe stato distrutto, i documenti avrebbero rivisto la luce. Malauguratamente per lei, dopo la sua morte improvvisa, il suo sposo pensò di riprendere moglie. La cercò tra i nobili casati dei dintorni, finchè trovò colei che riteneva degna di restare al suo fianco. Ma la donna non avrebbe mai sopportato di dormire in un letto di dolore, e così quello che era stato per tanti anni il giaciglio nuziale, fu avviato a distruzione in presenza della nuova padrona. Fu lei a notare che dei fogli arrotolati erano caduti dai frammenti ammucchiati del letto ormai ridotto a un cumulo di legna da ardere. Fu lei a prenderne lettura e a consegnarli al suo sposo, con la gioia segreta di poter distruggere agli occhi di lui la memoria di colei che l'aveva preceduta. Grande fu l'ira del signore, dopo che ebbe saputo, dalle carte, che con la complicita e il silenzio dei servi, la sua donna aveva amato e accolto nel suo letto il mago di corte. Grande fu la sua vendetta. Fece uccidere il mago e torturare i servi e frustare le donne. E poi ancora uccidere e torturare e frustare. Finchè non fu sazio del sangue e delle urla e della morte. Finì per uccidere anche l'altra sua donna, morso dai sospetti e da cupe gelosie. Visse da solo, perseguitato da terrificanti fantasmi che in breve lo condussero alla follia. Morì imprecando alla sorte, condannato dalla maledizione del mago a inseguire se stesso, furiosamente geloso della sua medesima ombra. Rada sapeva di essere lei la discendente del mago, la probabile erede del tremendo segreto. Ma, per quanto avesse frugato in quei recessi della memoria inaccessibili agli altri ma non a lei, nessun indizio era apparso a diradare la nebbia, a guidarla nella giusta direzione. La storia dell'amuleto le era stata tramandata come una leggenda, di quelle che nascono ispirate dai guizzi della fiamma del camino, nelle interminabili serate d'inverno. Ma lei sapeva bene che non era una leggenda. Che l'amuleto del mago esisteva davvero. E che il mago, suo diretto antenato, non concedeva neanche a lei di venirne in possesso. La magia ha delle barriere impenetrabili dai comuni mortali. Non basta conoscere le formule, non basta conoscere le parole o i rituali, nè munirsi di talismani e di libri sacri, per poter fare il mago. Essere maghi è uno stato dello spirito, non una lezione che si impara a scuola. Solo i predestinati possono accedere ai grandi segreti. Ma, una volta entrati nel sacro cerchio degli iniziati, una volta varcata la soglia delle dimensioni parallele, era come mettersi alla guida di un ciclone. Si diventava padroni di una forza immane, i limiti della quale erano definiti soltanto e unicamente dalla potenza della propria mente. Rada sapeva di essere molto forte. Forse persino più forte del mago suo antenato. Ma da sola non ci sarebbe mai riuscita. Di questo ne era consapevole. Oltrepassare una porta sbarrata dalla magia era impossibile a chiunque, persino a un mago più forte e potente di colui che aveva fatto l'incantesimo. C'era soltanto un modo, solo una possibilita per riuscire: scoprire la chiave. Perchè qualsiasi incantesimo può essere rotto, niente permane in eterno se costruito dall'uomo. Per sciogliere un incantesimo non serve la forza e a volte, neppure l'intelligenza. È necessario essere predestinati a farlo; oppure, si può tentare di inoltrarsi negli illusori sentieri della realtà parallela, viaggiando nel tempo non in avanti e neppure all'indietro, ma di lato o al di sopra o, piuttosto, attraverso. Rada sapeva che da sola non avrebbe mai potuto varcare quella soglia, e a nulla sarebbero valsi i tentativi di evocare lo spirito del suo antenato, se non a rischiare inesorabilmente di disperdersi nei torbidi meandri dell'illusione. Per trovare la chiave era necessario utilizzare energie diverse dalla sua, coinvolgere altre persone. Ma il rischio era che, una volta scoperto il segreto, potesse essere l'altra persona e non lei, a goderne il beneficio. Valerie non conosceva la leggenda, e Valerie era forte, molto forte e molto diversa da lei. Anche Joelle era forte, forse ancor più di Valerie e neanche lei conosceva la leggenda. Con loro non avrebbe corso alcun rischio. Doveva servirsi di loro per venire a capo dei segreti del mago. Doveva fare in fretta però, perchè qualcun altro era, in quei momenti, alla ricerca della stessa chiave. Qualcun altro che lei non conosceva, ma che era talmente forte da sconvolgere persino le turbolente energie degli spiriti vaganti, per poter carpire loro, con le ingannevoli trappole dei riti stregoneschi, qualche briciola del segreto del mago. Era necessario coinvolgere le due ragazze, indirizzandole però verso un falso bersaglio. Loro due insieme, sarebbero state sufficientemente forti da vedere con precisione quei frammenti del passato che, messi insieme come tessere di un mosaico, avrebbero potuto guidarla a ritrovare l'amuleto. Valerie si svegliò di buon umore. Quelle ore passate con Joelle le avevano fatto ritornare intatta la gioia di vivere. Si scrollò di dosso il lenzuolo e mise i piedi a terra, cercando a tentoni le ciabatte. Aveva voglia di infilarsi sotto la doccia e ritornare al mondo fresca di nuove energie. Rimase sotto il getto dell'acqua tiepida per il tempo necessario ad uscire definitivamente dalla fase di transizione tra il sonno e la veglia. Aveva sognato qualcosa di piacevole ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a richiamarne le immagini alla memoria. Si asciugò in fretta e tornò nella sua stanza per rivestirsi. Lo sguardo si poggiò sul blocchetto degli appunti: qualcuno aveva scritto qualcosa. Si avvicinò e lesse: " È stato un bel sogno, ma alla notte segue il giorno. Sei unica, ti adoro, J." Capì. ------ Rada afferrò il telefono. Compose il numero, parlò brevemente poi ripose la cornetta con un moto di stizza: le ragazze erano già uscite. Mano nella mano come due scolarette, col borsone a tracolla, le ragazze stavano recandosi alla spiaggia. Giunte nei pressi del magazzino, si guardarono l'un l'altra. Senza una parola, si inoltrarono tra le sterpaglie: quel posto le attirava entrambe con una forza alla quale non sapevano resistere. Valerie si affacciò alla porta, appoggiandosi al battente smozzicato dal tempo. Dentro, una penombra tranquilla. Chiese a Joelle di attenderla fuori, indi mise dei cauti passi all'interno, pronta a tornare indietro se avesse provato delle sensazioni di pericolo. L' attenzione di Joelle era stata attratta, intanto, dai movimenti pigri e metallici di una lucertola, che si aggirava lì intorno, incerta sulla direzione da prendere. La ragazza sedette su una grossa pietra levigata e afferrò uno sterpo, tentando di incoraggiare la lucertola a risolvere una volta per tutte la propria indecisione. Valerie era stata inghiottita dalle oscure fauci di quell’edificio carico di misteri. Attenta a qualsiasi segnale, la ragazza continuava ad inoltrarsi con circospezione, in un silenzio denso di attese. Giunta nella stanza delle catene, cercò di concentrarsi per tentare di captare quelle presenze che, ne era certa, in quel momento stavano tenendole discreta compagnia. Le riuscì solo di avvertire un accumulo di energia che si avvicinava e allontanava da lei come il soffietto di una fisarmonica, come le onde provocate dalla caduta di un sasso in una pozza d'acqua. Si avvicinò alle catene e afferrò due anelli, quelli stessi che giorni addietro aveva afferrato Joelle. Le bastò chiudere gli occhi, per entrare immediatamente nella dimensione parallela. Ciò che apparve al suo sguardo medianico, la sconvolse a tal punto da indurla, con un grande sforzo di volontà, a distaccare le mani dagli anelli e correre fuori con quanta forza aveva nelle gambe. Vedendola uscire di corsa, Joelle si spaventò. Scattò in piedi e le andò incontro. Valerie si guardò istintivamente indietro, come se avesse timore di essere inseguita. Afferrò l'amica per il braccio e la trascinò nella sua corsa, dirigendosi verso il viottolo per la via più breve, incurante delle sterpaglie che aggredivano i loro polpacci. Le gambe si muovevano frenetiche, quasi pervase da vita propria, come a voler sottrarre disperatamente le ragazze all'abbraccio malefico delle creature da incubo che popolavano quel luogo maledetto. - Che è successo? - Si affrettò a chiedere Joelle quando si furono allontanate a sufficienza. - È terribile! Ho visto una scena da bolgia infernale. Uomini torturati col fuoco, donne incatenate nude alle pareti, e soldati col volto di fiamma che guizzavano come spiriti maligni per tutta la stanza. Poi è stato più forte di me, non ce la facevo a reggere quelle visioni e ho staccato il contatto. - Accidenti! Perchè non mi hai chiamata? - Sei matta? È pericoloso! E poi sono cose che posso vedere soltanto io! Se per caso loro riuscissero a stabilire un contatto con te, come l'altra volta, non è detto che tu riesca a staccarti così facilmente; io invece so come fare per interrompere il contatto. - Se hai interrotto il contatto, perchè allora sei scappata via in quel modo? - Perchè ho avuto paura. Contenta? La signorina vuole sempre una spiegazione per tutto! - Dài, non essere così suscettibile! Te l'ho chiesto perchè sono curiosa, tutto qui. - La prossima volta ti ci faccio andare te, lì dentro, da sola! - Perchè no? Al ritorno, io entro e tu aspetti fuori. - Scordatelo! Al ritorno ce ne andiamo dritte a casa. Non ti permetterò di mettere piede lì dentro prima della cerimonia della Luna! ……… Le ragazze uscirono dall'acqua e si misero a sedere l'una vicina all'altra, sulla grossa pietra levigata. - Cosa facciamo stasera? - Perchè non telefoni ai ragazzi? - È una buona idea. Ce ne andremo in giro per l'isola, di notte è più divertente, e poi è quasi luna piena, ci si vede quasi come se fosse giorno. Joelle giocherellava con dei sassolini, lo sguardo perso lungo la linea dell’orizzonte ad osservare l’andirivieni dei flutti, che disegnavano evanescenti strisce biancastre nel loro ritmico avvicinarsi alla spiaggia. - Stiamo insieme tutti e quattro, oppure preferisci tenere Jeanluc tutto per te? - Ti darebbe fastidio? - No, affatto. Mi va bene anche Didier. - Ma preferisci Jeanluc... - Si, preferisco Jeanluc. - Però sei così generosa da lasciarmelo. Posso chiederti perchè? - Tu non lo faresti se fossi al mio posto? - Non lo so. - Io invece lo faccio. Perchè? Lo capisci da sola... - Chiodo scaccia chiodo? È questo che intendi? - Più o meno. Valerie lanciò all’amica uno sguardo carico d’ombre: - Jeanluc non potrà prendere il posto di Willi. Joelle insistè: - Sono convinta che a lui invece piacerebbe da morire. Ti guarda in un modo!... - Si, lo so. Mi dispiace, ma il mio cuore non batte per lui... - Avrai il coraggio di dirglielo? - Non ce n'è bisogno, lo avra certamente già capito da solo. - E se tenta di... - Forse glie lo lascerò fare... - Ma se hai appena detto che non t'importa niente di lui!... - Non ho detto che non mi importa niente. Ho solo detto che il mio cuore non batte per lui. - Non afferro la differenza. - È un carissimo ragazzo, gli voglio bene ma non lo amo. In ogni caso, mi piace a sufficienza perchè io anneghi i miei dispiaceri tra le sue braccia. Chiaro adesso? - Non perfettamente. Probabilmente perchè io la vedo in maniera differente dalla tua. - Non hai esperienza, tutto qui. È solo questione di tempo. - Credi? - Ne sono convinta. - L' hai mai fatto con Didier? - No, non ne ho mai avuto l'opportunita. - Ma lo faresti, con lui? - Non lo so. - Non gli vuoi bene a sufficienza? - Non è questo, voglio bene a tutti e due. Però con Jeanluc è diverso, e poi so che mi vuole molto bene. Joelle si alzò, senza aggiungere altro. Anche Valerie si alzò. Raccolsero la loro roba e, in silenzio, si avviarono lungo il vialetto che le avrebbe ricondotte a casa. ….. I ragazzi furono puntuali. Valerie e Joelle andarono loro incontro con entusiasmo. Jeanluc si affiancò a Valerie e Didier a Joelle, come se lo avessero già stabilito tra loro, prima di venire. Presero posto sull'utilitaria e si avviarono lungo il vialone, verso l'interno dell'isola. - C'è una bella luce, stasera. Che ne direste di addentrarci nel bosco? La proposta, venuta da Didier, trovò il consenso di tutti. Jeanluc rallentò e si infilò lungo un sentiero sconnesso, per fermare poi l'auto in un piccolo spiazzo poco distante. Scesero tutti. Jeanluc si affrettò a prendere Valerie per mano e altrettanto fece Didier con Joelle. Si incamminarono lungo uno stretto sentiero, verso l'interno del bosco. Ben presto il sentiero si biforcò. - Andiamo di qui, passiamo per il capanno e poi ci ritroviamo sullo spiazzo in fondo al bosco. - No, andiamo da questa parte invece, il viottolo è meno accidentato! I due ragazzi insistettero ognuno per la propria soluzione, senza arrivare a mettersi d'accordo. Valerie intervenne proponendo saggiamente che ognuno prendesse la direzione che preferiva, tanto il punto d'arrivo sarebbe sempre stato lo spiazzo in fondo al bosco. Dentro di sè, era convinta che i due avessero studiato tutto prima, per rimanere soli ognuno con la sua preferita. Così fecero: Jeanluc e Valerie verso il capanno e Didier con Joelle per l'altra strada. Giunti nei pressi del capanno, Jeanluc propose di fermarsi un po'. Valerie accondiscese. Girando intorno, trovarono una vecchia panca di legno, un po' sconnessa ma ancora in grado di sostenere il loro peso. La accostarono a una parete e si sedettero, vicinissimi l'uno all'altra. - Si sta bene stasera, non trovi? - È quasi luna piena. La luna crescente è propizia alla magia. - Non è già una magia starcene qui da soli, come stiamo facendo in questo momento? A Valerie venne in mente che sarebbe stata una vera magia aver avuto Willi al suo fianco invece di Jeanluc, ma dirlo le sembrò una cattiveria. Lo tenne per sè. - È come essere immersi in un rumoroso silenzio. O in un rumore silenzioso. Non trovi? - Sei sempre la stessa! Vivi in un paradosso perenne. Ti è così difficile comportarti come una ragazza normale? - Ma io non sono affatto una ragazza normale! - Ti pare che starei qui a perdere tempo con te, se tu fossi una ragazza normale? - Vedi che anche a te piace giocare con i paradossi! Jeanluc le prese una mano tra le sue. - È bello stare con te. - Scommetto che lo dici a tutte. - Lo dico a tutte quelle con le quali sto bene. - Non fa una grinza. Jeanluc le passò una mano tra i capelli. Li sollevò e li fece scorrere tra le dita. Glie li afferrò e la tenne delicatamente ferma, mentre avvicinava le labbra a quelle di lei. Valerie lo assecondò, lasciandosi baciare e rispondendo al bacio con una intensita inaspettata. Jeanluc si distaccò appena. Sentiva il respiro di lei contro il suo viso. - Sei magica. Nessuna è come te. - Neanche come te. Siamo tutti diversi. Nessuno è mai come un altro. Così dicendo, Valerie si alzò in piedi. - Ce ne andiamo di già? - Si allarmò Jeanluc, che vedeva nel gesto di lei la sconfessione di un promettente preludio. - No - Lo rassicurò lei. - Entriamo nel capanno, non ci sono mai stata. - Ci sarànno i topi! - Sentiranno il rumore e andranno a nascondersi. E poi non ho paura dei topi; tu si? - Io? Vuoi scherzare? - Entriamo allora! La porta era tenuta ferma da un grosso sasso. Lo scostarono e tirarono il battente verso l'esterno, quel tanto che bastava a lasciarli passare. Valerie vi si infilò coraggiosamente per prima. Dentro, ci si vedeva pochissimo. Accostate alle pareti, delle assi di legno. Al centro, dei sacchi pieni di segatura. Topi non ce n'erano e se c'erano, si mantenevano alla larga, spaventati dai rumori. " Dunque," pensò subito Valerie " È qui che Willi...con l'altra...". Ebbe un senso di rigetto per quel luogo. La prima reazione fu di chiedere a Jeanluc di portarla via. Ma allo stesso tempo esitava. Cercava di immaginare la scena, come l'aveva vista Joelle. Il desiderio la colpì all'improvviso, violento e inaspettato. Si avvicinò a Jeanluc: - Prendimi! Qui, sui sacchi! Subito! Jeanluc non afferrò il motivo di tale repentina decisione, ma non perdette tempo a domandarselo. La afferrò delicatamente per le braccia e la sdraiò sui sacchi. - Non così. - Valerie si rigirò a pancia in giù, sollevando la gonna. - Così! Jeanluc aveva intanto tirato giù i pantaloni. Le si avvicinò e, con un gesto deciso, la liberò degli slip. La prese senza una parola. Valerie accompagnava ogni colpo di lui con un singhiozzo strozzato, afferrandosi ai sacchi con le dita contratte dallo spasimo. Jeanluc proseguì per un po', fino a quando sentì lei lanciare un gemito più lungo ed acuto. A quel punto si tolse e concluse velocemente da solo, girandosi per non bagnarla. Valerie era rimasta abbarbicata ai sacchi, incapace di alzarsi. Il ragazzo raccolse le mutandine di lei, le abbassò la gonna e le carezzò la schiena, dolcemente, fino a quando finalmente Valerie si girò. Aveva gli occhi arrossati, ma il buio la proteggeva; Jeanluc non avrebbe mai saputo che in quei momenti, la donna che gemeva sotto i suoi colpi aveva fatto l'amore con qualcuno che non era lui. I quattro si ritrovarono allo spiazzo. Valerie era riuscita a nascondere perfettamente la sua emozione e con Jeanluc la passeggiata era proseguita parlando d'altro. Come se quei momenti al capanno fossero stati soltanto una parentesi aperta per soddisfare un raptus improvviso, e poi immediatamente richiusa. Joelle sembrava di buon umore. Strizzò l'occhio a Valerie, intendendo dirle che si sarebbero raccontate tutto una volta a casa, nella solitudine protettiva della loro stanzetta. - Allora? Questa volta era Valerie ad essere curiosa. Si erano appena preparate per la notte e sedevano entrambe sul bordo del letto di Joelle. - È stato molto carino, mi ha chiesto di parlargli di me, mi ha parlato un po' di lui, poi ci siamo sbaciucchiati un po'. - Soltanto? - Si, non ha fatto il minimo tentativo di andare oltre. Però abbiamo camminato sempre abbracciati, è stato molto piacevole. - Credi di essergli piaciuta? - Si, certo, me l'ha detto proprio lui che sta molto bene con me e che gli piaccio più di chiunque altra. - Non credergli, dicono tutti sempre così. - A me è sembrato sincero. - Qualsiasi ragazzo ti dira che sei tu la più bella di tutte, la più simpatica, la più interessante. I ragazzi son fatti così, è il loro modo di farti sentire l'unica donna della loro vita. Ma poi vieni a scoprire che dicono la stessa cosa a tutte, che sono tutte le uniche donne della loro vita! - Mah, se avesse voluto soltanto scoparmi ci avrebbe tentato, non ti pare? E invece non ci ha tentato affatto! - Ci tentera la prossima volta, o forse ti lascera cuocere a fuoco lento per poi mangiarti senza nessuno sforzo. - E se fossi io a far cuocere lui? - Una vecchia volpe come Didier? Saresti veramente brava se ci riuscissi, ma io credo che alla fine sarà lui a divorarti, tutta intera, corpo e sentimenti. - Fossi in te non ne sarei tanto sicura. È vero che non ho esperienza, ma non farò la fine dell'agnello nelle fauci del lupo. In ogni caso, se ti accorgi che sto perdendo la testa, mollami due sberle e fammi rinsavire, ok? - Ora sì che sei più ragionevole! Starò attenta io a te, non preoccuparti, nessuno riuscira a farti soffrire. Anche se, in fondo, un po' di sofferenza non ti farebbe male. Soffrire per amore ci fa sentire donne più di qualsiasi altra cosa. - Preferisco sentirmi donna in maniera diversa. - L'avrei preferito anch'io, ma la sofferenza d'amore è una forca sotto la quale prima o poi passiamo tutte. Guarda me con Willi, per esempio! - Già, bello quell'altro! Anche lui ti ha detto che sei tu l'unica donna della sua vita? - Macchè, non mi ha detto neanche quello, figurati un po'! - Se non te l'ha detto, allora che colpa ne ha delle tue sofferenze? - Ha la colpa di esistere, di essere apparso davanti ai miei occhi. Ti sembra poco? - Cosa vorresti fare, uccidere tutti quelli che appaiono davanti ai tuoi occhi, solo perchè non ne vogliono sapere di te? - Più che ucciderli, vorrei averli tutti ai miei piedi... Beh, almeno uno! - Uno ce l'hai! - E chi sarebbe quest'uno? - Come, chi sarebbe? È Jeanluc, no? Ti piace, ci hai già fatto l'amore, lui è innamorato di te, non ti basta? A proposito, com'è andata con lui? - Gli ho fatto fare l'amore, su al capanno. - Hai visto? E poi stai sempre a lamentarti! - Non è andata come immagini tu. Lui ha fatto l'amore con me, ma io non l'ho fatto con lui... - Chissà perchè, ma mi era venuto un sospetto del genere... - Ho pensato a Willi, è a Willi che ho chiesto di prendermi, è lui che ho avuto dentro di me! - Jeanluc non si è accorto di niente? - Non lo so. Dopo, è stato molto dolce e poi, quando siamo usciti dal capanno, ha capito che non avevo voglia di parlarne ed è rimasto in silenzio aspettando che fossi io a riaprire il dialogo. Abbiamo parlato di altre cose e lui ha avuto la sensibilita di non fare il minimo accenno a ciò che era successo nel capanno. - Non può certo aver immaginato che tu stavi pensando a un altro! - Non esserne così sicura. Lui sa bene della mia debolezza per Willi, e poi è un tipo molto sensibile. Potrebbe averlo intuito, non me ne stupirei. Solo, mi dispiacerebbe se avesse per davvero immaginato la verita. È stato dolcissimo; la prossima volta glie lo farò fare per bene, guardandolo negli occhi. - Sei proprio strana, tu. Sei sicura di non provare proprio niente per Jeanluc? - Sicura? Sicura è una parola grossa. Nessuno mai può essere sicuro di niente, quando si parla di amore: sono i sentimenti a comandare noi e non viceversa. Ma parliamo di Didier, sei più importante tu, ora. - Cosa vuoi che ti dica, ci sto bene con lui, mi è molto simpatico, però Jeanluc mi piace di più. - Se proprio ci tieni, chiederò a Jeanluc di essere lui a farti fare il grande passo, sono sicura che non si tirera indietro. - E se Didier ci rimanesse male? - Allora, te ne importa del tuo Didier! - Ci tengo a non farlo star male. - Dobbiamo essere soltanto noi a soffrire per amore? Che tocchi anche a loro, qualche volta! - Jeanluc stà sicuramente soffrendo. Quando ti guarda, sembra che abbia visto un'apparizione! Si incanta come davanti a una madonna. Se non ti ama lui, allora io non so cosa sia l'amore! - Non posso farci niente. Willi viene prima di lui. - Ma a Willi probabilmente non lo sfiora nemmeno il sospetto di questa tua grande passione per lui! - Che gli venga un accidente, a lui e a quella tipa che se lo inchioda nel letto. - Uh, un grande amore davvero, se siamo già agli accidenti! - Non si merita altro. - Smettiamola adesso; piuttosto, che si fa domani? - Al mare. Chissà che il sole non riesca a far evaporare la sua presenza dal mio cervello, una volta per tutte! - Velia, bada tu alla reception, io vado dabbasso. Quando Rada sentiva così urgente dentro di sè la necessità di rifugiarsi nel suo regno segreto, sapeva di non dover attendere oltre. Fatto a sua sorella un cenno che significava di non disturbarla per nessun motivo, si affrettò a discendere i ripidi scalini che portavano allo scantinato. Afferrò i tarocchi con un gesto nervoso e con l'altra mano aprì un cassetto per trarne un panno nero ricoperto di strani segni. Distese il panno sul tavolo posandovi intatto il mazzo delle carte. Accese due mozziconi di candela e occultò ogni altra fonte di luce. Toltosi nervosamente tutto quanto aveva indosso, infilò una tunichetta di cotone bianco e si arrampicò su un alto sgabello portando alla fronte le due mani giunte. Dopo qualche minuto di meditazione si mise più comoda e si accinse a disporre le carte per la consultazione. Il messaggio le apparve subito chiaro: la sua grande nemica era una donna. Una donna che non conosceva. Una donna con la quale avrebbe dovuto presto scontrarsi, tra inganni e tradimenti. Una rivale alla quale avrebbe anche potuto soccombere. Si rialzò nervosissima. Dunque, si trattava di una donna. Non delle due ragazze, perchè quelle almeno le conosceva, mentre la sua nemica risultava essere una sconosciuta. Sicuramente non una dell'isola, perchè lei sull'isola conosceva tutte. Quindi, anche Demetra era da escludere. Doveva assolutamente far uscire la donna allo scoperto: solo così avrebbe potuto valutarne la reale pericolosita. Ma come fare? Non ne aveva la più pallida idea. Tolse la tunica, la piegò e la ripose. Piegò e ripose anche il panno nero e mise i tarocchi nella loro scatola. Indi, raccattò i vestiti e si ricompose. Doveva rimanere calma, con i nervi saldi e l'attenzione vigile. La sua nemica era sull'isola. O forse addirittura nel suo stesso albergo? Aveva delle donne tra gli ospiti e un paio di loro avevano l'aria di volersi occultare, come a voler evitare qualsiasi possibilita di essere notate. Andavano via al mattino e tornavano alla sera. Si imbarcavano con i loro compagni, o amanti che fossero, per rimanere in navigazione durante l'intera giornata e ritornare solo per cena. Però, a rifletterci meglio, gente del genere glie ne capitava tutti gli anni, non era affatto strano che qualche distinto signore si accompagnasse a donne da tenere nascoste agli occhi indiscreti dei turisti; si recavano a fare il bagno in qualche spiaggetta riservata, poi rientravano alla chetichella cercando di dare nell'occhio il meno possibile. Ciò non escludeva però, a ben pensarci, che qualcuna di loro fosse lì proprio per cercare la stessa cosa che anche lei cercava, magari senza immaginare di non essere l'unica detentrice del segreto del mago. Ma se così fosse, lo avrebbe saputo in fretta. Martha si immerse ancora una volta. Il luogo era quello, ne era certa. Anche se il mare aveva modificato, nel corso dei secoli, la forma delle rocce, si scorgeva perfettamente il delinearsi della muraglia che, con la bassa marea, sporgeva appena dal pelo dell'acqua in prossimita dell'ingresso delle grotte. Era proprio lungo quella muraglia che il mago doveva aver nascosto l'amuleto, o quantomeno le indicazioni per ritrovarlo. Si mosse lungo le rocce alla ricerca di un possibile nascondiglio, di un segnale, di un qualcosa che potesse suggerirle una qualsiasi indicazione. Si era immersa per tutta la mattina, esplorando la barriera passo dopo passo: l'aiutante del mago parlava di un muro protetto dall'acqua, in prossimita di una grotta e, a giudicare dalle carte in suo possesso, nessun'altra grotta era fronteggiata da un muro, in tutta l'isola. Fino a quel momento, l'unica cosa che aveva scoperto erano le tane dei polipi. Probabilmente sarebbero state necessarie molte altre ore di immersione, ma lei era decisa. A costo di far saltare tutta la muraglia con la dinamite. Rimise la testa fuori dell'acqua e si aggrappo' al bordo del gommone, tirandosi su. Ora basta, doveva tornare a casa per il pranzo altrimenti, non vedendola rientrare, sarebbero venuti a cercarla e lei preferiva che nessuno sapesse di quelle immersioni. Nemmeno Willi. Valerie camminava sul ciglio della strada, diretta a casa; canticchiando, Joelle le veniva dietro, attenta a scansare i cespugli spinosi che dispettosamente attentavano alle sue caviglie. Erano state sulla spiaggia per tutta la mattina ed ora ritornavano stanche, entrambe desiderose di sdraiarsi su un comodo divano, non prima di aver divorato ciò che la cuoca aveva preparato per pranzo. - Ehi, guarda qui che strano oggetto! - Qualcosa aveva attratto l'attenzione di Joelle. Valerie si fermò di malavoglia; dette un rapido sguardo all'oggetto che Joelle aveva raccolto e le fece segno di buttarlo via, tornando a girarsi e a riprendere il cammino, con uno sbuffo d'insofferenza per l' inutile perdita di tempo. Joelle non se ne dette per inteso. Quel ferro vecchio le piaceva, così tutto bucherellato. Non aveva la più pallida idea di cosa mai potesse essere, ma in quel momento non le importava. Lo mise nella sacca, tra l'asciugamano e la crema solare, ripromettendosi di osservarlo meglio una volta rimasta da sola nella sua stanza. Giù al porto, Kostas ricoprì il motore della barca con un grosso telo e si portò, con un balzo, sul molo. Si guardò intorno per cercare volti conosciuti, salutò qualcuno con un largo gesto della mano e, assicurata per bene la cima alla bitta, dette un ultimo sguardo di controllo alla barca e si avviò a passo veloce in direzione dell'albergo di Rada. - Dove andiamo stasera? Joelle aveva appena finito di asciugarsi i capelli e se li pettinava cercando di farne arricciare le punte come piaceva a lei. Valerie era seduta sul bordo della vasca e la fissava con uno sguardo assente. - Eh? - Ho detto " cosa facciamo stasera"; cos'è, dormi? - Uh, no, ero soprappensiero. - Allora? - Non so, cosa vuoi che ne sappia!... Devo sempre pensarci io? - Da parte mia, telefonerei ai ragazzi. Eh? Ti va? - Ok. Chiamali. Ma poi dove andiamo? - E che ne so... Andremo in giro, dove ci portano le scarpe. Hai alternative? - In questo momento proprio no. Joelle rimise a posto tutto l'armamentario. Si avvicinò a Valerie e le si sedette a fianco. - Ma cos'hai, non stai bene? - Uh...C'è qualcosa che non va. Qualcosa nell'aria...Tu non senti niente? - Cosa dovrei sentire? - Chessò, qualcosa che ti renda nervosa, insofferente... - Lascia stare, ho capito tutto... - Non hai capito niente, invece! - Vuoi vedere che indovino? - Avanti, signorina "so tutto"... - Willi. - Ma che Willi!... Rada, piuttosto! - Cosa c'entra Rada, adesso? - Quando mi sento così, lei c'entra sempre!... " Ancora il re di spade!" Borbottò Rada tra sè. I tarocchi, disposti secondo un antico metodo di consultazione che le aveva insegnato sua madre e che si rivelava sempre efficace, non lasciavano dubbi: un uomo le avrebbe fatto del male. Presto, molto presto. Kostas era di là che dormiva. Sua moglie era partita per andare a trovare i suoi e sarebbe stata via una decina di giorni. Lui ne aveva immediatamente approfittato per far visita al suo amore segreto. Passato il primo momento di euforia, Rada aveva avuto sentore che qualcosa in Kostas non andava per il giusto verso. Era molto preoccupata: nello sguardo di lui si era risvegliata una favilla, una fiammella pungente che non le piaceva affatto. Kostas agiva, in apparenza, in maniera del tutto normale: si comportava con lei nella maniera di sempre, dolce e focoso, allegro e giocherellone. Però, nel momento culminante dell'amore, i suoi occhi si illuminavano di una luce perversa, i muscoli del viso gli si irrigidivano in un'espressione cattiva, come se quel momento fosse per lui soltanto il preludio a una incombente crisi di violenta follia. E poi, si era messo a fare certi strani discorsi...No, tutto questo non le piaceva affatto, Kostas non era mai stato così. Sollevò la testa dalle carte e si passò le dita tra i capelli, un gesto che le veniva automatico tutte le volte che la sua estrema sensibilita la portava ad avvertire l'avvicinarsi di un pericolo. Non potevano esserci dubbi, l'uomo di spade era lui, Kostas. Con la morte nel cuore, rastrellò le carte e le riavvolse nel panno di seta. Kostas stava maturando dentro di sè il germe della distruzione. Doveva stare attenta. La cameriera bussò discretamente alla porta: - Il signore si è svegliato...- Annunciò in un filo di voce. - Vengo. - Rispose Rada, facendole cenno di allontanarsi. La caverna La lampada ad acetilene, appesa a una cordicella, oscillava illuminando la caverna di una luce incerta, spettrale. Martha non si dava pace, era sicura che tra gli anfratti lì intorno a lei, qualcosa doveva pur esserci. La mappa indicava esattamente un posto come quello, anche se poi si disperdeva in particolari che, a distanza di qualche secolo, perdevano del tutto di significato, avendo la furia del mare modificato la forma delle rocce, almeno per quei dettagli che erano così meticolosamente descritti e dei quali non se ne vedeva neppure la parvenza. Guardando attentamente a dove metteva i piedi, si addentrò in uno stretto corridoio che si diramava dal corpo principale della caverna, scendendo verso una nicchia grande a sufficienza da permettere l'ingresso di tre uomini. Come nascondiglio non era il massimo, ma bisognava tener conto che gli abitanti dell'isola non entravano volentieri in quella grotta, ritenuta un luogo funesto dalle leggende popolari, che la indicavano come un luogo in cui si riunivano le streghe quando dovevano partire alla volta del dominio del Signore delle Tenebre. Le stratificazioni della roccia ne minavano la compattezza; Martha prese a togliere quei frammenti che la sua mano sentiva traballare, gettandoli per terra con rabbia quando, dopo tanti sforzi, la pietra che veniva via ne nascondeva un'altra troppo grossa per poter essere spostata con la sola forza delle mani. La lampada ad acetilene cominciava a mostrare segni di stanchezza. La luce tendeva sempre più ad affievolirsi, era necessario uscire dall'anfratto e ancora dalla grotta, per tornare al gommone. Martha si avviò lungo il corridoio, con l'intenzione di tornare sul posto un'altra sera, armata di attrezzi idonei a frantumare quelle rocce che le erano parse sufficientemente grandi da poter nascondere una nicchia. Era sicura che la caverna nascondeva in tutto o in parte ciò che lei cercava. Ne era proprio sicura. Uscì dal corridoio ritornando nel ventre della caverna principale. La lampada si stava quasi spegnendo. Affrettò il passo. Ad un tratto, proprio a due passi dal bagnasciuga, scorse qualcosa che poteva assomigliare a un antico simbolo magico. Avvicinò la lampada alla parete e notò che i simboli erano due. La caverna aveva ospitato davvero qualche iniziato, che aveva evidentemente messo in giro certe leggende proprio per tenere la gente alla larga da quel posto. Il mago, forse? Se era stato lui, allora era proprio sulla buona strada. Sarebbe ritornata la notte seguente, attrezzata in modo da poter trascorrere l'intera notte a cercare quanto la interessava. Spinse il gommone in acqua, abbassò il fuoribordo e diresse verso il porto. - Ehi, Willi, cosa ci fai qui a quest'ora? Valerie lo aveva scorto mentre scendevano verso il porto: era seduto sul muretto, da solo, e guardava verso il largo come se attendesse qualcuno. - Ciao, tu cosa ci fai qui, piuttosto! - Stiamo facendo un giro per l'isola. - Stiamo? - Ah, si, gli altri si sono fermati a prendere qualcosa da bere, devo raggiungerli allo spaccio. - Non hai niente di meglio da fare che perder tempo a gironzolare di notte come un cane randagio? - Willi, sei ammattito? Sono con gli amici, sai bene con chi. Mi piace stare con loro, è divertente. Proprio tu, invece, te ne stai solo come un cane randagio!... - Sto aspettando un'amica. - Ma il traghetto arriva domani mattina!... - E chi ti ha detto che deve arrivare col traghetto? È andata a pesca di polipi col gommone, ci siamo dati appuntamento qui. Dovrebbe essere di ritorno tra poco. - La conosco? - Non credo proprio. - Ok, ti lascio alle tue attese. Ritorno con gli altri. Ci si vede. - Ciao, salutami tutti. Era stato proprio gelido, Willi. Un'amica. Chi poteva essere? Valerie si avviò in direzione dello spaccio, vincendo la tentazione di girarsi a guardare se qualche luce era apparsa a perforare il nero intenso del mare. Joelle le si fece incontro, allontanandosi dal gruppo per poter domandare senza essere ascoltata. - Allora? - È lì in attesa di un'amica. - Allora è proprio vero che ha un'altra! - Ha detto un'amica, non la sua donna! - Si, va bene, Dio come sei suscettibile! - Te la senti di venire con me? - Dove? - Sono curiosa di vedere chi è. - A chi lo dici! Dobbiamo appostarci in modo da non farci vedere. Ma cosa diciamo agli altri? - Accidenti, non possiamo mica dire la verità. Non ti viene niente in mente? - Anche se mi venisse, poi come torniamo a casa, se loro vanno via? - Hai ragione, non ci avevo pensato. Ma un'occasione come questa non me la perdo, dovessi rimanere qui tutta la notte! - Ti tengo compagnia. Ma una scusa dobbiamo pur trovarla. Valerie batté il piede per terra, un lampo nel suo sguardo fece capire a Joelle che la soluzione era a portata di mano. - Rada! Dalla terrazza di casa sua si vede il porto. Velia ha il binocolo. Diciamo che restiamo a cena da lei. - Sei un genio! Dài, muoviamoci. Dal terrazzo si vedeva il porto nella sua intierezza, e anche un braccio di mare al di là del piccolo molo di ponente. Avevano fatto appena in tempo: un gommone stava attraccando proprio in quei momenti e Willi stava legando la gomena alla bitta, mentre una donna saltava a terra tirandosi dietro una sacca chiusa. - Dài, fà vedere! - Joelle fremeva dalla curiosità. - Aspetta! Voglio capire chi è. - Riesci a vederla bene in faccia? - Non ancora, lasciala avvicinarsi. - Allora? - Un momento, che diamine! Tieni, ecco, guardatela per bene. Avrà cent'anni, vorrei proprio vedere cosa ci trova in quella lì. - Valerie era proprio stizzita. Poteva avere quarant' anni quella lì, come poteva Willi preferirla a lei? - Ehi, non l'hai riconosciuta? - Perchè, la conosciamo? - Altroché se la conosciamo, è la donna della jeep, quella che ci ha incrociate sulla strada di casa sua! - Fà vedere, dà qua. Il binocolo passò di mano. - Hai ragione! È proprio lei! Ma di polipi non ne avrà trovati neanche uno, ha solo una sacca a tracolla. - Che c'entrano i polipi? - Willi mi ha detto che la sua amica era andata a pesca di polipi. - Ti avrà raccontato una balla. - Tanto per cambiare! Rada si offrì di ospitare le ragazze per la notte. Valerie disse che non aveva avvisato a casa e che quindi era necessario tornare. Le chiese in prestito il motorino. Velia si offrì di accompagnarle in auto, perché doveva andare da quelle parti, a casa di Demetra a prendere della frutta. Lungo il percorso, Valerie le fece il resoconto della serata, senza tralasciare niente. - Cosa dicono le ragazze? - Rada era curiosa. Velia era appena rientrata. - Oh, Valerie se ne muore dietro Willi, ma lui ha un'altra. - Si? E chi sarebbe? - Mah, non la conosco. Ma c'è qualcosa che mi puzza in tutto ciò. - Sarebbe a dire? - Willi le nasconde qualcosa. Le aveva detto che la sua amica era uscita per polipi, ma quando è tornata, invece del secchio coi polipi aveva una sacca chiusa. Credo proprio che quei due abbiano qualche affare losco per le mani. - Affari loro. - Rada chiuse così l'argomento. Nella sua mente era scattato l'allarme. Era come un violento, martellante sibilo che le rintronava le orecchie. La donna delle carte! Si concentrò un attimo e tentò di visualizzarla. Smise quasi subito: la donna era protetta. Era schermata, non permetteva ad alcuno di accedere alla sua mente. Doveva essere un'iniziata, senza alcun dubbio! La follia - Cosa volevano le due ragazze? - Kostas apparve sulla soglia, avvolto in un accappatoio. - Oh, niente di particolare - si affrettò a rispondere Rada - volevano spiare un loro amico su dalla terrazza, per non farsi scorgere. - Spiare? - Si fa per dire...Volevano solo vedere chi fosse la donna che stava aspettando. - E allora? - Allora niente, sono affari loro, cosa vuoi che me ne importi...Sai come sono le ragazzine, no? Credono che il massimo della vita sia correre dietro ai ragazzi. Questa volta, dietro il loro pollo c'è un'altra, tutto qui. - Stupide ragazzine! Su, vieni di là, non stiamo qui a perderci in chiacchiere. Rada si rivolse a sua sorella: - Pensa tu a tutto, ci si vede domattina. - Và tranquilla, buona notte. - Buona notte. Kostas salutò con un gesto. Afferrò Rada per un braccio, tirandosela dietro quasi di forza. - Ehi, mi fai male! - Si lamentò lei. - Ma và. Strilli per così poco? Ora ci penso io a darti un buon motivo per strillare! Queste ultime parole le pronunciò quasi in un soffio, per farsi udire solo da lei. Rada lo guardò preoccupata. Cosa gli passava per la mente, adesso? Tenendola sempre per un braccio, si diresse verso la rampa di scale che conduceva in una delle cantine. - Dove hai intenzione di portarmi, ora? - Dove non potrà udirti nessuno. - No, non ci vengo. Lasciami! - Ti lascio, sì, ma per sempre. Se non mi segui, prendo la porta e vado via, non mi vedrai più! - Kostas, cosa sono questi ricatti...cosa ti prende? Kostas le lasciò il braccio. Si voltò di schiena come a non volerla guardare mentre lei prendeva la sua decisione. - Allora? Mi segui o no? Ti dò cinque secondi di tempo per decidere. Da questo momento. Cinque...Quattro... Rada si appellò ai suoi poteri extrasensoriali per cercare di capire cosa stesse succedendo nella mente dell'uomo. Kostas non si era mai comportato così. Qualche volta era rude, è vero, ma non era mai sceso fino a ricattarla in quel modo. Cosa voleva da lei? - ...Tre...Due - Vengo, piantala di contare, vengo! Martha stava sfogliando un librone dalla copertina in cuoio nero, che all'apparenza doveva essere appartenuto a un antico alchimista. Era pieno di strane formule annotate in caratteri criptici, una via di mezzo tra l'antico alfabeto runico e i caratteri di qualche alfabeto indiano. Lei era riuscita a decifrarli e ora li leggeva come fossero scritti in linguaggio corrente, anche se lo stile di scrittura riportava a diversi secoli addietro. I simboli magici che aveva intravisto su una parete della caverna, erano riportati sul libro in maniera ricorrente. Forse stavano ad indicare l'appartenenza a una setta o a qualche corrente di pensiero iniziatico: in apparenza, la loro posizione nello svolgersi del fraseggio era del tutto casuale, senza alcun nesso logico con ciò che era descritto. Forse servivano a comunicare al lettore dei segnali in codice. Ammenocchè non si trattasse di una particolare chiave di decrittazione, nota soltanto agli affiliati alla setta alla quale apparteneva il vecchio proprietario di quel libro; o nota addirittura solo a colui che lo aveva manoscritto. Si trattava di tentare di decodificare la chiave, utilizzando una qualche variazione alle tecniche ebraiche di crittografia usate dalla maggior parte degli stregoni di quell'epoca. Lo avrebbe fatto, a costo di passare sul libro tutta la nottata. Willi la chiamò per la cena. Lei rispose bruscamente di lasciarla in pace. Il ragazzo capì che non era il caso di insistere. Kostas chiuse accuratamente la porta alle sue spalle. Aveva lo sguardo assente, allucinato, come perso tra le nebbie di un mondo immaginario al quale solo lui poteva avere accesso. Rada era riuscita ad agganciare la sua volontà e sapeva di poter congelare qualsiasi suo tentativo di farle del male, ancor prima che il pensiero potesse trasformarsi in azione. Aveva deciso di assecondare i suoi voleri, al solo scopo di capire la natura di quel comportamento così stranamente irrazionale e violento. - Su, fatti vedere! - Le disse bruscamente l'uomo, afferrandola per i capelli e illuminandole il viso con la luce di un candeliere a tre braccia, che aveva scovato chissà dove. Rada lo lasciò fare. Lui fece scorrere le fiammelle fino a sfiorarle il viso. - Se bella!...Troppo bella... Tutti ti guardano, tutti ti desiderano... Rada rimase in silenzio, per non distoglierlo dal suo delirio. Doveva lasciarlo navigare sulle onde della follia fino alla soglia della catastrofe. A quel punto lo avrebbe bloccato. Le sarebbe bastato un solo fermo comando imposto con la forza della mente, senza nemmeno la necessità di esprimerlo a voce. Lui non avrebbe potuto opporsi, non ne avrebbe avuto la forza, perso com'era nel vortice dei suoi vaneggiamenti. Kostas le stava passando ora le dita sul collo, delicatamente, come a voler saggiare la trama della pelle. Scese lungo la curvatura delle spalle, poi tornò indietro a carezzarla col dorso della mano. Bruscamente, si allontanò di un passo e ordinò: - Togli le vesti! Rada continuò ad assecondarlo. Tolse tutto ciò che aveva indosso e lo lasciò cadere per terra. Kostas le afferrò entrambe le braccia e glie le portò dietro la schiena, legandogliele con la cintura del suo accappatoio. Tornò ad afferrarla per i capelli e a portarla verso il candeliere. - Ecco, fatti ammirare, così sei ancora più bella! I suoi occhi erano percorsi da lampi di rabbia, aveva le labbra contratte, sul punto di esplodere, di lì a un attimo, in una sequela di accuse rabbiose. - In quanti ti hanno vista così? Eh? Dimmelo, in quanti? Rada non rispose. Kostas le si avvicinò minaccioso, con lo sguardo torvo e le vene del collo pulsanti della follia che ne animava i gesti e le parole. Le afferrò improvvisamente un capezzolo tra le dita e lo strinse, torcendoglielo fino a strapparle un grido di dolore. - Fa male, eh? Ti ho fatto male, vero? Dimmelo, ti ho fatto male? - Sì, mi hai fatto male. - La voce della donna era volutamente incolore, come se lui stesse torturando un automa. Kostas raccolse dal mucchio delle vesti di Rada la sottile cinghia di cuoio che poco innanzi le cingeva la vita. Se la avvolse sul polso dal lato della fibbia e, con un gesto misurato, la fece schioccare nell'aria. La fece schioccare ancora, sempre più vicina e più forte. Rada si tenne pronta a bloccarlo, ma lo avrebbe fatto solo se la situazione si fosse mostrata minacciosa al punto da mettere in pericolo l'incolumità di entrambi. La cinghia si abbatté con forza sul corpo della donna, striando di rosso la sua bianchissima pelle. Rada emise un gemito di dolore, ma non lo fermò. Poi emise un altro gemito e ancora un altro, e un altro, fino a quando il suo corpo fu segnato dappertutto dai crudi morsi del cuoio. Infine, Kostas si fermò. Digrignando i denti, scagliò la cintura contro il muro. - Un colpo, per ognuno degli uomini ai quali hai concesso la vista del tuo corpo. Un colpo, per ogni parola che le tue orecchie hanno udito, un colpo per ogni dito che ha sfiorato la tua pelle, un colpo per ogni pensiero che a loro hai rivolto. Momentaneamente appagato, le si avvicinò slegandole le mani. - Rivestiti ora e dì alle tue serve di tremare. La frusta ha sete di sangue. Una notte per ognuna di loro. E poi ancora per te, e ancora per loro, fino a quando saranno i muri del castello a chiedere pietà, se pietà potrà essere chiesta! Rada si rivestì. Il bruciore delle sferzate si acuiva a ogni movimento, ma a questo avrebbe potuto facilmente porre rimedio. Kostas, intanto, aveva raccolto la cintura del suo accappatoio, aveva aperto la porta della cantina e si era avviato lungo la scalinata, senza più degnarla di uno sguardo. Rada si recò nel bagno, fece scorrere l'acqua e vi versò il contenuto di una boccetta che aveva recuperato da un ripostiglio, strada facendo. Si immerse cautamente nell'acqua fredda e vi rimase fino a quando i segni rossi sulla pelle divennero di una colorazione tenue, appena visibile. Asciugatasi, indossò una vestaglia e si affacciò alla porta della sua stanza da letto. Kostas dormiva. Il suo volto era sereno, il respiro era tranquillo. Gli prese il polso tra le dita: il battito era regolare, come se i fumi della follia non avessero lasciato alcuna traccia sul suo corpo. Gli si sdraiò accanto e cercò di riordinare i pensieri. Kostas era stato vittima di una possessione: parlava a nome di un altro, ma di chi? Del castellano dell'isola, forse? E perché mai proprio Kostas, che con l'isola non aveva mai avuto altri contatti che quelli derivanti dal fare acquisti allo spaccio? E perché contro di lei? Doveva andare fino in fondo. Anche se il rischio di perdere Kostas le appariva un prezzo troppo alto per appagare la sua curiosità. Ne avrebbe parlato a Demetra: per una volta, almeno, avrebbe accettato di sottomettersi alla sua autorità, purché l'aiutasse a tener lontano il suo uomo dal baratro dell'allucinazione. Sfiorò la fronte del giovane col polpastrello dell'indice e dell'anulare congiunti, chiuse gli occhi e si concentrò. Tornò a riaprirli, rasserenata: il delirio di Kostas era momentaneamente terminato. Lo spirito che lo aveva invaso era uscito da lui; almeno per quella notte lo avrebbe lasciato dormire tranquillo. Spense la luce, gli si fece più vicina e lasciò che il sonno trovasse la strada per giungere a darle l'oblio fino alla mattina seguente. L'alba sorse implacabile sull'orizzonte dell'isola. Martha guardò per l'ultima volta la pagina che stava analizzando, poi chiuse il libro con stizza. Non era venuta a capo di niente. Guardò il letto con rabbia: il sonno stava vincendo sulla sua voglia di continuare a cercare. Un tocco discreto alla porta, la scosse da quel suo stato di furiosa stanchezza: - Chi è? - Sono io, Willi. Non dovevamo andare a pescare? - Non oggi, lasciami stare. - Non stai bene? - Sto benissimo. Sparisci! Willi rimase perplesso. Non sapeva a cosa attribuire un atteggiamento così scostante. Mah, forse si era svegliata con la luna di traverso. Preferì non insistere. L’alleanza Giù in strada il venditore di angurie lanciava il suo caratteristico grido. Il villaggio aveva ripreso il suo tranquillo tran-tran fatto di niente, prima dell'arrivo del traghetto del mattino. Rada capì che la sua solita ora di sveglia era passata da un pezzo. Tentò di aprire gli occhi, ma le palpebre sembravano non avere alcuna intenzione di obbedire alla sua volontà. Un sonno mortale le imprigionava i sensi, come a volerle impedire di tornare nel mondo reale. Si sforzò di averla vinta sul desiderio di abbandonarsi definitivamente al sonno e infine riuscì a socchiudere le palpebre, quel tanto sufficiente ad accorgersi che Kostas non era più a fianco a lei. Si svegliò di colpo, perfettamente lucida e presente a se stessa. Si mise a sedere e infilò una vestaglia. Scalza, uscì dalla stanza e scese in cucina. Kostas era lì che mangiava delle fette di pane con olio e pomodoro, come piacevano a lui. - Sonno duro stamattina, eh? - L'apostrofò lui con insolita allegria. - Già. - Si limitò a rispondere lei, tranquillizzata dal buon umore di lui. - Devo tornare a casa, stamattina. Ho bisogno di prendere degli spartiti, voglio suonare un po', stasera. Vieni con me? - Sai che è meglio evitare che ci vedano insieme. Và e torna. Io intanto vado su a fare un giro di rifornimenti: siamo quasi a secco, Velia è dovuta andare a prendere la frutta e le uova fin su da Demetra, ieri sera. - Come preferisci. Sarò di ritorno per l'ora di pranzo. - Va bene. Vado a vestirmi. Rada si allontanò scomparendo lungo il corridoio. Kostas si rivolse a Velia, che stava preparando la colazione per gli ospiti dell'alberghetto: - Cos'ha tua sorella? Mi guardava in modo strano... - Mah, avrà fatto qualche brutto sogno... - Spero non riguardasse me. Sai com'è lei: quando sogna qualcosa di brutto c'è sempre da preoccuparsi. - Com'è andata ieri sera? - Abbiamo dormito come ghiri. - Ah. - Beh, ora vado. Sarò di ritorno prima del traghetto del pomeriggio. Tieni d'occhio tua sorella, non mi piace affatto in questi ultimi tempi!... Velia annuì. Si propose di scambiare due chiacchiere con sua sorella al momento opportuno. Rada si affacciò alla porta della cucina: - Prendo l'auto e vado su da Demetra, sarò di ritorno prima di mezzogiorno. Kostas ha detto qualcosa prima di andar via? - Ha detto che è preoccupato per te; ti vede strana da un po' di tempo a questa parte... - E tu? Mi vedi strana? - Mah, per me sei sempre la solita. Lo strano mi pare lui, invece: certe volte ha uno sguardo allucinato, come se prendesse delle droghe... - Ti ha dato questa impressione? - A me si. A te no? - Avrà certamente qualche problema. - A proposito, non sarài tu il problema? Ha detto che stanotte avete dormito come ghiri!... - Ha detto così? - Proprio così. Ha detto una bugia? - Sarei proprio curiosa di saperlo!...- concluse Rada, salutando con un gesto della mano e interrompendo così quel dialogo che minacciava di diventare imbarazzante. A sua sorella di solito diceva tutto, ma stavolta la faccenda era diversa. "Dormito come ghiri"; possibile che non ricordasse niente? E se, più che un'incorporazione spiritica, fosse un fenomeno di sdoppiamento della personalità? Kostas era un artista, e una componente di follia è presente in tutti gli artisti, per il solo fatto di essere tali, di saper trascendere la realtà, immedesimandosi nell'interpretazione di fantasmi in un mondo di fantasia pura. Altro che dormire come ghiri: il bruciore delle frustate lei non se l'era certo sognato! Incurante del polverone, il cane rincorse l'auto di Rada lungo tutto il viale che portava alla casa di Demetra. - Stà buono, sono io, non mi riconosci? - Disse Rada scrollandoselo dalle gambe e avviandosi decisa verso la porta di casa. Messa sull'avviso dall'abbaiare del cane, Demetra era già sulla soglia. Dirigendosi verso di lei, Rada fece un cenno di saluto. Demetra rispose, senza però muoverle incontro. Se Rada in persona si scomodava per venire a trovarla, si disse, il vento che la portava doveva essere di sicuro un vento di tramontana. Quando la donna le fu vicina, scostò la tenda invitandola ad entrare con un leggero movimento del capo. La seguì all'interno, invitandola subito ad accomodarsi. Rada sedette, accomodandosi i capelli con un gesto istintivo che ne smascherava l'imbarazzo. - Devo parlarti di una questione importante, - esordì - cose strane stanno succedendo sull'isola e qualcuna di queste mi tocca direttamente. - Ti ascolto. - C'è una donna che sta rimestando nel torbido, una donna che io non conosco di persona ma credo di aver individuato. Una donna che sta disturbando gli spiriti vaganti, per un motivo che ancora non conosco ma che credo abbia a che fare con la leggenda del mago. - Sai che non mi sono mai interessata di certi argomenti... - Lo so, ma questa volta è diverso. Quando si disturba l'equilibrio di certe forze, non si sa mai come potrebbe andare a finire: tutta l'isola potrebbe rimanere sconvolta da fenomeni incontrollabili e tu sai meglio di me quanto la psiche umana sia vulnerabile all'azione degli spiriti vaganti, se vengono aperti indebiti canali di comunicazione. - Sono d'accordo, ma da parte mia non ho notato niente di particolare. Nessun fenomeno che abbia potuto farmi considerare un pericolo di questo genere. - Abbiamo una sensibilità diversa io e te, lo sai. Se si muovono gli spiriti del male io sono la prima ad accorgermene, e ti assicuro che qui intorno è tutto un fermento. - Cosa potrei fare io? - Tu sai leggere nella mente meglio di me, sai capire cosa succede nella mente di un uomo. In questo caso, nella mente di Kostas. - Kostas? - Sì, lo sanno tutti che ho una relazione con lui, anche se fanno finta di non averlo capito. Ma non è in questo senso che la cosa mi interessa. Kostas si comporta a volte come se fosse invaso dallo spirito del conte. E mi tratta come se io fossi la moglie fedifraga. - Se la storia è così come la raccontano, sua moglie era già morta quando lui scoprì il tradimento; furono il mago e i servi a pagare, non lei. - Infatti. È proprio questo che mi mette nel dubbio: si tratta veramente di un'incorporazione, o non è piuttosto il manifestarsi di una forma di follia temporanea, che lo fa immedesimare nel conte? - Questo potrei scoprirlo se solo riuscissi a fissarlo negli occhi per il tempo sufficiente a leggere nella sua mente, o a mandarlo in ipnosi: ma dubito che lui si lasci agganciare, specie se è conscio di questo suo stato di alterazione mentale. - Non so fino a che punto possa esserne conscio, perché quando è lucido sembra non conservare memoria del suo comportamento parallelo. - È un bel problema; ma questo cosa c'entra con la donna di cui mi dicevi? - È lei che sta sollecitando certi fenomeni. Ho trovato traccia di un cerchio magico su al magazzino ed ho altri segnali che mi indicano un certo fermento da quelle parti. Dovremmo cercare di fermarla, di neutralizzarla prima che il danno diventi irreparabile. - Già. Se le cose stanno come dici, sarà meglio fare in fretta. Ma come? Io non pratico magia nera e mi rifiuto in ogni caso di averci a che fare. Dovrebbe essere compito tuo, non mio... - È un'iniziata, è protetta. Non sarà facile attaccarla. Bisogna individuare un punto debole, un tallone d'Achille, un canale d'accesso che ci permetta di bloccarla senza che lei possa impedirlo. - Facile a dirsi. Se è una che sa il fatto suo, mi sa che come avversaria può essere così pericolosa da ritorcere contro di noi qualsiasi azione distruttiva nei suoi confronti. - È un pericolo reale, lo so, ma non possiamo star qui a guardare senza far niente. Siamo noi che dobbiamo agire, per il bene di tutti. Anche perché se dovesse succedere per davvero qualcosa di brutto, saremmo noi le prime ad andarci di mezzo. Agli occhi della gente siamo noi le streghe, non dimenticarlo! - Lasciami un po' di tempo per pensarci. Nella giornata di domani ti farò sapere qualcosa. Ho bisogno di interpellare qualcuna delle mie ragazze: insieme riusciremo quantomeno a saggiare il terreno in maniera più approfondita di quanto potremmo fare io e te da sole. - Va bene, ci conto. E per Kostas? - Cercherò di inventare una scusa affinché si lasci guardare negli occhi. Dopodiché saprò darti una risposta. Rada annuì. Non aveva sperato in una collaborazione così piena ed immediata, ma Demetra era una donna intelligente, sicuramente aveva capito che l'intera faccenda aveva una posta in gioco che fino a quel momento non era stata menzionata. Se conosceva per intero la leggenda del mago, e non era del tutto escluso che, per vie traverse, ne fosse venuta a conoscenza, a cercare il gioiello sarebbero state in tre. Per il momento, si disse, era necessario neutralizzare la rivale più pericolosa, poi avrebbe pensato al seguito. Si alzò per andarsene. Demetra si alzò a sua volta e l'accompagnò alla porta. Si salutarono con un sorriso: dovevano fidarsi l’una dell’altra, al di là di tutto. Il candeliere Valerie giunse subito dopo. - Ho visto Rada uscire dal viale. Doveva avere proprio un grave motivo per avventurarsi sul terreno della sua rivale! - Non mi dire che sei venuta anche tu per la stessa ragione! - Quale ragione? Non sono al corrente dei vostri discorsi, come faccio a saperlo? - Non sai niente di una certa donna che va alla ricerca del talismano del mago? - No, non so proprio di cosa stai parlando. Quale talismano? - Lascia stare, forse è meglio che tu non lo sappia. Ha a che fare con la magia nera ed è meglio che tu ne stia lontana. - Se lo dice la mia sacerdotessa, non posso fare altro che obbedire. Sono venuta per metterci d'accordo per la cerimonia della Luna. - La tua amica? - È rimasta a casa, non aveva voglia di uscire. - Problemi? - Lei no. Ne ho io, invece! - Posso esserti utile? - Mah, non lo so proprio. Mi piace Willi, ma lui sta con un'altra. - Chi sarebbe, quest'altra? - Una donna sui trent'anni, non so proprio cosa ci trovi in una così... - Così...? - Oh, mi hai capita!... - Forse lo so cosa ci trova...hai capito cosa intendo... - Uh, non è giusto!... - Ma è così. Che tipo è la tua rivale? - L'ho incrociata solo una volta per strada, cosa vuoi che ti dica...È una che non mi piace, si comporta in maniera un po' strana... - In che senso? - Mah, sembra che nasconda qualcosa, sembra che anche Willi nasconda qualcosa. Non so cosa, ma la faccenda mi puzza. - Ah. - Tu che ne pensi? - Che per il momento ti conviene lasciar perdere. Arriverà il momento in cui lei si stuferà di lui e allora avrai occasioni migliori per giocare le tue carte. Per il momento, lasciali andare per la loro strada. - Devo arrendermi senza combattere? - Non è una resa, solo una ritirata strategica. - Bah, pigliamola così...tanto, la situazione non cambia! - Sei una ragazza ragionevole. E ora parliamo di cose serie: la cerimonia sarà fatta al solito posto, nella notte di dopodomani. Ci si incontra tutte sul posto al calar del sole. - Ci saremo. - Sempre convinta di portare la tua amica? - Sempre di più. - Vi aspetto. - Ora vado...Ehi, che bel candeliere, dove l'hai trovato? - Ah, quello? Era avvolto in una tela di sacco sotto una pila di libri, in soffitta. Probabilmente l'avrà messo lì mio marito, prima... - Sembra antico... - Si, sembra anche a me. L'ho lucidato, ma ha un'aria che non mi piace. Stavo quasi per gettarlo via! - No, non gettarlo! Se proprio vuoi liberartene, dallo a me, lo regalo a Joelle, lei è patita per le cose antiche! - Prendilo pure, se vuoi; aspetta, ti dò un sacchetto... - Lascia stare, lo porto via così, non disturbarti. - Come preferisci. Arrivederci, allora. - Alla cerimonia! Joelle se ne stava sdraiata sul letto con un libro in mano. Sentì Valerie aprire la porta e annunciarle con voce squillante: - Guarda cosa ti ho portato! Si mise seduta e, alla vista del candelabro, si alzò in piedi. - Fà vedere...È proprio bello!...Dove l'hai trovato? - Me l'ha dato Demetra. Anzi, sono io che glie l'ho chiesto, lei voleva buttarlo. - Buttarlo? Stai scherzando? Avrà qualche centinaio di anni... - È molto vecchio, sì...È per te, te lo regalo. - Uh, grazie, sei proprio un amore! Le buttò le braccia al collo e la baciò. - Ehi, vacci piano, sai quanto sono sensibile... Il candelabro fu posto sul tavolo a fare bella mostra di sé. Joelle si ripromise di procurarsi anche le candele e di utilizzarlo come unica fonte d'illuminazione: era così romantico!... Rada era appena rientrata. Doveva approfittare dell'assenza di Kostas per tornare nella cantina. Dette voce a Velia per avvertire che lei si assentava ancora; i suoi ospiti erano tutti fuori ed eventuali nuovi ospiti sarebbero arrivati solo col traghetto del pomeriggio. Varcata la porta della cantina, sentì immediatamente una presenza malefica. Concentrò la sua mente per focalizzarne la provenienza e, girando come un radar per scannerizzare l'ambiente, individuò senza ombra di dubbio la sorgente di quelle sue sgradevoli senzazioni: il candelabro a tre braccia. Gli si avvicinò con cautela e lo toccò. Al tatto, dava la stessa impressione di un qualsiasi oggetto fatto dello stesso metallo. Lo afferrò con decisione e lo scrutò dappertutto alla ricerca di qualche simbolo magico che potesse permettere di identificarne la provenienza. Niente. Restava soltanto, intatta, l'impressione che l'oggetto fosse collegato a un evento molto sgradevole. Tentò di sintonizzarsi con i precedenti proprietari dell'oggetto, ma le vennero alla mente solo immagini sfuocate di un passato lontano. Nessun dramma si era consumato alla presenza di quel candelabro. Eppure, continuava a percepire la sgradevole sensazione di un maleficio nel quale l'oggetto era coinvolto. Ammenocchè non fosse stato usato in cerimonie propiziatorie degli spiriti del male. Se quello era il motivo della sua percezione, allora non era escluso che la personalità di Kostas fosse stata alterata proprio dal possesso di quel candelabro. Gli spiriti malefici evocati dalla fiamma di quelle candele, erano rimasti imprigionati nel candelabro, usato forse addirittura come veicolo stesso del male, come primo portatore dell'incantesimo. Aprì la porta e poggiò il candelabro lontano, sulla scalinata. Rientrò nella stanza, tentando di localizzare eventuali altre fonti di disturbo. Non ne percepì alcuna. Era proprio il candelabro, dunque, la fonte del male. Richiuse la porta, si avviò lungo la scalinata e lo raccolse; si diresse verso il suo laboratorio e si apprestò ad esorcizzare l'oggetto, prima che Kostas potesse tornarne in possesso. Compiuto il rito e neutralizzate così le forze del male, riportò il candelabro dove l'aveva preso: se Kostas l'avesse cercato, lo avrebbe trovato al suo posto, senza poter sospettare nulla. L'uomo tornò senza gli spartiti. Non aveva un'espressione felice. - Mia moglie torna domani - comunicò subito a Rada, con un moto di fastidio - Non mi sembri molto contento di rivederla. - Mi meraviglio di me stesso, ma l'idea di stare con lei non mi riempie di gioia. Rada cercò di non darlo a vedere, ma quelle parole le aprivano uno spiraglio di speranza: se veramente qualcosa non andava tra i due, se l'amore stava incominciando a mostrare i segni del tempo, allora lei aveva ancora la possibilità di poter avere il giovane tutto per sè. Tentò di mascherare questo suo stato d'animo, cercando di minimizzare: - Sarà perchè si è trattenuta meno del previsto e allora ti sembra che stia rubandoti dei momenti che appartengono solo a te. - Non è così semplice...Forse non la amo più. - Io non sarei così pessimista. - Neanch'io lo sarei, se fossi in te: dove credi che andrei se lascio lei? - Ora stai esagerando! Non te lo permetto! Non puoi pensare che io stia tramando per distruggere il tuo matrimonio! - Non intendevo questo...Oh, basta adesso, stiamo facendo discorsi che non hanno senso. - Me lo auguro per te. Quell'ultima notte con Rada, Kostas la trascorse dormendo. Non c'era stato verso di convincerla a cedergli, era troppo arrabbiata per i discorsi del pomeriggio. La mattina dopo, Kostas si affacciò alla porta della cucina con la sua sacca a tracolla, per salutare prima di andar via. Rada aveva dormito male e si era alzata per tempo, nervosa per quel battibecco che ancora non era riuscita a mandar giù. Si alzò per salutare il giovane, abbracciandolo stretto come a volergli far capire che lei continuava ad amarlo nonostante tutto. Kostas la baciò con passione. Anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare. Allontanatosi il giovane, Rada tornò nella cantina. Il candelabro era ancora lì, nella stessa posizione in cui lei lo aveva lasciato. Lo prese, lo avvolse in uno straccio e lo portò su. Se Kostas non fosse tornato indietro a reclamarlo, avrebbe fatto in modo da farlo sparire una volta per tutte. O forse lo avrebbe venduto. Era un oggetto antico e come pezzo d'antiquariato doveva avere di certo un suo valore. Prese il fagotto e lo infilò nel cassetto di una credenza. Chiuse a chiave. Sua sorella non doveva sapere. ……. Martha aveva chiuso a chiave la porta della stanza, dopo aver intimato alla cameriera di non essere disturbata per nessun motivo. Dal doppio fondo della sua sacca da viaggio aveva tirato fuori un panno nero decorato di strani geroglifici tracciati con la vernice dorata. Ai quattro angoli del panno spiccavano dei simboli disegnati con inchiostro rosso. O col sangue? Nemmeno lei lo sapeva, perchè aveva trovato quel panno nel doppiofondo della scrivania acquistata dal rigattiere, quella stessa scrivania nella quale aveva rinvenuto i manoscritti. Il panno mostrava i segni di un uso intenso e prolungato: tracce di cera e bruciature iridescenti causate da chissà quali misture. Sul panno accuratamente disteso sul piano del tavolo, Martha posò tre mozziconi di candela ai vertici di un immaginario triangolo. Entro il triangolo sparse del sale e posò un minuscolo bruciatore entro il quale accese un pezzetto di incenso bianco, che subito riempì l'aria del suo intenso e penetrante profumo. Infine, con grande cautela, trasse dalla borsa una sacca di pelle, e dalla sacca trasse una sfera di cristallo, di quelle usate dai maghi di ogni paese per illudere gli ingenui con la lettura di un improbabile futuro. Martha non era una sprovveduta. Non era neppure una di quelle donnette che si lasciano prendere dalla suggestione e credono di vedere nella sfera ciò che esiste solo nella loro immaginazione. Martha sapeva esattamente cosa stesse facendo, in ogni signolo gesto. Senza indugiare un attimo, si spogliò completamente e indossò una tunica di lino che le arrivava fino ai piedi. Giunse le mani per un attimo e guardò in alto, alla ricerca di una concentrazione che le era indispensabile per accedere alla dimensione parallela. Respirò profondamente per sette volte, trattenendo ogni volta il respiro per qualche secondo, poi accese le candele, le guardò fissamente senza muovere le palpebre e rapidamente spostò lo sguardo sulla sfera di cristallo. Vide. E quel che vide non le piacque affatto. Chiuse gli occhi e li riaprì: la visione era scomparsa. Distaccatasi dal suo stato di alterazione, spense le candele con rapidi e stizzosi movimenti delle sue dita affilate. Con un moto di rabbia, si sfilò la tunica e si portò, nuda, alla finestra. Poteva vedere soltanto le chiome degli alberi che si agitavano sotto un leggero vento di ponente. Scrutò il cielo, cercando nella forma delle nuvole una qualche ispirazione, un indizio qualsiasi che potesse metterla sulla giusta via. Ma il cielo quella volta non si mostrò dalla sua parte. Socchiuse gli occhi riducendoli a una stretta fessura, contrasse le dita e picchiò il pugno contro il muro, con tale violenza da sentire un acuto dolore. Era veramente furiosa. Altra gente stava in quel momento cercando ciò che lei cercava. Altra gente sapeva. Non poteva perdere altro tempo. Sapeva di stare giocando in stato di svantaggio, perchè i suoi movimenti non potevano passare inosservati agli abitanti dell'isola: lei era una straniera, tutti l'avrebbero notata, tutti si sarebbero chiesti cosa stesse facendo nella grotta del mago, o al vecchio magazzino, o in qualsiasi altro posto che non fosse la solita spiaggia, unica meta di tutti i turisti. Soprattutto, coloro che stavano cercando ciò che lei cercava, avrebbero fatto presto ad individuarla e, certamente, a crearle tanti di quegli ostacoli da costringerla a rinunciare per sempre. Ammenocchè... Ammenocchè, si disse, fosse stata lei, invece, a giocare d'anticipo. Il chè voleva dire compiere una cerimonia di magia nera, tale da neutralizzare definitivamente chiunque cercasse di intralciare la sua strada. Uccidere. Era l'unica soluzione. Uccidere a distanza tutti coloro che volevano ciò che lei voleva. Uccidere chiunque osasse tentare di entrare in possesso dell'amuleto del mago. Uccidere, senza misericordia. Doveva soltanto individuare le sue vittime con esattezza, e colpire al cuore. Nessuno avrebbe mai potuto risalire a lei. Nessuno avrebbe potuto incolparla di alcunchè: lei era solo un'innocua turista come tante altre. Proprio come tante altre. Rada guardava verso il mare, col cuore perso di là dall'orizzonte. Kostas non era tornato. Sua moglie doveva averlo in qualche modo riconquistato. E, in fondo, ne aveva pieno diritto. Tirò un sospiro, poi un altro. La tentazione era grande: avrebbe potuto facilmente scatenare i fulmini del cielo contro quel matrimonio, avrebbe potuto indurre Kostas ad abbandonare sua moglie e mettersi definitivamente con lei. Ma non era così che lo voleva. Non in quel modo. Lei voleva essere amata, amata di un sentimento sincero e profondo. Non le serviva tarre a sè uno schiavo, un uomo senza volontà propria, tenuto stretto solo da un'operazione magica. Non sapeva che farsene di un burattino. Scosse il capo; no, non sarebbe mai caduta così in basso. Piuttosto, era necessario concentrare tutte le energie per entrare in possesso del talismano del mago; e, innanzitutto, identificare la donna che stava giocando al suo stesso gioco e neutralizzarla nel più breve tempo possibile. Per far questo, doveva tornare da Demetra. Era il passo più difficile da compiere. Si staccò dalla finestra. Chiamò Velia e le chiese di badare lei ai clienti per quella mattina. Andò alla credenza e trasse fuori il candelabro: lo avrebbe donato a Demetra in segno di temporanea sottomissione. Era un candelabro di valore, Demetra sarebbe stata contenta di riceverlo in regalo. Afferrò le chiavi dell'auto e uscì. Andata via Rada, Demetra prese il candelabro che aveva ricevuto in dono e lo guardò con attenzione: sembrava il gemello del candelabro di cui si era disfatta, regalandolo a Valerie. Non aveva detto niente a Rada, anzi si era mostrata contenta del pensiero; d'altronde non capitava tutti i giorni che la regina della notte si recasse a chiedere aiuto alla rivale. Insieme, avrebbero cercato di placare le forze del male e di neutralizzare colei che, a detta di Rada, le stava scatenando in giro, disturbandole dalla loro quiete. Il candelabro non mostrava alcunchè di particolare. Sicuramente aveva la stessa provenienza dell'altro, o quantomeno era stato fabbricato dallo stesso artigiano. Lo mise da parte: a lei non piaceva. Sarebbe andato a far compagnia al suo gemello, a casa di Valerie. ……. Jeanluc era appena uscito dall'acqua. Valerie non poteva fare il bagno quella mattina, ma aveva ugualmente accettato l'invito dei ragazzi a scendere in spiaggia; più che per se stessa, l'aveva fatto per Joelle, ben sapendo che, se lei fosse rimasta in casa, l'amica non avrebbe accettato di lasciarla sola. Si era messa tranquilla sotto l'ombrellone, in attesa che gli amici ritornassero a riva, stanchi di giocare a rincorrersi tra le onde. - Già stanco? - Lo apostrofò la ragazza. - Preferisco stare qui con te. - Molto galante da parte tua... - Dài, non prendermi in giro! Sai che mi piace la tua compagnia! Permetti che ti abbia per qualche minuto solo per me? - Ti è concesso. - Grazie, mia Signora!... - Ora sei tu che mi prendi in giro... - Non ti piacerebbe essere la mia Signora e padrona? - Smettila, Jeanluc, sai che non è possibile. - Niente è impossibile: basta volerlo. - Appunto. - Devo dedurre che non mi vuoi? - Appunto. - Nemmeno un poco? - Solo un poco. - E' troppo poco! - Allora, un po' di più. - Solo un po' di più? - Accontentati. - Non ho scelta: tra poco e niente, scelgo il poco. - E' già abbastanza! - Davvero non mi vuoi bene? - Vuoi finirla? Sai che ti voglio bene! - E allora? - Allora, non è sufficiente. - Cosa devo fare per conquistarti, uccidere il drago? - Sarebbe già un passo avanti. - E dove vuoi che vada a prenderlo un drago da uccidere...li hanno già uccisi tutti un bel po' di secoli fa. - Non è colpa mia. - Un modo come un altro per dire che il ponte levatoio del tuo cuore non si abbasserà per lasciar passare me, è così? - L'hai detto tu. - Allora ti cingerò d'assedio ed espugnerò la tua fortezza. - E poi? - Ti sposerò ed avremo tanti bambini. - Risparmiati la fatica. - Insomma, con te non si può ragionare. - Si può sapere cos'hai, stamattina? - Lascia stare... - Scusami, Jeanluc, sai che ti voglio bene. Forse sto sbagliando a rifiutare il tuo amore, ma la mia mente vaga per altri sentieri. - Capisco. Scusami tu, non volevo essere invadente, ma a volte le parole mi escono dalla bocca senza aver prima interpellato il cervello... - Dammi un bacio. Jeanluc le si avvicinò e la baciò sulla guancia, con delicatezza. - Non così. Voglio un bacio vero. - Protestò Valerie, porgendogli le labbra. Le labbra di Jeanluc raccolsero l'invito. - Ehi, guarda quei due! - Piantala, Didier, lasciali tranquilli. - Joelle aveva afferrato il ragazzo per un braccio e l'aveva deviato verso un lastrone a qualche metro di distanza. - Li hai visti quei due, eh? - La vuoi smettere? Gira la testa dall'altra parte! - Dall'altra parte ci sei tu. - Perchè, non son degna di accogliere il tuo regale sguardo, mio Signore? - Si, mia schiava, ma solo a patto che tu mi dia un bacio. - Scordatelo, mio Signore, accontentati di guardarmi. - O mia schiava, come puoi essere così crudele? Dammi un bacio, se non vuoi che ti metta a morte o che ti venda al primo mercante per un otre di vino! - Vendimi a chi vuoi, mio Signore, anche per un solo boccale di vino, o mettimi a morte, se questo è il tuo piacere, ma ancora una volta, accontentati di guardarmi. - E sia, mia schiava crudele, ma almeno fa' che ne valga la pena!... - E sia, mio esigente Signore. - Concluse Joelle, sfilandosi le spalline del costume. Lentamente le fece scivolare, scoprendo il seno sempre di più, fino ai capezzoli; le mani si fermarono un momento, solo un attimo di esitazione, poi continuarono a tirar giù il costume, finchè la ragazza fu nuda del tutto. Didier le si avvicinò. - Ehi, guarda quelli!... - Lasciali stare, Jeanluc, gira la testa dall'altra parte!... Joelle, quella sera aveva la testa tra le nuvole. Valerie aveva desistito dal tentativo di coinvolgerla in una delle loro interminabili chiacchierate. Era chiaro che la ragazza stava attraversando un momento di confusione: sulla spiaggia si era messa nuda davanti a Didier e non avevano smesso un momento di baciarsi, fino all'ora di andar via. Didier aveva fatto la sua conquista. Ora sarebbe toccato a lei schiarirle le idee. Ma doveva attendere che Joelle emergesse dallo stato di trance in cui era calata. Joelle intanto ripercorreva con la mente ogni momento passato sulla spiaggia. Tutto era andato per il meglio, fino a quando Didier aveva iniziato quello stupido gioco di battute, che l'avevano indotta alla fine a tirar giù il costume. Per la verità, Joelle si stupiva di se stessa: non aveva alcuna intenzione di togliere il costume, ma era stato più forte di lei, le mani non avevano obbedito all'ordine che il suo cervello aveva impartito, ma avevano proceduto per proprio conto, spinte da una forza che di sicuro non proveniva dal suo Io cosciente. Lei infatti avrebbe voluto limitarsi al massimo a scoprire il seno solo per qualche momento, per poi tornare a rivestirsi, ma all'atto pratico non era stata capace di fermarsi. E poi, una volta nuda, aveva lasciato che Didier la toccasse, che la stringesse e, soprattutto, che non smettesse mai di baciarla. Quando il ragazzo l'aveva fatta sdraiare e le era scivolato addosso, lei aveva istintivamente aperto le gambe e, se lui ci avesse provato, l'avrebbe lasciato andare fino in fondo. Ci voleva così poco, dunque, a perdere la testa? A lasciare che un ragazzo prendesse con tutta facilità ciò che a lei era sembrato fino a quel momento un dono da riservare alla persona amata? Didier si era limitato a baciarla, è vero, ma se solo avesse voluto continuare, lei non avrebbe avuto la forza di fermarlo. Era davvero una ragazza così debole? O la spiegazione era invece più ovvia di quanto lei volesse far apparire? Cioè, che senza accorgersene si era innamorata di Didier? Ma a lei piaceva Jeanluc. E allora? Non ci capiva più niente. - Dài, piantala di stare lì imbambolata - intervenne Valerie - non sarai la prima nè l'ultima ad esserti sbaciucchiata con un ragazzo tutta nuda sulla spiaggia; sapessi quante volte l'ho fatto io! - Accidenti, Valerie, la fai sempre facile, tu! Io non sono come te, non sono così disinvolta in certe faccende, e poi non so proprio cosa mi sia capitato, non avevo proprio intenzione di andare così avanti, con Didier! - Cosa vuoi che ti sia capitato, di tanto strano? E' la natura che fa il suo corso, ecco cos'è: sarebbe ben ora che ti decida a farlo, o cosa vuoi aspettare, di trovare il principe azzurro? Quello si trova solo nelle favole, ricordalo! - Oh, va bene, è inutile discutere di queste cose con te, la vediamo in modo diverso noi due. - D'accordo, signorina, ma questo cosa vuol dire, che dovrai rimanertene in trance a pensare com'è stato bello, o forse a cercare giustificazioni con te stessa per essere caduta in tentazione? E' tutto normale, ficcatelo nel cervello una buona volta. E ora vestiti, tra poco dovremo uscire, Demetra ci aspetta, domani sera ci sarà la cerimonia e dovremo prendere accordi anche con le altre, così avrai modo di conoscerle, e loro di conoscere te. Joelle acconsentì malvolentieri. Si alzò e prese a frugare svogliatamente tra la sua roba per cercare qualcosa da mettersi. Scelse un jeans e una maglietta a strisce e li infilò nervosamente, pettinandosi poi con veloci colpi di spazzola. - Eccomi, sono pronta. Andiamo? - Si, ma non fare quella faccia, non stiamo andando a un funerale! A casa di Demetra si erano radunate una decina di ragazze, tutte più o meno intorno ai vent'anni. Valerie le salutò ad una ad una, cordialmente, scambiando battute nell'allegra cadenza della lingua locale. Joelle si limitava a sorridere: di tutto quel che le ragazze si dicevano, non capiva una sola parola; però si trovava perfettamente a suo agio nell'ambiente, come se tutte quelle ragazze le avesse conosciute da sempre. Demetra presentò ufficialmente Joelle alle altre, dicendo loro che la ragazza avrebbe partecipato alla cerimonia come nuova adepta. Le ragazze si complimentarono con la nuova arrivata, ricevendo in cambio soltanto sorrisi, perchè i sorrisi sono uguali in tutte le lingue. Ottenuto il silenzio, Demetra sottolineò l'importanza dell'adunata annuale e fissò l'ora della cerimonia. Dopodicchè offrì a tutte dei dolci e infine ognuna salutò con deferenza e andò via. L'appuntamento era per il tramonto del giorno dopo, alla grotta. Rada guardò fuori della finestra. Il cielo era limpido, luccicante di stelle. " Domani sarà luna piena", pensò. Ormai non faceva più in tempo a catturare Joelle nella sua orbita. Ma, dopotutto, forse non ne valeva neanche la pena. Sarebbe stata la stessa Valerie a portarla da lei, dopo aver sperimentato la potenza della sua magia. Non era forse Valerie, destinata a prendere il suo posto quando lei se ne sarebbe andata per sempre dall'isola? Era solo questione di tempo. Martha era tornata alla caverna del mago. Forse aveva capito dove era nascosto il gioiello. Sollevò la lampada ad acetilene e l'appese a una sporgenza della roccia; misurò sei passi lunghi e uno corto, e scavò. La cassettina era lì, infatti, proprio dove lei pensava. Il legno era in buona parte marcito, ma il contenuto era integro: tre pietre di incerto colore, ricoperte di muffa ma intatte. La donna cercò freneticamente di ripulirle strofinandole sulla tela dei jeans; il colore delle pietre si definì del tutto, rivelando la loro natura. Bel colpo, si disse. Proprio un bel colpo. Ora bisognava cercare le altre. Ma non doveva essere un grosso problema: aveva scoperto finalmente la chiave per decrittare i fogli trovati nel ripiano della vecchia scrivania. L’iniziazione La cerimonia iniziò al tramonto del sole. Le ragazze erano arrivate alla spicciolata per evitare di dare nell'occhio. La grotta era in una posizione raggiungibile per viottoli di difficile accesso, tra sterpaglie e sassi, in una delle zone più alte dell'isola. Non era una grotta vera e propria, ma una conformazione particolare di rocce, che si innalzavano a formare una specie di pozzo profondo due volte l'altezza di un uomo e largo a sufficienza per contenere una ventina di persone. Per accedervi, bisognava sgusciare attraverso una stretta spaccatura naturale, mimetizzata dalla folta sterpaglia. Poche persone nell'isola conoscevano quel posto e in ogni caso non esisteva nessuna buona ragione per andarci, ed infatti nessuno ci andava mai, tranne che nel periodo della cerimonia della Luna. Demetra aveva posto un tavolino tondo al centro della grotta e una grossa sfera di cristallo al centro del tavolino, indi si era fatta da parte e aveva comandato alle ragazze di prendere la disposizione rituale. Le ragazze si erano disposte in circolo, a qualche passo dal tavolino e si erano prese per mano. Joelle guardò Valerie: - Che faccio? Io non capisco niente di quello che Demetra dice. - Non preoccuparti, non è necessario che tu capisca. Lei darà solo il comando per girare intorno alla sfera, dirà quando muoversi e quando fermarsi. Limitati a fare esattamente quel che faccio io, la cerimonia non è niente di complicato, non c'è niente da capire. Joelle annuì. Come cerimonia, stando a quanto aveva appena detto Valerie, non doveva essere poi granchè. Dovevano solo girare intorno a quella stupida sfera di vetro. Ci si vedeva dentro la luna riflessa, è vero, ma l'atmosfera non era certo quella delle grandi solennità. Le ragazze chiacchieravano a bassa voce e ridacchiavano, mentre Demetra toglieva da una sacca un bruciatore e un fascio di erba secca. Si capiva dai preparativi, che il massimo dell'emozione sarebbe stato lasciarsi affumicare dall'erba che bruciava. Cantare, non avrebbero cantato, perchè altrimenti Valerie glie lo avrebbe detto e le avrebbe insegnato i canti. Ballare, neanche a parlarne. Fosse stato per lei, l'avrebbe fatta in ben altro modo, la cerimonia. Per esempio, al posto del tavolino traballante, avrebbe fatto collocare un bel lastrone di pietra, di quelli che si trovavano giù alla spiaggia; sul lastrone avrebbe legato la più bella ragazza della comitiva, dopo aver comandato di spogliarla nuda, naturalmente. E la sfera di cristallo glie l'avrebbe posata sopra l'ombelico. Probabilmente il risultato finale sarebbe stato lo stesso, ma vuoi mettere l'effetto della scena? E poi, invece di girare in tondo come le era parso di capire che avrebbero fatto, lei avrebbe fatto scatenare le ragazze in una danza sfrenata, fino a lasciare che crollassero a terra l'una dopo l'altra, sfinite e ricoperte di sudore, per terminare poi in un orgasmo collettivo, a suggello dell'affiliazione al sodalizio. L'unico punto che non aveva chiaro era se l'orgasmo avrebbero dovuto procurarselo ognuna per conto proprio, o l'una con l'altra; riflettendoci, lei non aveva preferenze, le sarebbe andato bene in entrambe le versioni. - Pronte! - Comandò Demetra con voce imperiosa. Era la prima volta che Joelle sentiva la donna imporsi con un tono del genere, lei che aveva una vocina dolce e delicata. Le ragazze zittirono di colpo e abbassarono tutte la testa. Joelle si precipitò ad imitarle. L'unica fonte d'illuminazione era il chiarore della luna, forte abbastanza da permettere a tutte una sufficiente visione del luogo. Il fumo si alzava sottile e profumato dal bruciatore; Joelle trovò che aveva un effetto eccitante. Demetra iniziò sottovoce una nenia cantilenante, che andava man mano aumentando di ritmo e di volume. Le ragazze sollevarono ad un tratto la testa e cominciarono a girare, sempre tenendosi per mano, intorno al tavolino. Mentre giravano, stringevano il cerchio fino a sfiorare il tavolino, per poi allontanarsi e avvicinarsi di nuovo, come un'onda di risacca. Demetra continuava con la sua cantilena a mezza voce. Joelle capì che tutto quel muoversi doveva avere un significato. Come anche il profumo intenso dell'erba che bruciava, e quella cantilena che le entrava nel cervello. Lo capì quando il cerchio si interruppe e le ragazze crollarono a terra una per una, intontite da quel continuo girare e dal fumo e dalla cantilena. Lo capì quando anche lei cadde a terra, come le altre. - Va meglio adesso? La voce di Demetra risuonò nel cervello di Joelle come proveniente da un'altra dimensione. Aveva appena aperto gli occhi e il suo sguardo incrociava ora il celeste pallido degli occhi della Sacerdotessa. Si accorse di essere sdraiata su un letto, anche se non capiva come ci era finita. Da quando era crollata a terra nella grotta, non ricordava più niente. - Cosa è successo? - Chiese con voce flebile. Sentì la mano di Valerie stringere la sua: - Niente di grave, non preoccuparti. Ora cerca di riprenderti bene, poi ti racconterò tutto. - E' da molto che siamo qui? - No, solo una mezz'ora. - Ho la testa che mi gira. - E' tutto normale. Tranquillizzati, vedrai che tra qualche minuto sarai pimpante come prima. Demetra le si avvicinò con una tazza di the' fumante: - Tieni, bevi questo, ti aiuterà a riprendere i sensi. Joelle si alzò faticosamente su un gomito e afferrò la tazza. Bevve ad occhi chiusi, sforzandosi di non cedere al desiderio di sdraiarsi nuovamente e di lasciarsi andare. Aveva l'impressione di fluttuare nel vuoto, di galleggiare senza peso e senza dimensioni, ma era ben consapevole di trovarsi adagiata su un letto. Desiderò che la bevanda facesse effetto al più presto. Senza aprire gli occhi, restituì la tazza vuota e tentò di mettersi seduta. Valerie si affrettò ad aiutarla. Finalmente, dopo qualche minuto, Joelle fu in grado di rimettersi in piedi. Il malessere era scomparso, ora si sentiva perfettamente padrona di se stessa. - Non ricordo niente, come sono arrivata qui? - Con le tue gambe. Solo che farneticavi e barcollavi come un'ubriaca. - Valerie le rispose con noncuranza, tentando di sdrammatizzare. - No, dille la verità. - Intervenne Demetra. - La verità? Come sarebbe? Cosa è successo, allora? - Protestò Joelle. - E' successo che sei caduta in trance e hai cominciato a parlare. Abbiamo fatto fatica a seguirti, ma ciò che hai detto è così importante che Demetra ha vincolato al segreto tutte le altre ragazze. Demetra assentì con un cenno del capo. Fermò Valerie con un gesto e continuò lei: - Una leggenda dell'isola dice che un mago morto in circostanze tragiche, ha lasciato qui un amuleto, il possesso del quale dà una tale potenza che il mago stesso non ebbe il coraggio di servirsene. Tu sei involontariamente entrata in contatto con lo spirito del mago, che attraverso di te ha incitato noi tutte a recuperare le pietre dell'amuleto, prima che queste vengano prese dalle forze del male. - Allora cosa aspettiamo? Andiamo subito a recuperarle. - Aspetta, non correre. Il mago ha detto che le forze del male sono già tra noi e che tutto deve essere fatto nella massima segretezza. Nessuno dovrà accorgersi che noi cerchiamo le pietre, perchè altrimenti saremmo facile bersaglio per chi vorrà distruggerci. Alcune pietre sono in luoghi facilmente raggiungibili senza dare nell'occhio, ma per trovare le altre dovremo far ricorso a tutta la forza della nostra mente. Ora va a casa e riposati, dovremo essere tutti nel pieno delle nostre capacità telepatiche, per poter agire con efficacia. Joelle per una volta tanto si trovò d'accordo. Il suo sguardo si spostò dal celeste degli occhi di Demetra per trasferirsi dritto sul candelabro: - Uh, che bello! Sembra uguale, identico al mio! - Ti piace? - Demetra colse la palla al balzo - Prendilo, te lo regalo, è tuo! Joelle lanciò un grido di gioia e le buttò le braccia al collo. Le schioccò un bacione sulla guancia e corse ad appropriarsi del vecchio candelabro. Valerie lanciò uno sguardo a Demetra, come a voler scusare l'impeto della sua amica. La donna strinse le spalle, come a voler dire che una confidenza del genere, a lei non aveva dato fastidio. Quella ragazzina le era simpatica. Le accompagnò fino al limite del vialetto. - Dritte a casa, eh, mi raccomando! E' già tardi! Un leggero venticello si era alzato a mitigare la calura estiva. Il fuoristrada era parcheggiato sul ciglio del viottolo in terra battuta. Una figura in jeans e camicetta si aggirava guardinga scostando con un bastone gli sterpi che inondavano lo spiazzo intorno al vecchio magazzino. Martha aveva già trovato l'albero indicato dalle carte. Non trovava però l'imboccatura del pozzo, entro il quale era stata precipitata una delle pietre. Forse il pozzo era stato riempito di terra nel corso dei secoli, oppure il simbolo che lei aveva identificato come l'imboccatura di un pozzo, rappresentava in realtà qualcos'altro. Si guardò in giro: tutto intorno alla costruzione, si stendeva uno spiazzo ricco soltanto di folta sterpaglia, con un muro a secco mezzo diroccato. Era tutto lì. Nient'altro in vista. Stizzita, ritornò sul sentiero e raggiunse il fuoristrada: a casa la stavano aspettando per il pranzo, non poteva tardare. Sarebbe ritornata nel pomeriggio per una ricerca più accurata. Willi era rimasto ad attenderla nel parco. Da un po' di giorni, Martha non era più la stessa: si mostrava nervosa e scattava per un nonnulla. Si comportava come se la presenza di lui le desse fastidio; quasi non gli rivolgeva più la parola. L'auto imboccò il viale sollevando nuvole di polvere. Martha scalò le marce in rapida successione, per fermarsi infine a qualche passo dal ragazzo. - Sono in ritardo? - Gli si rivolse con tono di scusa. - No, non hanno ancora chiamato per il pranzo. - Facciamo un giro? - Non dobbiamo allontanarci, possono chiamare da un momento all'altro! - Allora facciamo due passi nel parco, ti va? Willi rimase sorpreso dall'insolita disponibilità della donna, cosa poteva essere cambiato in lei in così breve tempo? Gli venne voglia di dire di no, ma non ne fu capace. Assentì con un breve cenno del capo. Martha intanto era scesa dall'auto e gli si era fatta dappresso. - E' un bel po' che siamo lontani noi due, eh? Forse sono stata scortese con te, me ne rendo conto e ti chiedo scusa. Sono irritata perchè non riesco a decifrare degli scritti che ho portato con me e che riguardano una leggenda di quest'isola: sai, devo presentare uno studio al mio professore e mi scoccia rimanere bloccata da uno stupido ostacolo come quello che sto cercando di superare in questi giorni. - Se posso esserti utile in qualcosa, disponi pure. - Non credo, ma forse...chissà...hai mai sentito parlare della leggenda del mago? - Quale mago? - Allora non ne hai sentito parlare. - Non saprei, posso chiedere in giro, se vuoi. - No, lascia perdere. Piuttosto, sai se per caso c'era un pozzo tra la sterpaglia che va dal vecchio magazzino al viottolo che porta alla spiaggia? - Un pozzo? Lasciami pensare...Beh, proprio un pozzo no, che io sappia. Però dovrebbe esserci una carbonaia, o meglio c'era quando era ancora in piedi la casupola dei guardiani, ma ora non dovrebbe esserci più nulla di quella casupola e tanto meno della carbonaia. Credo che con quelle pietre abbiano tirato su il muro a secco che costeggia il viottolo, io ero piccolo quando hanno messo su il muro. - Allora non è da molto...hanno trovato qualcosa di strano nella carbonaia? - Ero troppo piccolo per ricordare, e poi, anche se avessero trovato qualcosa, non sarebbero certo venuti a raccontarlo a noi. Però posso informarmi, se vuoi. - No, è meglio non destare la curiosità della gente, sai come sono qui sull'isola... - Ora che mi viene in mente, ci sarebbe un pozzo da quelle parti, ma non vicino al magazzino. - No? E dove, allora? - Dall'altra parte della strada, vicino alla casa dei pecorai. Lì so di certo che c'è un pozzo, ma dovrebbe essere a secco in questo periodo, e poi i pecorai si sono trasferiti dall'altra parte della montagna, sarà pieno di erbaccia, quel pozzo. - Accidenti, che stupida! Forse hai ragione, ho sbagliato prospettiva: alla sinistra dell'albero, non alla destra! Già, è proprio così, ma che stupida! - E' tanto importante questo pozzo? - In antichità veniva usato come riferimento astronomico: iniziavano certe coltivazioni quando la luna si rispecchiava nell'acqua di quel pozzo. - Ah. Se vuoi possiamo andarci insieme, questo pomeriggio. - Perchè no...Puoi aiutarmi a disboscare le erbacce, voglio calarmi nel fondo per vedere se per caso non ci sia qualche iscrizione sulle pietre. - Perchè mai dovrebbero essercene? - Se era un pozzo costruito per farci dei riti, avrà sicuramente un'invocazione scritta da qualche parte, tutti i posti magici hanno un'invocazione scritta da qualche parte. - Sarà certamente così, non ne dubito, ma perchè mai avrebbero dovuto scriverla sul fondo? Non sarebbe stato più logico scriverla in maniera più visibile? - L'invocazione è diretta ai numi tutelari del luogo, che non hanno certo bisogno della luce del giorno per leggere il messaggio a loro dedicato... - Ah, non ci avevo pensato. - Lascia che sia io a pensare; tu fa' soltanto quel che ti dico, vedrai che così riuscirai ad essermi maggiormente d'aiuto. - Come preferisci. Ma adesso è meglio che torniamo, ci siamo allontanati troppo. - Aspetta ancora un momento, c'è ancora qualcosa in sospeso tra di noi, meriti un premio per avermi sopportato senza lamentarti. Così dicendo, Martha bloccò il ragazzo contro un albero e, con mossa veloce, gli tirò giù la cerniera dei pantaloni. Poi si inginocchiò e lo cercò con le labbra, muovendosi avidamente avanti e indietro, finchè lui, emettendo dei gemiti contratti, riscosse per intero il suo premio. Dopodicchè si ricomposero e ripresero entrambi in silenzio la via del ritorno. ….. Joelle non si sentiva bene. Non voleva darlo a vedere per non spaventare la sua amica, ma la testa le girava ancora e ogni tanto nel suo cervello si rincorrevano immagini che lei non riusciva a decifrare. Ombre confuse, visi allucinati, lampi di luce. "Colpa di tutto quel fumo" pensò. - Dì, a cosa serve fare tutto quel fumo? - Chiese a Valerie. - E' una pianta che ha poteri allucinogeni, ma solo se viene ingerita in decotti. Bruciata, ha solo il potere di profumare l'aria. Fa parte della cerimonia, lo abbiamo sempre fatto. - Così, tanto per fare? - Credo di sì, giusto per dare un tocco di solennità. O forse no? Uhm, devo chiedere alla Sacerdotessa, mi stai facendo venire un dubbio... - Cioè? - Che il fumo serva a dilatare le nostre facoltà di percezione. Altro che la Luna, mi sa tanto che è quel fumo il vero responsabile di tutto. Già, è vero, che stupida a non averci pensato prima! Quando ero bambina rimanevo ore intere ad osservare la luna e non mi è mai successo niente. E' la cerimonia, invece, a darmi i poteri che ho. E la cerimonia non si è mai svolta senza fumo! - A me è rimasto tutto nel cervello, quel fumo. - Dovette ammettere Joelle. - Succede sempre così, solo che noi ci siamo abituate. Non preoccuparti, poi passa. Senti la testa che gira e le idee confuse, vero? - Proprio così. - Allora vuol dire che sta funzionando anche con te. - Dormi con me, stanotte? - Chiese Joelle con voce lamentosa. - Mi sa che quel fumo ti sta facendo anche un altro effetto!... - Ma no, che hai capito...E' solo che ho paura. Vicino a te mi sento più tranquilla. - Come preferisci. - Non stare lì impalata, aiutami! Valerie fece sentire la sua voce dal fondo del pozzo. Joelle si sporse ancora di più, tendendole la mano per aiutarla a risalire. - Fà vedere. - Le disse, non appena la ragazza fu definitivamente al sicuro. - E' tutta sporca, ma sembra proprio una pietra preziosa. - Portiamola da Demetra. - Ok. Muoviamoci però, ce ne sono altre da recuperare il più in fretta possibile. Martha ci mise poco ad accorgersi di essere arrivata troppo tardi. Imbestialita, ritornò alla villa. Prima di andare oltre, doveva a tutti i costi individuare e neutralizzare le sue concorrenti. Chiusa nella sua stanza, dopo aver dato ordine di non disturbare per nessun motivo al mondo, si spogliò completamente e si unse di un unguento che conservava in un vasetto di porcellana blu. La prima sensazione fu di un intenso calore, poi a poco a poco sentì il mondo allontanarsi da lei, allargandosi e scostandosi sempre di più, fino a lasciarla sola in una immensa distesa di finissima sabbia color nero. All'orizzonte, dovunque lei volgesse lo sguardo, danzavano macchie informi di colore, assumendo sembianze di mostri che si compenetravano e si dissolvevano l'uno nell'altro per poi tornare a ricomporsi in altre terribili figure di un mondo che non le apparteneva. Le macchie si muovevano avanzando verso di lei, stringendola in un cerchio sempre più vicino, sempre più opprimente. La donna ebbe un moto di panico, ma la forza della sua volontà le impose di resistere. Comandò alle forme di asservirsi alla sua volontà e di mostrarle il volto di quelle persone che stavano ostacolando il raggiungimento del suo scopo più immediato. Le macchie di colore si riunirono in una massa unica per poi dividersi in tante figure prima di aspetto vago, poi sempre più definite, collocandosi nella memoria della donna come un marchio impresso a fuoco. Era chiaro adesso da chi avrebbe dovuto difendersi. Raggiunto il suo scopo, Martha fece appello a tutta la forza della sua mente per scacciare le visioni in quell'angolo di universo parallelo dal quale erano venute e, riuscitaci, si ritrovò distesa per terra, tremante di freddo, come quando, da studentessa, si ritrovava a smaltire i postumi delle nottate consacrate agli allucinogeni tanto di moda tra i suoi coetanei. . Anche stavolta ce l'aveva fatta. L'unguento che aveva usato era uno dei mezzi più pericolosi per scavalcare il confine che la separava dalla dimensione parallela; lei stessa aveva visto morire giovani maghi che l'avevano usata senza l'adeguata preparazione. Per poter sopravvivere allo stato allucinatorio indotto da quel preparato, era necessario un grandissimo sangue freddo e tanta forza di volontà, necessaria a poter sfuggire alle movenze seducenti delle figure che venivano ad invadere la mente. Solo rimanendo ben saldi nella continua consapevolezza della propria dimensione, si poteva ritornarvi senza conseguenze. E anche così, esisteva il rischio di un improvviso cedimento fisico a causa del tremendo stress indotto dall'enorme e rapidissimo dispendio di energie. Lei aveva un fisico forte e nervi saldissimi. E poi, la posta in gioco valeva qualsiasi rischio. Insomma, ne era valsa la pena. I volti delle donne che doveva a tutti i costi eliminare erano rimasti stampati nella sua memoria, nitide come fotografie. Due delle figure, rappresentavano i volti delle ragazze che aveva già visto bazzicare la villa in compagnia di Willi. Sarebbe stato facile farle venire a tiro ed eliminarle senza problemi. Ma prima doveva eliminare le due donne più pericolose. Una l'aveva vista giù al porto, mentre l'altra non la conosceva. Ma anche questa non era una difficoltà: il pendolino le avrebbe detto infallibilmente dove trovarla. Non avevano scampo. Nessuna di loro. Nessuna. Rada aveva nuovamente accantonato il proprio orgoglio ed era corsa da Demetra per chiedere aiuto. Aveva visto la Morte andare in cerca di lei roteando la falce. La sua smisurata sensibilità aveva captato le violente intenzioni che Martha stava inconsciamente trasmettendo sulle frequenze telepatiche e non c'era voluto molto a capire che il pericolo era giunto alla soglia della sua porta. - Dammi retta, non sarei venuta da te ancora una volta, se non ne fossi sicura. Dobbiamo unire le nostre forze per proteggerci a vicenda. Non so casa stia succedendo, ma c'è qualcuno che ci minaccia di morte. Forse una donna, o almeno io penso sia una donna... - Dimmi la verità - la interruppe Demetra - c'entra per caso l'amuleto del mago? Rada sbiancò. Non voleva svelare il suo segreto, ma la situazione si stava evolvendo in maniera inaspettata; sarebbe stato troppo pericoloso tergiversare o tentare di sviare Demetra con la menzogna, lei se ne sarebbe accorta. Doveva dire la verità. E accettare il rischio di dover giocare la partita l'una contro l'altra, dopo aver neutralizzato la terza concorrente. - Sì. - ammise a denti stretti - Credo si tratti proprio di quello. - Ah, capisco. - Ne sai qualcosa? - Più di quanto tu immagini. Ma non credevo che il pericolo fosse così incombente. - La Morte sta per bussare alla nostra porta, dovremo accoglierla come si conviene. - Le forze del bene ci proteggono. O quantomeno proteggono me. - Può non essere sufficiente, anzi non lo sarà di sicuro, se non ci sbrighiamo. Conosco un rito molto potente, ma richiede una forza che io da sola non riesco ad avere. Sarà necessario concentrare una tale quantità di energia, che nessuna di noi, da sola, potrà mai concentrare. - Dimentichi che io non sono sola. - Lo so, ed è per questo che sono venuta da te. Però la tua può essere solo una difesa passiva, puoi soltanto proteggerti dagli attacchi ma non potrai mai neutralizzare l'attaccante, ed è questo che dovremo fare. Perchè altrimenti basterà anche un solo momento in cui le condizioni astrali aprano un impercettibile varco ed ecco che la nostra difesa potrà essere sopraffatta. Dobbiamo rendere inoffensiva la nostra attaccante, questo dobbiamo fare se vogliamo salvarci. - Già, ma prima di fare qualsiasi cosa, dovremo necessariamente individuarla. - Già fatto. E' una donna che vive nella villa dei tedeschi, è una loro ospite. - Ah, allora deve essere la donna di cui mi ha parlato Valerie. Bene, è già qualcosa. Dovrò radunare tutte le adepte, per il rito di protezione. Quanto tempo supponi ci sia dato per reagire? - Dovremo fare tutto entro domani. Già domani notte le condizioni saranno favorevoli per neutralizzare la donna; però saranno altrettanto favorevoli a lei per neutralizzare noi. Tutto sta a chi arriva prima. - Capisco. Dovremo fare tutto con estrema urgenza. Resta con me, stanotte. Ci prepareremo insieme al grande salto. - Posso fare di più. Vieni tu da me, ti porterò in volo a spiare il nemico. Due civette si posarono sulla finestra della stanza di Martha. Dentro, la luce fievole di una sola candela illuminava l'ambiente. Una fila di bambole di cera stava prendendo corpo dalle mani alacri della donna. Stava usando la magia nera, ma per farlo avrebbe dovuto prima procurarsi qualcosa di proprietà delle vittime, meglio se una parte del loro corpo, come i capelli o le unghie. Quindi, loro avrebbero avuto tutto il tempo di preparare la controffensiva. Le civette volarono via in silenzio. Rada e Demetra si ritrovarono nude sul pavimento della cantina dell'albergo. Avevano fatto in fretta, tutto era stato più facile del previsto. - Bene, domani notte toccherà a noi. Vedremo chi sarà più forte! - Esclamò Demetra. - Ce la faremo. Insieme ce la faremo. - Aggiunse Rada, già più tranquilla. Demetra si avvicinò ai suoi vestiti, ammucchiati su uno sgabello. Rada la trattenne per un braccio. - Aspetta, lasciati guardare! Siamo uguali noi due, tu mi capisci. Demetra sentì un'ondata di desiderio percorrerle la spina dorsale. La pelle bianca di Rada, quei seni che guardavano in alto, quelle dita lunghe ed affusolate, quelle unghie rosso sangue avevano già da prima acceso il suo desiderio, ma non aveva avuto il coraggio di manifestarlo. Di buon grado si lasciò osservare. Le dita di Rada ne percorsero le curve. - Sei molto bella, sai? - Trovi? Rada le si avvicinò ancora di più, avvicinando le labbra alle labbra di lei. Demetra non si scostò. - No, non qui. - Fu Rada a fermarsi. - Un'occasione del genere non ci capiterà mai più. Ti voglio tutta. - Mi avrai. Ma solo stanotte. Sappi approfittarne! Senza darle il tempo di rivestirsi, Rada prese Demetra per mano e la condusse, attraverso un corridoio laterale, in una delle sue stanze sotterranee, che usava quando non voleva per nessun motivo essere disturbata. I muri spessi e la grossa porta serrata, impedirono ai gemiti e alle grida delle due donne di interferire col silenzio della notte. Quella notte anche Joelle stentava ad addormentarsi. Nella sua mente si rincorrevano tanti pensieri, sovrapposti in una gran confusione: Didier, Jeanluc, Valerie, Demetra, la cerimonia, il mare, i candelabri... Si voltò e rigirò più volte sotto il lenzuolo; non le veniva neanche voglia di accarezzarsi. Fuori, gli spiriti della notte scorrazzavano indisturbati, proiettando le loro ombre fugaci contro la luce della luna. Joelle decise di mettere i piedi a terra. Cercò a tentoni le ciabatte, si ravviò i capelli con le dita della mano aperte a pettine e si diresse verso la porta-finestra. Rimase qualche attimo a fissare la luna. Uscì. Valerie era sulla sedia a sdraio, insonne anche lei. - Anche tu non riesci a dormire? - Le chiese, meravigliata, Joelle. - Sono nervosa. C'è qualcosa di strano nell'aria; quando mi sento così vuol dire che sta per succedere qualcosa di grosso. - Pensi alla faccenda del mago? - Non so. Può darsi che sia quello e può darsi di no. Spero non sia qualcosa che ci riguardi direttamente o che riguardi la mia famiglia. - Sei davvero così preoccupata? - Si. Tu sei un'iniziata, ormai; è inutile nasconderti le cose: quando mi sento così, c'è sempre una spiegazione, e di solito non si tratta di una bella cosa. - Un presentimento? - No, non proprio. Diciamo un nervosismo accentuato; mi sento come un marinaio che sente avvicinarsi la burrasca e sa che potrebbe lasciarci la pelle. - A questo punto? - Si. Mi è già successo altre volte, ed è sempre stata dura. - Cosa ho detto, della faccenda del mago, quando sono caduta in trance dopo la cerimonia? - Hai detto che se non ci muoviamo a trovare le pietre dell'amuleto del mago, siamo tutti fritti. - Solo questo? - No. Hai detto che le forze del male sono già in movimento e che ci daranno battaglia, una dura battaglia senza esclusione di colpi. - Ho detto proprio così. - Il senso del discorso era quello. E poi, parlavi in una lingua antica; Demetra la capiva, ma chissà se la capiva davvero. Io non ci capivo niente. E chissà se lei ha tradotto tutto esattamente. Era molto spaventata. - Lo credo bene! Ma perchè è toccato a me entrare in trance e non a una di voi? - Perchè evidentemente tu eri sintonizzata meglio di noi sulle frequenze dello spirito del mago. - Come una radio? - Pressappoco. - Divertente. - Mica tanto. - Dicevo così per dire. - Ah. Le ragazze rimasero in silenzio per un po'. - Non c'è niente da fare, stanotte il sonno non viene. - Disse Joelle. - Perchè non ne approfittiamo? - Aggiunse subito Valerie, abbassando la voce. - Non ho granchè voglia nemmeno di quello, stanotte. - Già, nemmeno io. Ho provato ad accarezzarmi un po', ma non ha funzionato. Forse non ho pensato alla persona giusta. - Prova ad ipnotizzarmi. - Eh? - Non hai detto che lo sapevi fare? - Si, ma che c'entra? - Ipnotizzami e comandami di andare a dormire, chissà che non funzioni! - Lascia stare. Forse è meglio se andiamo giù in cucina a farci una camomilla. - Non mi piace la camomilla! - Andiamoci lo stesso, troveremo di sicuro qualche tisana tra i barattoli della cuoca. - Se andiamo a toccarle i barattoli, quella ci ammazza! - Non preoccuparti, le tisane le tiene tutte a portata di mano. - Muoviamoci, allora! La mattina seguente, Martha si svegliò con l'idea di andare nuovamente alla grotta. Sui manoscritti non si capiva bene, ma lei era convinta che qualcosa di importante fosse stato nascosto da quelle parti. Il gommone uscì dal porto e fece rotta verso il largo, per non dare nell'occhio. Giunta fuori vista, la donna virò puntando verso il promontorio al di sotto del quale si apriva la grotta che le interessava. Quasi alla stessa ora, Kostas partiva dall'isoletta, facendo rotta per il porto. Davanti a lui, a portata di voce, navigava il gommone di Martha. Kostas ebbe l'impressione che la donna avesse qualche problema, visto che all'improvviso e senza alcun motivo apparente, aveva virato in direzione di una zona dove era impossibile sbarcare, ammenocchè non si volesse prender terra direttamente nella grotta del mago; ma quello era un posto scansato da tutti e ancor di più dai turisti, privo com'era di una spiaggia dove potersi fermare a fare il bagno. Segnalò con la sirena di bordo la sua disponibilità a dare aiuto, ma dal gommone non giunse risposta. La donna che era a bordo mantenne la rotta, limitandosi ad agitare il braccio in segno di saluto e di congedo. Kostas continuò a seguirla con lo sguardo, fino a quando non dovette virare a sua volta per puntare verso il porto. Il gommone filava dritto in direzione della grotta. Che fosse cambiato qualcosa nel frattempo, da quelle parti? Forse era stata aperta una strada d'accesso all'interno, o forse qualche tratto di muraglia era crollato, formando qualcosa che poteva assomigliare a una spiaggia. Avrebbe chiesto a Rada. Demetra era andata via da poco. Rada si era vestita e aveva ripreso la routine quotidiana. Velia era andata in piazza a fare rifornimenti. I clienti dell'albergo erano già tutti usciti per godersi appieno la bella giornata. - Kostas! - Non mi aspettavi, dì la verità. - Infatti. Successo qualcosa? - E' finita. Lei è partita sullo yacht dei suoi amici. Era già da un po' che aveva maturato l'idea di tornarsene al suo paese. Cosa vuoi, prima o poi doveva accadere. - Cos'hai intenzione di fare, adesso? - In che senso? - Se hai intenzione di rimanertene da solo sull'isoletta, intendo. - Mah, non ho ancora deciso. - Se vuoi, il posto per te qui c'è sempre. - Ne approfitterò per il momento. Ho bisogno di chiarirmi le idee e nessuno meglio di te può aiutarmi a farlo. - Puoi contarci. Rada era confusa. Una fortuna simile non se la sarebbe mai aspettata. Avere Kostas tutto per lei era il massimo che chiedeva alla vita. La sua unica preoccupazione era, al momento, di tenerlo fuori dagli influssi negativi che si stavano scatenando sull'isola. Lui si era mostrato particolarmente ricettivo alle onde telepatiche e agli influssi provenienti dagli oggetti che in qualche modo erano collegati alla vicenda del mago. Lei non escludeva che un contatto del genere potesse nuovamente avvenire, contribuendo ad aggravare il già delicato equilibrio che, per quel che ne sapeva stava, tra l'altro, per essere rotto proprio nei giorni seguenti. - Sai, - Kostas interruppe i suoi pensieri - mentre mi avvicinavo all'isola ho visto un gommone che si dirigeva verso la grotta del mago. Per caso hanno fatto qualcosa per i turisti, negli ultimi tempi, giù alla grotta? - Cosa? Un gommone? Hai visto bene chi era a bordo? - Si, certo, era una donna, ma perchè tanta meraviglia? - Accidenti! Scusami, tu non sai, non puoi capire. Ora non c'è tempo per le spiegazioni, devo correre dabbasso. Tu fa' come al solito, sei il padrone qui. Poi ti spiegherò. Non c'è tempo da perdere, scusami ancora, devo correre... Kostas la vide allontanarsi precipitosamente lungo la scalinata che portava dabbasso. Cosa stava succedendo? Si guardò intorno: tutto gli sembrava normale, come al solito. Velia non c'era, forse lei ne sapeva qualcosa. Decise di chiedere a lei, se fosse arrivata nel frattempo. Altrimenti, Rada gli avrebbe raccontato tutto dopo. Ora voleva sapere. Rada accese delle bacchette d'incenso e si inginocchiò in meditazione. Portando al massimo la sua concentrazione, si figurò di raggiungere la donna e di entrare nel suo cervello. Doveva ad ogni costo impedirle di proseguire. Martha stava osservando accuratamenta le pareti della grotta, nei pressi dei segni magici che aveva notato nella sua visita precedente. Quei segni non dovevano essere stati tracciati a caso. Prese a fissarli intensamente, cercando di carpirne il messaggio. All'improvviso vide i segni animarsi, prendere la forma di artigli e staccarsi dal muro per avventarsi su di lei. Sentì i morsi delle unghie arcuate penetrarle nella carne. La sua mente non riusciva a difendersene, non riusciva ad allontanarli. Capì che poteva sottrarsene soltanto raggiungendo l'esterno, rituffandosi nel bagliore della luce solare, dove gli spiriti delle tenebre non avevano accesso. Con uno sforzo di volontà, lacerata dal dolore dei colpi d'artiglio, corse all'esterno con quanta energia ancora le restava. Una volta fuori, spinse in mare il gommone e si allontanò con tutta la velocità che il potente motore le permetteva. Rada si mise a sedere. Il sudore le colava a rivoli dal viso, ma le mani le sentiva ghiacciate. La sua nemica aveva compiuto l'imprudenza di lasciare aperti i canali telepatici, o forse li aveva aperti per entrare in comunicazione con gli spiriti vaganti. Poverina, forse credeva di essere la sola, nell'isola, ad essere capace di entrare nella mente degli altri. O forse in quel momento era talmente presa da ciò che stava facendo, da sottovalutare il pericolo di venire intercettata. Aveva lasciato aperto uno spiraglio. A lei era bastato. Corse sul terrazzo per sorvegliare il porto. Non dovette attendere molto. Il binocolo le mostrò, sufficientemente ingrandito, il viso della sua nemica. Era tutto graffiato, e anche le braccia sembravano percorse da segni di graffi. E anche le gambe. Si guardò le unghie. Ecco cos'era il dolore che aveva provato alla punta delle dita, durante i momenti del contatto... Se ne tornò dabbasso soddisfatta. Questa volta aveva vinto lei, tutta da sola. Sdraiata a pancia in giù sul tappeto, Joelle ripensava alle bambole di cera. Una sentenza di morte era stata pronunciata contro di lei e di Valerie, contro Rada e Demetra. Sì, ma lei che c’entrava? Si trovava sull’isola per passare le sue vacanze, cosa mai poteva importarle di tutte quelle storie in cui si trovavano invischiate le sue amiche? Forse era il caso di chiedere a Valerie di andar via dall’isola e tornarsene a casa, lontano dalle grinfie della donna malvagia. Forse era il caso che tutte e quattro migrassero momentaneamente verso lidi più sereni. Sentì la porta della stanza aprirsi alle sue spalle. Suggestionata dai suoi stessi pensieri, per un attimo si sentì gelare. La voce di Valerie attenuò appena la tensione: - Niente da fare, quella non scuce una parola! - Glie lo hai detto che siamo in guai serii? - Scherzi? Figurati se quella non corre dritta a dirlo a mia madre! - E ora? - Accidenti, ci contavo sul suo aiuto! Ora dobbiamo continuare a fare come abbiamo fatto finora. - E cioè? - Arrangiarci da sole. - Bella consolazione! Valerie si sdraiò anch’essa sul tappeto, a pancia in su. Mise le mani sotto la testa e rimase in silenzio come a voler riordinare le idee. - Senti – tentò Joelle, un po’ imbarazzata per quella che le sembrava una vigliaccheria - non sarebbe meglio piantare tutto e allontanarci il più possibile da questo posto? - Cos’è, hai paura? - Tu no? - Si, lo ammetto, non sono per niente tranquilla, ma di andarmene non se ne parla. Se vuoi, puoi andar via tu, nessuno ti costringe a rimanere. - Da sola non vado da nessuna parte, se rimani tu rimango anch’io. - Grazie della solidarietà, ma è una decisione che non serve a niente se poi stai lì a tremare di paura! - Accidenti, Valerie, mettiti nei miei panni per una volta! Tu a queste cose ci sei abituata, sai come muoverti. Ma io? Che ne so io di come ci si comporta in questi casi? - Dovrai pur imparare prima o poi, no? Ecco, ora siamo in prima linea, quale miglior scuola potrai mai avere? Joelle non rispose. Non sapeva lei stessa quali fossero veramente le sue intenzioni. Da una parte il timore di rimetterci le penne, dall’altra l’estrema curiosità di voler andare a fondo alla faccenda, magari scoprendosi in grado di fare chissà quali magie. Valerie interruppe le sue meditazioni. - Andiamocene a dormire, la notte porta consiglio. Domani mi dirai cosa hai deciso, ma ricordati:” o dentro o fuori “ e, se è “dentro”, devi proprio mettercela tutta, perché la nostra cara mortale nemica è una che non ha per niente voglia di scherzare! Più che portarle consiglio, la notte portò a Joelle un carosello di fantasmi. Si svegliò di soprassalto. Allungò la mano ed esplorò a tentoni lo spazio intorno a lei per cercare l’interruttore della luce. Lo trovò. Di solito preferiva rimanere al buio quando si svegliava di notte per qualche improvviso motivo. Ma stavolta aveva bisogno della luce per scacciare i demoni che si erano prepotentemente infilati nei suoi sogni per trasformarli in incubi. Un chiarore si intravedeva al di là della porta-finestra, segno che anche Valerie dormiva con la luce accesa. Scese dal letto e, a piedi scalzi, percorse il tratto che la separava dalla stanza della sua amica. Valerie non dormiva. Era seduta sul letto, con le spalle appoggiate alla spalliera e lo sguardo perso nel vuoto. La porta-finestra era aperta. Joelle entrò senza bussare. Dalla sua amica nessun segno né una parola. Joelle le si avvicinò. Valerie non si mosse di un millimetro. Si comportava come se non si fosse accorta del suo ingresso. Joelle capì che stava succedendo qualcosa a cui lei non era preparata. Si rendeva conto di non sapere assolutamente come agire: doveva tentare di distogliere la sua amica dallo stato di trance? E se fosse pericoloso? Doveva lasciarla in quello stato? E se fosse proprio quello il vero pericolo? Sentì il panico venirle incontro al galoppo. No, si disse con una risolutezza di cui fu la prima a stupirsi: Valerie sa sempre cosa sta facendo. Le vado incontro! Si sedette per terra accanto al letto e cercò di inviare la sua mente alla ricerca della mente di Valerie. Entrò in trance quasi senza accorgersene: solo un attimo in cui vide il suo sguardo roteare all’intorno, poi si ritrovò proiettata nella notte, a fianco alla sua amica. Erano dentro una grotta e un vecchio parlava loro in una lingua che Valerie sembrava agevolmente comprendere. Il vecchio sembrò non accorgersi della nuova presenza e continuò a parlare a Valerie, anch’essa incurante della presenza di Joelle. Ad un tratto le mani del vecchio tracciarono un segno nell’aria e due figure di grossi ragni si materializzarono su una parete. Erano avvolti dalla loro stessa ragnatela e per quanti tentativi facessero di liberarsi, sempre più ne rimanevano prigionieri. Joelle ebbe un moto di spavento e quell’attimo fu sufficiente a farle perdere la concentrazione. Si ritrovò seduta per terra nella stanza di Valerie, a fissare il muro in uno stato di generale stordimento. Si sforzò di riprendere completamente consapevolezza. Guardò Valerie. La vide sbattere le palpebre, poi sollevare le mani e stopicciarsi gli occhi. Valerie era tornata nel suo corpo, era di nuovo in quella stanza. Si accorse della presenza di Joelle. - E tu che ci fai qui? - Cosa ti ha detto il mago? – rispose di rimando Joelle. Valerie rimase un attimo interdetta. Fissò la sua amica con più attenzione - Come sarebbe… cosa ne sai tu del mago? - Ho visto che stavate parlando. - Visto cosa? - Stavate o non stavate parlando tu e lui? – ribattè Joelle con stizza - Si, ma tu come lo sai? - Lo so perché c’ero anch’io, non mi hai vista? Valerie si fece più attenta. Guardò la sua amica negli occhi. No, non stava inventandosi niente, le sue parole erano sincere. - Ora tu mi dici come hai fatto… - Come vuoi che abbia fatto…ho pensato a te e mi sono ritrovata nella grotta senza sapere né come né perché, ecco come ho fatto! - Dài, non prendertela, non ti sto accusando di niente, voglio solo cercare di capire cosa stai combinando con questi tuoi poteri, credo di avere delle responsabilità nei tuoi confronti,no? Joelle capì che la sua amica voleva soltanto proteggerla. Addolcì il tono di voce: - Che forza! Ho pensato a te ed eccomi al tuo fianco, detto fatto! - Ti sei sintonizzata sulla mia frequenza mentale, è una forma di telepatia. Se ti è capitato una volta ti capiterà ancora. Devi solo stare attenta a non abusarne, perché richiede molta energia e si rischia di trovare difficoltà a ritornare allo stato di veglia. - Insegnami come fare a dosare l’energia nella giusta quantità! - Non io. Te lo insegnerà Demetra, quello è compito suo. - Perché non viaggi con la mente per scoprire cosa fa Willi? - Prova a immaginartelo, il perché! - Già, non ci avevo pensato. - Che ne diresti ora di tornare a dormire? - Ma come, non mi racconti cosa ti ha detto il mago? - Quello che ha detto il mago sono affari miei. - Già, io non c’entro con questa storia, no? - Scusami, hai ragione. Sai, mi viene sempre la tentazione di tenerti fuori, ma lo faccio per proteggerti, non per cattiveria! - Posso saperlo o no, quello che ha detto il mago? - Mi ha rivelato un po’ di cosucce interessanti, ma non ha ancora concluso: abbiamo appuntamento per domani notte, non mi restava energia sufficiente per continuare. - Ho capito, non me lo vuoi dire. - Aspetta domani. Intanto domattina andremo da Demetra. Tu mi accompagnerai e potrai ascoltare tutto ciò che le riferirò sull’incontro col mago. Contenta? - Grazie della concessione! Intanto stanotte non potrò fare altro che pensarci… - Stanotte rimani a dormire con me. Non ti lascio sola, non mi fido. Saresti capace di andarci per tuo conto, a parlare col mago! - Sei matta? Non so neppure da che parte incominciare… - Già, e intanto sei stata capace di raggiungermi, pur non sapendo come fare. No, tu rimani qui. Non sei ancora perfettamente in grado di controllare i tuoi poteri! Il tono di Valerie non ammetteva repliche. Joelle capì che l’amica aveva ragione. Si infilò sotto le lenzuola per prima. - Dài, vieni dentro, non ho intenzione di addormentarmi da sola! Le ragazze si addormentarono senza che gli spiriti vaganti nella notte tornassero ancora a disturbarle. La mattina le trovò che dormivano l’una vicina all’altra, come due angioletti. Il motorino arrancava del suo meglio lungo la salita che portava alla casa di Demetra. La luce abbacinante della tarda mattinata costringeva le ragazze a socchiudere gli occhi. La nuvola di polvere sollevata dal motorino rimaneva nell’aria come a voler occultare il percorso ad invisibili inseguitori. Demetra accolse le ragazze facendole immediatamente accomodare all’interno della casa e offrendo loro qualcosa di fresco. - Vi stavo aspettando. Stanotte ho fatto un sogno strano e nel sogno sentivo chiamare i vostri nomi… Valerie poggiò il suo bicchiere. - Sai, anch’io ho fatto un sogno strano, poi mi sono svegliata e ho sentito una voce che mi chiamava. Ho seguito la voce e mi sono ritrovata nella grotta del mago. Lui era lì, sorridente, tranquillo. Ha cominciato a parlarmi… Joelle pendeva dalle labbra della sua amica e anche Demetra ascoltava con attenzione. Valerie continuò: - Mi ha detto: “ Il gioiello che ho costruito mi tiene stretto a questa terra togliendomi la pace. Non avrò tregua finchè gli spiriti che vi ho legati non saranno a loro volta liberati. Uno spirito per ogni pietra, costretto dall’incantesimo ad obbedire al mio volere. Un manipolo di spiriti pronti ad eseguire ogni mio comando. Spiriti che in virtù del magico legame si cercano l’un l’altro. Voi che cercate le pietre siete in realtà comandati dalla volontà degli spiriti, impazienti di trovarsi nuovamente riuniti. Ma la loro unione è malefica. Io l’ho capito troppo tardi, ma il disperdere le pietre non è servito a interromperne il potere. Le pietre si cercano tra loro e, quando saranno tutte nuovamente insieme, il loro malefico potere sarà pronto per essere scatenato come un terremoto. C’è soltanto una cosa che può interrompere il maleficio, ed è il sangue di una vergine… Valerie si interruppe. - E poi? – Intervenne subito Joelle. - E poi niente, l’energia mi stava abbandonando e mi son dovuta staccare. Demetra si mostrò peoccupata: - “Il sangue di una vergine” ha detto il mago. E la vergine sappiamo chi è…No, accidenti, non basta! Dobbiamo assolutamente saperne di più. Il maleficio deve essere interrotto, ma il prezzo da pagare dobbiamo stabilirlo noi. - Ci vuole qualcuno forte almeno come il mago, per modificare i termini dell’incantesimo. – Fece notare Valerie. - Dobbiamo agire tutte insieme, voi, Rada ed io. Ma dobbiamo farlo in fretta, gli spiriti delle pietre si stanno rincorrendo l’un l’altro e a loro non importa quale sarà la mano che li riunirà. Se le pietre finiranno nelle mani della nostra nemica, per noi sarà la fine, saremo le sue prime vittime! - Stanotte cercherò ancora il mago, deve aiutarmi a venire a capo della storia. Solo lui può dirci dove sono le pietre e permetterci di arrivare per prime. – Valerie era certa che il mago aveva scelto loro per sciogliere l’incantesimo. Demetra annuì, anche lei era d’accordo sulla necessità di tornare in contatto col mago.