Una donna diversa



L'albero secolare nascondeva, con i suoi folti rami, l'ingresso della piccola pagoda posta in un angolo del vasto giardino della Residenza. Un leggerissimo rumore di passi, così leggero da confondersi col fruscìo delle foglie, giunse a spezzare il silenzio sacrale che sembrava avvolgere il tempio quasi a volerlo occultare all'attenzione dei profani. Una figura sottile, fluttuante come un folletto dei campi tra le ombre oscillanti dei rami, si avvicinò repentina alla pesante porta di ferro, proiettando la sua ombra fugace sulle antiche decorazioni che ne fregiavano i battenti. Con movimenti rapidi, il vecchio cinese trasse dalla cintola una grossa chiave e la infilò nella toppa. Vinte le resistenze della serratura, dischiuse la porta quel tanto che bastava a lasciarlo passare. Un cigolìo appena percettibile, accompagnò il richiudersi dei battenti alle sue spalle. Una fiammella comparve improvvisa tra le dita del vecchio e, come per incanto, pigre volute di fumo azzurrino presero a innalzarsi da un portaincensi in ottone lavorato, caricando l'aria di un odore dolciastro. Terminati i preparativi, il signor Chen, detto "Il Cinese", si accovacciò su una stuoia nella posizione del loto, apprestandosi solennemente alla meditazione. Una lanterna dalla luce tremolante proiettava delle ombre vaghe sullo scarno viso del vecchio, come se strani folletti gli danzassero intorno in attesa di ritornare nel regno dell' oscurità, dal quale erano stati temporaneamente liberati. Accanto alla stuoia, un mucchietto di steli di millefoglie posato su di un antico panno ricoperto di ideogrammi, attendeva che si compisse il rito della consultazione. Il signor Chen stette con gli occhi chiusi per un pò; con grande lentezza portò quindi alla fronte le mani giunte, pronunziando delle parole in una lingua cantilenante. Le sue dita ossute scesero infine a impadronirsi del mucchietto di steli, prendendo a dividerlo velocemente in mucchietti più piccoli, in obbedienza ai dettami dell' antichissimo metodo divinatorio dell' I-King, il sacro Libro delle Mutazioni. Quella notte, il vecchio aveva sognato sei draghi che volavano in formazione, solcando il cielo maestosi; quattro volavano davanti e due dietro. Ad un tratto, un forte rombo di tuono ne aveva disturbato il volo e, mentre alcuni avevano continuato imperterriti a procedere nella stessa direzione, altri invece si erano dispersi, prendendo direzioni diverse. Quando il movimento frenetico delle dita ebbe termine, i mucchietti risultanti furono pronti per l'interpretazione. Il responso non tardò a manifestarsi, apparendo in tutta la sua gravità: Chen, il tuono, mutava in Sce-ho, il morso che spezza. Mutamenti radicali erano annunciati. Alcuni di coloro che dai sei draghi erano rappresentati, avrebbero avuto la propria vita sconvolta dai voleri del Cielo. Il vecchio comprese che sarebbe stata necessaria tutta la sua saggezza per assecondare gli eventi e permettere così che tutto si svolgesse come il Cielo aveva predisposto: ostacolarne i voleri avrebbe condotto a disgrazia. La grossa statua del Buddha, troneggiante sotto un baldacchino a forma di serpente, sembrava seguire con interesse i pensieri del vecchio. Il signor Chen le lanciò uno sguardo d'intesa ed ebbe la fugace impressione che gli occhi del Buddha gli lanciassero un sorriso. Si sentì più tranquillo. Con inattesa agilità si sollevò dalla stuoia, coprì il portaincensi in modo da soffocarne le braci e infine spense la lanterna. Guidato dalla luce che penetrava a stento da una piccola feritoia, si diresse a passo svelto verso l'uscita. Una volta fuori, pensò che, fermandosi ad osservare il volo degli uccelli, avrebbe forse ottenuto maggiori chiarimenti sull'identità e sulla provenienza dei draghi. Sedette sotto il suo albero preferito, appoggiandosi al tronco. Non ebbe molto da attendere. Le indicazioni erano chiare: i draghi erano sei e venivano da occidente; sarebbero apparsi all'orizzonte non più tardi del primo quarto di luna. Il piccolo aereo ultraleggero colorato di bianco e di rosso aveva appena accennato un tentativo di looping, lasciandosi poi precipitare in vite. Gli occhi del pilota, un giovane vicino ai trent'anni, erano fissi agli strumenti. Il terreno si avvicinava sempre di più, roteando al pari della lancetta dell'altimetro che girava veloce misurando lo spazio, sempre più breve, che mancava all'impatto. I muscoli del pilota erano tesi, pronti a cogliere l'attimo cruciale della richiamata. "Ora!" , si disse. "No,ancora più giù!". A pochi metri da terra, quando il piccolo aereo pareva ormai condannato a fracassarsi al suolo, l'urlo del motore spinto al massimo della potenza accompagnò il gesto della mano che tirava progressivamente indietro la cloche facendo sì che l'aereo tornasse a puntare il muso verso il cielo. Fu una questione di attimi; ora il piccolo aeroplano stava riguadagnando rapidamente quota, cavalcando l'aria con rinnovata baldanza. "Non lo faccio più", si disse Lillo quando finalmente i suoi occhi poterono tornare a rivedere l'azzurro. Si era reso conto di aver rischiato molto più del dovuto. L'altimetro indicava quasi mille piedi di quota. Lillo riportò l'aeroplano in volo orizzontale, stabilizzò la velocità sui cinquanta nodi e abbandonò i comandi. L’aria era calma, il motore ronzava tranquillo, era tutto passato. Il tempo di stropicciarsi gli occhi e riprese la cloche: l’aereo si era comportato bene, il motore non lo aveva piantato sul più bello e così anche per stavolta era andata! Virò stretto e puntò in direzione dell'aeroporto, guardando di sotto e sperando ardentemente che la sua bravata non avesse avuto spettatori. Mentre l'aereo volava sulla via del rientro, agli occhi del giovane tornavano ossessive le immagini della sua acrobazia di poc’anzi. Scosse il capo con disapprovazione: "No, non è in questo modo che devo risolvere il problema"Il problema in questione riguardava una specie di noia esistenziale che si era ad un tratto impadronita di lui, quasi a voler soffocare quel grande entusiasmo di vivere che ne aveva caratterizzato la personalità fino a poco tempo prima. Da qualche tempo però, l'attenzione che aveva sempre avuto verso i suoi molteplici interessi andava progressivamente scemando. Si sentiva demotivato, fortemente lontano da qualsiasi cosa che non fosse il volo. Non è che si sentisse depresso; era piuttosto preda di un'insoddisfazione profonda, di un terribile desiderio di uscire dalla solita routine che, per quanto interessante, ormai non lo appagava più. L'aereo accostò leggermente per allinearsi alla pista; Lillo ridusse i giri del motore e prese a scendere con un'inclinazione piuttosto accentuata. Il carrello toccò bruscamente il cemento della pista e l'aereo concluse il rullaggio sobbalzando e scarrocciando fino alla piazzola di sosta. Lillo spense il motore, sganciò la cintura e, prima ancora di mettere i piedi a terra, chiamò con un cenno il meccanico che attendeva appoggiato alla porta dell'hangar. - Dà un'occhiata al carrello - gli disse, - una ruota deve avere qualcosa di rotto. Il meccanico prese in consegna il velivolo e si mise a spingerlo faticosamente verso l'hangar. Lillo rimase un momento a guardare, dirigendosi poi verso il bar. Aveva bisogno di buttar giù qualcosa di forte. Abitualmente non beveva alcoolici, ma stavolta ne sentiva il desiderio. Bevve a piccoli sorsi, con lo sguardo perso verso un punto indefinito del locale. Dopo l'ultimo sorso, mandato giù con una smorfia, si scosse e riguadagnò l'uscita. - Come si sta su? - la voce di un collega richiamò la sua attenzione. - Si balla un pò - rispose subito Lillo - però tutto sommato è tranquillo. Vai su adesso? - No, aspetto qualcuno che voglia farmi compagnia, detesto volare da solo. Vuoi venire su ancora? - No, grazie. Per stamane ho avuto già la mia razione. Sarà per un'altra volta. - Ci conto, vorrei che mi insegnassi qualcuna delle tue manovre di scampo. - A disposizione. Lillo aveva fama di essere un ottimo pilota acrobatico. Quella mattina ci sarebbe anche risalito sull'aereo, ma temeva di ricascarci, di tentare nuovamente qualche manovra azzardata, al limite delle possibilità del velivolo. No, sarebbe stato meglio lasciar passare un pò di tempo prima di ritornare a volare. Prese l'auto e si diresse verso casa. Desiderava solo sdraiarsi e chiudere gli occhi. Aveva bisogno di calmarsi per bene. La cameriera uscì dalla stanza con la precisa consegna di non disturbarlo. Allungato sul divano, Lillo si immerse nelle buone vibrazioni della musica. Luci e colori invasero la sua mente, prendendo forme inaspettate, come nubi spinte dal vento ad assumere multiformi figure. La rivelazione gli giunse all'improvviso illuminandogli la via da seguire, come una folgore nella buio della notte . Una donna! Ecco cosa ci voleva: una sana e intrigante relazione che fosse in grado di ridestare la sua assopita curiosità. E perdippiù, una donna del genere non avrebbe dovuto attenderla per molto tempo perchè, a pensarci bene, era certo di conoscerla già. La cannuccia pescava nel bicchierone di brodaglia dall'aria presuntuosa, che troneggiava sul tavolo spoglio di un bar di mezza periferia, in quel pomeriggio inoltrato di un Giugno caldo più del dovuto. Lillo la fissava assorto, scrutandola in tutta la sua lunghezza, percorrendone con gli occhi la sagomatura a tre quarti, quasi non l'avesse mai vista da vicino. Non aveva troppa fretta di bere; fuori dal bar sciamavano vocianti gli ultimi gruppetti sparsi di quello che era stato poco innanzi un lungo corteo di protesta. Gente infuriata per chissà quali rivendicazioni, chissà contro quale padrone. Lillo non li sopportava. Era convinto che nessuno di quei manifestanti lì fuori fosse veramente consapevole del significato degli slogan urlati fino a poco prima. Burattini manovrati dai sindacalisti, ecco cos'erano. Poveri stupidi comandati da squali. Ringraziando la buona sorte, lui era nato in una famiglia di antiche ricchezze, baciato in fronte da un destino che lo aveva abbondantemente gratificato. Se ne rendeva conto, ne era grato, si sentiva in debito. Alla sorte non chiedeva niente di più. Non voleva la gloria, non cercava il potere, non desiderava niente di tutto quello che di solito fa gola agli uomini. Sperava solo che il destino si dimenticasse di lui, che lo lasciasse tranquillo. Quel pomeriggio, Lillo era uscito con l'intenzione di andare a trovare una sua nuova amica, una ragazza che si era aggiunta da poco alla sacra congrega dei suoi amici più stretti. Forse era proprio lei la donna di cui aveva bisogno. Era una ragazza interessante, sembrava veramente diversa da tutte quelle conosciute fino allora. Lui preferiva non fidarsi delle prime impressioni; aveva prudentemente introdotto un elemento di dubbio nell'uso del termine "diversa". Di ragazze cosiddette "diverse" ne aveva conosciute molte. Loro erano per davvero convinte di essere diverse; poi però, alla resa dei conti, si rivelavano del tutto inserite in uno standard di comportamento assolutamente lineare. "Ragazze standard", le chiamava lui. La ragazza standard era colei che alla vita chiedeva soltanto un marito, dei figli, una casa e il biglietto d'ingresso in una routine di comportamenti fatta di abito bianco per le nozze, feste di compleanno per i bambini, fare la spesa e tener pulita la casa. E, soprattutto, sentirsi chiamare "signora". Era esattamente il modello di donna dal quale Lillo fuggiva. Nel bicchiere ormai vuoto, la cannuccia ciondolava ora inutile, incolpevole vittima dell'effimero piacere al quale aveva suo malgrado contribuito. Lillo le lanciò uno sguardo di pietoso commiato, poi si voltò a guardare attraverso i vetri per accertarsi che la confusione fosse cessata del tutto. Notò con disappunto che era cambiato anche il tempo. Tirava aria di pioggia; il cielo era diventato cupo, con tendenza alle lacrime. Lasciò il denaro sul tavolo e, con un rapido saluto al barista, si avviò frettolosamente alla porta. Si fermò sulla soglia; era a piedi e non aveva una chiara idea sulla direzione da prendere. "A destra o a sinistra?", si chiese. Nel dubbio, andò dritto. Attraversò la strada fuori delle strisce pedonali, incurante del traffico. A passo veloce infilò una stradina che gli sembrava di non aver mai percorso. Dal marciappiede opposto, una bella vetrina di un negozio di musica calamitò improvvisamente la sua attenzione. Lillo era perennemente alla ricerca di musiche particolari o di incisioni pregiate e anche questa volta non seppe sottrarsi al fascino della scoperta. Uscì dal negozio con diversi dischi sottobraccio. Alzò il passo; si era attardato a chiacchierare con il negoziante e ora temeva di non trovare più in casa la ragazza. In verità, lui le donne le amava. Solo che con loro però, dopo un pò si annoiava. Gli sembrava che non avessero mai niente di interessante da dire e che quel poco che avessero da dare, ritenevano di doverlo concedere soltanto in esclusiva, usandolo come una vera e propria merce di scambio. Avevano tentato cento volte anche con lui. Ma Lillo era come quei pesci che si avvicinano all'amo e mangiano il verme mordicchiando di lato, così da lasciare beffato il pescatore. Lui non aveva mai avuto la fretta e l'ingordigia del pesce che abbocca. O forse l'esca non era mai valsa l'amo che nascondeva. Uscendo dai suoi pensieri, si accorse a un tratto di trovarsi proprio dinanzi al portone dove abitava la ragazza. Suonò il campanello con apprensione, quasi certo ormai di non trovarla più in casa. Attese qualche momento tamburellando nervosamente con le dita. Suonò di nuovo, con ancor minori speranze. Il portone tardava ad aprirsi. Stava quasi per rinunciare ad attendere oltre, quando una voce nasale, alterata dal citofono, gli fece tirare un sospiro di sollievo. Lei era in casa, molto lieta di riceverlo. Il portone si aprì con uno scatto secco. Lillo disdegnò l'ascensore imbucando subito la rampa delle scale. Arrivato davanti alla porta d'ingresso, la trovò socchiusa. Dette un colpetto con le nocche delle dita, giusto per discrezione, ed entrò, fermandosi subito dopo e tentando di localizzare la ragazza. - Cosa fai lì sulla porta? Vieni, accomodati pure... La voce di lei gli giunse modulata e cordiale, penetrandogli fin nel midollo. - Spero di non averti disturbata, a quest'ora. - Ma và! Sai che mi fa piacere vederti. Vieni, siedi qui sul divano, vicino a me. Hai fatto acquisti? Lillo si ricordò di avere i suoi dischi sottobraccio. - Si, ho scoperto un nuovo negozio di dischi non molto distante da qui. Dove posso poggiarli? - Dà qui, ci penso io. Posso dare uno sguardo? - Certo, fà pure. Non penso sia il genere di musica che possa interessarti. Lei dette un'occhiata veloce alle copertine e, senza dire una parola si alzò. Prese delicatamente il giovane per un braccio e lo condusse davanti a uno scaffale. - Forse qui troverai qualcosa che possa destare il tuo, di interesse! Lillo estrasse qualche disco a caso; poi, incuriosito, prese a guardarseli tutti, uno per uno. Era materiale notevole, da veri intenditori. - Accidenti, mica male! Chi li ha dimenticati qui? - Sono miei, scemo! - ribattè lei divertita. Era contenta di averlo stupito. Le piaceva, quel ragazzone dall'aria scanzonata. Tra tutti preferiva lui proprio per quel suo modo di fare così disincantato, ma allo stesso tempo così delicato e gentile. Si frequentavano da poco e solo saltuariamente, ma aveva già fatto l'abitudine alle sue frecciate e accettava volentieri le sfide, specie quando era sicura di poterle vincere, come questa volta. Lillo si accomodò pigramente sul divano, sprofondando nei cuscini. Si guardò intorno con curiosità. Era in un grande salone dominato da una libreria ampia quanto tutta la parete. Il resto dell'arredamento appariva essenziale e moderno, frutto di una scelta razionale e ben bilanciata. Il tono dominante era il bianco, ravvivato da quadri che spiccavano alle pareti come gradevoli macchie di colore. Ebbe l'impressione che stesse maturando, in quel momento, l'occasione giusta per uscire da quel limbo fatto di grigio, nel quale era dolorosamente precipitato. L'estate stava muovendo prepotentemente i primi passi, tentando di imporsi all'attenzione della gente come se volesse a tutti i costi dimostrare di essere proprio lei l'imperatrice delle stagioni. Quel caldo che aveva invaso anzitempo i timidi giorni di Giugno sembrava portare con sè la promessa di riscaldare il cuore e il cervello di chiunque gli si fosse affidato. A Lillo il caldo piaceva. Gli infondeva buon umore. Di solito, almeno. Questa volta invece sembrava voler contribuire a distruggere definitivamente il suo spirito, già mezzo evaporato. La voce della ragazza gli suonò come musica celeste: - Ti porto del vino fresco, ne vuoi? -Si, grazie, volentieri. La guardò allontanarsi dondolando sulle sue lunghe gambe da indossatrice. Si chiamava Maia e aveva nel suo sguardo e nella voce un chè di misterioso, che ben si addiceva al suo nome. Altera di aspetto ma simpatica, gran portamento e proporzioni perfette, non aveva fidanzati nè corteggiatori ufficiali. Di lei si diceva che le piacessero le donne, ma nessuno l'aveva mai vista in atteggiamenti sospetti con una donna. Neppure con un uomo, però. Era lei stessa, d'altronde, ad alimentare certe dicerie con discorsi e battute allusive. Lillo in cuor suo sperava che un atteggiamento così volutamente ambiguo, fosse solo una tattica astutamente adottata per tenere alla larga eventuali corteggiatori non graditi. Si augurò caldamente di non essere considerato anch'egli in quel novero. La ragazza tornò reggendo un vassoio sul quale erano poggiati una bottiglia e due bicchieri. Posò il tutto su un tavolinetto e versò da bere. Lillo continuava a scrutarla con avidità, esplorando con sguardi taglienti come sciabolate le curve decise dei suoi fianchi, il gonfiore dei seni e il muoversi agile delle sue lunghe dita affusolate. A Maia non occorse molto per accorgersi di una così intensa attenzione. Dentro di lei prese forma un sentimento fatto di orgoglio e di sottile compiacimento. Socchiuse gli occhi in un'espressione felina e andò a sedersi molto vicina a lui, accavallando ostentatamente le gambe. - Cosa fai per questo fine settimana? - le chiese lui, cercando faticosamente di emergere dalle profondità dei morbidissimi cuscini del divano. - Vado da mia sorella al mare, e tu? - Non lo so, non ho progetti, nebbia totale. - Allora, perchè non mi accompagni? - Mah, credi sia il caso? Non vorrei essere di troppo... - Ma no, mia sorella sarà felice di conoscerti e poi è una donna interessante; ti piacerà, vedrai! - Se davvero non disturbo, credo proprio di poter accettare. Maia si girò ancor più verso di lui, per offrirsi maggiormente alla sua ammirazione. Quel ragazzo le piaceva, anche perchè non era il solito cretino che pensa di avere tutte le donne ai suoi piedi solo perchè la fortuna lo ha voluto ricco e di bell'aspetto. Lillo, a sua volta, si era recato da lei con la medesima intenzione. Si rendeva conto di conoscere poco la ragazza, anzi di non conoscerla affatto. Però provava verso di lei una strana fiducia, un'attrazione tutta particolare che non aveva provato per nessun'altra, prima di quel pomeriggio. Maia era entrata nel ristrettissimo gruppo dei suoi amici più cari, solo per caso. Un incontro fortuito, quattro battute indovinate ed eccola adottata da tutti con immediata simpatia. Lui si era scoperto terribilmente affascinato da quel nuovo arrivo, anche se aveva sempre cercato di non darlo troppo a vedere. Sperava solo che lei non lo deludesse come le altre, apparentemente ricche di mille virtù e alla lunga sempre più somiglianti a delle zucche senza polpa nè semi. In verità c'erano elementi che giocavano a favore della ragazza: quando apriva bocca non era mai banale, e poi era laureata in informatica, un campo ancora tutto al maschile; e ancora, nell'ambiente di lavoro i colleghi la tenevano in alta considerazione, al di là del suo pur prorompente aspetto fisico. Stettero così, lei e Lillo, a discorrere piacevolmente fino al sopraggiungere del buio. Maia si alzò infine per andare a prepararsi per uscire. Lillo ne approfittò per passare in rassegna tutta la libreria - Li hai letti davvero questi libri? - le gridò con tono provocatorio cercando di sovrastare con la voce lo scroscio dell'acqua della doccia. - Certo che li ho letti! - ribattè lei - per cosa credi che li abbia comprati, per arredamento? - Conosco gente che lo fa - rincalzò lui. - Citami un titolo qualsiasi e ti dirò di cosa parla. - Lascia stare, ci credo. Ci credeva per davvero, ma si divertiva a stuzzicarla. Il rumore dell'acqua era cessato. Non passò molto tempo che Maia riapparve nel salone con indosso uno splendido abito lungo, aderente e scollato. "Quanto basta a far girare la testa a tutti i maschi di gusti raffinati" commentò Lillo tra sè, trattenendo a stento un fischio di ammirazione. "Ha classe per davvero, la pupa". Prese a fissarla ostentatamente. Maia fece un giro su se stessa per lasciarsi ammirare. Le piaceva essere provocante, non la disturbava affatto sentirsi oggetto degli sguardi di tutti, al suo passaggio. Dopotutto sapeva muoversi con tale eleganza che nessuno avrebbe mai potuto accusarla di esibizionismo, nonostante le apparenze. - Sei bellissima. - Molto gentile da parte tua. - Oh, era solo una constatazione. Sai essere bella anche in jeans e maglietta. Però stasera sei da schianto! Maia sorrise con sussiego. - Vuol darmi il suo braccio, signor Lillo? Lillo non si fece pregare. La prese sottobraccio e, con fare compassato, la portò a fare un giro intorno al tavolo, con passo regale e portamento impettito. Scoppiarono a ridere entrambi. Sempre con lo stesso passo, si diressero verso l'uscita. Il gruppo degli amici usava ritrovarsi davanti all'ingresso di un cinema, utilizzato come punto d'incontro solo perchè aveva un ampio ed accogliente parcheggio. Lillo e Maia arrivarono buoni ultimi. - Ragazzi, questa sera si va al mare! - li accolse Vince. - Accidenti che caldo! - sbuffò Matteo. - Che afa, vorrai dire. - corresse Alessia. - E se troviamo acqua per strada? Ho sentito dire che verso il mare tira aria di pioggia! - Intervenne Giò col suo solito senso pratico. - Oh, nel peggiore dei casi si ritorna all' ovile; non è poi quella grande distanza! - Con queste parole, Sama ebbe la meglio. Si andava al mare, la decisione era presa. Utilizzarono solo due auto. Le altre le lasciarono nel parcheggio del cinema. Dettero la mancia al guardiano, assicurandosi la sua benevolenza anche per tutti gli anni a venire e partirono tranquilli. Lillo e Maia si erano adattati sui sedili posteriori dell'auto di Alessia, la quale aveva ceduto la guida a Giulio, il suo fidanzato. Nell'auto che li precedeva, i posti di dietro erano occupati da Matteo e da Vince, mentre alla guida era Sama che aveva al fianco l'erculeo Giò il quale, con una radio ricetrasmittente perennemente accesa, si teneva in contatto con la macchina che li seguiva. Il gruppo usava incontrarsi sistematicamente già da diversi anni. Oltre a Maia, che era l'acquisto più recente, il nuovo aggiunto era Giulio, in qualità di fidanzato di Alessia. Ad eccezione di Giulio e Matteo e, se vogliamo, di Giò (che abbreviava Gioacchino), tutti gli altri erano chiamati con dei soprannomi. Vince fu chiamato così da quando la combriccola aveva avuto l'idea di fare una puntata al Casinò. Vince, il cui vero nome era Giancarlo, aveva preso posto a un tavolo, impegnandosi immediatamente nelle puntate. Gli altri invece si erano sparpagliati, per giocare ognuno per proprio conto. Ogni tanto, qualcuno di loro andava a curiosare al tavolo in cui era Giancarlo e portava informazioni agli altri. - Cosa fa Giancarlo? - Vince. - Come va Giancarlo? - Vince. - E Giancarlo? - Vince. A differenza degli altri, Giancarlo vinse spudoratamente per tutta la serata. Da quella notte non fu più Giancarlo ma diventò "Vince" a furor di popolo. Il soprannome gli rimase e fu definitivamente consacrato da tutti i componenti del gruppo. "Sama" invece era il diminutivo di Samaritana, che non era il suo vero nome ma piuttosto un appellativo che definiva la sua grande disponibilità ad aiutare gli altri del gruppo in ogni occasione; senza tralasciare la tendenza ad accoppiarsi indiscriminatamente con chiunque di loro, per alleviarne le sofferenze d'amore, proprio come una buona Samaritana. Giulio rimaneva fuori del gioco: lui era solo per Alessia. Il vero nome di Lillo era Eugenio. Il soprannome gli era stato dato dai genitori quando era ancora piccolissimo, e gli era rimasto. Non se ne conosceva però l'origine; gli stessi genitori l'avevano ormai dimenticata. Maia veniva da Maria. All'età di tredici anni, la ragazzina decise che un nome tanto banale non le avrebbe mai dato sufficiente distacco dalla massa e così tolse la erre. Divenne Maia, che suonava bene e dava anche di esotico. In quanto ad affinità, il gruppo si differenziava per coppie: Alessia e Giulio, tradizionalisti e fedelissimi l'uno all'altro; Lillo e Maia, ovvero l'esatto contrario dei primi due; Matteo e Vince, entrambi senza numero di casa ed eterni farfalloni; infine Sama e Giò, molto padroni di se stessi e sempre in giro per misteriosi affari. Le auto viaggiavano veloci in direzione del mare. Come a voler contrastare il desiderio d'estate degli occupanti, bagliori intensi illuminavano di quando in quando l'orizzonte, segno che il maltempo non li avrebbe risparmiati. Ben prima del previsto, la furia del temporale li investì in pieno. Un violento acquazzone li obbligò a rallentare drasticamente. Erano ancora a metà strada e la visibilità si era ridotta notevolmente, impedendo una guida serena. Tra le due auto intercorse una rapida consultazione per decidere il dafarsi: tornare indietro significava dover percorrere la stessa via del temporale e andare avanti sarebbe stato altrettanto rischioso, non sapendo quali danni il temporale avesse causato lungo la strada. L'alternativa era fermarsi ed attendere che il peggio passasse. Nel concitato scambio di opinioni tra le due auto, a qualcuno venne l'idea di fare una deviazione verso la cascina di un loro antico compagno di baldorie. Si trattava, tutto sommato, di percorrere ancora solo pochi chilometri. La cascina fu chiamata via radiotelefono e se ne ricevette la disponibilità ad accoglierli per la notte. Ci arrivarono dopo una buona mezz'ora di strada, percorsa a velocità ridottissima sotto una pioggia resa ancor più sferzante da violente raffiche di vento. Una serie di torce illuminava con effetto sinistro il lungo viale d'ingresso, segno che la corrente elettrica era stata staccata. Le due auto parcheggiarono il più vicino possibile alla grande porta principale, mentre gente con gli ombrelli si affacciava premurosa per cercare di sottrarre i nuovi arrivati agli scrosci violenti della pioggia battente. A differenza degli altri, Maia non era mai stata in quel luogo. Una volta varcata la soglia, si guardò intorno incantata dalla strana atmosfera che la grossa stanza le comunicava, dovuta essenzialmente all'agitarsi scomposto delle fiammelle dei numerosi lumi accesi in sostituzione delle lampadine elettriche. Le sembrava di essere capitata in un posto magico, un regno di fate e di gnomi, uno di quegli ambienti che la sua fantasia aveva tante volte visitato quando, bambina, sua madre le leggeva le fiabe per farla addormentare. Un buon odore di cucina, misto a certe fragranze di erbe poste ad essiccare, rallegrava l'aria aumentando quel senso di benessere che l'accoglienza calorosa dei residenti stava già comunicando agli ospiti. Era l'ora di cena e nuove panche furono aggiunte lungo il capiente tavolone di noce massiccio che dominava il vasto stanzone momentaneamente adibito a sala da pranzo. Sama si era infilata direttamente in cucina, mentre gli altri si intrattenevano allegramente col padrone di casa. Questi si chiamava in origine Francesco, e tale sarebbe rimasto se gli imprevedibili casi della vita non avessero disposto diversamente. Un bel pò di anni addietro, fulminato da improvvisa ispirazione, Francesco rinnegò la vita scapigliata che aveva condotto fino allora e decise di partire per l' India alla ricerca della sua ormai dispersa spiritualità. Una volta giunto in quei luoghi, dopo lungo vagabondare, si mise al seguito di un santone il quale, dopo averlo squadrato per bene, ritenne di dovergli dare un nuovo nome, più consono a quell' identità che il giovane andava così disperatamente cercando. Con quali risultati Francesco percorse il lungo cammino dell' iniziazione, nessuno ebbe mai modo di appurarlo. Un bel giorno, gli amici se lo videro comparire dinanzi all' improvviso, decisamente smagrito e con gli occhi spiritati. Volle annunciarsi col suo nuovo nome, provocando però negli amici sussulti di ilarità malamente repressi. Con suo grande disappunto, il nuovo nome da iniziato non ebbe successo, meritandosi una solenne bocciatura da parte di tutti. Gli amici trovarono la scusa che un nome del genere era difficile da pronunciare, e poi in India poteva anche avere un senso, ma a loro suonava solo come una parola vuota, priva di significato. Nessuno ebbe mai il coraggio di dirgli che si era fatto affibbiare un nome veramente ridicolo. Se si poteva arguire che il buon Francesco non avesse trovato la Verità durante il suo pellegrinare, gli si doveva dare atto però di aver saputo rimorchiare un fior di biondona americana, prosperosa e fragrante come una spiga matura. Brahma soltanto poteva sapere con quali argomenti fosse riuscito a convincerla a seguirlo, ma restava il fatto che lei era già lì da qualche anno e che gli affari, da lei diretti, procedevano per il meglio. Erano diventati entrambi buddisti ed avevano radunato intorno a loro un bel gruppo di giovani, tutti rigorosamente buddisti ma provenienti dai quattro angoli della Terra. Lillo intanto aveva messo l'occhio su due prosperose ragazzone americane sui vent'anni, che quella sera erano di turno nel servire la cena. Sorridenti e servizievoli, le ragazze a loro volta non perdevano occasione per lanciare occhiate piene di desiderio a tutti i maschi della comitiva. Evidentemente l'aria buona della cascina faceva crescere in loro un sano e robusto appetito. Dopo che anche l'ultimo infuso digestivo venne servito, formula segreta della Casa, i buddisti si accomiatarono per andare a dormire. Loro erano usi svegliarsi al canto del gallo e quindi non potevano rimanere in piedi fino a tardi. Agli ospiti fu concesso per la notte tutto il piano superiore, nel quale essi si spostarono radunandosi in una stanza adibita a soggiorno. A un certo punto, visto che il dialogo languiva, Giò lanciò la proposta di fare una bella ammucchiata, un'orgia come non ne facevano da tempo. Il primo a reagire, con voce sdegnata, fu naturalmente Giulio. Intervenne affermando che solo a una psiche traviata come quella di Giò potevano venire in mente certe idee, frutto, secondo lui, di pericolose ossessioni. Giò conosceva il suo pollo e sapeva della feroce gelosia che lo attanagliava: non avrebbe mai permesso che anche un solo sguardo indiscreto potesse attentare al virginale pudore della sua Alessia. Giò era sicuro che, se Alessia non fosse stata lì con loro, il buono e casto Giulio non si sarebbe certo tirato indietro. Al contrario di Giulio, Alessia parve invece mostrare un certo interesse alla faccenda. Ma dopo l'intervento così categorico del suo fidanzato, preferì non far trasparire certe pericolose curiosità. Entrambi si accomiatarono immediatamente, per andare a dormire.Lillo approfittò dell'occasione per manifestare a sua volta la decisione di ritirarsi. - Scusateci, ma credo che io e Maia andremo a dormire anche noi. Così dicendo, si alzò e fece cenno a Maia di seguirlo. Lei gli piantò le unghie in un braccio in segno di protesta, ma si alzò ugualmente. Lillo fece finta di non afferrare il messaggio e proseguì tirandosi dietro la ragazza. Nel soggiorno, erano così rimasti solo in quattro. I tre maschi fissarono Sama con aria interrogativa. Lei avvertì il desiderio pressante che traspariva imperioso da ognuno di loro. Si era già trovata in situazioni del genere, ma stavolta voleva proprio tenerli sulla corda. - Ehi, cosa avete in mente voi tre? - li apostrofò senza misericordia. I tre non risposero. I loro sguardi erano sufficientemente eloquenti. - È inutile che mi guardiate così! ...E va bene, voglio essere buona, mi concederò a uno di voi; ma non aspettatevi altro. - E quelli che restano? - Che si arrangino. - Sei proprio senza cuore, come puoi lasciarci così? Sama si mostrò irremovibile. - E va bene, allora indicaci il fortunato e che sia finita. Gli altri li avrai sulla coscienza. - Nossignore, non tocca a me decidere, voglio che la mia coscienza sia a posto. Decidete voi, fate a testa e croce. - Bel suggerimento! La moneta ha solo due facce e noi siamo in tre. - Fate ad eliminatorie, deficienti! - rispose Sama, che cominciava proprio a divertirsi. La moneta volò e si posò per designare il vincitore. Volò e si posò più volte, ma sempre invano. Dopo ogni prova, l'escluso di turno trovava sempre qualcosa da obbiettare sulla regolarità del lancio. La faccenda sembrava dover andare per le lunghe. Sama interruppe l'interminabile sorteggio: - Ho capito, qui rischiamo di stare in piedi fino a domattina. Va bene, vi soddisfo tutti, ma venite in camera uno per volta, intesi? Si recarono tutti insieme verso una delle stanze da letto ancora libere. Come se niente fosse stato detto, nessuno rimase fuori ad aspettare. Sama tentò di protestare debolmente, ma si capiva che era solo per darsi un tono. In realtà era chiaro a tutti fin dall'inizio come sarebbe andata a finire. Nel frattempo, Lillo e Maia si erano avviati lungo il corridoio che conduceva alle stanze da letto. Maia non era ancora del tutto sicura di aver preso una decisione saggia, nel seguire Lillo. Era scontato che avrebbero dormito nella stessa stanza, ma lei non era affatto convinta di come stessero procedendo le cose. A scanso di equivoci, si accostò al giovane e gli sussurrò in un orecchio: - Ehi, non ti sarai mica messo delle idee strane in testa, mi auguro! - Idee strane? No, per niente: idee del tutto normali... - Non fare lo scemo, sai cosa intendo. - Non preoccuparti, ho voluto che venissi via con me perchè non mi andava di farti trovare in una situazione imbarazzante. - Che pensiero gentile. Non ti è venuto in mente che invece a me avrebbe potuto interessare un gioco del genere? - Hai ragione, non mi è proprio venuto in mente. - Beh, ormai è fatta. Però la prossima volta ognuno decide per sè, ok? Lillo non rispose. Se la ragazza fosse stata un'altra, le avrebbe fatto notare che sarebbe stata ancora in tempo per tornare con gli altri. Ma un briciolo di sana gelosia lo indusse a tenere la bocca chiusa. Maia doveva rimanere con lui, quella notte. Aprì la porta della stanza da letto e fece entrare la ragazza per prima. Su un comodino, un lume acceso era stato posato da poco; Maia lo sollevò e, aiutata dalla fioca luce che proveniva dall' incerta fiammella, prese a guardarsi attorno. Un grande letto in ferro battuto occupava quasi tutta la stanza, mentre un armadio antico occultava la parete di fronte. Ne aprì un' anta per verificare il contenuto. Lillo intanto era entrato anche lui, chiudendo la porta dietro di sè. Maia non disse una parola, segno che aveva accettato l'idea di dividere il letto con lui. Mentre la ragazza frugava tra i vestiti appesi in buon ordine nell'armadio, Lillo si premurò di chiudere gli scuri. La pioggia batteva ancora con insistenza contro i vetri, ma la temperatura si manteneva, nonostante tutto, piuttosto elevata. Voltandosi, Lillo si accorse che Maia aveva già incominciato a spogliarsi. Si toglieva la roba di dosso con noncuranza, come se fosse stata sola. Lillo era stato fino a poco prima convinto che la ragazza si sarebbe spogliata solo a lume spento, nella totale oscurità. La ragazza invece continuava a svestirsi senza mostrare alcuna inibizione. Incominciò a spogliarsi a sua volta. Notò le occhiate furtive che Maia gli lanciava, e da parte sua la guardava spogliarsi non senza una certa emozione. Quando la ragazza finì di togliersi l'ultimo indumento, anche lui fece altrettanto. Si infilarono nudi sotto il lenzuolo, senza una parola. Maia soffiò sul lume, spegnendolo. La stanza piombò nel buio assoluto, lasciando negli occhi di entrambi l'ultima seducente immagine dell'altro. Giacquero sulla schiena per un pò, senza dir niente. Respiravano piano, attendendo ognuno dall'altro un segnale o un tentativo di approccio o anche solo l'indicazione che il sonno l'aveva avuta vinta sui loro desideri. Fu Lillo, infine, a fare la prima mossa. - Non mi dai il bacio della buona notte? - le chiese con voce lamentosa. Lei allungò la mano e, con le unghie, gli percorse lentamente il braccio. - Se fai il bravo e prometti di non penetrarmi, stringimi forte tra le braccia. Lillo non se lo aspettava. Piuttosto, credeva che Maia gli facesse pagare, con un comportamento studiatamente scostante, quel suo maschile decisionismo che, a una donna indipendente come lei, doveva essere apparso come una vera e propria imposizione. Il tono con cui Maia gli aveva chiesto di abbracciarla, più che il significato stesso di quelle parole, lo aveva per un attimo spiazzato; si mosse rapidamente, per non darle il tempo di cambiare idea. Senza una parola, l'avvinghiò con le braccia e con le gambe, cercandole furiosamente la bocca. Maia ebbe a sua volta un attimo di smarrimento, quasi spaventata dalla foga di lui. Conoscendo il tipo, si sarebbe aspettata piuttosto una battuta ironica, non certo quell'assalto così improvviso e impetuoso. Però, la sensazione di calore che sprigionava dal corpo di lui, le mani che la stringevano con forza e decisione, annullarono ogni sua residua volontà di darsi contegno. Si lasciò andare assalendolo a sua volta con avidi morsi e con violenti colpi di reni. Quando lui prese a baciarle il collo, stringendole intanto le natiche a piene mani, lei gli affondò le unghie nella schiena e si abbandonò a gemere e mugolare senza più alcun pudore. Si addormentarono abbracciati. Il mattino si annunciò con dei rumori soffusi che provenivano dal piano di sotto. Dovevano essere le ragazze che stavano trafficando in cucina. Lillo aprì gli occhi, sbadigliò e si stirò, badando a non toccare Maia che dormiva ancora della grossa. Sottili lame di luce filtravano dai bordi degli scuri: fuori doveva esserci il sole. Lillo cercò l'orologio; guardò l'ora strizzando gli occhi per vincere la barriera della penombra: era più presto di quanto pensava. Si mise a sedere e cercò, con scarsa convinzione, di localizzare i suoi indumenti. Gli tornò ancora la voglia di rimettersi a dormire; guardò il volto sereno e disteso di Maia e le sfioròi capelli con una carezza. Era stata fantastica quella notte: un vero gatto selvatico, dolce e violenta, sottomessa e aggressiva, tutta graffi e carezze. Però, non aveva voluto essere penetrata. Lui non riusciva a capirne il motivo. Probabilmente, tentò di ipotizzare, non prendeva precauzioni e quindi aveva voluto evitare il rischio di una gravidanza, o forse c'erano altre ragioni sue personali che non aveva ritenuto opportuno rivelargli. Non glie ne importava granchè, in fondo. Era stato tutto molto bello, sul serio. Ne aveva proprio bisogno di una notte come quella. Si decise ad alzarsi. Uscì per andare a lavarsi, poi tornò in camera. Maia ora giaceva su un fianco, del tutto abbandonata tra le braccia accoglienti di Morfeo. Si rivestì cercando di non far rumore e andò giù alla ricerca di un qualcosa che potesse assomigliare ad una colazione. Sapeva di non poter avere il suo solito cappuccino, perchè il caffè era bandito da quella comunità, ma sperava di poter ugualmente soddisfare il suo appetito alla maniera occidentale. Una delle ragazze americane che quella mattina erano addette alla cucina, gli porse un bicchierone di latte e dei biscotti sfornati da poco. Lillo ebbe la sensazione di essere tornato all'infanzia, gustando quei sapori e quegli odori diventati ormai così rari in quella civiltà tecnologica nella quale si sentiva, seppur piacevolmente, immerso fino al collo. Sgranocchiando con gran gusto un biscotto, si chiese se in fondo quella strana gente non stesse percorrendo una strada più giusta della sua e se tutta quella furia occidentale di correre verso una maniera di vivere sempre più sofisticata non costasse, tutto sommato, un prezzo esagerato. Ritenne però che, per quanto lo riguardava, non avrebbe mai rinunciato alle comodità offerte dalla tecnologia più avanzata. Terminato il biscotto, giunse alla conclusione che, per vivere in pace con se stesso, gli sarebbe bastato prendere soltanto ciò che di meglio entrambe le facce della medaglia avevano da offrire, senza lasciarsi del tutto sbilanciare da una parte o dall'altra. Tranquillizzata la sua coscienza, chiese ancora un pò di latte e qualche biscotto in più. In quel mentre, lo sguardo gli cadde su un gran fascio di spighette e di margherite appena raccolte, poste su una panca in attesa di essere trasformate in pomate per le signore cellulitiche della città. Chiese alla ragazza il permesso di poterne prendere qualcuna e un largo sorriso di lei glie ne confermò il consenso. Raccolse qualche spighetta e tre o quattro margherite e ne formò un mazzetto che tenne insieme con un piccolo pezzo di spago colorato. Risalì nella stanza da letto e posò il mazzetto sugli abiti di Maia. Lanciò alla ragazza dormiente un bacio sulla punta delle dita e uscì chiudendo piano la porta. Ritornato dabbasso, volle dare un'occhiata fuori, alla ricerca di uno spiazzo sufficientemente largo e privo di ostacoli da permettergli un atterraggio col suo ultraleggero. Il cielo era tornato sereno, anche se larghe pozzanghere rimanevano a testimoniare le forti pioggie della nottata. L'aria si era notevolmente rinfrescata. In compenso, il sole sembrava essersi messo d'impegno a recuperare il dominio della situazione. Lillo respirò a pieni polmoni e girò intorno alla casa. Il suo ultraleggero, un aereo di tubi e tela apparentemente fragile ma in realtà ben più maneggevole dei presuntuosi aerei blasonati che aveva pilotato in precedenza, gli permetteva di decollare e atterrare in spazi veramente ridotti. Il potente motore da ottanta cavalli, perdippiù, gli permetteva di eseguire delle manovre acrobatiche in piena sicurezza, in barba a chi sosteneva che su un aereo del genere fosse rischioso persino percorrere il sentiero che dalla piazzola di sosta conduceva alla testata della pista. Lui era fiero di quell'aeroplanino, come se fosse quasi una parte staccata di se stesso. Era l'amico fidato ed ubbidiente che non l'aveva mai tradito, anche quando, in un impeto di esaltazione, lui l'aveva portato sulla soglia della reciproca distruzione. La ricerca ebbe esito favorevole. Sul retro della casa, nei pressi della porcilaia, uno spazio adibito ad aia si rivelava perfettamente confacente alla bisogna: nessun ostacolo nei pressi, nè alberi sufficientemente alti da costituire un intralcio alla manovra. Unico inconveniente, la presenza dei maiali, che si sarebbero di certo spaventati al rumore dell'aereo. Ma tant'è, avrebbero presto avuto ben altro di cui preoccuparsi, dopo aver per tutto il tempo pensato solo a mangiare e ad ingrassare. A lui piaceva troppo volare, gli permetteva di riguadagnare l'immenso, di riappropriarsi di un'identità che lo distaccava, seppur solo momentaneamente, dal senso di prigionia dei suoi legami terreni. Non avrebbe rinunciato al piacere di volare fin lì ed atterrare in quel piccolo spazio sfidando qualsiasi pilota con la puzza sotto il naso a riuscire a fare altrettanto. I maiali avrebbero dovuto aver pazienza, c'erano cose che non potevano capire, incapaci com'erano di guardare al di là del bordo del proprio crogiolo, come del resto tanta gente di sua conoscenza. Soddisfatto, tornò sui suoi passi, progettando di attaccar bottone con l'americana della cucina. Intanto, però, Maia si era svegliata. Se la vide venire incontro sorridente, avvolta in una tunica lunga fino ai piedi e tenuta ai fianchi da alcuni legacci. Il tessuto, ondeggiando da una parte all'altra durante il suo incedere, le scopriva alternativamente le gambe. Le punte dei capezzoli tendevano la stoffa leggera e si capiva che sotto era nuda. Lillo era certo che l'armadio dal quale proveniva la tunica contenesse anche abiti più castigati, ma capì che Maia l'aveva fatto per lui, per lasciarsi ammirare e riempirgli lo sguardo della sua luminosa bellezza. Aveva fatto centro anche stavolta! - Grazie! - gli sussurrò in un orecchio non appena lui l'ebbe stretta a sè per darle un bacio sulla guancia. Lillo non capì esattamente a cosa fosse riferito quel grazie, se ai fiori che le aveva fatto trovare sui vestiti e che lei portava adesso annodati nei capelli, se al piacere della nottata appena trascorsa o a cos'altro; ma non si dette cura di appurarlo. Era un "grazie" e ciò significava che in qualche modo l'aveva resa felice. Qualsiasi spiegazione sarebbe stata superflua. - Andiamo a raggiungere gli altri? - propose lei senza tanta convinzione. In quel momento avrebbe preferito restare sola con lui, ma non voleva dare l'impressione di essere rimasta sconvolta dagli accadimenti. Lillo si premurò di chiedere se fosse possibile disporre di un mezzo per muoversi sullo sterrato, visto che fuori era tutto un susseguirsi di pozzanghere. La ragazza della cucina lo informò dell'esistenza di una vecchia jeep nel garage. - Aspetta qui, torno subito - disse a Maia in tono protettivo, dirigendosi quindi alla volta del garage. In effetti, la vecchia jeep pareva non avere alcuna intenzione di ritirarsi dalla vita attiva: le chiavi erano nel quadro e il motore si mise in funzione al primo colpo; anche i freni, sollecitati nel breve spazio del garage, parevano rispondere con efficacia. Lillo ingranò la marcia e si diresse con qualche cautela verso il porticato, dove Maia attendeva di essere presa a bordo. Si fermò per farla salire e diresse quindi sull'altro versante della collina, dove erano sistemate le serre. Gli altri del gruppo li ritrovò tutti lì. Sama stava concludendo una trattativa per l'acquisto di una partita di erbe officinali, mentre gli altri bighellonavano intorno, curiosando tra le piante. I buddisti erano intenti ad accatastare materiale di risulta senza far caso alla presenza degli intrusi, i quali peraltro ben si guardavano dal dare una mano. Sama concluse la trattativa in breve tempo; era un'abilissima donna d'affari, dalle felici intuizioni e dalle decisioni rapide. Lillo la definiva affettuosamente una donna dal grande cuore, gran cervello e gran belle tette. Dopo i saluti, tutti gli amici presero posto sulla jeep per ritornare alle proprie auto e prendere quindi la via della città, dove qualcuno di loro era atteso sul posto di lavoro. Maia quel giorno non lavorava. Giunta a casa, si preparò un caffè e rimase pensierosa coi gomiti sul tavolo e la testa tra le mani. Era frastornata; i pensieri le correvano lungo i meandri del cervello senza fermarsi, quasi non riuscissero a trovare una loro propria collocazione entro gli schemi logici della memoria. La pelle le bruciava ancora del calore delle mani di Lillo e le sensazioni che l'avevano così appagata in quei momenti, ora la facevano star male. L'attrazione fortissima che provava per lui, sbatteva contro un ostacolo impalpabile, invisibile ma assolutamente invalicabile: semplicemente non riusciva in alcun modo a vedersi al suo fianco, a sentirsi la sua donna. Una specie di senso di repulsione che però non era repulsione, ma che lei stessa non riusciva in alcun modo a definire, le impediva di sentirsi inebriata di quella che, pur non essendo stata una conquista vera e propria, ne mostrava comunque tutte le apparenze. Era stata a letto con Lillo e, per come la faccenda le si ripresentava alla memoria, a lui doveva essere piaciuto. Quei fiori sui vestiti lo testimoniavano: era stato il gesto di una persona innamorata. Però, escludendo la sua connaturata cortesia, per quanto riguardava il prosieguo di quello che poteva considerarsi l'inizio di una relazione, non si era sbilanciato più di tanto. Non le aveva dato appuntamenti nè le aveva fatto capire che gli sarebbe piaciuto ripetere in qualche modo l'esperienza. Ma, e qui non riusciva a spiegarselo in termini razionali, lei era sicura che, se lui le avesse appena accennato di voler diventare il suo uomo, per quanto in realtà lei lo desiderasse sopra ogni cosa, gli avrebbe detto subito di no, con piena e assoluta convinzione. Forse, concluse, ciò che voleva da un uomo era soltanto stimolarne il desiderio, imporgli un comportamento che appagasse il suo femminile istinto di seduzione senza però dover affrontare le complicazioni di un rapporto stabile, che l'avrebbe stancata in breve tempo con la monotonia che di un modo di vivere fatto soltanto di abitudini. O forse tutti questi pensieri non erano altro che voler razionalizzare a tutti gli effetti un qualcosa che nel suo essere donna non funzionava secondo i canoni della normale femminilità. Per quelle che erano le sue attuali sensazioni, non riusciva a classificare Lillo nè come amico, nè come amante nè men che mai come possibile fidanzato. Lo sentiva come un essere sospeso per aria, un extraterrestre, un cyborg, un abitante di un altro mondo per il quale non si poteva provare nessuna delle sensazioni terrestri. D'altro canto non poteva negare a se stessa che certe altre sensazioni che invece provava quando era con lui, erano assolutamente e materialmente del tutto terrestri; per esempio, di quel ragazzo le piaceva il suo modo di essere, di comportarsi, la capacità di entrare in perfetta sintonia con lei in un modo enormemente più intenso di quanto qualsiasi altro essere umano avesse mai saputo fare prima. E poi le piaceva il contatto col corpo di lui, con le sue mani, la sua bocca. Il piacere di essere posseduta, di soddisfarlo in tutti i suoi desideri, di sentirsi completamente e perdutamente sua, anche se solo per quei brevi, lunghi momenti. Se non era innamorata, cosa mai potevano essere allora tutte quelle emozioni che il suo corpo e la sua mente avevano così abbondantemente sprigionato mentre era in sua compagnia? Si alzò, cercando di sfuggire a quei pensieri. Prese gli attrezzi dal ripostiglio e andò nel loggiato per curare le piante e tentare di distrarre la mente da quella che stava diventando un'ossessione. Doveva tornare ad essere del tutto padrona di se stessa, doveva liberare la memoria da ciò che era accaduto quella notte. Con il suo computer sarebbe bastato un "clear" per risolvere tutto; avrebbe dovuto dare un "clear" anche al suo cervello. Però, a pensarci bene, non voleva affatto liberarsi di quelle sensazioni. Per quale motivo doveva sentirsi in dovere di trovare necessariamente una classificazione logica a tutto? Erano emozioni che non sapeva spiegarsi, è vero, ma non per questo doveva sentirsi in obbligo di rinunziarvi. Le venne, imperiosa, la voglia di rivederlo. Tornò dentro, si avvicinò al telefono, sollevò la cornetta e fece il numero. Riattaccò al primo squillo. Non poteva, non doveva dimostrarsi invadente. Non era la sua donna, in fondo; con quali pretese intendeva sentirsi in diritto di richiamarlo? Forse la sua fantasia aveva corso un pò troppo, forse per lui quella era stata solo l'avventuretta di una notte. Era toccato a lei, ma al suo posto avrebbe potuto trovarsi qualsiasi altra donna e probabilmente per lui sarebbe stata la stessa cosa. Era stato gentile, premuroso e affettuoso, senza dubbio; ma in fondo era il suo solito modo di comportarsi, era nella sua natura agire così. No, non poteva fare la figura della quindicenne innamorata, anche perchè tutto sommato lei innamorata non era; o invece lo era? Non ci capiva più niente. Ma sì, se veramente lei fosse stata per Lillo così importante come supponeva, sarebbe stato lui a richiamare. Bisognava soltanto aspettare. Lillo a sua volta era rientrato a casa in preda a un profondo turbamento. L'odore di Maia gli era rimasto attaccato alla pelle come un marchio impresso a fuoco. Aveva addosso i segni dei suoi graffi e dei suoi morsi, e nelle orecchie l'eco dei suoi gemiti. Era stata fantastica. Ora però era necessario ridimensionare tutto, disse a se stesso con malcelato rammarico. Se non si fossero verificate quelle particolari condizioni, sicuramente non sarebbe finito a letto con lei. Maia non era una che andava col primo venuto; anzi, era probabile che se ne fosse già pentita; per tutto il viaggio di ritorno, infatti, non aveva spiccicato una parola. Peccato; gli sarebbe piaciuto farla venire a casa sua, tenerla tra le braccia ancora un pò. Sentiva il desiderio pressante di telefonarle, ma non voleva farlo: pensava di non potersi arrogare il diritto di invadere la vita privata di lei, solo perchè per una volta erano stati a letto insieme. Si disse che, se lei riteneva che la faccenda dovesse avere un seguito, si sarebbe fatta sentire: gli avrebbe mandato un segnale come le donne sanno fare quando vogliono farsi capire senza doversi sbilanciare in una sfacciata evidenza. Doveva rimaner fermo e aspettare il segnale. Di più, non riteneva lecito chiedere. Per distrarsi, decise di passare la giornata al campo di volo. Avrebbe fatto un giretto sull'aereo, magari portando a zonzo una di quelle anime sperdute che frequentano il campo in attesa di qualcuno che le raccolga per una passeggiata al di sopra della gente e dei pensieri. Quel giorno e i giorni che seguirono, Lillo li passò al Circolo Piloti. Maia non si era fatta sentire. I giorni passavano, ma da Maia nessun segnale. Segno evidente, confessò Lillo a se stesso con sottile amarezza, che per lei l'episodio era da ritenersi concluso nel luogo stesso dove era avvenuto. Una volta allontanatisi dalla cascina, la magia di quei momenti si era dissolta, come se non fosse mai esistita. In fondo, tentò di giustificarla lui, Maia era una donna indipendente, quindi non c'era da stupirsi se avesse ritenuto di difendere la propria libertà dando a quell'episodio una collocazione del tutto circoscritta nel tempo e nello spazio. Tra di loro, se proprio si voleva essere pignoli, non c'era altro che una semplice simpatia che, per quanto intensa, non poteva comportare per entrambi alcun obbligo reciproco, nè alcuna lecita aspettativa. Era necessario rimanere coi piedi per terra, come la logica richiedeva; ma in cuor suo, sentiva maturare con sofferenza un amaro senso di sconfitta. Si sarebbe accontentato anche di un semplice "ciao" affidato alla segreteria telefonica, giusto un cenno per fargli intendere di essere ancora nei pensieri di lei. E invece niente. Silenzio totale. Mah, forse era il caso di lasciar perdere, di non pensarci più. Maia, da parte sua, non riusciva a mascherare un certo nervosismo. Se ne erano accorti persino i suoi colleghi di lavoro. Erano passati diversi giorni e Lillo non si era fatto sentire. Si aspettava che lui la chiamasse, anche solo per un saluto, giusto per farle capire di occupare un piccolo posto nei pensieri di lui. E invece niente. Forse, pensò, era lei che si era fatta delle idee strane ritenendo a torto di essere diventata per lui qualcosa di più che non la solita amica di prima. Ma di "prima" di cosa? Di quella notte passata insieme? Figuriamoci! Si disse, imponendo a se stessa di disilludersi: uno come lui prende quando capita, dove capita e con chi capita. Quella volta era toccato a lei, ma al suo posto avrebbe potuto trovarsi qualsiasi altra donna, senza distinzione. In fondo, cosa mai poteva pretendere da uno che per principio rifiutava il legame di coppia? E poi, non era lei stessa a rifiutare, da parte sua, esattamente quel genere di legame che lui rifiutava? Inutile allora rimanere ad attendere un segnale che era logico non dovesse arrivare. Cosa mai pensava di aspettarsi? Non lo sapeva neanche lei. Sapeva solo che un feroce moto di delusione stava prendendo possesso della sua mente, invadendola come una pesante cappa di nebbia. Giunse così il giorno del rituale incontro del gruppo di amici. Lillo pensò di saltare l'appuntamento e cercò qualcosa da fare per giustificare a se stesso la necessità di rimanere in casa. Non aveva voglia di rivedere Maia, non se la sentiva. All' ultimo momento però, gli parve infantile voler sfuggire in quel modo alla realtà. Doveva comportarsi da adulto, anche se gli sarebbe di certo costato sofferenza. Uscì di casa, prese l'auto e si avviò. Si sarebbe sforzato di trattare Maia come al solito, come se l'episodio fosse ormai sepolto in un passato da dimenticare. Avrebbe in ogni maniera evitato di far pesare su di lei l'amarezza della propria delusione. Anche Maia, quella sera, non aveva voglia di andare. Era quasi ora di avviarsi, ma lei continuava a gironzolare per casa in vestaglia, quasi ad imporsi di non uscire. Tentò di ascoltare musica, poi di seguire qualche programma in televisione. Ma non aveva pace. Si alzava in continuazione per mille inutili motivi, arrabbiata con se stessa per non essere stata capace di collocare il tutto nella sua giusta dimensione. Accettò, infine, che prendesse il sopravvento in lei la convinzione di dover dare un taglio netto a quella stupida storia senza capo nè coda. La presenza di Lillo non poteva condizionarla fino al punto di impedirle di uscire, anche se temeva, rivedendolo, di non sapergli nascondere la sua sofferenza, la sua patetica debolezza. Bene, si disse con piglio deciso, il signorino sarebbe stato trattato con tutta la noncuranza che meritava. Non gli avrebbe certo permesso di accorgersi di essere proprio lui la causa di quel suo perdurante malessere. Si fece bella, più bella del solito se possibile, e uscì. Aveva fatto solo pochi passi, quando una voce ben nota la paralizzò. - Accetta un passaggio, signorina? Era quell'accidente di Lillo. Ma cosa ci faceva appostato sotto casa sua? Non si dette la pena di cercare una risposta; entrò in macchina e lo salutò con un "ciao" molto distaccato. Lui notò immediatamente la stranezza di quel comportamento. Gli passarono velocissimi alla mente mille pensieri. Cosa aveva mai potuto farle per meritarsi un simile gelo? Possibile che si fosse talmente pentita di essersi concessa a lui, da considerarlo un disprezzabile approfittatore? No, non poteva essere. Forse si comportava così per dei problemi suoi, rogne sul lavoro, magari. La guardò di sfuggita. Non era il caso di irritarla ulteriormente con domande indiscrete. Avrebbe cercato di essere molto gentile con lei, in modo da indurla a confidarsi o a calmare almeno un pò quel nervosismo esasperante. - Qualcosa non va? "Se ne è già accorto", pensò lei con rinnovata rabbia. - No - gli rispose bruscamente - è che sono nervosa, non badarci! - Vuoi che facciamo un giro, prima? - Come preferisci. No, Maia non era la solita. C’era qualcosa che non andava, di sicuro. - Conosco un posto dove potremmo bere qualcosa, oppure potremmo andare a sederci su una panchina nel parco. O preferisci che rimaniamo in macchina? - Vada per la panchina - rispose lei con voce neutra. La vicinanza di Lillo, invece di innervosirla ancor di più, le stava inaspettatamente facendo l'effetto contrario: cominciava a sentirsi già più distesa. Quella sera, il parco era pieno di movimento. Gruppi di bambini che si rincorrevano, capannelli di gente vociante, qualche coppietta che passeggiava mano nella mano. Si inoltrarono alla ricerca di una panchina appartata. Maia ne scovò una a ridosso di un albero, vagamente illuminata da un remoto lampione. - Mettiamoci lì, ok? Si sedettero l'uno vicino all'altra. Molto vicini, quasi a toccarsi. Non lo avevano fatto apposta, era venuto loro spontaneo; sarebbe stato innaturale il contrario. - È per questo che non mi hai chiamato? - cominciò lui. Lei lo guardò perplessa. - Cosa vuoi dire? Cosa sarebbe il "questo"? - replicò allarmata. - Ma, per il tuo nervosismo, no? L' hai appena detto tu stessa di essere nervosa. Avrai i tuoi buoni motivi per esserlo, ma se non ti va di parlarne non importa, non staremo a litigare per così poco, spero! - Ma no, cosa c'entra il mio nervosismo col fatto che non ti ho chiamato! Sono nervosa per fatti miei, ecco. E poi neanche tu ti sei sprecato a farti sentire, dopotutto. - Non era mia intenzione fartene una colpa. Io non ti ho chiamata perchè non ritenevo di avere il diritto di diventare invadente, tutto qui. Lei esitò un momento prima di rispondere; non sapeva se ridere o piangere, non sapeva se confessargli tutto il travaglio di quei giorni passati in angosciosa solitudine. Le venne voglia di scuoterlo, di insultarlo, di arrabbiarsi con se stessa per tutto quell'inutile groviglio di spiegazioni che aveva tentato di darsi e che probabilmente avevano in quegli stessi momenti infestato la mente di lui. Perchè si finisce sempre per voler complicare tutto? - Accidenti, Lillo, sei proprio...E dire che anch'io non ti ho chiamato per lo stesso motivo! Lillo si sentì di colpo un imbecille. Gli venne da ridere, ma si trattenne. Maia si prese la testa tra le mani e cominciò a sussultare. Lillo la guardò preoccupato, temendo il sopraggiungere di un' improvvisa crisi di pianto. Le scostò una mano per consolarla e, con sua sorpresa, si accorse che anche lei stava ridendo, di una risata convulsa, liberatoria. Capì che anche per lei non doveva essere stato facile arrivare a quel fine settimana e, in un impeto di affetto, le prese una mano e se la portò alle labbra. Lei smise di ridere; le venne, violento, l'impulso di baciarlo. Ma non si mosse; un pò di contegno, che diamine! Lillo invece dette retta al suo istinto: le afferrò il viso e la baciò appassionatamente, incurante di essere sotto gli sguardi di tutti. Risollevata nell'umore, Maia aveva ora voglia di continuare la serata in allegria; sentiva un gran bisogno di scaricare la tensione accumulata in quei giorni di estenuante attesa. Si alzarono e si avviarono all'auto tenendosi a braccetto. La serata finì davanti a una gigantesca coppa di gelato, che da sola saziò la voglia di estate dell'intero gruppo di amici. Lillo riaccompagnò Maia a casa. Era già tardi e credette opportuno non invitarla a continuare la serata da lui. Lei, a sua volta, lo lasciò andar via senza chiedergli di salire, ritenendo che la serata fosse ormai conclusa così. Entrata in casa, si preparò in fretta per la notte. Stava accingendosi ad andare a letto, quando lo squillo insistente del telefono la fece ritornare nel soggiorno. "Sarà mia sorella", le venne subito da pensare. Invece era Lillo: - Sono io, ho voglia di vederti. - Ma se ci siamo appena lasciati!... - Si, è vero; ma non eravamo insieme, io e te... - Sei ammattito? Come sarebbe "non eravamo insieme"? A Maia venne da pensare che il timore di perderla avesse causato in lui una sindrome da abbandono. Lillo si affrettò a chiarire il concetto: - Non eravamo insieme, perchè ti dividevo con gli altri. Ora invece ho voglia di averti per me solo. - Senti, Lillo - fece lei conciliante - anch'io ho voglia di stare con te, ma ora è tardi, ho sonno e non sarei di buona compagnia. Non possiamo fare domani? Ti prometto che starò con te tutto il giorno, anzi ce ne andiamo tutti e due da mia sorella. Vedrai che passeremo una giornata incantevole! - Va bene, concesso. Allora ti aspetto domani mattina sotto casa mia, d' accordo? - Perfetto. Fatti trovar pronto per le nove. - Ci sarò. Buonanotte, allora; e sognami! - Sognarti? Preferisco di no, perchè se mi svegliassi con te nella mente, sarei io a telefonarti a qualsiasi ora della notte e ti anticipo che non accetterei rifiuti. No, preferisco lasciarti dormire tranquillo. - Come potrei dormire tranquillo, senza di te? - Con me vicino, non solo non dormiresti tranquillo, ma credo proprio che non dormiresti affatto! Perciò è meglio che smettiamo di farci la corte al telefono, perchè se continuiamo ancora un pò su questo tono, sarò io a non dormire tranquilla. - Non voglio avere il tuo riposo sulla coscienza. Buona notte, dolcezza. - Buonanotte. Maia posò la cornetta e si sdraiò sul divano. Quella telefonata aveva avuto il potere di farle passare il sonno per davvero. Tirò sù la camicia da notte fino al collo e afferrò tra le dita le punte dei seni. Poi scese sempre più giù, accarezzandosi tutta con intensa voluttà. Era il solo modo per scaricare il desiderio di lui e la gran voglia di mettersi in macchina e di raggiungerlo in quell'attimo stesso. L'indomani mattina Lillo si era già procurato un gran mazzo di fiori e dei giocattoli per i bambini, quando Maia arrivò. Le andò incontro con un largo sorriso e, poggiando i fiori sul sedile posteriore, le disse che erano per sua sorella. - Questi invece sono per i bambini - disse, indicando i giocattoli - mentre per te c'è... - e senza finire la frase le schioccò un bacione sulla guancia. - Sali, scemo... - gli fece lei con voce colma di tenerezza. Lillo prese posto accanto a lei e allacciò la cintura di sicurezza. - Ci si può fidare? - Certo che ti puoi fidare, cosa credi? Non ho mai avuto un incidente, io! - Allora sono in buone mani. Hai già fatto colazione? - Solo un caffè. - Io pure. Ci fermiamo alla prima stazione di servizio, ok? - Sarà fatto, signore. L'auto si avviò velocemente, immettendosi nel rado traffico mattutino. Maia guidava con grande scioltezza e senza esitazioni. Lillo riconobbe che lui stesso non avrebbe saputo guidare meglio. Si rilassò e le lasciò completamente l'iniziativa. La sorella di Maia aveva ottenuto il divorzio da pochi giorni. Un divorzio amichevole, solo per definire legalmente una situazione già esistente di fatto. Il suo ex marito lavorava per una multinazionale e, per necessità aziendali, si trovava perennemente all'estero. A volte rimaneva lontano da casa per mesi interi. Queste sue continue assenze avevano finito per minare la stabilità familiare; lei aveva inteso sposare un uomo, non un piccione viaggiatore. Nè si intravedeva una qualche seppur remota possibilità di poter risiedere tutti insieme da qualche parte. I loro due bambini non conoscevano quasi il padre, se non per quei pochi giorni in cui lui riusciva a restare a casa senza essere assillato dai continui impegni di lavoro. Lei era stata per i bambini sia padre che madre; invece non le era stato possibile essere moglie, a causa delle continue assenze del marito. I due in fondo si amavano, e proprio per l'amore che si portavano, avevano di comune accordo deciso di rendersi vicendevolmente la libertà, per poter gestire entrambi la propria vita in una maniera più confacente alle proprie esigenze. Lei desiderava infatti ardentemente stare con un uomo stanziale, un uomo che potesse viverle accanto giorno dopo giorno. Lui invece avrebbe continuato a mantenere fugaci rapporti con le solite segretarie, interpreti e accompagnatrici, comportandosi nei loro riguardi come una fuggevole meteora, o una cometa di lungo periodo. Dal punto di vista economico lei non aveva problemi e d'altronde lui, oltre ad averle donato la casa in cui erano, si era mostrato disponibile per qualsiasi eventuale necessità. Insomma, avevano chiuso rimanendo in ottimi rapporti e rendendo così ad entrambi meno traumatico il distacco. Erano passate da poco le undici, quando l'auto di Maia si arrestò davanti al cancelletto d'ingresso della casa di sua sorella. Era una casa unifamiliare, con l'esterno in pietra viva e un gran giardino intorno. Era evidente lo sviluppo a sbalzo della costruzione, con un piano a livello stradale e il piano sottostante a vista sul mare. A Lillo, la casa fece subito una bella impressione. Gli trasmetteva una piacevole sensazione di allegria, di pace, di gioioso appagamento. Ora moriva dalla curiosità di conoscerne la padrona. Durante il tragitto, Maia glie l'aveva descritta in termini molto positivi ma lui, per quanto cercasse di figurarsela nell'immaginazione, non riusciva a focalizzare altro che un'immagine di stentata vaghezza. Scese dalla macchina col suo bravo mazzo di fiori in mano; si avviò verso il cancelletto d'ingresso e tutto a un tratto la vide. Veniva avanti ondeggiando verso di loro, una mano levata a salutare e un largo sorriso che le formava due piccole pieghette agli angoli della bocca. Indossava una camicia a quadroni di taglio maschile annodata in vita e un paio di jeans che le davano l'aria di una ragazzina. Dopo le presentazioni, Lillo capì che con lei non ci sarebbe stato bisogno di alcuna formalità. Il suono stesso della voce di lei, dolce, modulato, gli comunicava una profonda sensazione di serenità. Daniela era il suo nome, e quasi la descriveva: un pò più bassa e più tonda di Maia, ma quanto più dolce e più calda! Dove lo sguardo di Maia era capace di stregare un uomo al primo colpo, lo sguardo di Daniela lo tranquillizzava, lo faceva sentire al sicuro. Non una sicurezza materna, ma quel genere di sensazione che si prova quando si sa di poter appartenere per intero a un' altra persona senza doversene difendere. I bambini giocavano in giardino e le due donne andarono a chiamarli. Lillo ne approfittò per infilarsi in cucina e rubare un'oliva e un pezzetto di formaggio. In quella casa si trovava talmente a suo agio da sentirsi autorizzato a una confidenza che in altri luoghi avrebbe ritenuto eccessiva. Le due donne rientrarono in casa con i bambini alle calcagna. Lillo aveva pronti per loro i giocattoli che aveva portato e li distribuì tra gridi di entusiasmo e di sorpresa. Si rimorchiò i bambini in soggiorno per giocare con loro, mentre le due sorelle si appartavano in cucina. Daniela ne approfittò per scambiare due parole in confidenza: - È il tuo uomo? - le chiese immediatamente. - Non proprio; è solo un buon amico, almeno per ora. - Ci vai a letto? - Una specie. - Come sarebbe, "una specie"? - Sarebbe che non ci faccio tutto. - Ah, e perchè? - Mah, è che voglio mantenere ancora una certa distanza tra me e lui. Una distanza psicologica, intendo. - Con un ragazzo così, certe distanze non le capisco proprio. Se fossi al tuo posto non gli darei un attimo di tregua, altro che distanze! - Ehi, si sente che sei a secco già da un pò, eh? - Non prendermi in giro, o te lo rubo davvero!... - Se ci riesci... - Scherzavo, sai che non sarei mai capace di farti un torto del genere. Però, sembra proprio un tipo simpatico. Credo che mi piacerebbe averlo come cognato; perchè non ti decidi? - Non correre con la fantasia! Per intanto non ho alcuna intenzione di sposarmi e poi, anche se lo volessi, non è detto che troverei d'accordo lui. Mi sembra un tipo allergico quanto me all' idea del matrimonio; in quanto alle unioni definitive, mi sa che io e lui la pensiamo allo stesso modo! - Eppure, io sono convinta che saprebbe essere un marito adorabile e un padre affettuoso! - Si, questo lo credo anch'io, ma per adesso non se ne parla. Il resto della giornata passò in modo piacevole per tutti. Lillo faceva del suo meglio per comportarsi in maniera imparziale, ma un occhio perspicace avrebbe notato che la sua attenzione era in buona parte diretta su Daniela. Maia, ovviamente, se ne era accorta da subito. Una punta di sottile gelosia aveva tentato di varcare la soglia della sua mente, ma ne era stata tenuta al di fuori dalla già sperimentata certezza della lealtà di sua sorella. Ciò non toglieva che Maia si fosse riproposta di appurare fino a che punto Lillo fosse interessato a Daniela; bisognava solo attendere il momento giusto per parlarne. Arrivata l'ora dei commiati, Lillo strinse la mano a Daniela facendole intuire quanto avesse gradito la sua ospitalità. Daniela recepì il messaggio e gli mandò un bacetto silenzioso con le labbra strette a cuoricino. Il viaggio di ritorno si svolse all'insegna del silenzio. Dopo un pò che viaggiavano, Maia ritenne che fosse giunto il momento di sondare l'animo di Lillo: - Correggimi se sbaglio, ma ho avuto l'impressione che mia sorella fosse giusto il tuo tipo, vero? - Impressione esatta. Che però vale anche nei tuoi riguardi. Provo una forte attrazione per Daniela, è vero, ma ne provo una simile anche per te. Siete talmente equivalenti e talmente diverse che se fossi costretto a scegliere tra le due, non avrei argomenti in grado di far pendere l'ago della bilancia dall'una parte o dall'altra. Daniela mi piace per la serenità che la sua presenza comunica. Mi piace anche fisicamente, ci andrei volentieri a letto se è qui che volevi arrivare. Però, tutte queste considerazioni non tolgono niente al rapporto che ho con te. Assolutamente niente. Senza contare che sei stata tu a propormi di conoscerla! - Non ne sono pentita, non preoccuparti. Apprezzo la tua sincerità; da te mi aspettavo più o meno una risposta del genere e ti assicuro che non mi sconvolge affatto. So per certo di non dover temere Daniela come rivale, nel senso che non sarebbe mai capace di pugnalarmi alle spalle. - Si, anch'io la ritengo incapace di fare del male. Non mi sembra proprio quel tipo di donna cannibale tanto diffuso tra il genere femminile. - Uh, hai una buona opinione delle donne, tu! - Già; sono convinto che se avessero potuto scannarsi tra loro senza problemi, a quest'ora l'umanità sarebbe già estinta da un pezzo! - Non penserai queste cose di me, spero! - Non ti conosco ancora a sufficienza per poter essere certo del contrario. - Almeno sei uno che non teme di dire quello che pensa, eh? - Non vedo perchè dovrei fingere, con te. - Non fingere mai con me. Preferisco la brutale verità a una dolce menzogna. - Davvero? Allora te la sei proprio cercata! Brutale per brutale, passerei volentieri una settimana intera da tua sorella; da solo, intendo. - Ma si, tu credi sempre di sconvolgermi con le tue affermazioni, vero? Per me puoi andarci quando vuoi, lei accetterebbe volentieri una proposta del genere, te lo dò per certo. Le sei piaciuto subito, simpatia a prima vista... Un'affermazione del genere ebbe l'effetto di dare un violento scossone alle ferree sicurezze di Lillo, il quale, però, frenando una sconsiderata espressione di gioia, tirò fuori quanto gli restava ancora di sangue freddo e, senza che Maia potesse accorgersi del suo turbamento, rilanciò: - Giochiamo a sconvolgerci a vicenda, eh? Ora tocca nuovamente a me. Bene, se proprio vuoi saperlo, non ho nessuna intenzione di fargliela, una proposta del genere! - Ah! E perchè mai? - Lo sai bene il perchè. - Vediamo se indovino: è per rispetto alla mia sensibilità, vero? - Centrato in pieno. Vedi, se io dovessi andare a stare a casa di tua sorella, sono sicuro che finiremmo a letto prima ancora di dirci buongiorno. - Ammettendo che succedesse quello che dici tu, nessuno ti costringerebbe a raccontarmelo... - Vorresti spingermi a mentirti come un volgare marito? No, grazie, non sono ancora a questo punto! - Ma allora cosa vuoi, che ti dia il nullaosta per la tua coscienza? - Voglio solo che il fatto non ti crei inutili sofferenze, se mai dovesse accadere. - Perchè, a te importerebbe realmente, se invece dovesse crearmene? - Altrochè se me ne importerebbe! - Senti, non so proprio che effetto possa farmi una situazione del genere, non ci avevo mai pensato fino ad ora. Anche perchè in fondo noi siamo due persone libere, dopotutto; o no? Non siamo nè fidanzati, nè amanti nè niente del genere. E allora? Lillo fiutò il tranello: Maia voleva farlo sbilanciare con una qualche ammissione. Rispose con un ulteriore rilancio: - Sono io che lo chiedo a te: e allora? - Allora mi sembra assurdo star qui a parlare di tradimenti come se fossimo già una coppia, tutto qui. Lillo non aveva, sul momento, niente da aggiungere: Maia lo aveva ripagato della stessa moneta, sorvolando sul fatto che era stata lei a mettere in evidenza la questione. - Non è vero che tra noi non esista nulla - ricominciò Lillo dopo un pò, deciso a non lasciar cadere l'argomento - non trovo affatto un controsenso parlare del nostro rapporto. Per esempio, io ci sto benissimo in tua compagnia, la tua presenza mi appaga più di qualsiasi altra cosa, più di qualsiasi altra donna. - Daniela compresa? Lillo esitò solo un attimo. Maia se l'era proprio cercata. Rapidamente confermò: - Daniela esclusa. - Ah! - Eh! A questo punto, toccò a Maia rimanere a corto di argomenti. Tacquero entrambi, cercando l'ispirazione nello sciabordare delle lame di luce che, dai fari delle auto che incrociavano, si infrangevano sul parabrezza quasi a voler illuminare i loro pensieri. Fu Lillo a riprendere il discorso. - Sai cosa pensavo? Per vedere fino a che punto siamo interessati l'uno all'altra, fino a che punto ne siamo gelosi, forse il modo migliore sarebbe che ognuno di noi osservasse l'altro andare con un partner occasionale. Non trovi? - Bella idea! Complimenti, bella davvero! Solo che non hai messo in conto che io potrei non avere la minima voglia di andare col primo che capita! - Già, dimenticavo che in fondo non sei ancora venuta nemmeno con me, no? - Se per questo, si fa sempre in tempo a rimediare. - Guarda che ti prendo sul serio, poi non darmi del satiro! - Ma io sto proprio parlando sul serio, cosa credi! - Ah! - Eh! Lillo rimase un pò soprappensiero, poi rilanciò: - Senti...ma a te non piacciono le donne? - Sta tranquillo, vuol dire che chiuderò gli occhi e farò finta che tu sia una donna, contento? - Ok, finora abbiamo scherzato e va bene, ma se continui su questo tono poi non lamentarti se ti violento sul tavolo della cucina. Credi che sia facile per me comportarmi da gentiluomo anche quando l'istinto mi porterebbe a stenderti sul pavimento senza tanti riguardi? Il timbro di voce di Lillo mostrava tutto lo sforzo che il giovane stava facendo per mantenersi entro i limiti dettati dalla buona educazione e dal suo innato equilibrio. Da parte sua, Maia non volle rischiare di tendere maggiormente la corda. Avrebbe voluto far capire a Lillo che se l'avesse per davvero stesa sul pavimento, lei non si sarebbe ribellata. Però, temeva così di rovinare tutto, affrettando stupidamente i tempi quando invece il momento non sembrava ancora maturo; preferì gettare acqua sul fuoco: - Va bene, ho capito, non parliamone più. A questo punto, Lillo non seppe più che pesci pigliare. Da un canto, temeva che lei lo stesse mettendo alla prova, ben sapendo che, se si fosse lasciato andare, sarebbe bastato un secco "no" da parte di lei, per bloccarne all'istante qualsiasi iniziativa. Ma se quel "no" fosse venuto, non ci sarebbe mai più stato, da parte di lui, un ulteriore tentativo. Non poteva correre il rischio di perderla per una simile balordaggine. Meglio aspettare il momento giusto e fare le cose per bene. D'altro canto, c'era la possibilità che lei stesse parlando proprio sul serio, che le fosse nato veramente il desiderio di far l'amore con lui. In tal caso, il rischio era di perdere il momento magico, l'occasione buona. Obiettivamente, tutta la faccenda presentava diversi lati oscuri. Bisognava andare cauti con Maia: lei non era una scemetta da quattro soldi, era una donna con un grande cervello; anzi, un cervello travestito da donna. C'era da aspettarsi che stesse giocando con lui come il gatto col topo. Intanto, le luci familiari di strade mille volte percorse, presero a scorrere al di là del finestrino, distraendo la sua concentrazione. Erano giunti in città. - Ti va di rimanere a bere un bicchiere da me? - Ma si, non è poi così tardi... - rispose Maia conciliante. Lillo ne fu contento. Avrebbe avuto l'occasione di mostrarle per bene la sua casa. Varcata la porta d'ingresso, prese subito a far da Cicerone, guidandola stanza per stanza ad ammirare le preziosità distribuite sapientemente per tutto il vasto appartamento. - Chi è l'intenditore in famiglia? - chiese lei, estasiata da quanto stava vedendo: l'arredamento era da favola, tutto era di grande valore, dai mobili ai tappeti e ai quadri, fino al più piccolo degli oggettini. Tutti pezzi pregiati, messi insieme in un amalgama di perfetta armonia. - Intenditori lo siamo un pò tutti in famiglia, l'arte ci trova molto sensibili! Maia guardava tutto con un'attenzione mista ad ammirazione e curiosità. Si era trovata spesso nelle case dei ricchi, ma questa superava ogni sua aspettativa. In quella grande casa, Lillo viveva solo, accudito da due cameriere e una cuoca. I suoi genitori si erano trasferiti negli Stati Uniti, lasciandogli in dono quella splendida reggia. - È più interessante di un museo, e tenuta in modo perfetto! Beato te! - Si, mi ci trovo molto bene; mi dispiace solo di esserne l'unico beneficiario. - Almeno, è in mano a chi sa apprezzarla! - Se è per questo, non poteva essere in mani migliori. Ora, se vuoi darti una rinfrescata, ti cedo il bagno padronale. - Ti ringrazio, sei molto gentile. - Ti consiglio di farti un giro nell'idromassaggio, ti sentirai perfettamente in forma, dopo. - Accetto il suggerimento. - Ti mando una delle ragazze, lascia che sia lei ad aiutarti. Detto questo, Lillo chiamò la cameriera più giovane e le dette le disposizioni del caso, indi lasciò che le due donne se la sbrigassero da sole. Immersa nell'acqua profumata, Maia si lasciò andare alle carezze dei getti e chiuse gli occhi. Provò ad immaginare quale effetto avrebbe potuto farle sentirsi la padrona di quella casa da favola. Immaginò di essere la moglie di Lillo, ovvero la Signora Padrona. Si immaginò a dare ordini alle cameriere, a ricevere un gran numero di gente elegantissima e a raccoglierne i complimenti per la squisita ospitalità. Essere la padrona di tutto quel bendiddio non le sarebbe certo dispiaciuto, se non fosse per un particolare non trascurabile: essere una signora significava prima di tutto avere un marito, ed era esattamente ciò che lei non voleva. Però, si disse, una scappatoia c'era: diventare non la moglie, ma l'amante del ricco signore. No, non andava bene neanche così; le sembrava di vendere in quel modo la sua persona, come una prostituta di lusso. E poi lei non era certo il tipo dell' approfittatrice. No, tutto sommato era meglio lasciare le cose come stavano: doveva essere soltanto una buona amica del ricco signore, niente di più. Il loro rapporto d'amicizia era proseguito fino a quel momento in un equilibrio di assoluta parità. Ognuno dei due si limitava a ricevere ciò che l'altro aveva la bontà di dargli, senza pretendere altro. C'è una grande differenza tra il "ricevere" e il "prendere", si diceva Maia seguendo il filo logico dei suoi ragionamenti: "ricevere" era l'opposto di "rifiutare" e implicava perciò un atto di cortesia da parte del ricevente. "Prendere", invece, indicava un atto di forza, e cioè un "togliere" all'altro; quindi non andava bene. Il cervello della ragazza continuava a macinare pensieri elaborandoli e riportandoglieli all'attenzione sotto forma di sequenze logiche ben ordinate: "se io chiedessi a Lillo in regalo uno qualsiasi di quegli oggetti che valgono un capitale, lui probabilmente me lo cederebbe; però diventerebbe mio preciso dovere ricambiare la cortesia, altrimenti dovrei ritenermi un' approfittatrice. Se invece l' oggetto me l' offrisse di sua spontanea iniziativa e io gentilmente lo accettassi, sarebbe ancora lui in debito con me perchè io, nell'accettare, avrei fatto il suo piacere ancor prima che il mio. Perchè, continuava a dire a se stessa, se lui non ne provasse piacere, allora la sua intenzione non era di donare, bensì di comprarmi, utilizzando l'oggetto quale mezzo di pagamento. In tal caso, nonostante il regalo, io dovrei ritenermi offesa perchè lui, col suo gesto, avrebbe ritenuto di potermi comprare. Vuol dire che io dovrò semplicemente limitarmi a "ricevere", cioè ad accettare ciò che lui, nell'ambito del suo senso dell'ospitalità, penserà di darmi. Da parte mia, gli offrirò solo ciò che sarà mio piacere dargli. In questo modo, nessuno dei due si troverà in debito nei riguardi dell'altro". Tutto questo lavorio mentale, serviva a Maia unicamente per farla arrivare a decidere come comportarsi con lui quella notte, visto che sarebbe rimasta a dormire in quella casa, come le era parso di aver capito. Doveva stabilire con se stessa quali fossero i confini da non oltrepassare. Era pressocchè certa che Lillo non avrebbe preso l'iniziativa. Non era nel suo stile tentare un approccio in una simile situazione di vantaggio. Però nemmeno lei poteva ragionevolmente proporgli di passare la notte nello stesso letto, per quanto glie ne fosse venuta già da tempo una voglia tremenda. Doveva cercare di creare una situazione tale da offrire a entrambi l'alibi della casualità, come era successo alla cascina. Si augurava solo di non dover passare la notte a guardare il soffitto, in preda a una crisi di solitudine. A questo punto aprì gli occhi e chiese alla ragazza di porgerle l'accappatoio. Si alzò tutta gocciolante e venne fuori come una Venere che sorge dalle acque. - Com'è bella, signora!...- si lasciò sfuggire la ragazza piena d'ammirazione. - Vuoi dire che il signore ha portato qui sinora donne meno belle di me? - No, signora! Il signor Lillo non ha mai portato donne qui in casa, prima d'ora! Maia ne rimase piacevolmente sorpresa. Al di là delle tiepide apparenze, era evidente che Lillo teneva a lei più che a chiunque altra, se le aveva riservato il raro privilegio di ospitarla in casa sua. E di averle concesso di immergersi nel suo privato Nirvana, oltretutto! Indossò la vestaglia di seta scura che la ragazza le porgeva, allacciandola negligentemente in vita. Calzò le babbucce orientali tutte decorate e, con due colpi di spazzola, si lisciò i capelli che la solerte cameriera prese ad asciugarle con amorevole premura. Appena pronta, in quel medesimo abbigliamento fece il suo trionfale ingresso nel regale salone. A Lillo si mozzò il respiro in gola. Maia avanzava verso di lui vivida e fluttuante come la fiammella di una candela. - Perdona la tenuta - lo precedette lei indicando la vestaglia. - Non è l'abito che importa, ma ciò che c'è dentro: stà tranquilla, sai essere affascinante anche così. - Sei il solito galante! - Agghindata in quel modo dai proprio l'impressione di essere la padrona di casa, mi fai sentire completo! - Non parlare in quel modo, mi fai sentire una moglie! - Una moglie? Perchè no? Per una volta potresti anche fingere di esserlo! - Essere tua moglie? - Ora non esageriamo! Perchè vuoi rovinare tutto? Diciamo...la moglie di un amico; suona meglio. - Perchè, tu avresti il coraggio di sedurre la moglie di un amico? - Lo trovi tanto scandaloso? Se lei accetta la mia corte, è in quel momento che sta tradendo suo marito, indipendentemente dal fatto che consumi o no l'atto in sè. E allora, visto che per tradire è sufficiente l'intenzione, perchè mai rinunziare al più piacevole seguito? - E già, si tratterebbe solo di eseguire la sentenza, visto che la condanna è stata già decisa. E tu faresti il boia, non è così? - Esatto. Il boia più felice del mondo. Maia non replicò. Era convinta che dietro la sua aria da cinico, Lillo fosse fatto invece di ben altra pasta. Mentre parlavano, lui l'aveva guidata verso il mobile bar ed insieme scelsero cosa bere per completare la serata. Col loro bicchiere tra le mani, andarono a sedersi l'uno di fronte all'altra, sprofondando nelle accoglienti poltrone , a lato di un tavolinetto riccamente intarsiato. Lillo beveva portando delicatamente alle labbra il suo bicchiere, attento a farne durare il contenuto il più a lungo possibile. Maia lo fissava intensamente, chiedendosi come mai uno come lui, ricco, di bella presenza e di piacevole compagnia, non fosse ancora riuscito a trovare una donna capace di convincerlo a diventare monogamo. O forse era proprio lei, quella donna; in tal caso, il poveretto avrebbe fatto un bel buco nell'acqua, perchè da parte sua era certa di non avere la benchè minima intenzione di legarsi, nè con lui nè con nessun altro. Lillo osservava come Maia sollevasse il bicchiere flettendo il polso con la grazia di una danzatrice indiana. Era affascinato da quei piccoli, aggraziati movimenti della mano. Ne distolse lo sguardo, per immergerlo negli occhi di lei; li trovò di un'infinita profondità, colma di perturbante mistero. Il suo sguardo si tuffò ancora tra i suoi lunghi capelli scendendo lentamente, come un esperto rocciatore, lungo il collo e le spalle, indugiando a prendere fiato tra i suoi seni rigogliosi e gonfi di linfa vitale. Per risalire ancora in un percorso inverso, a perdersi nuovamente in quei suoi occhi stregati, appagato di un piacere che nessuna parola avrebbe mai saputo descrivere. La trovava stupenda e si meravigliava che una tale intensa bellezza non avesse ancora indotto nessuno a fare follie per possederla in esclusiva. Lo avrebbe fatto volentieri lui, se non fosse che per il momento non aveva nessunissima intenzione di accasarsi. Cercava di comportarsi con lei con la massima spontaneità, evitando però di crearle inopportune aspettative: non voleva che lei prendesse certe sue delicatezze come un tentativo di corteggiamento. Sarebbe stato veramente imbarazzante se, in un momento di più intensa simpatia, lei si fosse spinta a dichiarare di amarlo. Di sicuro non avrebbe saputo come uscirne senza causarle dolore e, soprattutto, senza rischiare di perderla definitivamente. Di contro, il desiderio di prenderla gli pulsava dentro feroce, accendendogli i sensi fino allo spasimo. Per la prima volta dopo tanti anni, riconosceva di trovarsi alle prese con una donna vera, non con un vuoto simulacro. Però, non poteva spingersi a tentare approcci lì in casa sua, non sarebbe stato leale. Si sarebbe sentito umiliato se lei gli avesse ceduto per pura cortesia, solo per non apparire egoista. Non era certo a queste condizioni che desiderava possederla. Maia, intanto, se lo mangiava con gli occhi. Ne percorreva con lo sguardo i lineamenti maschi e decisi, immaginava le braccia di lui stringerla fino a farle male e la sua bocca percorrerla dalla testa ai piedi. Respirò profondamente, quasi ansimando, e abbassò lo sguardo. Temeva che lui potesse capire, guardandola, quanto lo stesse desiderando in quel momento. Se non gli si era ancora concessa del tutto, era stato unicamente per lasciare in lui una zona inappagata di desiderio, per fare in modo che lui provasse più forte l'impulso di averla. Quel ragazzo le piaceva, le piaceva maledettamente. Doveva decidersi a fare in modo che lui lo capisse, una volta per tutte. Quando ebbero finito di bere, Lillo si alzò e le prese la mano, tirandola a sè. Lei si alzò a sua volta e lo seguì senza dir niente. Attraversarono un corridoio, poi un altro. Lillo aprì una porta e rivelò una stanza completamente buia. Spinse delicatamente all'interno la ragazza e la seguì richiudendo la porta alle sue spalle. Il buio era totale. Maia prese a tremare di desiderio, attendendosi di essere sbattuta su un divano o forse proprio sul pavimento ed essere presa selvaggiamente, senza riguardo alcuno. Incapace di profferire parola, si lasciò condurre al centro della stanza. Lillo si muoveva alla cieca, con la precisa consapevolezza di chi sapesse già perfettamente come muovere i suoi passi. Sentì la mano di lui distaccarsi dalla sua; immediatamente dopo, una minuscola lucetta prese vita illuminando appena la sagoma di un pianoforte in una stanza completamente vuota. Una musica violenta rimbombò improvvisamente per la stanza. Lillo si dimenava sulla tastiera come colto da un raptus. Una valanga di onde sonore invase l'ambiente, prendendone possesso e occupandone ogni spazio. Maia non se lo aspettava. Sconvolta, si lasciò avviluppare da quei suoni struggenti, stupita di quanto uno strumento musicale portato al parossismo potesse rivelare così chiaramente i sentimenti che si dibattevano furiosi nell' animo di chi lo suonava. Per un tempo che non seppe calcolare, la musica continuò a travolgerla, drogandole il cervello e mettendo in risonanza ogni cellula del suo corpo. Aveva la netta sensazione di essere proiettata in una fascia di Universo dove soltanto i suoni e i colori avessero motivo di esistere. Il concerto terminò di colpo, all' improvviso come era cominciato. A Maia parve di essere strappata a forza da un bel sogno. Vedere le mani di Lillo che abbassavano il coperchio della tastiera, la riportò alla fredda realtà e le infuse un senso di profondo disagio. Lillo dovette intuirlo perchè, inaspettatamente, prese ad accarezzarle delicatamente i capelli con un leggerissimo tocco della dita. - Andiamo a nanna, ora. Ti mostro la tua stanza. - Le disse, sussurrando le parole con estrema dolcezza. Maia lo seguì come in trance, accorgendosi che quel prepotente desiderio che l'aveva invasa prima, si era trasformato ora in una grandissima voglia di tenerezza. Lillo la accompagnò fin sulla soglia. Lei fece qualche passo verso il letto e accese l'abat-jour sul comodino. - Buonanotte allora - le sussurrò lui in tono protettivo. - Buonanotte - rispose lei con voce incerta. Lillo le sorrise e si voltò per andarsene. Fatto qualche passo, la voce di Maia, nuovamente alterata dal desiderio, lo inchiodò. - Aspetta! Si voltò quasi di scatto. Rimase immobile, come fulminato: Maia aveva lasciato scivolare a terra la vestaglia e ora lo guardava, nuda, dritto negli occhi. - Dio, come sei bella! Maia sollevò le braccia e tirò su i lunghi capelli, lasciandoseli poi sfuggire lentamente dalle dita, come sabbia sottile. Lillo entrò, col fiato mozzo, non curandosi di richiudere la porta. Anche Maia non se ne curò. Si addormentarono che era già mattina. Lillo si svegliò euforico. Mai con nessuna donna aveva provato le emozioni che Maia era riuscita a dargli quella notte. Se glie lo avessero raccontato, non sarebbe neppure riuscito a immaginare quale intensità potessero raggiungere certe sensazioni e quanto si rivelasse acuta l' impossibilità di stabilire quali fossero i veri confini del suo corpo e dell'intero suo essere. Aveva capito cosa significasse veramente sentirsi parte dell' altra persona fino a non saper più distinguere dove finisse l'uno e cominciasse l'altro. Maia era stata incredibile, si era data con tutta la dolcezza e la violenza di cui era capace, possedendolo a sua volta fino all' anima. Aprì gli occhi e si mise a sedere. Maia dormiva sdraiata di traverso sul letto, con le braccia allargate, come un naufrago giunto a terra dopo una spossante lotta con la furia del mare. Un penetrante odore di caffè giunse a tirarlo definitivamente giù dal letto. Niente come il caffè aveva il potere di indurlo ad abbandonare la tenera e calda accoglienza delle coltri. Tornò in camera da letto. Maia dormiva ancora, girata su un fianco. La ricoprì col lenzuolo e chiamò sottovoce la cameriera addetta all' idromassaggio. Immerso nell'acqua calda, si lasciò accarezzare dai getti e chiuse gli occhi, quasi a volersi nuovamente assopire. Poco dopo, un lieve rumore lo scosse. Aprì gli occhi e vide Maia assonnata e barcollante che, del tutto incurante della presenza di lui, si accingeva a fare pipì. Richiuse gli occhi e non li riaprì nemmeno quando Maia, entrata nella vasca accanto a lui, gli appoggiò la testa sulla spalla riprendendo ad assopirsi. Lillo pensò che era giunto il momento di premere sull'acceleratore. Quando Maia ebbe finito di far colazione, le domandò a bruciapelo: - Ti andrebbe di venire a volare con me, stamattina? - Dove mi porti? - Oh, in giro; un pò di qua, un pò di là...oppure c'è un posto dove ti piacerebbe andare? - Non in particolare. Qualsiasi posto va bene, tanto dall'alto si assomigliano tutti... - Tu dici? Si vede che non hai mai volato come dico io. - Ho volato solo con aerei di linea. Perchè, com'è volare come dici tu? - Vieni a constatarlo di persona, l'esperienza vale più di qualsiasi descrizione. - Devo mettere casco ed occhiali? - Non ce n'è bisogno, non dobbiamo volare sull'aereo del barone rosso. Ho qualcosa di più moderno sottomano... Arrivarono all'aeroporto in tarda mattinata. Tra gli aerei su cui Lillo aveva l'autorizzazione a volare, era disponibile al momento solo il Morane-Saulnier, un quadriposto ad ala bassa sul quale Lillo volava abbastanza volentieri, anche se in linea di massima preferiva gli aerei ad ala alta. Si trattava solo di attendere qualche minuto, perchè in quel momento il Morane era in fase di atterraggio. Il frullio dell' elica e il rumore soffocato del motore, anticiparono la sagoma bassa del Morane che avanzava verso di loro percorrendo a velocità ridotta il sentiero di svincolo, fino a giungere alla piazzola di sosta. Ne scese un uomo sui quaranta, che salutò Lillo cordialmente. - Aspettavi me? - Aspettavo l'aeroplano. L'uomo ridacchiò sornione: - Sei tornato a volare sugli aerei seri, eh? Cos'è, ne hai abbastanza del tuo trabiccolo? - Sul conto del mio trabiccolo non hai proprio niente da dire! Quando ti deciderai a venire a fare un giro, vedrai che ti farò cambiare idea! - Di quei trabiccoli non mi fido. Beh, il Morane è tutto tuo... Sei in dolce compagnia, vedo... - Si, porto a volare la mia donna. Maia non ribattè. Non era la sua donna, ma in fondo un pò lo era; e poi, l'idea di passare per la sua donna non le dispiaceva del tutto. Lasciò che Lillo la presentasse in quel modo, perchè sarebbe stato lungo spiegare tutta la faccenda. E poi, non era sicura che gli altri avrebbero capito. Presero posto sull'aeroplano e Lillo, dalla piazzola di sosta, chiese via radio alla torre di controllo l'autorizzazione al rullaggio. Ottenutala, si portò all'inizio della pista. Piantò i freni, dette un affondo di manetta, provò i magneti e chiese infine l'autorizzazione al decollo. L'aereo si innalzò con un rateo di salita piuttosto elevato. Lillo era un pilota abbastanza prudente ma in quell'occasione, seppure entro i limiti del lecito, voleva far provare a Maia delle emozioni che nessun aereo di linea avrebbe mai potuto darle. Salirono a mille metri di quota. Le automobili sotto di loro sembravano dei giocattolini e le persone delle formichine indaffarate a correre avanti e indietro come un nugolo di insetti impazziti. " E pensare", rifletteva Maia, "che ognuna di quelle formichine, così insignificanti viste di qua su, crede di essere chissà chi, di avere chissà quale importanza." Visti dall'alto, erano niente più che granelli di sabbia mossi dal vento del destino, che faceva di loro il suo divertimento. - Attenta ora! - disse Lillo alzando la voce per sovrastare il rombo del motore - inizia la giostra! Così dicendo, cominciò a virare inclinandosi sempre di più, fino a quando l'ala scomparve dalla vista di Maia per lasciar posto a mille metri di vuoto: tra lei e i tetti delle case, c'era ora soltanto il cupolino di plexiglass dell'aeroplano. Mentre Lillo virava, Maia vedeva l'orizzonte inclinarsi quasi in verticale. La sensazione era che non fossero loro a muoversi, bensì il mondo sotto di loro. L'orizzonte tornò quasi subito a riprendere la propria posizione, per poi inclinarsi in verticale dalla parte opposta. Questa volta, prima di riportare il Morane in assetto di volo lineare, Lillo lo mandò giù col muso, in una picchiata da vertigine. Maia non dava segni di paura, anzi sembrava proprio divertirsi. L'aereo scese a trecento metri di quota, poi risalì in una cabrata mozzafiato. - Va tutto bene? - volle accertarsi Lillo. - Per me si, ma sei sicuro che l'aereo tenga? - Stà tranquilla, siamo entro i parametri di sicurezza. Vuoi provare una vite? - Perchè no, già che ci siamo... - Adesso ti faccio vedere che effetto fa, precipitare. Intanto erano risaliti di quota e si erano spostati sulla verticale delle campagne intorno al centro abitato. Lillo tolse gas e cabrò leggermente. Una lucetta arancione si accese alla sua sinistra e il cicalino dell'avvisatore di stallo cominciò a pigolare l'allarme. - Ora precipitiamo! L'aereo aveva cominciato a tremare come se fosse stato improvvisamente colto dalla febbre terzana, poi aveva perso quota e puntato decisamente il muso verso il basso, avvitandosi. Lillo lo lasciò cadere per un centinaio di metri, fermando poi l'avvitamento con un movimento del pedale e riportando subito dopo l'aereo in volo orizzontale. - Visto? Abbiamo stallato e ci siamo avvitati. - Divertente. Ma ora non potremmo continuare a volare un pò più da cristiani? - Paura? - No, ma con tutte queste capriole non riesco a godermi il panorama! " Ah, le donne! " Disse Lillo tra sè, " vanno in aereo per godersi il panorama!..." Si abbassò di quota, portandosi a centocinquanta metri. - Va bene così? Questa è la quota migliore per una gita turistica. Maia lo guardò e gli sorrise. Se credeva di far colpo su di lei con le sue acrobazie da circo, si stava proprio sbagliando. - Vuoi provare tu? - Le chiese Lillo offrendole i comandi. - È semplice: se spingi, l'aereo va giù e se tiri va su. - Tutto qui? - Beh, non proprio, ma al resto ci penso io... - Lascia stare, ci tengo alla pelle! Le ruote del Morane toccarono infine il cemento della pista senza il minimo sobbalzo. Lillo ci teneva a far bella figura atterrando con elegante leggerezza. Ritornati sulla piazzola di sosta, affidarono l'aereo all'addetto e si recarono al bar. Strada facendo, Maia prese Lillo sottobraccio e gli disse, con tenerezza: - Sai che sei proprio bravo? Lillo gongolò, ma senza darlo troppo a vedere. Qualche giorno più tardi, Daniela venne in città a portare i bambini dai nonni paterni. I genitori del suo ex marito abitavano proprio a pochi isolati di distanza dalla casa di Maia. Grande fu la sorpresa di Lillo quando, recandosi a prendere il caffè da Maia, si ritrovò Daniela ad attenderlo alla porta. Le due donne avevano già parlato tra loro dell' attrazione che il giovane aveva confessato per Daniela. L' inattesa presenza del diretto interessato, dette loro occasione di riprendere il discorso. - Sai - cominciò Maia - ho detto a Daniela che ti sarebbe piaciuto passare una settimana da solo con lei. Lillo non fece una piega. Si limitò a guardare Daniela, attendendo la risposta. - Piacerebbe anche a me averti ospite - confermò lei - sta soltanto a te decidere quando venire. - Ragazze, mi prendete alla sprovvista! - ribattè lui - È vero che mi piacerebbe, ma è anche vero che non vorrei poi creare dei malintesi tra voi due, specie se la compagnia di Daniela dovesse piacermi più del consentito. - Intendi dire che temi di innamorartene? - intervenne Maia, non più tanto sicura. - Se è per questo, ne sono già innamorato, come sono innamorato di te. Stare con te mi fa sentire in Paradiso e stare con lei mi fa sentire in Paradiso. Siete solo due angoli di Paradiso diversi, tutto qui. Maia non seppe come ribattere. Anche Daniela preferì star zitta. Il gioco poteva farsi pericoloso e sfuggire di mano a tutti e tre. Lillo capì che bisognava smorzare la tensione: - Invece di stare qui a parlare, perchè non andiamo a cena fuori? - Ottima idea! - Maia colse la palla al balzo - non avevo molta voglia di cucinare. Risero tutti e tre. Per il momento, il discorso era chiuso. La mattina seguente, Maia aveva da lavorare in casa. I bambini di Daniela sarebbero rimasti dai nonni. Lillo aveva dormito con Maia, quasi a confermarle che la donna più importante era comunque lei. La giornata era splendida e Daniela aveva voglia di uscire. - Senti - le disse Lillo - ti piacerebbe fare un bel giro in moto? Lasciamo tranquilla Maia e ce ne andiamo un pò a zonzo, ok? - Mi piacerebbe! - rispose subito lei - solo che non so cosa indossare, non posso certo venir su con la gonna! - Di questo non devi preoccupartene, ho io l'occorrente. Lillo condusse Daniela a casa sua e andarono dritti nel garage. Una grossa moto lucida e fiammante, bella come un purosangue, sembrava essere in attesa del padrone che la conducesse a correre. Daniela lanciò un gridolino di ammirazione: - Accidenti, che moto! Non ci sono mai stata su una moto così; al massimo sul motorino, e suppongo non sia la stessa cosa! Lillo intanto aveva preso da uno scaffale un casco e un pacchetto color fucsia, che doveva essere una tuta piegata. Li porse a Daniela, indicandole uno sgabuzzino dove cambiarsi. In un moto di vanità, la ragazza avrebbe voluto cambiarsi davanti a lui, ma pensò che sarebbe stato meglio non esagerare. Poggiò il casco, prese la tuta e si chiuse alle spalle la porta dello sgabuzzino. Lillo ne approfittò per indossare a sua volta una tuta aderente. Poi portò fuori la moto e accese il motore per farlo riscaldare. Nel chiuso dello sgabuzzino, Daniela si era tolta i vestiti. Le sarebbe piaciuto essere completamente nuda sotto la tuta, ma non voleva dare l'impressione di voler sedurre Lillo a tutti i costi. Le piaceva esibirsi, ma in quel caso un comportamento del genere sarebbe apparso eccessivo. Tenne solo gli slip e indossò la tuta specchiandosi in un frammento di lamiera. Si trovò carina e, rassicurata nella sua femminilità, uscì cercando di essere il più possibile disinvolta. Prese il suo casco sottobraccio e si portò fuori del garage per raggiungere Lillo. Lui era già in sella. Le fece cenno di indossare il casco e di prendere posto dietro di lui. Daniela eseguì, sistemandosi nella maniera più comoda e cercando a tentoni i poggiapiedi. Accertatosi che la ragazza fosse ben sistemata, Lillo dette una sgassata, ingranò la marcia e si infilò lentamente nella corsia di scorrimento. Il giovane procedeva a velocità molto contenuta, per far abituare Daniela alle fluide oscillazioni della moto. Il traffico a quell' ora appariva quasi inesistente e in breve tempo i due giunsero alla barriera dell'autostrada. Al momento di ritirare il biglietto d'ingresso, Lillo alzò la visiera e si voltò verso la ragazza: - Tutto ok? - Tutto tranquillo! - rispose lei con voce squillante. Oltrepassata la barriera, il sommesso brontolio del motore si trasformò rapidamente in un rombo assordante. Lillo stava gradatamente accelerando ed ora aveva raggiunto i centottanta. Daniela si teneva stretta alle maniglie, un pò tesa, per la verità. Una velocità così elevata non le era familiare nemmeno in automobile, figurarsi in moto! Lo scorrere del vento contro il casco e lungo i fianchi, l'urlo del motore, i moscerini che le si spiaccicavano contro la visiera... lei quella velocità se la sentiva tutta addosso. Non è che avesse proprio paura; solo un pò di tensione, ma era comprensibile. La moto rallentò improvvisamente, facendola sbilanciare in avanti contro la schiena di Lillo. Si inclinarono sulla destra, infilando in velocità lo svincolo di un'area di servizio. Fermi davanti al distributore, Daniela ne approfittò per sfilare il casco e scambiare due parole. - Qualcosa non va? - la anticipò lui. - Non proprio; è che a questa velocità il valore della vita assume un significato un pò diverso... - Vuoi che vada più piano? - Ma no, che gusto ci sarebbe! In fondo, cadere a centocinquanta invece che a centottanta, che differenza vuoi che faccia... - Grazie per la fiducia! - ribattè Lillo con finto risentimento. - Non intendevo mettere in dubbio la tua abilità di conducente, erano solo mie considerazioni. Il benzinaio intanto aveva ultimato il pieno e stava già chiudendo il serbatoio. Lillo pagò e fece per rimettersi il casco. - Aspetta! - lo fermò Daniela - toglimi prima una curiosità: cosa succede se buchiamo? - Non oso pensarci! - concluse lui con un sospiro fatalista. "Proprio rassicurante" pensò lei rassegnata. Mai come in quel momento le apparve chiaro quanto la vita umana fosse, in certe situazioni, del tutto in mano alla sorte. La moto aveva intanto ripreso a macinare chilometri con inesorabile monotonia. Nelle curve strette Daniela osservava, dapprima con terrore, poi con una sottile e masochistica emozione, le strisce bianche dipinte sull'asfalto farsi pericolosamente sempre più vicine alle sue gambe. Si meravigliava che la moto potesse assumere degli angoli di inclinazione così elevati; l'istinto di conservazione la portava a rifiutare di assecondarne le profonde oscillazioni da un lato e dall'altro , ma si costrinse a vincere ogni timore e a piegarsi senza contrastarla. Dopo un pò di quell'andare, si convinse che per i motociclisti ci fosse di sicuro uno specifico santo protettore. Si augurò che in quel momento fosse ben vigile e li stesse assistendo senza distrarsi, e smise di aver paura. Se era così che si andava in moto, si sarebbe abbandonata a godere del pericolo con la stessa emozione del paracadutista, quando si lancia col paracadute chiuso. Dopo un'oretta di marcia, Lillo mise la freccia e accostò per infilare uno svincolo. Dalla segnaletica, Daniela intuì che si sarebbero diretti verso il mare. Sul momento rimase perplessa, non poteva certo scendere in spiaggia inguainata in quella tuta da astronauta! Poi riflettè che anche Lillo era nelle stesse condizioni e dedusse che molto probabilmente si sarebbero limitati a fare un giro sul lungomare. A dispetto dei suoi pensieri, notò di lì a poco che Lillo stava proprio puntando verso la costa. Si erano infilati in una stradina stretta, svoltando dopo un pò in un viottolo sterrato e poi ancora infilandosi in uno stretto passaggio ghiaioso tra due alti spuntoni di roccia. Intravide in lontananza un qualcosa che assomigliava a una minuscola spiaggetta. Vi giunsero ben presto, dopo aver svoltato in un ultimo ripido vialetto. Lillo spense il motore e lasciò che la velocità residua li portasse all'ombra di una roccia spiovente. Lì si fermarono. Il luogo dove si trovavano, più che una spiaggia era una caletta pietrosa, che rivelava alla sua sinistra un'altra caletta ancora più piccola, per accedere alla quale era necessario entrare nell'acqua fino alle ginocchia. Quel posto così fuorimano, Lillo lo aveva scoperto da studente. Ci andava quando la sua voglia di libertà l'aveva vinta sulla necessità di andare a scuola, in quei periodi tentatori in cui il sole cominciava a dare un assaggio di quella che sarebbe stata la bella stagione. Daniela si guardò lentamente intorno, per prendere possesso con gli occhi del luogo in cui Lillo l'aveva trasportata. Tolse il casco e tirò giù la lampo della tuta fin dove il pudore glie lo consentiva. Lillo si era già tolto gli stivaletti e stava dirigendosi verso il bagnasciuga. - Provo a sentire com'è l' acqua! - le esclamò speranzoso. - Fai pure - disse lei di rimando - aspetto qui. Lillo lasciò che le piccole onde della risacca gli bagnassero i piedi e si sentì incoraggiato ad inoltrarsi. Sollevò i pantaloni fino alle ginocchia e avanzò fino a che l' altezza dell' acqua glie lo consentì. Il risultato della sua ispezione si rivelò incoraggiante: le lunghe settimane di caldo precoce avevano ottenuto l' effetto di far innalzare la temperatura dell' acqua a valori ben più elevati del normale. Tornò indietro a comunicarne l'esito alla compagna. - Non è l'acqua di Agosto ma si può già fare tranquillamente il bagno. Ti dà fastidio se mi spoglio? - Figurati! Fà pure. - Rispose lei con un leggero imbarazzo. Lillo le dette pudicamente la schiena e tolse tutto, senza esitare. Fece una corsa fino all'acqua e, con un tuffo spavaldo, prese il largo allontanandosi con rapide bracciate. Poco dopo si riavvicinò alla riva, portandosi a tiro di voce: - Dai, vieni anche tu, è più calda di quello che sembra! Detto questo, si voltò e prese a riguadagnare il largo senza attendere risposta. Daniela non sapeva che fare. La tentazione di seguirlo era forte e, se solo avesse avuto il costume da bagno non avrebbe esitato a tuffarsi. Così, invece, sarebbe stata costretta a spogliarsi completamente; l'idea, da un canto la eccitava perchè le avrebbe fornito un buon alibi per mostrarsi nuda. Dall' altro canto invece, un residuo senso di pudore la faceva sentire in profondo imbarazzo. Però si rendeva conto di non poter fare, in un'occasione così speciale, la figura dell'imbranata e poi, si disse quasi a cercare una valida giustificazione, se anche lui l' avesse vista nuda, non sarebbe stata poi quella grande novità; di certo non se ne sarebbe scandalizzato più di tanto. Velocemente, prima che scrupoli tardivi la inducessero a desistere, sfilò la tuta, tolse gli slip e corse a tuffarsi per raggiungerlo. Nuotarono insieme per un buon quarto d'ora, poi lei fece cenno di voler uscire. Riguadagnarono insieme la riva. Lillo pensò che, fuori dall'abbraccio protettivo dell'acqua, la ragazza avrebbe desiderato una maggiore riservatezza. - Puoi andare a stenderti nell' altra spiaggetta, se preferisci - le propose da gentiluomo. Daniela alzò le spalle, come per dire che, ormai, non aveva poi granchè da nascondere. Cercarono dei lastroni sufficientemente levigati e si stesero come due salamandre ad asciugarsi al sole. Daniela si era sdraiata sulla schiena, coprendosi gli occhi col dorso delle mani. Era conscia di essere sotto lo sguardo scrutatore di Lillo e un' acuta tensione finì per impadronirsi del suo ventre. Rimase in quella posizione fino a quando il sole non la ebbe asciugata per bene, poi si girò a pancia in giù. Di schiena era altrettanto ben fatta che davanti, tant' è che Lillo ad un certo momento fu costretto a cambiare posizione anche lui, per nascondere l'effetto di tanto guardare. Sdraiato a pancia in giù, appoggiò la testa sulle braccia e chiuse gli occhi. Lo sciabordio leggero delle onde e il tiepido venticello carico di odori intensi di erba e di fiori, gli insinuavano un folle desiderio di abbandonare il mondo civile per ricongiungersi alla parte ancora selvaggia della propria personalità. Durò solo per pochi momenti; aprì gli occhi e, guardando i gabbiani che si rincorrevano stridendo, il pensiero corse diritto al suo aeroplano. Non avrebbe mai saputo farne a meno. Si distolse e voltò il capo verso Daniela. Nel frattempo, lei si era messa seduta e si teneva la testa tra le mani, immersa nei suoi pensieri o forse, chissà, negli stessi sogni che riempivano la mente di lui. I loro sguardi si cercarono, lei gli sorrise, lui ricambiò, cercando goffamente di mettersi a sua volta seduto. - Peccato non averlo saputo prima...- sussurrò Daniela come parlando tra sè. - Saputo prima cosa? - chiese Lillo cercando di capire. - Che saremmo venuti sulla spiaggia. - A dire il vero non ne avevo l'intenzione. Mi è venuto in mente questo posto quando ho visto la segnaletica; sai, ci venivo spesso da studente. - Ci portavi le tue conquiste? - Solo se erano belle come te!...No, ci venivo da solo, era il mio rifugio personale nella bella stagione. È un posto praticamente deserto, ci si può fare il bagno indisturbati. Come vedi, è più di un'ora che stiamo qui e non si è vista l'ombra di un' anima. Di solito è così anche in piena stagione, perchè questa spiaggetta è troppo piccola e troppo fuori mano per essere frequentata abitualmente. In auto non ci si può arrivare e a piedi è troppo distante dalla strada principale perchè valga la pena di prenderla in considerazione. A un paio di chilometri da qui ci sono spiagge molto più belle e più agibili. - Questo significa che preferisci la solitudine... - Ma no, non sono un solitario! E poi non credere che ci venga così spesso; a me in fondo il mare non è che piaccia un granchè. - Ma se nuoti come un pesce! - Intendo dire che non mi ci trovo del tutto a mio agio. Vedi, non mi ispira fiducia tutta quest' acqua. È una massa imprevedibile, sempre pronta a cambiare, a tradirti. Le vedi queste onde così tranquille? Nascondono dentro di esse una forza malvagia, una perversa capacità di uccidere. Basta che cambi il vento ed eccole trasformarsi all'improvviso in un mostro feroce. - A pensarci bene, forse hai ragione. Però il mare non è solo quella massa d'acqua che dici tu, capricciosa e crudele: è anche movimento, suoni, colori e soprattutto è mistero. Un mistero così profondo che non si può non rimanerne ammaliati ed attratti, come Ulisse dalle sirene. Il mare è come quella parte segreta di noi che ci si rivela soltanto in sogno, quando non siamo più capaci di tener legati i pensieri. Non lo trovi affascinante? - Un bel fascino perverso, dico io! Ben diverso dal fascino dell' aria. Questa inconsistente, impalpabile, invisibile massa nella quale siamo perennemente immersi è invece nostra amica. Al di là delle apparenze, possiede un suo spessore ben tangibile: te ne accorgi quando ti lasci andar giù dall'aereo col paracadute chiuso! Ti accorgi di poterti muovere nell'aria a tuo piacimento e sentire che essa obbedisce ai tuoi movimenti, asseconda la tua volontà, è un elemento vivo che ti rispetta se a tua volta lo rispetti. E se lo sfidi, puoi vincere o perdere, ma sarà sempre un combattimento leale. In volo, non ho mai avuto un attimo di paura; sfido qualsiasi marinaio ad affermare la stessa cosa del mare! - Sai, mi hai quasi convinta. Vuol dire che la prossima volta mi porterai a volare; però niente acrobazie: io non sono come te, ho ancora paura del vuoto! Quando tirava in ballo il volo, Lillo si accorgeva di essere un animale d'aria, costretto a terra solo dai limiti fisici dell' essere uomo. Aveva vuto la fortuna di vivere in un'era che gli permetteva di superare coi mezzi meccanici queste sue limitazioni naturali e guardava con terrore all'eventualità di poter essere nato anche solo un secolo prima: in tale malaugurato caso, avrebbe potuto appagare la sua smania di volare solo lanciandosi da un alto dirupo, tentativo unico senza possibilità di replica. Riflettendoci, ora capiva Icaro. Quando a scuola se ne era parlato, l' aveva considerato il simbolo della vanagloria, dell' omuncolo che si era messo in testa di poter eguagliare gli dei. Adesso invece capiva come la conquista dell' aria non fosse altro che la ricerca della terza dimensione, il raggiungimento del distacco materiale dalle miserie terrene e dall'umana pochezza. Icaro purtroppo aveva avuto la sfortuna di avere a che fare con le persone sbagliate. Era rimasto vittima dell' imbecillità di chi gli aveva consigliato la cera d'api per tenere insieme le ali. A guardar bene, gli incompetenti riescono sempre a far danni in tutte le epoche e a tutte le latitudini! Daniela intanto si era rivestita. Lui la imitò subito dopo. - Che ne diresti di andare in paese a cercare qualcosa da mettere sotto i denti? - Ottima idea, quest' aria ha messo appetito anche a me! Rimontarono in sella, guadagnando in fretta la distanza che li separava dal centro abitato. Percorsero lentamente il lungomare guardando attenti alla ricerca di un' insegna amica. I tavoli di un ristorantino apparvero loro come per incanto, spuntando da sotto un pergolato che li manteneva al riparo dal sole. Parcheggiarono la moto lì dappresso e si affrettarono a prendere posto a un tavolino in un angolo. L' aria era carica del profumo intenso della pergola; Daniela trasse un lungo respiro e si stirò. La cerniera della sua tuta, già pericolosamente abbassata, scese ancora di più. Lillo si stirò a sua volta, stendendo le gambe sotto il tavolo. Si trovava bene in quei luoghi così tranquilli, dove il tempo era scandito dai ritmi naturali piuttosto che dalla odiosa tirannia dell'orologio. Un cameriere si recò presso di loro, premuroso, a raccogliere le ordinazioni. L'involontaria scollatura di Daniela calamitò prepotentemente il suo sguardo. La donna fece finta di niente ma, quando il cameriere si fu allontanato, tirò su la cerniera in zona di sicurezza. Al suo ritorno, il cameriere notò con amara delusione che la scena era cambiata; tentò di mascherare il proprio disappunto con un sorriso malamente sforzato. Daniela se ne accorse e, approfittando di uno sguardo fugace, gli fece l'occhiolino. Il messaggio dovette colpire nel segno, perchè il servizio proseguì rapido e inappuntabile. Al momento di pagare il conto, mentre Lillo era intento a prendere il denaro dal bauletto della moto, Daniela lasciò cadere il pacchetto delle sigarette e, chinandosi a raccoglierlo, con un gesto veloce fece in modo che la cerniera le si abbassasse fino all'ombelico, lasciando liberi i seni al di fuori della morsa della tuta. Il cameriere si precipitò anch'egli a raccogliere il pacchetto, godendo così della visione fugace ma completa di quanto aveva in precedenza così attratto la sua attenzione. La manovra non sfuggì a Lillo, che osservava divertito. - È stato il mio modo di dargli la mancia! - Si giustificò lei. - Sei unica! - le fece lui di rimando, inviandole un bacio sulla punta delle dita. Liberarono il tavolo e Lillo entrò nel locale per acquistare del vino. Uscendo, trovò Daniela intenta ad osservare una coppia di ragazzi che aveva nel frattempo occupato il loro tavolo. - Cosa stai guardando di così interessante? - Oh, niente di particolare, cercavo solo di capire in che rapporti fossero tra loro quei due. - Mah, a me sembrano solo amici. - Uhm, io credo invece che siano fidanzati. - Cosa te lo lascia supporre? - Se stai attento, noterai che lui si lascia servire da lei. Non ti pare un indizio sufficiente? - Hai proprio ragione, stanno facendo le prove generali per vedere se lei saprà essere una brava mogliettina - osservò Lillo con sarcasmo. - Perchè lo dici con quel tono? Ti sembra una cosa brutta? A te non piacerebbe essere servito? - Perchè, cosa credi che facciano le mie cameriere? - Dalla tua donna, intendo! - "Mia" donna? No, non prendo mai le donne in proprietà, casomai in prestito...Prenderle in esclusiva significherebbe voler negare agli altri la possibilità di goderne a loro volta ed io non mi sento egoista fino a questo punto. - Dì piuttosto che questo tuo atteggiamento è semplicemente paura di essere tradito. Col tuo modo di ragionare non fai altro che proteggere il tuo orgoglio dall'idea del tradimento, perchè secondo la tua logica una donna che momentaneamente stesse con te e contemporaneamente andasse con un altro, ai tuoi occhi starebbe semplicemente utilizzando il suo diritto di libero rapporto. Non ci hai mai pensato? - Mah, potrebbe anche essere come dici tu, non lo escludo. - Tirando le somme, se Maia in questo momento andasse a letto con un altro, a te darebbe fastidio, vero? - Si, ammetto che mi darebbe piuttosto fastidio. - Però, a tua volta saresti pronto a venire a letto con me, se te lo chiedessi. - Credo che mi sarebbe molto difficile resistere. Però, se sapessi che a Maia desse fastidio, avrei delle grosse esitazioni a farlo. Non ne sei convinta? - Non del tutto. Tu parli così perchè non conosci le mie capacità di seduzione; penso che non ti sarebbe facile resistermi. - Se è solo per questo, non c'è bisogno che tu le metta in atto: mi hai già abbondantemente sedotto. Mi basterebbe guardarti negli occhi, per capitolare! - Ehi, non mi ritenevo così affascinante! - Ti trovo una donna straordinaria. Lo sguardo di Lillo divenne intenso, penetrante. Daniela sentì un brivido salirle lungo la schiena, mentre un desiderio intenso prendeva possesso del suo corpo, facendola sentire femmina in tutte le sue fibre. Socchiuse gli occhi e la voce le uscì fievole e alterata: - Torniamo alla spiaggia, la tuta mi sta dando fastidio. Lillo non era così ingenuo da non saper afferrare certi messaggi. Si avviò caracollando alla moto: - Già, sta dando fastidio anche a me. Lillo si attardava a cercare sassolini sul bagnasciuga. Daniela stava finendo di infilare la tuta. Ciò che era accaduto e che entrambi, consapevolmente , avevano voluto, non doveva ora, nelle intenzioni della ragazza, rovinare ciò che Maia aveva costruito. L'ombra minacciosa dei sensi di colpa si affacciò per un attimo al cuore di Daniela. Qualsiasi fosse il prezzo da pagare, non poteva permettere che sua sorella ne andasse di mezzo: - Senti, non vorrei che tutto questo incidesse sulla tua relazione con Maia . Non sono pentita di ciò che è successo, anzi spero che possa succedere ancora, però sono pronta a rinunciare completamente a te se questa storia dovesse modificare i tuoi sentimenti nei suoi riguardi. Lillo l' ascoltò senza ribattere. Le si avvicinò tenendo nel palmo della mano due sassolini scuri dalla forma strana, non ancora domati dalla forza del mare. - Sono due pietre laviche, vengono dalle viscere della Terra. Tu invece vieni dal Cielo, come gli angeli. È la prima volta che sento una donna sacrificare le proprie esigenze in favore di un' altra; sono ammirato dalla tua lealtà. Non temere, tu hai nel mio cuore un posto che lei non potrà mai occupare, come tu non potrai mai occupare il suo. Siete entrambe troppo importanti per me perchè io possa pensare di preferire l'una all'altra. Credo che tua sorella lo abbia capito, altrimenti non ti avrebbe lasciata venire con me. Queste parole ebbero l'effetto di rassicurarla, almeno in parte. Credeva di aver combinato un pasticcio concedendosi a Lillo; anzi, sarebbe stato più corretto dire " proponendoglisi", perchè infatti lui non aveva fatto altro che cogliere la mela che lei gli presentava. Le parole di Lillo le avevano fatto intendere invece che i sentimenti verso sua sorella non erano stati intaccati. Per quel che la riguardava, non gli si era data per un desiderio egoistico o per un raptus momentaneo, nè per sfogare degli istinti repressi o quant'altro, ma solo perchè si era accorta che quel ragazzo le piaceva davvero. O forse lo amava addirittura. Gli si fece più vicina, appoggiandosi con la testa sulla spalla di lui, con aria contrita. - Mi sento in un grande imbarazzo: non so come comportarmi con Maia, non so se faccio bene a nasconderle ciò che è successo, o se non sia più leale raccontarle tutto. - Non dirle niente di tua iniziativa; ma se ti fa domande, dille la verità. Cerca solo di tacerle i dettagli. Il brontolio del motore appena acceso impedì a Daniela di continuare il discorso; ma forse, pensò, qualsiasi ulteriore ricerca di una giustificazione plausibile avrebbe avuto solo l'effetto di confonderle le idee. Montò in sella, appoggiò la testa sulla schiena di Lillo e lentamente si avviarono al rientro. Maia era sulla veranda a curare le piante. Sentì la moto fermarsi sotto il portone e guardò giù. Erano proprio loro. Appoggiò a terra l' annaffiatoio e rientrò in casa. Si dette una controllata allo specchio e, un pò titubante, si avviò ad attendere l'ascensore. Quando li vide, capì che c'era qualcosa nell'aria. Riuscì a mascherare il nervosismo e seguì sua sorella in camera da letto, mentre Lillo si recava in cucina a prendere un bicchier d'acqua. Daniela frugò nell' armadio per cercare qualcosa da mettersi addosso. Quando sfilò la tuta, Maia si accorse che non aveva gli slip; fece finta di niente, si era imposta di non fare domande. Daniela si voltò, nuda com' era; guardò sua sorella e non resistette: - Ok, è successo. Maia era seduta sul letto. Scosse il capo: - C'era da prevederlo. Non me ne stupisco, vuoi due insieme siete come il fiammifero e la benzina... - Non temere, è innamorato di te fino al midollo. - Credi che te l'avrei lasciato se non ne fossi stata convinta? - Se ti dà fastidio, dimmelo e ti prometto che io e lui non rimarremo soli una seconda volta. - Ma no, così mi va bene, quello che fa con te è come se lo facesse con me. Fin che è nelle tue mani, è al sicuro. - Ehi, per chi mi hai presa, per una baby-sitter? L' umorismo di Daniela era un dono che non l'abbandonava mai. Maia sorrise e le dette una pacca sul sedere. - Dai, rivestiti; se quello entra e ti vede così , lo fai star male! Risero entrambe. In fondo era il loro uomo, ci tenevano a trattarlo bene. Uscirono dalla stanza, decisamente più rasserenate. L'una, perchè aveva definitivamente accantonato quel sottile senso di colpa che l'aveva tormentata lungo il viaggio di ritorno e l'altra, perchè cominciava ad entrare nell'ordine di idee che in fondo la situazione, per quanto apparentemente instabile, era sufficientemente sotto controllo. Lillo le vide entrare in cucina con un'aria complice che da sola bastava a spiegare tutto: Daniela aveva confessato e Maia aveva incassato il colpo senza finire a tappeto. Anzi, a giudicare dall'espressione del suo sguardo, era come se ne fosse addirittura contenta. Si insospettì. Per quel che ne capiva lui delle donne, dopo una confessione del genere l'una sarebbe dovuta scoppiare in lacrime per muovere l'altra a compassione e farsi perdonare, mentre l'altra avrebbe dovuto far la parte della furibonda e mollare magari qualche ceffone a risarcimento dell' onta subita. Lui avrebbe dovuto in ogni caso essere pestato tra l'incudine e il martello, accusato di aver mosso a tentazione l'una e contemporaneamente tradito a cuor leggero la fiducia dell'altra. Però, almeno fino a quel momento, l'aria si manteneva stranamente calma. Che le due stessero tramando di fargliela pagare in qualche modo? Non era da escludere. O, piuttosto, non era questo loro aver risolto tranquillamente una faccenda del genere, la perfetta dimostrazione che entrambe erano per davvero due donne "diverse"? Lillo fece finta di niente. Non sapeva se quell'apparente serenità era da considerarsi una vera schiarita o se piuttosto non fosse il preludio a una devastante grandinata. Trovò che non fosse il caso di appurarlo con domande dirette. Col proseguire della serata, la tensione si allentò definitivamente. Le due donne lo riempirono di gentilezze e lui ricambiò in pari misura, evitando di sbilanciarsi verso l'una piuttosto che verso l'altra. Daniela aveva diritto quanto sua sorella alle attenzioni di lui, nessuna delle due era meno importante dell'altra e, questo, ci teneva che apparisse loro ben chiaro. La grandinata non arrivò. Lillo capì che non sarebbe mai arrivata. In qualche modo, le due sorelle erano giunte ad un accordo. Quali fossero i termini dell'accordo, lui non lo sapeva e probabilmente non l'avrebbe mai saputo; ma non glie ne importava. La sua unica preoccupazione era di continuare a mantenersele strette, tutte e due in uguale misura. Facendo però credere a entrambe di essere la numero uno. Il chè, in fondo, corrispondeva alla pura verità. Maia era in volo da pochi minuti. Il suo capo l'aveva pregata di accompagnarlo in un viaggio di lavoro all'estero. Niente di particolarmente impegnativo: dovevano contattare un nuovo cliente e il capo voleva tastargli il polso di persona. Lei avrebbe avuto un ruolo marginale, quasi di rappresentanza. Non glie ne dispiaceva: in quel momento si trovava in una condizione psicologica non proprio ottimale. La sua mente era impegnata in pensieri del tutto estranei al lavoro perchè, approfittando della sua assenza, sua sorella e Lillo avevano deciso di passare proprio quella settimana da soli in casa di lei. L'aereo stava ora sorvolando un banco di nuvole. Maia guardò fuori cercando di distrarsi, ma non le servì a niente. Per tranquillizzarsi, ripeteva a se stessa che sua sorella non avrebbe fatto niente per portarglielo via, la conosceva bene. E poi, anche se avesse tentato, lui non ci sarebbe stato. E se invece ci fosse stato? Beh, allora voleva dire che non era quel grand' uomo che lei si figurava coi suoi occhi da innamorata. Ma ne era poi veramente innamorata? Non lo aveva ancora capito. E se, nel frattempo, in quel viaggio lei avesse incontrato un uomo che le piaceva, come avrebbe dovuto comportarsi? Di solito, gli uomini che le piacevano se li prendeva senza starci tanto a pensar su. Questa volta però non era del tutto sicura che un comportamento così disinvolto sarebbe stato leale nei riguardi di Lillo. Ma d'altronde, disse a se stessa tentando di giustificare un'eventuale avventura, non è che nel frattempo Lillo se ne stesse lì a giocare a birilli, con sua sorella... Ci pensò per tutto il viaggio, arrivando alla conclusione che non era il caso di mettere il carro avanti ai buoi. Se l' occasione si fosse presentata, avrebbe deciso seguendo gli umori del momento. All' aeroporto erano ad attenderli due funzionari della ditta con la quale avrebbero dovuto intraprendere la nuova collaborazione. Il più anziano era un tipo arcigno, tutto tirato, con un' espressione immusonita come se tutto il mondo gli dovesse qualcosa. L' altro invece, oltre ad essere molto più giovane, si presentava decisamente meglio. Maia lasciò che le prendesse il bagaglio ricambiando di buon grado il sorriso che lui le porgeva a mò di benvenuto. Quel suo nuovo cavaliere si mostrava di compagnia abbastanza gradevole e Maia cercò di fare del suo meglio per mantenere un atteggiamento amichevole nei suoi confronti. Era un bel giovane, di sicuro altrettanto ben messo di Lillo, e poi sorrideva sempre. C'era di che farci su un bel pensierino. Giunti in azienda, Maia e il suo capo presero strade diverse, l' uno a colloquio riservato col cliente e l' altra, guidata dal tizio più giovane, in giro a visitare l' azienda. Tutto sommato le era andata bene, concluse Maia tra sè: aveva evitato di doversi sorbire interminabili discorsi dei quali in fondo le importava ben poco; il suo capo avrebbe saputo cavarsela egregiamente anche senza di lei. Il giovane che l' accompagnava, pur comportandosi sempre in maniera gentile e premurosa, aveva un grande difetto: parlava sempre lui. Probabilmente, riteneva di essere il perno dell' Universo. Dopo un lungo giro, si diressero all'angolo bar a prendere un caffè. Si sedettero a un tavolino e lì il buon uomo decise di giocare la sua carta: - Stasera danno una festa a casa di amici, è tutta gente simpatica, vuol essere dei nostri? Le garantisco che non troverà il tempo di annoiarsi. - Per me potrebbe anche andar bene, se il mio capo non deciderà di assegnarmi i compiti a casa. - Cerchi di liberarsi, vedrà che si divertirà. - Vedremo, potrò deciderlo solo al momento. Avrebbe preferito dire subito di no, ma sarebbe stato come arrendersi senza combattere. Doveva vincere questa sua dipendenza da Lillo, o meglio, liberarsi dalla convinzione di appartenere completamente a lui. Doveva permettere anche ad altri di corteggiarla, di ammirarla, di desiderarla con sufficienti probabilità di successo. Voleva confermare a se stessa di essere ancora del tutto padrona dei propri desideri. Il suo cavaliere venne a prenderla per tempo e la condusse in una grande villa di campagna. Il capo le aveva lasciato la piena disponibilità della serata e così lei aveva finito per accettare l'invito. Le sarebbe quantomeno servito per distrarsi un pò. La comparsa di Maia, come era da prevedere, calamitò subito l'attenzione dei maschi presenti. Lei cercò di essere gentile ed affabile con tutti, senza però concedere superflua confidenza. Il suo accompagnatore aveva pur diritto almeno a una parvenza di fedeltà da parte sua. Col passare del tempo, l'alcool prese a modificare gli atteggiamenti dei festanti, all' inizio piuttosto contenuti: signori che la buona creanza costringeva a un fare compassato, ora ridevano apertamente a sgangherate battute; qualcuno che nella vita quotidiana doveva sicuramente essere un individuo austero e irraggiungibile, ora si sbilanciava nel fare imitazioni e nel raccontare barzellette sconce. La maschera che ognuno di loro era costretto a portare nella vita di tutti i giorni, scompariva a poco a poco disciolta dai vapori del bere e dalla consapevolezza di essere tra persone verso le quali era inutile mostrarsi diversi. Tra le donne, tutte elegantissime, qualcuna manovrava con discrezione per allacciare alleanze o indire tradimenti ai danni di mariti ed amiche. Agli occhi attenti di Maia non sfuggiva nulla: ogni più piccolo segnale d'intesa tra i complici cadeva sotto il suo sguardo indagatore. Certo, la sua morale le impediva di condividere l' andazzo, ma seguire inosservata certe manovre nascoste, in fondo la divertiva; era come spiare, non vista, dal buco della serratura. A un certo punto della festa, poco distante da lei venne a formarsi un capannello di gente schiamazzante. Maia si fece dappresso per capire meglio cosa stesse succedendo. Con un codazzo di sostenitori, una elegante signora sui cinquant' anni si agitava a gran voce per proporre una specie di lotteria riservata alle signore: era in palio un anello con brillanti. Visto il premio, tutte si affrettarono a dare la propria adesione, accalcandosi intorno alla donna. Quando vennero rivelate le condizioni di partecipazione, un certo disorientamento si impadronì del pubblico vociante: la vincitrice avrebbe dovuto mostrare le sue grazie in pubblico, a qualsiasi fascia di età appartenesse. Si ebbe qualche defezione, ma la maggior parte delle donne presenti accettò la sfida. Maia era in quel numero. Non sapeva neppure lei cosa l' avesse spinta a dare la sua adesione; forse l' aveva fatto più per l' emozione del rischio di doversi mettere nuda davanti a tutta quella gente, che per il desiderio di entrare in possesso del gioiello. Fu approntata una scatola con delle palline colorate: l' unica pallina nera avrebbe designato la fortunata. Le signore presero a sfilare davanti alla scatola, ognuna infilando la mano per estrarre la sua pallina. Prima ancora che giungesse il turno di Maia, un urlo segnalò che la pallina nera aveva trovato la sua destinataria. Era andata in sorte a una ragazza giovanissima, forse quindici o sedici anni, figlia di qualcuno dei convenuti. Era una ragazza alta, molto ben formata per la sua età e all'apparenza per nulla imbarazzata del pegno che sarebbe stata di lì a poco chiamata a pagare. Le luci furono abbassate e un solo faretto illuminò la vittima sacrificale, lasciando gli spettatori in un'oscurità carica di aspettative. Una musica adatta all' atmosfera dette inizio al rito del sacrifizio. La ragazzina prese a danzare lentamente, con dei movimenti sinuosi, tipici di quelle adolescenti abituate a stare ore intere davanti allo specchio a studiare quelle mosse che, a parer loro, le avrebbero rese meno impacciate e più seducenti agli occhi dei ragazzi. Maia osservò che, per essere così giovane, la ragazzina sapeva muoversi proprio bene, procedendo con i ritmi giusti, senza fretta ma anche senza esitazioni. Ora danzava in reggiseno e slip, nel silenzio ansimante del pubblico attentissimo. Maia si disse che tra quel pubblico dovevano ben esserci i genitori della ragazzina e li cercò con lo sguardo per poterne scrutare l'espressione. Li scorse quasi di fronte a lei, che guardavano il dimenarsi languido della loro figliola, entrambi con un'espressione di attento compiacimento. Con mosse studiate, la mano della ragazzina prese a tirar via lentamente il reggiseno; due seni dritti e ben formati apparvero nel loro luminoso biancore a concentrare l'attenzione degli astanti. Anche Maia si sentì vertiginosamente attratta dalle punte dritte di quei capezzoli rosei, che le movenze ora più lascive della ragazza facevano appena tremolare in cima a quei seni da sirena incantatrice. Un brivido le percorse la schiena, mettendola ancor più in tensione: lo spettacolo non la lasciava indifferente, come non lasciava indifferenti gli altri spettatori. La ragazzina continuava a dimenarsi come un' odalisca, occupando l'attenzione di tutti come un serpente che incanta la preda prima di lanciarsi a divorarla. Improvvisamente, Maia sentì una mano infilarsi sotto il suo giacchino e percorrerle delicatamente la pelle. Il suo cavaliere si era fatto intraprendente, pensò. In un primo momento le venne l' istinto di scostarsi, però la situazione la eccitava e lasciò che la mano continuasse indisturbata il suo percorso. Sotto il giacchino non portava niente; le dita leggere le accarezzavano voluttuosamente il fianco, sottolineando l' attaccatura del seno. Quando il tocco si fece ancora più audace, lei si voltò appena, per agevolarne il movimento. Si accorse allora, con la coda dell'occhio, che il delicato esploratore non era affatto l' uomo che l' aveva accompagnata: era invece un distinto anziano signore, che le era stato presentato come il conte di nonsocosa. Il cuore prese a batterle più forte. Senza esternare turbamento alcuno, nè tentare di incrociare lo sguardo del vecchio signore, riprese a guardare lo spettacolo lasciando che la mano estranea continuasse indisturbata a possedere la sua pelle. La ragazzina era giunta nel frattempo a scoprire un fianco, abbassando gli slip di lato e lasciando intravedere una piccola porzione del triangolo pubico. Le dita dell' anziano signore si erano impadronite intanto del seno di Maia e ne stringevano il capezzolo eretto, causandole un fitto piacere. Il respiro le si mozzava in gola e lingue di fiamme la percorrevano tutta, fino a incendiarle il cervello. Ora la ragazzina era nuda e danzava con movimenti più ampi e lascivi, tesi a portare al parossismo la già ipnotizzata platea. La danza continuò per un tempo sufficiente ad appagare l'attenzione degli astanti, poi la musica diminuì lentamente di volume, affievolendosi sempre più e infine interrompendosi, lasciando così che la ragazzina smorzasse i suoi movimenti facendoli terminare in un inchino. Le luci vennero riaccese. Maia si accorse che l'anziano signore si era allontanato da lei ed ora applaudiva calorosamente con gli altri, a qualche metro di distanza, ignorandola come se non le fosse mai stato vicino. Una signora del pubblico si era intanto avvicinata alla ragazzina e le aveva pinzato un paio di splendidi orecchini ai capezzoli eretti. Dopo una piroetta per mostrare al pubblico quei suoi nuovi trofei, la ragazzina ritirò l'anello che le era dovuto come premio, raccolse gli abiti e si allontanò verso la casa per ricomporsi. I suoi genitori applaudirono ancora con gli altri, fino a che lei non scomparve del tutto dalla vista. La serata riprese con un'esibizione di canto. Dopo un pò, la ragazzina ricomparve, facendo finta di niente, come dimentica di essere stata fino a qualche minuto prima l' oggetto di desiderio di tutti i presenti. Qualche sguardo la seguì al suo apparire, ma ben presto l' interesse dei convenuti tornò a focalizzarsi sulle solite cose. Maia attese il momento più adatto per avvicinarla: quella ragazzina la incuriosiva terribilmente. - Ciao, mi chiamo Maia, e tu? - Giselle. Ho quasi sedici anni, so che stai per chiedermelo. Maia cercò i suoi occhi. Era una ragazzina simpatica, dallo sguardo luminoso e vivido di quella luce che solo una grande intelligenza può accendere. - Sai, sei stata formidabile poco fa. Non immaginavo che sapessi muoverti così bene! - Vado a scuola di danza da quando ero bambina. - Posso farti una domanda imbarazzante? Gli occhi di Giselle presero a brillare ancora di più. Non conosceva la donna che le stava di fronte, ma capiva di potersene fidare. - Dai, spara! - Che effetto ti ha fatto danzare nuda davanti a tutta quella gente? La ragazzina la guardò fissa negli occhi: - E a te che effetto ha fatto guardarmi? - Non scandalizzarti, mi ha eccitata da morire - ammise Maia con voce roca. - Se proprio lo vuoi sapere, ha fatto lo stesso effetto anche a me - rispose lei senza abbassare lo sguardo. - Non ti sei sentita imbarazzata dalla presenza dei tuoi genitori? - Al contrario! Mi sono scatenata proprio quando ho visto in che condizioni era ridotto papà! Maia ebbe un attimo di esitazione: che la ragazzina non fosse poi così ingenua come lei pensava? Ormai la curiosità le invadeva i sentieri della mente come un irrefrenabile torrente di montagna. - Prendi qualcosa da bere? - Si, grazie, un succo di pompelmo. Maia provvide a recuperare le bevande e tornò a sedersi vicino a Giselle. - Cos'è che ti ha eccitata di me? - volle sapere la ragazzina, a sua volta incuriosita da quella nuova conoscenza. - Beh, un pò il modo che avevi di muoverti, e un pò l' immaginare cosa stessi provando a ballare in quella maniera davanti a tutti. - Sono stata proprio così provocante? - gli occhi di lei continuavano a sprizzare scintille, come due pietre focaie. - Nel modo in cui lo hai fatto, credo che siano rimasti sconvolti un pò tutti. - Oh, per così poco! Basta che vedano un culo e due tette per non capire più niente...Non ti sembra esagerato? - No, non mi sembra esagerato affatto. Non hai idea di quali sensazioni possa scatenare negli altri quel tuo modo di muoverti! Sono sicura che avresti ottenuto lo stesso effetto anche ballando vestita. - Uh, non sapevo di essere così sexy! - Non te lo ha mai detto nessuno? Non hai un ragazzo? - No, non ancora. Vale per entrambe le domande. Maia non se lo aspettava. - Sei vergine, allora? - Beh, se per vergine intendi non essere mai stata a letto con un ragazzo, allora si, sono vergine. - Altrimenti? - Beh, sai, io studio in collegio; siamo tutte ragazze e la voglia c'è. La mia presenza fisica è...come posso dire...molto richiesta. Comprendimi. - Si, capisco... - Maia abbassò la testa quasi a voler nascondere il rossore che le proveniva da un improvviso desiderio. - Ti scandalizza? - si allarmò Giselle. - No, affatto; intendevo dire che capisco i desideri delle tue amiche, perchè hai fatto venir voglia anche a me! - Non l'avrei mai pensato! Davvero ne hai voglia? - Da morire. Maia sollevò la testa. Gli occhi della ragazza la frugavano dappertutto. - Anche tu sei molto bella, credo che piacerebbe anche a me. Maia si rendeva conto di stare sul punto di lasciarsi coinvolgere in un gioco pericoloso, ma le parole le uscivano di bocca senza che lei riuscisse a controllarle. Giselle, invece, sembrava più padrona di se, ma in quell'occasione giocava in condizioni di vantaggio. Si guardarono per un attimo in silenzio, poi la ragazzina riprese: - Senti, dico ai miei che devo mostrarti una cosa, chessò, le mie poesie. Insomma, invento una scusa e ce ne andiamo a casa mia, lì potremo fare quello che ci pare. Ti va? - Pensi che i tuoi ti lasceranno andare? - Maia non riusciva più a controllare il timbro della voce, ma non le importava. Voleva comunicare alla ragazzina, senza alcun pudore, tutta l' intensità della sua eccitazione. - Provo a chiederglielo. Giselle si alzò, immergendosi tra la gente alla ricerca dei suoi genitori. Maia intanto si premurò di dare un'occhiata in giro per rintracciare il suo infedele accompagnatore: avrebbe pur dovuto avvertirlo che si sarebbe allontanata dalla festa. Lo aveva perso di vista durante l' esibizione della ragazza e fino a quel momento non era ancora riapparso. Probabilmente aveva agganciato qualcuna più disponibile di lei e, approfittando della sua momentanea distrazione, se l' era filata senza dare nell' occhio. Di lei non glie ne importava poi granchè, evidentemente. Giselle fu presto di ritorno. I suoi genitori non sarebbero rincasati prima della mattina, perciò loro due avrebbero avuto il campo libero per tutto il resto della notte. Si allontanarono con discrezione, prendendo posto in un taxi chiamato all' occorrenza. In macchina, si tennero la mano come due fanciullette alla prima marachella. Durante il percorso, a Maia cominciarono a montare degli scrupoli: lei non era un' adolescente come Giselle, ma una donna con una reputazione da difendere. Stava correndo il pericolo di invischiarsi in una situazione per la quale difficilmente avrebbe potuto fornire convincenti giustificazioni. Ma gli occhi di quella ragazzina l' avevano stregata. La curiosità di sperimentare di persona come Giselle fosse capace di cavarsela con certi giochini, era divenuta in lei più forte di qualsiasi paura. - Ci pensi ai ragazzi? - le chiese d' un tratto. - Certo che ci penso, cosa credi! Ma finora ho potuto frequentare solo ragazzi della mia età, sai che roba!... - E se ci scoprissero i tuoi? - aggiunse Maia in un ritorno di scrupoli. - Ma no, loro non tornano mai prima del mattino, stà tranquilla! - Cosa pensi che direbbero se venissero a saperlo? - Oh, probabilmente mi chiederebbero com' è andata. - Davvero? - Maia era chiaramente stupita da una risposta del genere. - Ma si, i miei non danno grande importanza a certe cose; anzi, se non ti dà fastidio, credo che lo dirò a mia madre: a lei dico tutto. - Proprio tutto? - Proprio tutto, so che posso fidarmi. - E tuo padre? - Oh, a mio padre credo che riferisca tutto mia madre; non ne sono perfettamente sicura, ma qualcosa mi dice che è così. Penso proprio che anche lui sappia tutto di me e, se devo essere sincera, non mi dispiace affatto. - Beata te! Non è da tutti avere dei genitori così. - Si, penso di essere stata fortunata in questo senso. Intanto il taxi si era fermato davanti al cancello di una casa patrizia. Maia cercò la borsetta per prendere i soldi, ma già la ragazzina aveva estratto una banconota e stava pagando la corsa. La casa di Giselle denotava l'alto livello sociale della famiglia che l'abitava. Al momento, in casa c'era solo una cameriera; il resto della servitù avrebbe preso servizio la mattina dopo. La ragazzina guidò subito Maia in camera sua. La stanza era molto graziosa, piena di animaletti di pelouche e di oggettini collocati in numerose mensolette lungo i muri. Il letto era in ferro battuto, laccato di un delicato verdino quasi trasparente. A terra, un enorme tappeto di pelo lungo; accanto al letto, uno specchio ovale mantenuto da un trespolo anch' esso in ferro battuto. Maia ne ebbe un' impressione di sofficità, di tenerezza, come se quella stanza fosse un nido accogliente, protetto dalle cattiverie del mondo esterno. - Ti piace? - le chiese Giselle con un pizzico di civetteria. - È delizioso, davvero! La ragazzina aveva preso ora a guardarla fissamente. Maia capì di non essere più in compagnia della bambina dei pelouches, ma di una femmina desiderosa di soddisfare le proprie curiosità e di sperimentare le proprie capacità di seduzione con una donna autentica, non con le amichette inesperte del collegio. Sentì di non doverla deludere. Si portò al centro del tappeto e, lentamente, cominciò a spogliarsi. A casa con Daniela, Lillo giocava a fare il marito. La sintonia tra di loro era perfetta: lui, che in casa sua non sollevava da terra nemmeno uno spillo, aiutava Daniela nelle faccende domestiche prestandosi a tutte le richieste di lei. In cucina non ci sapeva fare granchè, ma dava una mano anche lì, pieno di buona volontà. Stranamente, ora che erano liberi di fare ciò che credevano, a lui non veniva quella smania di fare l'amore che invece pensava avesse dovuto assalirlo fin dal primo momento. La compagnia di Daniela era appagante di per sè. Lui godeva della semplice presenza di lei, del suono della sua voce, del calore delle sue risate. Era come se ognuna di queste sensazioni contribuisse a riempirlo di lei al pari dei baci e delle carezze. Daniela era una presenza positiva, allegra, sempre pronta alla battuta, premurosa ma non assillante, affettuosa ma non appiccicosa. Dove era lei, l'ambiente si saturava di luminosa serenità. A letto, amava prendersela comoda. A differenza di Maia, che spesso tendeva a voler dominare il campo, lei si mostrava invece di una sottomissione totale. Le piaceva sentirsi schiava, pronta a soddisfare qualsiasi desiderio del suo padrone. Quando Lillo, dopo tanto giocare, la possedeva sul serio, lei gli si apriva come l' acqua del mare alla chiglia della barca, per poi richiudersi e riaprirsi di nuovo, in un lungo estenuante movimento che li portava a fondersi l' uno nell' altra, fino all' anima. Entrambi erano perfettamente consapevoli di star vivendo dei momenti presi in prestito. Al ritorno di Maia, ognuno avrebbe ripreso il proprio ruolo, nonostante tutte le emozioni che quel sogno potesse aver lasciato nel loro corpo e nella loro mente. Sarebbe stato come mangiare un gelato: bello finchè durava, leccato avidamente fino a ritrovarsi tra le mani soltanto il cono vuoto. E in quel momento, inutile star lì a rimpiangere il gelato che non c'è più: via il cono e arrivederci al prossimo gelato, qualsiasi fosse il gelataio che l' avrebbe fornito. Sul volo di ritorno, i pensieri di Maia non riuscivano a staccarsi dalle immagini della storia avuta con Giselle. Quella fatidica notte, entrambe avevano davvero esagerato. Non sapeva spiegarsi cosa mai l'avesse spinta a cercare un' avventura così pericolosa: forse la gran curiosità di entrare nel mondo interiore della ragazzina, o forse l' irresistibilità dei suoi sguardi. Come se quegli occhi l'avessero a tal punto ammaliata da indurla a comportarsi non secondo la propria volontà ma in risonanza alla volontà dell' altra. Il desiderio di Giselle nei riguardi di lei si era rivelato infatti ben più violento che non il suo ed era stata proprio la ragazzina a decidere come condurre il gioco. Maia doveva ammettere di essersi lasciata completamente soggiogare dai capricci e dalle fantasie di una piccola lussuriosa che, in un momento di pausa, non si era fatta scrupoli di telefonare alla sua amica del cuore per invitarla a partecipare al divertimento. L'amichetta aveva accettato di buon grado, segno che le due non erano nuove a quel genere di sollazzi. Ciò che era successo poi, difficilmente Maia avrebbe avuto il coraggio di raccontarlo. Si era lasciata fare tutto ciò che avevano voluto, oltre ogni limite. E sottomettersi fino a quel punto, dovette confessare a se stessa, le era piaciuto al di là di ogni possibile immaginazione. Lo avrebbe raccontato a Lillo? No, credeva proprio di no, non sarebbe stato il caso. Con la sua ottica di maschio non avrebbe mai potuto capire, e forse si sarebbe fatta un' idea sbagliata di lei. In un altro momento, può darsi, più in là nel tempo, gli avrebbe raccontato qualcosa; ma le situazioni più intime le avrebbe tenute solo per sè, nel cassetto più nascosto della propria memoria. L'aereo aveva incominciato a perdere quota, approssimandosi l'atterraggio. Maia ebbe un brivido improvviso: e se avesse ritrovato Lillo completamente perso dietro sua sorella? Temette di aver fatto il più grosso errore della sua vita a lasciare che tra i due si stabilisse tutta quella confidenza. Ma tant' è, ormai era fatta! L' aereo toccò terra con un lieve sobbalzo. Il momento della verità era lì, sotto la scaletta, nella sala d' aspetto, pronto a colpirla nel profondo del cuore. I suoi timori si mostrarono fortunatamente infondati. Lillo l'aveva accolta coi suoi soliti modi galanti, espansivo ed affettuoso come lo aveva lasciato. Daniela a sua volta non fece pesare il rammarico di dover tornare nuovamente in seconda linea. Ci sarebbero state altre occasioni, ne era sicura. Una settimana era già trascorsa dal rientro di Maia. Daniela aveva ripreso i bambini ed era tornata a casa sua. Di come avessero trascorso quei giorni di libera uscita, tra le due non se ne parlò del tutto. Maia aveva preferito non fare domande, dando per scontato che il suo uomo avesse goduto appieno della compagnia di sua sorella. Nè Lillo aveva ritenuto di chiederle come a sua volta avesse passato le sue notti. Ancora una volta, Maia aveva avuto la prova della lealtà di sua sorella: dopo la partenza di Daniela, aveva dormito con lui più volte e Lillo era stato con lei dolce e affettuoso come non mai. Era ancora pienamente il suo uomo, non aveva dubbi. Anche se entrambi rimanevano pur sempre due spiriti liberi. Sama si fece viva per telefono, chiedendo a Lillo se poteva accompagnarla alla cascina. I due avevano già stabilito che un giorno ci sarebbero andati con l' ultraleggero e questa doveva essere la volta buona. Si incontrarono all' aeroporto la mattina dopo. L' aria era fresca, l'ora mattutina non aveva ancora concesso al sole la possibilità di esprimersi nella sua piena potenza, ma tutto lasciava supporre che sarebbe stata una giornata di calore ruggente. L' ultraleggero era già sulla piazzola, col motore acceso. Lillo completò i controlli pre-volo e consegnò a Sama il casco da indossare. Saliti a bordo, dette tutta manetta per un attimo, poi liberò le ruote dalla morsa dei freni. Rullò lentamente fino alla testata della pista ed attese l'autorizzazione al decollo. Col movimento progressivo della mano di Lillo sulla manetta del gas, l'aereo prese a muoversi sempre più veloce lungo la pista, fino a staccarsi da terra segnando l' azzurro del cielo coi suoi brillanti colori. Lillo si portò in quota lentamente, predisponendosi, con una leggera virata, verso la direzione prefissa. Sama osservava tutti i suoi movimenti e ogni tanto gli chiedeva chiarimenti sul modo di condurre quel tipo di aereo. Lillo, accortosi che la donna non doveva essere del tutto a digiuno di tecniche di pilotaggio, rispondeva di buon grado, compiaciuto di tale attento interessamento. Le chiese se le sarebbe piaciuto imparare a pilotare, e di rimando Sama gli confermò di non essere nuova a quel genere di esperienza, avendo già pilotato degli alianti anni prima, quando era più giovane. Lillo non commentò, ma in cuor suo non credette a una sola parola su quella storia degli alianti: Sama era una brava donna d'affari e a letto era superba, ma gli aerei non erano di certo affar suo. Probabilmente doveva essersi limitata a leggere qualche manuale divulgativo su come funziona un aeroplano, ma nulla di più. Nonostante la scarsa considerazione sulle capacità aviatorie della sua passeggera, quando lei chiese di poter prendere i comandi, lui si limitò ad alzarsi un pò di quota, per sicurezza, cedendole poi il controllo dell'aeroplano, senza fare commenti. Nelle mani di Sama, l' aereo prese a procedere tentennando e sobbalzando come se stesse percorrendo una strada di campagna tutta buche e sassi. Ben presto però, la donna riuscì a mantenere con sufficiente accuratezza l' assetto ottimale, cimentandosi di tanto in tanto in qualche leggera virata di assecondamento. Lillo la lasciò fare di buon grado, senza trovarsi mai, peraltro, nella necessità di dover intervenire. Raggiunti i punti di riferimento, Sama provvide ad orientare l'aereo sulla giusta rotta, dosando le manovre con sicurezza e precisione, come se l'avesse pilotato da sempre. Lillo dovette ricredersi. Altro che alianti! Sama mostrava una padronanza di coordinamento tra cloche e pedali che non poteva di sicuro aver acquisito con la sola lettura di un manuale, nè men che mai pilotando alianti, anche perchè mostrava di saper equilibrare con esattezza la potenza del motore a seconda delle variazioni di assetto dell' aereo, e gli alianti non avevano motore! Quella donna non glie la raccontava giusta. In effetti, nessuno poteva dire di conoscere Sama fino in fondo. Solo Giò sapeva qualcosa di più sul suo conto, ma ne parlava, le rare volte che qualcuno tentava di entrare in argomento, in termini assolutamente generici. Per tutti, era un' attiva donna d' affari e basta. Però, e Lillo in cuor suo andava convincendosene sempre di più, con gli aerei doveva avere una dimestichezza ben più grande di quanto voleva far credere. Sotto l' accurato pilotaggio di Sama, l' aereo giunse in prossimità della cascina. Lillo, tornato in possesso dei comandi; sorvolò un paio di volte lo spiazzo destinato all' atterraggio e lo ritenne idoneo. Mise l' aereo controvento e lo lasciò scarrocciare fino a portarsi quasi sulla verticale del punto in cui aveva stabilito di toccare terra. Ridusse bruscamente la velocità lasciando che l' aereo perdesse rapidamente quei metri di quota che lo separavano dal terreno e, quando le ruote stavano per toccare il suolo, dette manetta quanto bastava a risollevare l' aereo di quel minimo sufficiente a rendere il più leggero possibile l'impatto. Toccò terra appena più in là di quanto stabilito e, dopo un corto rullaggio, riuscì comunque a fermarsi entro uno spazio sufficientemente breve. - Complimenti! - gli fece Sama - una bella manovra! - Anche tu te la sei cavata benino, in volo. Il cuore mi dice che avresti saputo atterrare in questo modo anche tu. - Dì al tuo cuore di non correre troppo con la fantasia! Ribattè lei ridendo. Ma Lillo non la bevve. Sarebbe pur giunto il momento in cui avrebbe avuto chiara la verità. Sulla via del ritorno, per esempio, avrebbe potuto fingere un malore e obbligare lei alla manovra di atterraggio: sarebbe stata costretta a compierla fino in fondo, se avesse voluto salvarsi. Però, a pensarci bene, un trucco del genere con Sama non avrebbe mai funzionato. Era troppo sveglia per cascare in un tranello così banale. Gli avrebbe lanciato una delle sue famose battute di spirito, costringendolo a ridere, e allora addio trucchetto. No, bisognava studiarne una migliore. Intanto, alla cascina, l'atterraggio aveva avuto spettatori. Un gruppetto di ragazzi si era portato fuori, ad accogliere gli inattesi visitatori. - Ehi, ragazzi, niente lavoro oggi? - li apostrofò Lillo allegramente. - Salve, possiamo esservi utili in qualcosa? - rispose educatamente il più anziano di loro. - Non ci riconoscete? Siamo stati a cena insieme la notte del temporale. - Ah, è vero, ora vi riconosco. Si, ricordo benissimo, voi eravate in quel gruppo che è stato da noi poco tempo fa. Beh, dovete ammettere di avere scelto un modo alquanto inusuale per tornare a farci visita! - Oh, niente di strano, è solo un modesto aeroplanino. - Siete venuti per i vostri amici, suppongo. Sono giù alle serre, se è loro che cercate. - Si, dovremmo incontrarci con loro. C'è un mezzo per arrivare lì in fretta? Ci va bene anche un trattore. - Abbiamo una jeep in garage, è malandata ma va ancora. Potete prenderla, le chiavi sono nel quadro. - Ah, si, la conosco. Possiamo? - Prego! Lillo si diresse verso il garage, dando nel frattempo uno sguardo furtivo lì intorno alla ricerca delle rosse chiome di qualcuna delle ragazze americane; ma senza successo. Tirata fuori la jeep dal garage, raccolse Sama al volo e si diresse spedito in direzione delle serre. Avrebbe forse trovato lì le sue americane. Ancora una volta, dovette rimanere deluso. Delle americane nemmeno l'ombra. Rimasero un pò a chiacchierare con i padroni di casa, poi Sama comunicò a Lillo che aveva necessità di trattenersi fino al giorno dopo. Il giovane si assicurò che ci fosse la disponibilità di un mezzo per ricondurla in città e, avutane conferma, preferì prendere congedo. Tornato alla cascina, ripose la jeep in garage e dette voce ai ragazzi per salutarli. Si avviò a testa china verso l' aeroplano e prese il casco poggiato sul sedile. Indossandolo, dette ancora una volta uno sguardo alle finestre. Nessuno. Avviò il motore e si mosse piano per orientarsi controvento. In quel momento la vide. Dietro i vetri di una delle finestre del secondo piano, due intensi occhi celesti lo fissavano. Era proprio lei, l' americana! La finestra si aprì e una chioma rosso-dorata si sporse all' esterno. Lillo salutò con la mano. La ragazza rispose. Lui le mandò un bacio. Lei sorrise. Contento di averla rivista, completò la manovra di posizionamento e si apprestò al decollo. Inchiodò i freni, dette tutta manetta e, quando il motore urlante fu pronto a dare sfogo a tutta la sua potenza, mollò i freni di colpo e partì come una saetta, guadagnando il cielo in un' impennata quasi verticale. Prese quota, poi si abbassò di nuovo a sorvolare la cascina con un passaggio radente. L'americana era ancora alla finestra, ad osservare le sue evoluzioni. Lillo virò stretto, fece un altro rapido passaggio, poi si allontanò, divenendo ben presto solo un puntino colorato nell' azzurro sereno del cielo, per scomparire infine dietro la collina. Era già ora di pranzo, quando l'aereo terminò il rullaggio lungo la pista dell'aeroporto. Lillo si diresse verso la piazzola di sosta e fermò l' aereo davanti all' ingresso dell'hangar. Il meccanico si avvicinò solerte per prendere in consegna il velivolo. - Dà un'occhiata all' altimetro, ha tendenza a sottostimare. - Gli fece Lillo, non appena messi i piedi a terra. Il meccanico annuì e, aiutato da un volenteroso collega, si apprestò a spingere l' aereo verso il parcheggio. Lillo rimase ad osservare per un attimo, attento come un padre verso il proprio figliolo, poi prese a caracollare verso il bar per mettere qualcosa sotto i denti. Il bar era molto frequentato a quell' ora. Lillo si tenne in disparte. Tutto era come al solito: i soliti piloti che si scambiavano le solite impressioni, le donne che cicalavano dei soliti argomenti, e i bambini che, come al solito, si rincorrevano scansando di misura gli infastiditi astanti. Tutto come al solito. Una lagna assoluta! Finì il suo panino, bevve la sua aranciata, salutò tutti con un ampio cenno della mano ed uscì. Non era il caso di rimanere oltre in quella noia quotidiana. Il pomeriggio era appena iniziato e gli si poneva il dilemma di come impegnarne la continuazione. A quell' ora, erano tutti a tavola o a riposare. Solo le cicale sembravano non conoscere stanchezza in quel loro incessante frinire. Scrollò via un insetto che gli era volato sulla spalla, si diresse verso l'auto e, con pigra lentezza, si apprestò a tornarsene in città. Guidava lentamente, con un braccio fuori del finestrino, pronto a cogliere qualsiasi occasione per cambiare percorso. L' idea di vedere Alessia lo colse all' improvviso. Un desiderio intenso di sentirla accanto a sè, libera di chiacchierare e di scherzare come non succedeva più da anni, anzi da quando lei aveva avuto la malaugurata sorte di incontrare quel pomodoro pelato di Giulio. Compose il numero al radiotelefono e attese. Alessia era stata sua compagna di classe al liceo, poi si erano persi di vista, per ritrovarsi ancora all' Università, anche se frequentando corsi differenti. Ai tempi del Liceo, Alessia era un tipo molto riservato e taciturno. Un autista l' accompagnava a scuola al mattino e veniva a riprenderla alla fine delle lezioni. Aveva un'aria triste, a quell'epoca, ed era facile immaginare perchè: non dava eccessiva confidenza a nessuno, non si truccava, non fumava e non diceva parolacce. Però era gentile e, per quanto possibile, sempre disponibile a passare i compiti e a lasciar copiare i compagni. Fisicamente faceva gola a molti, ma nessuno se l' era mai sentita di tentare un approccio che, pressocchè di sicuro, si sarebbe concluso con risultati catastrofici. Dopo la laurea, Alessia era leggermente cambiata. Aveva conosciuto un certo Giulio, manager di un' azienda di stato, e se ne era fidanzata col benestare della famiglia. Benestare che venne presto meno quando lei si espose al veto dei suoi per voler andare a vivere da sola; beninteso, in compagnia del suo fidanzato. Giulio aveva conosciuto Alessia in un modo curioso: erano entrambi in volo per l' Inghilterra; lui pensava che lei fosse inglese e così le si era rivolto in inglese. Alessia a sua volta pensava che l' inglese fosse lui. Conversarono in inglese per tutta la durata del volo. Solo alla fine del viaggio, lungo la passerella che li conduceva nelle sale d'aspetto scoprirono, con grande scoppio di risa, di provenire entrambi dalla stessa città. Nacque così la loro amicizia e ben presto si fidanzarono. Giulio piacque subito ai genitori di lei: distinto, cortese, di ottima famiglia, proprio quel che si dice un buon partito. L'uomo aveva però la perversa capacità di sapersi rendere antipatico a tutti, massimamente agli amici di lei. Forse per il timore che qualcuno di loro avesse potuto portargliela via, o quantomeno indurla in tentazione. Lillo in particolare, considerava Giulio un' aringa in doppiopetto e continuava a domandarsi come potesse una ragazza carina e tenera come Alessia, perdersi dietro un essere di così intensa e mefitica antipatia. Dopo qualche squillo, dall' altro capo del telefono arrivò la conferma: lei era in casa, da sola. Lillo annunciò che stava arrivando, sarebbe stato lì entro qualche minuto. Alessia venne ad aprirgli in vestaglia, con i capelli raccolti in una crocchia e senza un filo di trucco, quasi fosse appena uscita dalla doccia. La casa appariva tenuta in modo trasandato: pile di roba da stirare giacevano abbandonate sulle sedie e montagne di libri e di carte ingombravano l' unico tavolo esistente nella stanza. Lillo rimase dapprima un pò stupito da tanta trascuratezza, ma ci mise poco a dedurre che tutto quel disordine non era altro, in realtà, che un moto di ribellione violenta a tutte le costrizioni che la ragazza aveva dovuto subire in casa dei suoi genitori. La baciò sulla guancia, gesto assolutamente proibito in presenza di Giulio; lei ricambiò sfiorandogli le labbra. Se Giulio fosse stato presente le avrebbe di sicuro mollato un manrovescio. Alessia non fece il benchè minimo tentativo di giustificare il caos in cui si era fatta sorprendere; disse semplicemente a Lillo di cercarsi una sedia libera, mentre andava a procurarsene una per sè direttamente in cucina. Si guardarono in silenzio. A lei Lillo era sempre piaciuto, ma lo considerava irraggiungibile, un essere di un altro pianeta che mai avrebbe perso il suo tempo con una bamboccia come lei. Avrebbe voluto ringraziarlo, adesso che erano soli, di tutte le volte che la sua immagine fissa nella mente, aveva riempito le sue notti insonni. Quante volte si era contorta e aveva pronunciato il suo nome, in uno spasimo che la lasciava distrutta e appagata al termine di ore intere di romanzi a puntate dove l' unico eroe era lui, il ragazzo che tutte volevano e che nessuna riusciva ad avere! Lillo ruppe il silenzio: - Sai, è dai tempi del liceo che aspettavo questo momento. Il cuore di Alessia prese immediatamente un ritmo da galoppo. Se diceva così, allora non gli era poi tanto indifferente! Maledisse la sua timidezza e tutte quelle stupide inibizioni che l' avevano sempre tagliata fuori dalla normale vita di ragazza. Lillo proseguì: - Non c' era mai verso di poterti parlare da sola, di poter fare due passi con te. Se solo ne avessi avuta l' occasione, saresti stata tu la mia preferita, altro che quelle galline che mi starnazzavano intorno cercando di farmi credere di amarmi alla follia, mentre invece volevano soltanto pavoneggiarsi con me. - Scusa, Lillo, non parliamo più di questo argomento, mi fai star male, davvero! Avrei dato chissà cosa per poter uscire con te, ma tu non immagini in che razza di prigione sono cresciuta! Li odio i miei genitori, loro e il loro falso perbenismo, le loro assurde fissazioni, le loro preghiere a un Dio fatto a loro misura. Se non avessi minacciato il suicidio, mi avrebbero mandata a scuola dalle monache, magari sperando che mi venisse la vocazione. La mia adolescenza l' ho vissuta in un castigo perenne, una perenne penitenza! - Beh, in fondo sei sopravvissuta, è quello che conta. - Già, è quello che conta! - ripetè lei con un sospiro. - Come va con Giulio? - Mi sta facendo recuperare il tempo che ho perso. Lillo aveva l'impressione che invece glie ne stesse facendo perdere dell' altro, ma preferì non esprimersi. - Senti - riprese lei - visto che siamo soli, puoi dirmi cosa c'è di vero in quella storia con la professoressa? È una curiosità che mi tortura dai tempi della scuola! - Quale storia? - Dai, lo sai bene a chi mi riferisco, al terrore di tutto l' istituto! - Ah, la professoressa di scienze. Lo hai saputo anche tu? - Se ne parlava in giro. - Ma si, una semplice amicizia. - Lillo, a me non la racconti. Ci sei stato per quindici giorni in tenda, con quella lì, altro che semplice amicizia! Dai, ti prometto che se mi racconti la verità, non lo saprà mai nessuno. Lillo sapeva bene che valore potessero avere certe promesse, ma era passato tanto tempo e poi Alessia meritava questo regalo. Decise di appagare la sua curiosità e cominciò a raccontare, non prima che la solerte ragazza gli ebbe procurato un buon bicchiere di bourbon. La storia con la professoressa sarebbe passata inosservata, se il destino non avesse voluto, come al solito, mettersi di mezzo. La donna, all' epoca intorno ai trentacinque anni, era appena uscita da una brutta storia con un uomo che l'aveva fatta sadicamente soffrire. Per reazione, lei aveva assunto un comportamento feroce, crudele e spietato verso tutti i maschi che le capitavano a tiro, specie se verso di loro provava una qualche attrazione. Se qualcuno le piaceva al punto di farla soffrire dal desiderio, questi diventava automaticamente il suo più detestabile nemico. La paura di dover ancora soffrire per amore era diventata così grande in lei, che si difendeva inducendo l' altro ad odiarla, a detestarla, a impedire ogni possibile sboccio di una pur semplice simpatia. Lillo era diventato perciò la sua vittima più tartassata. Il caso volle che, in una festa a casa di amici, inconsapevoli l' uno della presenza dell' altra, si ritrovassero con grande sorpresa a prendere da bere dalla stessa caraffa. Si guardarono entrambi con aria di sfida, come il leone verso il domatore, dove però non si capiva chi giocasse il ruolo del leone e chi del domatore. Al momento dei balli a luce spenta, Lillo si diresse senza esitare verso di lei. La donna accettò la sfida, stringendoglisi addosso con l' intenzione di ridurlo uno straccio e poi mollarlo. Finirono a letto prima ancora che si accendessero le luci. Continuarono a incontrarsi di nascosto per tutto il resto dell' anno scolastico. Di giorno lei continuava a trattare Lillo senza riguardo alcuno e di notte toccava a lui non aver riguardi per lei. Giunta l' estate, Lillo le propose di fare le vacanze insieme. Si imbarcarono per la Grecia e piantarono la tenda nel camping di un isolotto sperduto. Il giorno dopo, Lillo si sentì salutare da lontano: un gruppo di suoi compagni di scuola aveva piantato le tende esattamente nello stesso campeggio. La professoressa non se ne preoccupò più di tanto, infischiandosene di cosa potessero pensare di lei quei suoi ex allievi. Quando la vacanza ebbe termine, però, chiese a Lillo di interrompere la relazione. Lui comprese che lei non poteva più correre rischi e, da buon gentiluomo, lasciò libero il campo. A ricordo dei momenti passati insieme, le regalò un bel braccialetto sul quale aveva fatto incidere: "Mai allievo ebbe maestra più brava". Alessia ascoltava assorta. Di tanto in tanto interveniva per indurre Lillo a soffermarsi sui particolari. L'aiutavano a rivivere con più intensità quella storia così particolare. Non l'avrebbe mai confessato, ma nei suoi pensieri, in quei lunghi film che fin dall'adolescenza popolavano le sue notti, avrebbe d'ora in poi rivissuto la storia, immedesimandosi nella professoressa. Era consapevole di non poter avere Lillo in altro modo che quello. Rimasero a chiacchierare ancora per un bel pò di tempo, fino a quando Alessia ritenne che fosse giunto il momento di andare a cambiarsi per uscire. Chiese a Lillo di attenderla per qualche minuto e si allontanò raccattando degli indumenti da una sedia. Lillo raccolse una rivista tra le tante ammucchiate sul tavolo e tornò a sedersi tentando di leggiucchiare un pò. Alessia uscì dal bagno ed entrò nella stanza da letto, senza chiudere la porta. Istintivamente Lillo alzò lo sguardo e notò che dal punto in cui era, poteva vedere in quella stanza parte di un grosso armadio e un pezzo di parete. La vista non era interessante. Stava per rituffarsi tra le pagine della rivista quando il riflesso di uno specchio lo indusse a trattenersi. Alessia aveva aperto un'anta dell' armadio e lo specchio incassato all' interno ne rifletteva l' immagine discinta. Inconsapevole, Alessia lasciò cadere a terra la vestaglia, offrendosi nella sua totale nudità agli sguardi curiosi del giovane. Chinata, prese a frugare per cercare l' occorrente per vestirsi. Trovatolo, si girò per appoggiare il tutto sul letto. Tornando a voltarsi, incrociò attraverso lo specchio lo sguardo di Lillo. Capì immediatamente che, se lei vedeva lui, anche lui stava vedendo lei. Pensò che quello era il momento magico per offrirgli il suo regalo. Fece finta di cercare qualcos' altro, per dar modo al giovane di gustare appieno le linee procaci della sua figura e, quando ritenne che ormai non poteva più tergiversare, lasciò che la visione svanisse, chiudendo l' anta dell'armadio come si chiude la copertina di un libro ormai concluso. Uscì dalla stanza poco dopo, impeccabilmente vestita. - Visto che ho fatto presto? - gli disse, cercando nell'espressione di lui un qualche commento alla sua esibizione. - Sei incantevole! - le rispose lui guardandola ostentatamente un pò più a lungo del dovuto. Lei capì che il suo gesto era stato apprezzato. Gli lanciò un sorriso complice e si sentì completamente appagata. Per quanto informale, era stato il suo modo di fare l' amore con lui, l' unico modo che riteneva le fosse consentito. Si ritrovarono, qualche sera dopo, tutti a parlare di vacanze. Sama aveva lanciato l' idea di andare tutti nella sua villa in Estremo Oriente. Non avevano mai passato una vacanza insieme e lei riteneva che sarebbe stato bello per una volta condividere una simile esperienza. A Lillo l' idea non dispiacque e anche Maia convenne che sarebbe certo stato più interessante che andare nei soliti villaggi turistici. Vince e Matteo declinarono subito l'invito, perchè in quel modo avrebbero dovuto rinunciare alla loro stagione di caccia alle signore annoiate. Giò non contava, perchè lui in Estremo Oriente ci sarebbe dovuto andare comunque per mandare avanti i suoi misteriosi affari. Alessia tentò di dire la sua, ma fu immediatamente zittita dal veto di Giulio il quale si dimostrò ancora una volta il solito guastafeste. Una proposta del genere lui la riteneva priva d' interesse e, alle deboli proteste di Alessia oppose la forza prepotente del suo deciso diniego. Irremovibile, Giulio dichiarò che aveva già predisposto altri programmi e che quindi non era il caso di continuare a discuterne. Sama non replicò. Si limitò a confermare la propria disponibilità ad ospitare chiunque di loro avesse avuto intenzione di seguirla, dopodicchè cambiò completamente discorso. Il pomeriggio seguente, Alessia sedeva pensierosa davanti allo specchio della toeletta, nella sua stanza da letto. Era rimasta profondamente contrariata dall' assurdo rifiuto di Giulio alla proposta di Sama. Più ci pensava e più quel rifiuto le appariva come uno stupido capriccio, quasi una ripicca per costringerla a rimanere lontana dal gruppo. Dopotutto, Sama forniva loro solo la sistemazione logistica e quindi avrebbero potuto benissimo starsene in totale autonomia se proprio lui avesse desiderato restare da solo con lei. No, questa volta non era proprio d' accordo con la decisione di Giulio. Avrebbe voluto far valere le proprie ragioni, ma sapeva in partenza di non avere alcuna possibilità di successo. Giulio non ammetteva il contraddittorio, la sua parola era legge, sempre. E poi, anche a volerci tentare, lui era capace, col suo fare suadente da serpente tentatore, di trovare non una ma mille eccezioni alle quali lei non avrebbe saputo ribattere. Doveva considerarsi sconfitta in partenza, perciò meglio lasciar perdere. Quella infame decisione, doveva considerarla definitiva. Alessia continuava a fissare lo specchio. L' immagine riflessa le rimandava un volto dall' aria afflitta e la guardava come se volesse rimproverarle quella sua colpevole passività. Strizzò gli occhi per guardarla meglio, vincendo i limiti della sua leggera miopia che, senza occhiali, le donava un' aria da ingenua fanciulla. Il bel viso corrucciato le confermò, attraverso lo specchio, la sua totale disapprovazione. Si rendeva assolutamente necessario un radicale cambiamento. Socchiuse gli occhi e provò ad immaginarsi diversa: una donna autoritaria, decisa, sicura di sè. Ecco, era proprio il tipo di donna che le sarebbe piaciuto essere. Ma ormai non poteva farci niente; forse in un'altra vita...chissà! Riaprì gli occhi e tornò alla realtà: l'unico cambiamento che poteva permettersi in quel momento, era un buon taglio di capelli. Almeno quello! Si alzò e prese il telefono. Chiamò il suo parrucchiere e riuscì ad inserirsi in un varco provvidenziale tra due appuntamenti. Lo ritenne un segno del destino e si preparò di buon grado ad uscire di casa. Il lavoro del parrucchiere fu eccellente. Alessia si sentì pienamente soddisfatta. Uscì con una diversa considerazione di sè. Una voce squillante la indusse a inchiodare i suoi passi: si voltò di scatto. Una figura ben nota si affacciò al suo sguardo: - Ehi, cosa ci fai da queste parti? Sama le si mise di fianco. - Sto andando a controllare i lavori nella mia casa di montagna; perchè non mi accompagni? Devo solo fare delle verifiche, roba di pochi minuti, poi potremo starcene per i fatti nostri. - Ma si, dopotutto non ho niente da fare per stasera. Giulio è all' estero per lavoro e ne avrà per una settimana. Dai, vengo con te. - Ah, finalmente potremo starcene da sole, senza la tua guardia del corpo. - Non dire così...non è poi tanto malvagio! - Difendilo sempre tu, eh? Mi raccomando! - Cosa vuoi che faccia, è il mio uomo, se non lo difendo io!... - Ma si, su questo argomento è proprio inutile discutere. Se sta bene a te, sta bene anche a me. Giunsero al paesotto in meno di un' ora. Come al solito, Sama aveva scelto bene: il paese non era nè troppo piccolo nè troppo frequentato. Esattamente quel che ci voleva per starsene tranquilli, senza per questo dover rinunciare alle comodità cittadine. La sua casa era appena al di fuori del nucleo centrale dell' abitato. Per mezzo di un lungo viottolo in discesa, si poteva rapidamente raggiungere la piazza principale. Un posto veramente delizioso. Sbrigate in fretta le proprie faccende, Sama volle condurre l'amica a prendere un gelato. In piazza c' era un bar che aveva i tavolini all' esterno, protetti da un circolo di piante cespugliose. Un angolino molto discreto, dove gli avventori potevano starsene a chiacchierare in piena riservatezza, nascosti agli occhi dei passanti. - Allora, avete deciso dove passare le vacanze tu e Giulio? - chiese Sama all' amica dopo aver ordinato due maestose coppe di gelato. - Veramente, non ancora. A me sarebbe piaciuto venire con te ma, cosa vuoi, lui avrà le sue ragioni per non voler venire. - Ragioni che però a te non spiega, vero? Non lo ritiene necessario, suppongo, vista la tua perenne disponibilità ad accettare senza discutere qualsiasi sua decisione. Se mi spingo indietro con la memoria, non ricordo una sola volta in cui Giulio abbia richiesto il tuo parere. O sbaglio? - Cosa vuoi, lui decide sempre per il meglio, quali vantaggi me ne verrebbero dal contestare le sue scelte? - Quali vantaggi, dici? Tanto per non andar lontani, a te sarebbe piaciuto venire in Estremo Oriente con me e credo che per una volta lui avrebbe anche potuto accontentarti. Però le tue esigenze, a quanto pare, non hanno alcun peso, visto che deve essere sempre lui a decidere quali debbano essere in effetti le "tue" esigenze. - Vedrai che finirà per propormi una valida alternativa, come ha già detto... - Valida per lui, sicuramente. Ma per te? Credo proprio che tu gli abbia ceduto già troppo della tua dignità. Ma non voglio star qui a farti la ramanzina, sei abbastanza cresciuta per poter decidere da sola cosa ti possa star bene e cosa no. Quindi, non parliamone più. - Ma si, a che serve stare a crearci inutili problemi? Dopo il gelato, fu il turno del caffè e poi della sigaretta. Erano entrambe molto rilassate e stavano godendosi il sopraggiungere della sera quando, d' un tratto, Sama sporse la testa verso uno spiraglio tra i rami. Si ritrasse improvvisamente, scura in volto. Quel cambiamento repentino d' espressione non sfuggì ad Alessia, che la guardò preoccupata. - Hai detto che Giulio è all' estero, vero? - Le domandò Sama cercando di far finta di niente. - Si, perchè? - Alessia si fece d' improvviso sospettosa - Cosa c' entra Giulio, adesso? - No, niente, mi era parso di non aver capito bene quando me l' hai detto, tutto qui. Alessia capì che l' amica stava tentando di nasconderle qualcosa. Si sporse per guardare anch' essa attraverso lo spiraglio e, prima ancora che Sama potesse impedirglielo, scattò in piedi come una furia. - Ma cosa ci fa quel... Sama non le dette modo di terminare la frase. Le artigliò un braccio e la obbligò a sedersi. - Aspetta! Non muoverti, vado io a dare un'occhiata. Tu intanto resta qui e non farti scorgere per nessun motivo! La sua voce aveva assunto un tono autoritario, come mai Alessia l' aveva sentita esprimersi. Ne ebbe soggezione e si accasciò sulla sedia. Annuì, deglutendo convulsamente. Era sconvolta, incapace persino di parlare. Aveva visto il suo Giulio entrare nella gioielleria lì di fronte, al braccio di una vistosa e monumentale rossa. Cosa ci faceva in quel posto? E soprattutto, perchè in compagnia di una donna? Le aveva detto che sarebbe andato all' estero ma, all' evidenza dei fatti, le aveva grossolanamente mentito. Appoggiò la sigaretta sul bordo del posacenere. Le mani le tremavano e le labbra si erano convulsamente serrate fino a farle male. Si impose di calmarsi. Non era possibile che il suo uomo avesse potuto tradirla in quella maniera così meschina. Forse non era come credeva lei, forse c' era un buon motivo per giustificare la sua presenza in quel posto con quella donna. Lui avrebbe certo potuto spiegare tutto, ne era sicura. E allora perchè non raggiungerlo? Stette quasi per alzarsi e disobbedire all' ordine perentorio di Sama, ma le sue stesse gambe la obbligarono a desistere. Tremava tutta, temeva di cadere e di mostrarsi ridicola. Se lui l' avesse vista in quelle condizioni si sarebbe certamente arrabbiato. No, non poteva correre il rischio di farlo indispettire. La sigaretta aveva terminato la sua esistenza ridotta a un cumulo di cenere. Alessia si appoggiò pesantemente allo schienale della sedia e se ne accese un' altra, tirando una rapida serie di boccate isteriche. Prima di agire doveva attendere il ritorno di Sama: lei era donna di mondo e avrebbe sicuramente saputo consigliarla al meglio. Sama intanto aveva pedinato i due con grande cautela. Li aveva seguiti fino a vederli entrare nell' unico alberghetto del paese. A quel punto, si rendeva necessario scoprire se i due fossero alloggiati entrambi nella stessa stanza. Stette solo un attimo a pensarci: conosceva la fidanzata del ragazzo della reception, sarebbe stata lei ad indagare per suo conto. Svoltò l' angolo e andò a cercarla nel suo negozietto di fiori. - Senti - disse subito alla ragazza - ho bisogno che tu mi faccia un favore. - Certo, se posso, perchè no? - rispose la fioraia rendendosi pienamente disponibile. A lei Sama era simpatica, e poi era stata una buona cliente. - Poco fa sono entrati in albergo un signore coi capelli brizzolati e una signora coi capelli rossi, sulla trentina. Lui si chiama Giulio Robotti. Mi interessa sapere se la signora alloggia in camera con lui. - Lasci fare a me, sarò di ritorno in un attimo. La ragazza fu di parola: Sama non dovette attendere a lungo. - I due stanno insieme, sono stati registrati ieri - confermò la ragazza. - Il tuo fidanzato ha detto qualcosa? - Non si preoccupi, prima di prendere il registro l' ho allontanato con una scusa. Non si è accorto di nulla. - Grazie, sei stata proprio in gamba. Ora devo scappare, ma ci rivedremo presto. Sama conosceva a sufficienza la ragazza per essere certa di potersi fidare della sua discrezione. Uscì dal negozio con circospezione, cercando di evitare di essere scoperta, perchè le finestre dell' albergo davano giusto su quella strada. Si affrettò a svoltare l' angolo e, una volta certa di non correre più il rischio di essere vista, rallentò il passo e cercò di trovare le parole giuste per dirlo ad Alessia. In realtà, non era del tutto convinta di volerle dire la verità perchè, se da una parte sarebbe stato un bene che Alessia si rendesse finalmente conto di che razza di individuo stava frequentando, dall' altra il fragile equilibrio di lei avrebbe certamente mal sopportato una notizia così sconvolgente. Decise di mentirle. - Allora? - Alessia era ancora in preda alla sua crisi d' ansia. Un tremito continuo la scuoteva, impedendole persino di tener ferma la sigaretta tra le dita. - Tranquillizzati, non è un tradimento. Ho fatto qualche telefonata e ho appurato che Giulio sta trattando un affare molto delicato, una trattativa che deve avvenire nella massima riservatezza. La donna che hai visto con lui è lì per vendergli informazioni. - Informazioni di che genere? - Dai, non fare l'ingenua! Non hai mai sentito parlare di spionaggio industriale? - Tu credi che si tratti di quello? - Direi proprio di si. - Un lavoro sporco, insomma. - Un lavoro sporco. Alessia parve allentare la tensione. Il suo viso si era come ingrigito, le sue spalle si erano incurvate quasi volesse raggomitolarsi su se stessa per sfuggire alla inaccettabile realtà. Si raddrizzò e guardò Sama negli occhi. - Non immaginavo che potesse prestarsi a certi giochi. - Disse con voce pesante. - Non è un seminarista. - E se lo scoprissero? - Oh, allora avrebbe rischiato per niente. La sua azienda se lo scaricherà, dichiarando che lui non aveva alcuna autorizzazione a procacciarsi informazioni in quel modo e che perciò il suo comportamento doveva attribuirsi a una deprecabile iniziativa personale. Tutto qui. - Bella roba! Così, Giulio si prenderebbe in carico tutti i rischi, solo per la gloria dell'azienda? - Sai, all' interno di certe gerarchie aziendali, l' aver portato a termine un certo numero di incarichi del genere significa disporre di un buon jolly da giocare, quando si tratterà di sgomitare per una promozione. - Non è una giustificazione valida. Resta pur sempre un lavoro sporco. Non posso accettare che il mio uomo debba prestarsi a giochi del genere. Devo proprio parlargliene, non credi? - No, non penso possa servire a qualcosa. Oltretutto dovresti spiegargli come hai fatto a scoprirlo e non credo che lui si mostrerebbe entusiasta nel sapersi spiato. Alessia abbassò il capo. Sama le prese la borsetta e le porse la mano per aiutarla ad alzarsi. Si avviarono verso l' auto in assoluto silenzio. "Il povero Giulio", promise Sama a se stessa, "avrebbe pagata cara quella sua occasionale scappatella". Sulla via del ritorno, mentre Sama guidava in silenzio lasciando l' amica a riflettere sull' accaduto, Alessia volle fugare un sospetto che le mordeva l' animo: - Senti, tu che ti intendi di queste cose, che accade di solito tra i due in questi casi? - Tra i due chi? E di quali casi parli? - Alle corte, pensi che per concludere l' affare i due debbano necessariamente finire a letto insieme? - Mi spiace doverti porgere l' amaro calice, ma perchè credi che certe trattative vengano concluse in albergo? Avrebbero altrettanto bene potuto farlo in un bar, non trovi? O al ristorante, o ai giardini pubblici... Alessia rimase perplessa, poi sbottò: - Ecco perchè non mi ha mai detto niente! Andava all' estero, lui. Chissà quante altre volte lo avrà fatto! Però un pò di fiducia avrebbe anche potuto accordarmela, no? Se me ne avesse parlato, se lo avessi saputo, ora non starei così male! - No? Davvero avrebbe dovuto parlartene? E cosa avrebbe dovuto dirti, sentiamo: "Scusa cara, devo assentarmi per qualche giorno, niente di particolare, devo solo sedurre una ragazza, ma è solo per lavoro, non preoccuparti. Farò in fretta e poi verrò subito da te." È questo che avrebbe dovuto dirti? E tu naturalmente te ne saresti rimasta buona ad aspettare e magari gli avresti raccomandato di usare il profilattico, è così? - Accidenti, sai picchiare duro tu! Già, probabilmente non avrei voluto sentir ragioni, mi conosco bene. - Ti conosco bene anch' io, perciò ora smetti di pensarci e vienitene a casa mia per qualche giorno. A mente fredda potremo analizzare meglio il da farsi e non è detto che non si riesca a trovare la soluzione migliore per entrambi. - Hai ragione, ora non saprei proprio come comportarmi; se gli parlassi rischierei di fare la figura della stupida. Però, l' idea del suo Giulio tra le braccia di quella donna, continuava ad ossessionarla, a farla star male. Quante altre volte sarebbe ancora successo? Lo disse a Sama, che ribattè subito: - E no, cara, non devi starci male, devi abituarti all' idea! Devi cercare di fartene una ragione, è il suo lavoro, dopotutto! Sama aveva, così, affondato il coltello fino al manico. Avrebbe scardinato le ferree certezze di Alessia, solo che glie ne fosse dato il tempo necessario. Sapeva di dover agire in fretta e senza perdere colpi: il momento buono per liberare Alessia dalla schiavitù psicologica di Giulio era finalmente arrivato. Doveva agire adesso, o mai più. Giunte in città, Sama fermò l' automobile davanti a casa sua, dando per scontato che Alessia avesse accettato definitivamente la proposta di rimanere con lei. Scesero, senza una parola. Senza interpellarla ulteriormente, Sama fece cenno ad Alessia di infilarsi dentro l'ascensore; lei obbedì come un automa. Appena entrate in casa, mentre Sama si dirigeva verso la cucina, Alessia si accasciò su una poltrona. Aveva la mente frastornata da una miriade di immagini che si sovrapponevano vorticosamente come in un caleidoscopio. Sama arrivò a soccorrerla con una tazza di thè fumante. Aveva utilizzato un infuso datole dal suo vecchio amico cinese, il signor Chen. In quel momento, era esattamente ciò che ci voleva per calmare l' angoscia di Alessia. - Bevi! - Cos' è? - Non chiedere cos' è, bevi e basta. - Le impose Sama con tono deciso. Alessia non aveva la forza nè la voglia di ribattere; era a pezzi e avrebbe obbedito a qualsiasi comando. Bevve a piccoli sorsi, porgendo poi a Sama, che attendeva al suo fianco, la tazza vuota. - Brava! Vedrai che tra poco ti sentirai meglio. Sama riprese a trafficare in cucina. Alessia rimase seduta dov' era, ossessionata da un turbine di pensieri che le si aggrovigliavano nella mente impedendole di uscire dal buio labirinto in cui si era cacciata. La rabbia le montava a ondate nel cervello, contribuendo ancor di più a confonderle le idee. Non le aveva mai detto niente, il disgraziato. Non si era fidato neanche di lei, della sua futura moglie. E chissà quante altre volte lo aveva fatto, con quante donne diverse! Ma se la amava, che bisogno aveva di andare con le altre, di prestarsi a quel genere di lavori? Era un funzionario di buon livello, perchè mai doveva correre certi rischi, come un impiegato novello? C' era forse qualcuno al quale non poteva dire di no? Qualcuno che poteva ricattarlo? O non era probabile, piuttosto, che le avesse mentito sul suo effettivo ruolo nell' ambito dell' azienda? Se fosse per caso anche lui un funzionario di rango inferiore, obbligato a sgomitare per salire un gradino più su? Se così stavano veramente le cose, le aveva mentito due volte! No, non poteva continuare in quel modo. Doveva a tutti i costi vederci chiaro. Sama l' avrebbe ben consigliata ed istruita: voleva affrontarlo con la grinta necessaria a fargli confessare tutto. - Cosa vuoi cenare stasera? La voce di Sama, dalla cucina, riuscì a distoglierla per un attimo dai suoi cupi pensieri. - Non so, mi va bene quello che c' è. - Nossignora; questa sera mi trovi dell' umore giusto, voglio esaudire i tuoi desideri. Coraggio, ordina e ogni tuo volere sarà esaudito. - Ehi, stai scherzando? Ti sei messa in società col mago della lampada? - La mia lampada magica si chiama telefono: esprimi i tuoi desideri e il ristorante qui all' angolo provvederà ad esaudirli. Allora? Una risposta del genere, Alessia proprio non se l' aspettava: ebbe il potere di farla sorridere: il telefono ! Non ci sarebbe mai arrivata! Un tantino divertita, elencò ciò che desiderava. Sama provvide a trasmettere l' ordine al ristorante, moltiplicato per due. Accortasi che Alessia accennava ad uscire da quello stato di prostrazione in cui era rimasta fino ad un momento prima, Sama continuò nel suo tentativo di distrarla: - Intanto che aspettiamo, che ne diresti di una bella doccia rigenerante? Alessia stava per chiudersi nuovamente nel carcere dei suoi incubi. Appena prima di precipitare nel baratro, raccogliendo con uno sforzo immenso le ultime riserve di volontà, impose a se stessa di obbedire alla sua amica, qualsiasi cosa le avesse proposto. Con un tono di voce così deciso da meravigliare persino se stessa, esclamò: - Per me va benissimo. Sama le lanciò un'occhiata indagatrice: evidentemente, l'infuso che le aveva dato da bere poco prima, stava già incominciando a farle effetto. Con finta noncuranza, aggiunse: - Vai prima tu o ci andiamo insieme? - Come preferisci; per me fa lo stesso. - Vieni, ti mostro dove spogliarti. La condusse nella stanza degli ospiti, una cameretta graziosa ed accogliente, piena di tanti piccoli oggetti curiosi, così da sembrare il regno di un'adolescente. Alessia sentìche le nubi nere che le incupivano la mente cominciavano pian piano a dissolversi. L'atmosfera di quella stanzetta le trasmetteva delle buone vibrazioni, la faceva sentire leggera, sempre più leggera e, stranamente, sempre più serena, di una serenità galoppante, travolgente, al limite della contentezza. Prese a spogliarsi quasi con frenesia, impaziente di togliersi di dosso tutto il carico di quella situazione così sporca, impaziente di rigenerarsi a nuova vita. Sama aveva una di quelle docce a getto rotante, che Alessia aveva sempre desiderato di provare. Ci si infilarono insieme, incuranti del piccolo spazio a disposizione che le costringeva a stare pressocchè addossate l' una all' altra. Era una situazione che riportava alla memoria di Alessia reminiscenze di gioie infantili. Ritornava indietro a quando, bambina, il bagnetto glie lo faceva la governante, insaponandola con quelle mani grandi e delicate che le infondevano sicurezza. Il contatto con la pelle di Sama si rivelava profondamente benefico, la caricava di un' energia che non ricordava essere mai stata sua, ma che in realtà aveva dovuto inconsciamente occultare nel profondo del proprio essere per non irritare, con certe esuberanze, la suscettibilità feroce dei suoi genitori. Non era mai stata nuda davanti a un' estranea ed ora, invece, si ritrovava a godere del contatto del procace corpo da femmina peccatrice entro il quale viveva lo spirito di quella che non era più ormai soltanto un' amica: Sama era colei che riusciva a capirla, che le voleva bene per davvero, l' unica della quale sapeva di potersi fidare fino in fondo. Si asciugarono a vicenda, ridendo e scherzando. Il malumore era passato, l' allegria innata della vera personalità di Alessia aveva preso il sopravvento. Del tutto tranquillizzata, Sama fece due passi indietro per ammirarla meglio. Un bel complimento era quel che ci voleva per completare l'opera efficace dell'infuso del signor Chen: - Sei proprio bella, sai? - Trovi? - rispose Alessia, inorgoglita. - Sicuro! Sei perfetta, un vero bocconcino. Con un corpo così, potresti sedurre chiunque. - Non parlare in quel modo, mi fai sentire una donnaccia. - Perchè, solo alle donnacce è consentito essere belle? - No, solo alle donnacce è consentito sedurre chiunque. - Allora io sarei una donnaccia, visto che non mi faccio scrupoli di accettare la corte di chiunque mi attragga! - No, che c' entra, il tuo caso è diverso! - Ah, si? E perchè mai per me dovrebbe essere diverso? Non sono forse una donna come te? Mi sa tanto che sarà necessario fare un bel discorsetto, noi due. La mamma deve averti riempito la testa di un bel pò di stupidaggini, ne sono convinta. Scommetto che quando ti sei messa con Giulio eri vergine. O sbaglio? - Scommessa vinta. - Visto? Dobbiamo proprio parlare, noi due. Alessia chinò il capo. Capiva che nella sua educazione qualcosa non aveva funzionato. Era convinta che i suoi genitori avessero sbagliato tutto. Sama aveva ragione, c'era un vuoto da colmare nella sua personalità, anzi una voragine. Le avrebbe fatto un pò di domande: la sua amica era una maestra di vita, avrebbe insegnato anche a lei. Rialzò il capo e sorrise. Sama le stava porgendo una vestaglia. "Un bel bocconcino" . Erano bastate quelle poche parole a risollevarla definitivamente dall' umor nero. Aveva deciso: Giulio avrebbe avuto la sua punizione. Si sarebbe fatta desiderare. Avrebbe ripagato quel verme ignobile della sua stessa moneta. Era l' unica cosa che meritava. Intanto, era arrivata la cena. Le due donne apparecchiarono e si servirono a vicenda, come due innamorati. Risero per tutta la serata e, al momento di andare a letto, Sama capì che ce l' aveva fatta: Alessia avrebbe smesso di perdere il suo tempo dietro quel tiranno da quattro soldi. Si trattava ora di rifinire di cesello il lavoro già fatto. L'avrebbe convinta a non incontrarlo prima della partenza. E infine, a dimenticarlo del tutto. Nuvole alte ingrigivano il cielo, l' aria era ferma, la mattinata pareva essersi svegliata già stanca. Al campo di volo, soltanto i meccanici sembravano darsi da fare, uniche figure in movimento in un' atmosfera di calma piatta. L' aereo di Lillo toccò terra con la delicatezza di una farfalla, appoggiando lievemente le ruote sulla pista e rullando veloce fino al sentiero di svincolo, procedendo poi lentamente, con leggere oscillazioni delle ali, verso la piazzola di sosta. Spento il motore, Lillo uscì dall' abitacolo e consegnò il velivolo all' addetto. Si recò al bar e ordinò un caffè. Prese un toast e lo smozzicò nervosamente. Era scuro in volto, due rughe profonde gli segnavano la fronte come due cicatrici. Finito il suo caffè, venne via subito dal bar: non aveva alcuna voglia di imbattersi in eventuali invadenti colleghi. Si mosse verso la sua auto camminando a testa bassa, come se un qualche pensiero gli pesasse a tal punto da impedirgli la posizione eretta. Diresse a casa di Maia, senza esitare. Quando Lillo aveva suonato alla porta, lei si era appena svegliata. Era venuta ad aprirgli in vestaglia, con gli occhi ancora gonfi di sonno. - Cos' hai, è successo qualcosa? - chiese subito Maia vedendolo in quello stato. - Sono stato a volare stamattina, ho avuto un brutto momento. - Non pensarci; ti faccio un caffè? - Si, grazie - rispose cupo lui, seguendola in cucina. Dall' espressione del viso, Maia aveva capito che doveva essergli accaduto qualcosa di grave. Però lui era lì, sano e salvo, e tanto le bastava; preferì evitare di fare domande. Sarebbe stato lui stesso a parlare, dopo essersi calmato. Lillo si era seduto quasi accasciandosi. Guardava verso un punto indefinito, con espressione assente. Maia lo guardò di soppiatto; non l' aveva mai visto così nero. Per tentare di distrarlo, allungò la mano verso la mensola e accese la radio. Il caffè uscì gorgogliando e riempiendo l'aria di quel suo caratteristico profumo che per Lillo era un vero afrodisiaco. Ma lui continuava a rimanere assente. Prese la sua tazzina, girò meccanicamente lo zucchero col cucchiaino e cominciò a bere a piccoli sorsi. In quel momento, il radiogiornale comunicò la notizia di uno strano ferimento avvenuto sull'autostrada e del ritrovamento dei corpi di due motociclisti giù da un viadotto, qualche chilometro più avanti. Lillo rimase con la tazzina a mezz'aria; smise di bere e prestò orecchio allo speaker. La notizia non ebbe commenti. A Maia non sfuggì quell' inspiegabile attenzione, anche perchè le altre notizie di cronaca sembravano non avere avuto per lui il minimo interesse. Lillo aveva intanto ripreso a bere il suo caffè, con lo stesso scarso entusiasmo di prima. Maia lo fissò negli occhi. Lui capì che non poteva continuare a star zitto. - Quei due li ho buttati giù io - confermò con voce incolore. - Tu? - Si, sono stati loro a sparare a quell' altro. Li ho visti dall' aereo e mi ci sono buttato addosso. Era l' unico modo per fermarli...Per abbatterli, cioè. - E ora? - Ora niente. Non mi ha visto nessuno, non c' era anima viva sull' autostrada. Maia non fece alcun commento e riprese a sfaccendare nel lavello. Lillo rimase un pò in silenzio, poi aggiunse: - Pensi che non avrei dovuto farlo? - Se hai ritenuto di farlo, vuol dire che doveva essere fatto. - Già, doveva essere fatto. Ora non potranno più far male a nessuno. Maia annuì. Voleva distrarlo dai suoi pensieri, ma non le veniva in mente alcun argomento. Tolse di dosso la vestaglia; sotto era nuda, forse avrebbe funzionato. Lui non fece una piega. Lei gli passò una mano tra i capelli. - Aspetta, vado a vestirmi. Tornò con indosso una tuta. Lillo non si era mosso dal suo posto, tranne che per raccattare un biscotto che ora stava sgranocchiando svogliatamente. - Posso stare qui da te? - chiese a Maia con voce bassa - Non ho voglia di andare a casa, nè di veder gente. - Certo che puoi, lo sai bene. Ora calmati, non star lì a pensarci in continuazione, tanto ormai è fatta. Anzi, forse è meglio che ti sfoghi un pò: ti va di raccontarmi com' è successo? - Ok, ma andiamo di là. Andarono a sedersi in soggiorno. Lillo si affossò nel divano e cominciò a raccontare: - Stamattina mi sono svegliato presto e ho pensato di approfittarne per andare a fare un giro sull' ultraleggero. Anche se il tempo non incoraggiava, avevo intenzione di volare per una mezz' ora e poi tornare al campo. Ero in aria da una decina di minuti quando, alla mia destra, ho notato uno strano movimento. Due tizi in moto si sono affiancati a un' auto e il passeggero della moto ha sparato una raffica con una mitraglietta. Così, tutto d' un botto. Il mio primo impulso è stato di avventarmi sulla moto con l' aereo, ma loro erano troppo veloci; se avessi avuto il Morane lo avrei fatto, ma l' ultraleggero era troppo lento per raggiungerli, mi sarebbero sfuggiti. Però l' autostrada, in quel punto, compie una curva molto larga, per continuare poi su un viadotto. Ho puntato, allora, verso la fine del viadotto, percorrendo in linea d' aria la corda di un arco. Così ho potuto ritrovarmi, percorrendo la via più breve, giusto davanti a loro. E infatti, quando sono arrivato sulla verticale dell' altro capo del viadotto, la moto non aveva ancora terminato la curva. Ho pensato che, se mi fossi subito diretto contro di loro, si sarebbero accorti della manovra e avrebbero avuto il tempo di abbattermi con la mitraglietta; allora ho inscenato uno stallo e mi son lasciato cadere in vite. Ho richiamato l' aereo a qualche decina di metri da terra, però ho fatto finta di averne perso il controllo. Ho virato da una parte, poi dall' altra, usando il pedale in modo da simulare un movimento impazzito, e intanto mi sono portato a qualche metro dall' asfalto. Avevano appena imboccato il viadotto, in piena velocità, quando ho fermato le virate e ho puntato dritto contro di loro. È stata una questione di attimi: per cercare di evitarmi hanno sbandato, ma io ho continuato a mantenerli sotto tiro. Allora hanno abbassato la testa per cercare di passarmi al di sotto, ma non ce l' hanno fatta. Li ho presi in viso con l' asse del carrello. La moto ha sbattuto contro il guard-rail e loro sono stati proiettati giù dal viadotto. Dopo l'impatto, ho dato motore e ho cabrato immediatamente e, quando mi son rimesso in volo orizzontale, li ho visti lì giù, immobili come manichini. Solo allora mi son sentito appagato, come se l' atto di ucciderli fosse stato per me il soddisfacimento di una necessità ineluttabile... Lillo fece una breve pausa, poi riprese: - Vedi, è proprio questo che sfugge alla mia comprensione. Il bisogno di uccidere è totalmente estraneo alla mia personalità, non mi era mai accaduto di provare questa tremenda necessità di aggredire, di annullare, di distruggere! Maia gli si fece più vicina e gli prese una mano tra le sue: - Da quel che mi è parso di capire, tu non hai fatto altro che ripagare quei due della stessa moneta; semplicemente, il tuo senso di giustizia ha avuto la meglio sul tuo autocontrollo. - Già, ma io non sono l' angelo vendicatore, non ho il diritto di eseguire una condanna a morte prima ancora che venga fatto il processo. - Non ti crucciare; se il tuo istinto ti ha spinto a comportarti in quel modo, vuol dire che dentro di te doveva ristabilirsi un equilibrio. Non sai spiegartelo con la logica, ma esiste sempre una ragione per ciò che si fa. Arriverà il momento in cui ti verrà chiaro anche questo. - E intanto mi chiedo se non sarebbe stato più giusto e più logico atterrare al casello e avvisare la polizia; potevo farlo, sarei comunque arrivato al casello prima di loro e anche atterrare non sarebbe stato un problema. Invece li ho aggrediti lanciandomi su di loro come un falco sulla preda. Forse ho dentro di me un'aggressività che in certe situazioni sfugge al mio controllo. Mi spaventa l' idea che possa succedere ancora. Ti rendi conto della pericolosità di tutto ciò? - Mi rendo conto soltanto che faremmo meglio a telefonare a Sama per affrettare la partenza. Hai bisogno di distrarti, e per il momento questa è l' unica certezza. Lillo abbassò lo sguardo ed annuì. Doveva assolutamente togliersi dalla memoria il botto dei caschi che sbattevano contro il carrello del suo aeroplano. La partenza avvenne qualche giorno più tardi, giusto il tempo per sbrigare le formalità necessarie. Sul volo executive che li portava in Estremo Oriente, Sama ed Alessia occupavano i due posti dietro a Lillo e Maia. Erano in viaggio da molte ore e presto sarebbero giunti a destinazione. Non c'era voluto molto per convincere Alessia ad abbandonare Giulio al suo destino. Anzi, la ragazza non aveva nemmeno voluto lasciargli un biglietto di spiegazioni. Solo un messaggio sulla segreteria telefonica, con un laconico "Addio". Sama aveva lavorato bene. Lillo e Maia stavano finendo di guardare una videocassetta. Erano entrambi molto rilassati, non si attendevano granchè da questa vacanza, a parte le solite scontate distrazioni turistiche. Sama aveva parlato loro del suo amico cinese, il signor Chen, e Maia era curiosa di conoscerlo. Lillo invece era curioso di vedere com'erano le ragazze di quelle parti, anche se, con la presenza di Maia, aveva poco da fare il galletto. Non passò molto tempo che dall'altoparlante venne annunciato di prepararsi per l'atterraggio. Il tempo era buono e il sole che volgeva al tramonto caricava ancor di più il paesaggio sottostante dei colori intensi di quell'angolo di Oriente. L'aereo toccò terra con un lieve sobbalzo, rullando leggero lungo la pista di cemento. Gli inversori di spinta ne frenarono la corsa, permettendogli di imboccare il sentiero di svincolo alla velocità adeguata, fino a raggiungere la piazzola di parcheggio. Usciti dall'area doganale, i quattro si avviarono verso le sale d'aspetto. Sama riconobbe da lontano il vecchio autista malese ed agitò la mano per attrarre la sua attenzione. L'uomo si mosse verso di loro e, aiutato da Lillo, si affrettò a caricare i bagagli sull'auto. La limousine si avviò veloce verso la Residenza, facendo a gara con le incombenti ombre della notte affinchè i nuovi arrivati potessero godere il più possibile del magico paesaggio che scorreva al di là dei finestrini, dando loro il benvenuto in una terra di antichi misteri. Quando finalmente l'auto imboccò il lungo vialone di accesso alla Residenza, Lillo notò degli uomini armati che sorvegliavano la zona cercando di non dare nell' occhio. Non fece domande ma capì che la presenza di quegli uomini indicava la necessità di proteggere qualcosa o qualcuno di particolare importanza. L' auto si fermò ai piedi di una larga scalinata, dove un gruppo di valletti era in attesa per provvedere a sistemare i bagagli dei nuovi arrivati. Sama aprì lo sportello per prima, senza attendere le premure dell'autista: una figura snella e ondeggiante era apparsa alla sommità della scalinata e scendeva ora, sorridendo, verso di loro. Il signor Chen salutò i nuovi arrivati calorosamente uno per uno. Questi ebbero l'impressione di essere accolti da un simpatico vecchietto carico di antica saggezza, ignorando del tutto di trovarsi invece di fronte al capo indiscusso della più potente Organizzazione di tutto il Paese. Una tazza di thè aromatizzato era stata approntata per ognuno degli ospiti a mò di benvenuto; il signor Chen di persona aveva preparato la miscela per quell' infuso affinchè, bevendola, i nuovi venuti potessero rivelare al suo sguardo indagatore il loro livello di elevazione spirituale. Dopo le presentazioni, il signor Chen dispose affinchè ognuno degli ospiti avesse ai propri ordini un valletto e una cameriera. In quella casa, tutto il personale di servizio parlava abbastanza bene il francese, oltre naturalmente alla lingua locale. I tre amici che Sama aveva portato con sè parlavano tutti correntemente sia il francese che l'inglese, risolvendo così qualsiasi problema di comunicazione all'interno della casa. A Maia la Residenza aveva fatto subito una buona impressione, anche se ne aveva percepito la grande carica di mistero sin dall' ingresso nel viale. Il vecchio Cinese le era apparso di una gran simpatia, anche se il maggior successo con lui l' aveva ottenuto Alessia: silenziosa per quasi tutto il viaggio, la ragazza si stava rifacendo del tempo perduto, chiacchierando allegramente proprio col signor Chen, che si intratteneva con lei in modo insolitamente ciarliero. La servitù si manteneva sempre a debita distanza, senza interferire coi presenti; si capiva però che sarebbe bastato un piccolo cenno per vederli accorrere immediatamente a raccogliere i comandi. Dopo cena, il signor Chen chiese il permesso di ritirarsi. Sama si premurò di accertarsi che gli ospiti fossero del tutto a loro agio nella sistemazione logistica, indi si recò dal vecchio. Il signor Chen l'attendeva, seduto nella posizione del loto, alla maniera del Buddha, e fumando un qualcosa dall'aroma dolciastro. Sama conosceva bene quell'odore: proveniva da un miscuglio di erbe e radici che solo lui sapeva utilizzare. Aspirare quel fumo gli dava la possibilità di acuire le sue già potentissime capacità extrasensoriali. A lei invece non produceva alcun effetto. Probabilmente il vecchio ingeriva qualcuno dei suoi intrugli prima di mettersi a fumare, affinchè il fumo potesse, combinandosi sinergicamente, esplicare tutta la sua efficacia. Tante volte Sama aveva avuto il desiderio di apprendere almeno in parte quelle grandi conoscenze che il signor Chen aveva delle erbe, ma lui aveva chiaramente fatto capire di non aver alcuna intenzione di divulgare la sua sapienza. Non per egoismo, ma perchè riteneva che certi poteri conferiti dalle piante, potevano diventare molto pericolosi se usati da gente senza scrupoli. Il timore che le sue conoscenze potessero essere utilizzate in maniera scorretta, lo aveva indotto a dichiarare che se le sarebbe portate con sè quando il suo spirito avesse deciso di abbandonare il suo corpo attuale. - Ti aspettavo - le disse il vecchio con aria misteriosa. - Sono felice di sentirtelo dire! Anch'io non vedevo l'ora di rimanere un pò da sola con te. - È importante che tu sappia subito una cosa: è scritto che questa tua venuta debba apportare grandi mutamenti all'esistenza tua e dei tuoi amici. I draghi provenienti da occidente saranno distolti dal loro volo da un fragoroso rombo di tuono; le loro strade si divideranno, i loro destini si avvieranno al compimento. Grande è il tempo di Sce-ho, il Tuono. - Il tuono non mi ha mai spaventata. E poi, fin che al mio fianco ci sei tu, cosa mai dovrei temere? Piuttosto, i miei amici non sanno niente di te che non sia lecito sapere. Ti conoscono come un grande saggio, ed è in questa veste che ti chiedo di essere vicino anche a loro. Quello che fai per loro è come se lo facessi per me. - Sei sempre di una grande generosità. Purtroppo non mi è stato concesso di saperne di più. I tuoi amici sono ben diversi da come appaiono, non è un caso che vi siate ritrovati tutti insieme in questo luogo. Quello che sta maturando per loro, è un grande destino. - Davvero li trovi tanto speciali? - Vedi, ognuno di noi ha nello sguardo una luce particolare. È in quella luce la spiegazione della nostra esistenza, il significato della nostra attuale incarnazione. Prendi il ragazzo, per esempio: ha l'apparenza di un giovane allegro e spensierato; non lasciarti ingannare, ho letto nei suoi occhi una saggezza millenaria. È in realtà molto più vecchio e più saggio di quanto tu possa mai immaginare. Anche la sua donna mi comunica la stessa impressione. Sembrano appartenere a una dimensione così lontana dalla nostra, in senso spirituale intendo, che quasi mi stupisco di come stiano ancora tra gli umani. - Ciò che dici mi sconvolge. Puoi rivelarmi qual'è il segreto per accorgersi di ciò? - Anche se te lo dicessi, tu non potresti mai utilizzarlo. Devi saper entrare nelle vibrazioni dei loro sguardi; gli sguardi di quei due amici non hanno confini, si perdono nell'eternità, nel non essere. Questo significa che hanno già da un pò superato il ciclo delle incarnazioni. Eppure sono incarnati. Questa loro attuale condizione mi riempie di stupore. È come se fossero tornati a completare un Karma lasciato in sospeso per chissà quale improvviso mutamento. - Scusami, non riesco a seguirti, sono concetti che attraversano la mia mente senza fermarsi. - Non preoccuparti, nessuno può capirli se non è illuminato. - Perdona la mia leggerezza. - Non badarci. Piuttosto, l'altra ragazza mi sembra selvaggia come un puledro non domato! - Questa volta si che ti sbagli! Più che un puledro, direi che si tratta di una debole pecorella abbandonata dal suo pastore! - Ah! Ah!...- rise il vecchio - Una pecorella quella lì? Te ne accorgerai di che razza di pecorella si tratta! Ha lo sguardo di una tigre, altro che pecorella! - Ora mi stupisci davvero. Passi per Lillo e Maia, loro vengono da altri mondi, come dici tu... - Da altre dimensioni - la corresse il vecchio - non da altri mondi. È diverso, molto diverso... - Va bene, da altre dimensioni. Ma Alessia? È sempre stata succube di qualcuno: prima dei genitori, poi del suo uomo...Non ha mai avuto la forza di sganciarsi dai suoi santi protettori, per quanto si rendesse perfettamente conto della sofferenza di dover dipendere da loro per qualsiasi decisione importante. L'unica volta che ha imposto la sua volontà è stata quando ha deciso di andare a vivere da sola, e ancora adesso sta subendo, come conseguenza, la feroce ostilità della famiglia. Persino per convincerla a venire con me, ho dovuto assumere l'incarico di diventare il suo nuovo santo protettore!... - Era tutto scritto, non potevi fare altrimenti. Lei era attesa qui come tutti voi, non poteva mancare all'appuntamento che il Cielo le aveva predisposto. Sama rimase in silenzio. Era stupita dalle affermazioni del vecchio, ma sapeva che sarebbe stato inutile ribattere: il signor Chen non era solito dire sciocchezze; il tempo, come era sempre avvenuto fino allora, gli avrebbe dato inesorabilmente ragione. Si scosse, mossa da un lampo di curiosità: - Senti, va bene per gli altri, ma nei miei occhi cosa hai visto? Eh? Perchè non me lo dici? - Nei tuoi occhi ci vedo una bella nidiata di bambini... - Uh, hai sempre voglia di scherzare! Il vecchio non stava scherzando affatto, ma preferì non replicare. Era troppo presto per lei, era ancora distante il momento della sua realizzazione. Sorrise divertito e riprese: - Piuttosto, sai che effetto mi ha fatto l'amica del ragazzo? Beh, come quando guardi un'immagine riflessa in uno specchio: la vedi, ma sai che non c'è. E anche lui, a pensarci bene, mi dà la stessa sensazione. È come se si riflettessero l'un l'altro: ci sono entrambi ma, se lui non ci fosse, non ci sarebbe neanche lei. Sama scosse il capo ripetutamente: - Questa volta proprio non riesco a capire; che c'entra l'esistenza dell'uno con quella dell'altro? Sono due persone ben distinte, ben diverse tra loro. - Non lasciarti ingannare dalle apparenze. Potrebbero essere, per esempio, l'uno la proiezione dell'altro, ti pare? - Lasciami stare. Se vuoi che io possa capirci qualcosa, allora dammi una buona volta qualcuno dei tuoi intrugli segreti. Altrimenti non sperare che io possa riuscire a viaggiare sulle onde magiche del tuo pensiero. - Non c'è niente di magico. E il mio intruglio non te lo dò, non è ancora il momento. - Eh, già - sospirò Sama guardando il soffitto - io sono quella del momento che non arriva mai! - Tu sei la solita occidentale impaziente. Il vecchio smise di fumare. Prese da un barattolo dei pezzettini di radici e cominciò a masticarli. Indicò il barattolo a Sama: - Queste radici servono a farci tornare nel mondo dei viventi, quando il nostro pensiero mostra di volerlo abbandonare. Andiamo adesso, è ora di riposare. Il mattino si annunciò con un tintinnio di campanellini. Un valletto percorse i corridoi con uno strano strumento tintinnante, lasciando che il delicato suono dei campanellini assecondasse dolcemente il risveglio dei dormienti. Era anche il segnale che doveva indurre il governatore della notte a lasciare il posto al governatore del giorno, affinchè la vita riprendesse solerte in tutta la casa. Alessia aprì gli occhi ed ebbe l'impressione che qualcuno la stesse osservando. Col suo sguardo leggermente miope, mise a fuoco una strana faccia che la notte prima non aveva notato, vinta com' era dalla stanchezza e dall'emozione del cambiamento. Era un mascherone indiano, una qualche divinità indù raffigurata nel solito modo ricco di colori e di ornamenti; era sulla parete di fronte al suo letto, circondato da una miriade di cianfrusaglie di artigianato locale. Con un moto istintivo, tirò su il lenzuolo a coprire la sua totale nudità. Si guardò intorno, curiosa, poi sorrise del gesto che aveva fatto: era proprio ridicolo mostrare pudore davanti a un mascherone! Si mise a sedere sul letto, lasciando cadere il lenzuolo; non aveva gran voglia di alzarsi, ma non conosceva ancora le abitudini della casa e non voleva sembrare scortese presentandosi in ritardo per la colazione. Di lato dal mascherone si apriva la porta del bagno. Vi si recò, guardandosi per prima cosa allo specchio: notò che il sonno le aveva fatto bene alla pelle. Compiaciuta, aprì il rubinetto della vasca e lasciò correre l'acqua. Sul bordo della vasca erano delle boccette con delle foglioline; pensò che dovesse trattarsi di erbe aromatiche ma preferì non arrischiarsi a provare. Scelse una più familiare confezione di sapone liquido e se lo spalmò sul corpo. Si immerse nell'acqua tiepida, chiuse gli occhi e lasciò che l' acqua sciogliesse il sapone sulla sua pelle. Dopo un pò uscì dalla vasca e afferrò un largo asciugamano di spugna frizionandosi vigorosamente le membra. Prese infine dall' armadio una lunga tunica di seta scura e la indossò assicurandosela alla vita con una sottile cintura. Dette qualche colpo di spazzola ai capelli e scese dabbasso. Lillo e Maia avevano dormito abbracciati. Quella notte la stanchezza li aveva vinti ancor prima che potessero solo pensare di fare l' amore. O forse, più che la stanchezza, era stato quell' infuso che il vecchio aveva dato loro per aiutarli a distruggere la stanchezza del viaggio. Lo aveva chiamato " l'infuso del paradiso di bambù ". Cosa mai fosse questo paradiso di bambù lo sapeva soltanto lui, ma tant'è, aveva funzionato. Avevano dormito un sonno di piombo e il risveglio li aveva trovati talmente rilassati che entrambi si mugolarono l'un l'altro il desiderio di rimanere ancora a letto. Ma sarebbe stato scortese nei riguardi degli altri. Lillo suonò per la cameriera, che accorse immediatamente. Le chiese di preparare il bagno e la ragazza si apprestò a farlo con grande solerzia. Quando il bagno fu pronto, Lillo scosse lievemente Maia invitandola ad andarci prima lei. Ancora non del tutto da questa parte della barricata, Maia gli chiese di accompagnarcela lui. Lillo guardò la cameriera, come per invitarla a lasciarli soli, ma lei si limitò ad inchinarsi e a sorridere, senza minimamente accennare ad andarsene. Evidentemente non doveva avere la stessa concezione del pudore di loro occidentali. Lillo si alzò, deciso a non curarsene neanche lui più di tanto e, nudo com'era, aiutò Maia a sollevarsi tirandola delicatamente per un braccio. Lei si lamentò debolmente e, con gli occhi semichiusi, gli si appoggiò addosso pigramente lasciandosi guidare fin dentro la vasca. Lillo lasciò che vi si adagiasse e comandò alla cameriera che li aveva seguiti fin lì, di procurare qualcosa da bere. Nel frattempo fece pipì, poi si infilò nella vasca accanto a Maia. Lei gli fece posto senza aprire gli occhi e si voltò dall'altra parte per continuare a dormire, con la testa appoggiata al suo stesso braccio penzolante dal bordo dell' antica e accogliente vasca da bagno. La cameriera sopraggiunse dopo qualche momento con una caraffa colma di un succo. Lillo osservò la pozione con sospetto, poi decise di fidarsi e bevve prima a piccoli sorsi, poi sempre più avidamente. Riposta la caraffa sul vassoio, con un cenno indicò alla ragazza di strofinargli la spugna sul corpo. La cameriera si dette immediatamente da fare, sorridendogli con uno sguardo carico di complicità. Lillo capì di non esserle indifferente. Approfittando di un momento in cui il viso della ragazza si trovava a sfiorare il suo, le passò una mano tra i capelli e le si accostò per darle un bacio. La ragazza non si ritrasse. La mano di Lillo le si infilò rapida nella camicetta e le afferrò un seno. La ragazza non si mostrò sorpresa: slacciò ancor di più la blusa per agevolarlo e serrò le labbra per evitare di gemere e svegliare così Maia, che continuava inconsapevole a dormire. Lillo le prese un capezzolo tra le dita e lo strofinò delicatamente. Maia si mosse. Lui ritrasse immediatamente la mano e fece cenno alla ragazza di sparire. La ragazza, questa volta, conscia del pericolo, filò via immediatamente. Lillo raccolse la spugna e prese a strofinare dolcemente la schiena della sua donna. Sama era già sveglia da un pezzo. Aveva dormito da sola, quella notte. Il vecchio venne a darle il buongiorno direttamente nella stanza da letto. Si conoscevano da quando lei era una ragazzina, condotta in quei luoghi dal nonno e dal padre, entrambi grandi amici e soci in affari del Cinese da tempo immemorabile. I suoi occhi di bambina avevano sempre visto nel Cinese un personaggio da favola, un essere di un altro mondo. E un pò ci aveva indovinato. Il signor Chen era stato monaco buddista, prima di mettersi in affari. Le vicende della vita lo avevano condotto a creare quella che al momento era la più importante Organizzazione dell' area. Le sue innate facoltà paranormali erano state grandemente amplificate dalla pratica buddista, fino a indurlo, quando il Cielo aveva deciso che era arrivato il momento di cedere ad altre mani il comando della sua Organizzazione, a dedicarsi completamente alla ricerca del sapere e del capire. La sua confidenza con Sama era totale, quanto totale era l'ammirazione e il rispetto che lei provava per lui. Dovevano parlare di affari, ma saggiamente decisero di lasciar passare prima un pò di tempo. Sarebbe arrivato fin troppo presto il momento in cui Sama avrebbe dovuto lasciare gli amici per tuffarsi di nuovo nel lavoro, nel suo "vero" lavoro. Una settimana passò senza novità di rilievo. I quattro trascorrevano le giornate andando in giro come normali turisti. Il signor Chen li aiutava ad andare incontro a ciò che il Cielo aveva predisposto, dando loro da bere i suoi infusi speciali. Loro non potevano sapere a cosa servissero in realtà quegli infusi, ma avevano un buon sapore, e poi male non facevano di certo. Credevano così di assecondare una mania del vecchio, inconsapevoli di star procedendo invece, proprio per mano del signor Chen, lungo la via già tracciata per loro dal volere del Cielo. Dal profondo dell' anima, la loro vera identità sarebbe emersa come una farfalla dal bozzolo. Non era necessario che lo sapessero prima: al momento giusto se ne sarebbero accorti da soli. Alessia aveva intanto superato perfettamente la fase di scoramento e ora si comportava come se Giulio non fosse mai esistito. L' aveva cancellato dalla sua mente come un inutile ricordo, come un parassita dal quale si era finalmente liberata. Gli infusi del signor Chen stavano funzionando a dovere. Ora il suo interesse era tutto mirato a conoscere gente nuova e Sama le aveva promesso di portarla con sè alla prossima festa del Club Diplomatici. Maia e Lillo, invece, non mostravano segni evidenti di cambiamento nella loro personalità. Pur mantenendo quella solita indipendenza l' uno dall' altra, erano sempre insieme, legati da un rapporto di intensa complicità che li appagava entrambi. Il signor Chen li teneva particolarmente sott' occhio, affascinato com' era dall' idea di avere davanti a sè due individui che di terrestre avevano solo le apparenze fisiche. Però, per quanto cercasse di afferrarne i segreti immergendosi nelle vibrazioni provenienti dal profondo dei loro sguardi, non riusciva mai ad arrivare alla sorgente del mistero. I suoi infusi, che avrebbero dovuto far emergere la loro vera personalità, non producevano sui due giovani alcun effetto, come se questi fossero esattamente come si mostravano, senza quella crosta di apparenze con la quale ogni essere umano usa schermarsi per difendersi dall' invadenza altrui. Nella sua intensa esistenza, il vecchio aveva raramente incontrato qualcuno che non avesse bisogno di una buona corazza, anche solo ideologica o fideistica, per crearsi l' illusione di poter mantenere all' esterno di sè ogni possibile causa di paure e di sofferenza. Loro due, invece, parevano del tutto estranei a certe problematiche, estranei a qualsiasi filosofia o religione, estranei a qualsiasi verità che non fosse il prodotto di uno stretto concatenamento logico. Come se il senso del "Capire" avesse del tutto scalzato, nell' economia della loro esistenza, il senso pur universale del "Credere". Forse era proprio la differenza tra il "capire" e il "credere", si soffermava a riflettere il signor Chen, la vera differenza tra il bene e il male, la vera discriminante che separa un essere inferiore da uno più evoluto. Perchè la loro evoluzione, senza dubbio, era enormemente più avanzata di quella di qualsiasi terrestre, egli stesso compreso. Al signor Chen non era però sfuggita un' ombra che qualche volta attraversava la mente di Lillo quando venivano toccati determinati argomenti. C'era qualcosa che il giovane gli nascondeva, qualcosa che il cervello di lui non era ancora riuscito a elaborare ed a classificare. C' erano di sicuro delle domande che egli aveva fatto a se stesso e alle quali non era ancora riuscito a trovare una risposta. Maia invece appariva tranquilla. Nessun dubbio tormentava la sua mente. O forse era maggiore in lei la capacità di accantonare i problemi ai quali non trovava soluzione. Lei e Lillo erano tra di loro in perfetto equilibrio: si comportavano come un sistema di stelle doppie, ognuna orbitante intorno all' altra senza che l'una prevalesse sull'altra. Il signor Chen li ammirava per questo. Sama, da buona padrona di casa, si rivelava sempre disponibile in ugual misura per tutti. Benchè, pur senza darlo a vedere, avesse un debole per la sua amica Alessia, che teneva costantemente sotto osservazione per assicurarsi che i vecchi fantasmi non tornassero a disturbare quella serenità che aveva appena ritrovata. Il signor Chen aveva visto in quella ragazza un essere del tutto diverso dalla donna piagnucolante che lei aveva raccolto a pezzi pochi giorni prima della partenza. E il signor Chen non sbagliava mai. Bisognava fare attenzione a non farsi cogliere impreparati, quando il mutamento avrebbe cominciato a manifestarsi in maniera più evidente. Il signor Chen aveva preso Alessia in gran simpatia e lei ricambiava con un atteggiamento carico di tenerezze, che denotava il suo intenso desiderio di affetto, di quell' affetto disinteressato che in fondo nessuno le aveva mai donato prima. Il timido scroscio delle foglie mosse da un leggero soffio di vento, accompagnava sommesso i passi di Lillo lungo i vialetti del parco. Maia era rimasta in casa a chiacchierare con Sama, mentre lui aveva preferito uscire per godersi gli odori della vegetazione resi più intensi dalla pioggia che quel pomeriggio era arrivata forte ed improvvisa. Camminava con le mani in tasca, profondamente rasserenato rispetto a quando era partito. A quei due del viadotto non ci pensava più. Si era imposto di non pensarci. Pensava invece ai suoi discorsi col Cinese. Quel vecchio lo affascinava, era diventato il suo interlocutore preferito. Ne aveva un immenso rispetto e provava per lui un sentimento che andava fortemente al di là della semplice simpatia. Si rendeva conto che il signor Chen non era il solito vecchio che ha costruito la sua saggezza sull'esperienza, nè lo studioso che riempie le proprie argomentazioni citando i maestri. Il maestro era lui, lui l' illuminato, lui la fonte stessa della luce. Lillo si chiedeva se, parlandogli di quanto gli era accaduto prima della partenza, il vecchio potesse fare qualcosa per liberarlo dal timore di non riuscire più a controllare quel suo imprevedibile istinto di distruzione; aveva però la sensazione che il Cinese gli confermasse che nulla poteva essere fatto per aiutarlo a resistere alla tentazione di uccidere di nuovo. Ma forse una situazione del genere non si sarebbe mai più ripetuta, sarebbe rimasta un episodio isolato. Inutile allora tediare il signor Chen con un problema del quale sarebbe stato superfluo trovare la soluzione. L' aria intanto aveva preso a rinfrescare e il vento ad accentuare l' ondeggiare dei rami, carichi ancora di mille goccioline che venivano giù a rigare il volto del giovane con lacrime che non erano sue. Rientrò in casa. Maia era sola. Sama si era momentaneamente allontanata. La vide tornare poco dopo, trasparente di un' espressione di inusuale allegria. Lo chiamò con un ampio gesto della mano: - Cercavo proprio te! Ho appena ricevuto la telefonata di una persona che vorrebbe incontrarti, nella nostra sede del Nord. - Ha detto che vuole incontrare me? Ne sei sicura? Non conosco nessuno in questo Paese. - Se ho detto che vuole incontrare te, so quel che dico. Fidati! - Allora dimmi chi è, così posso decidere meglio se accettare l' invito... - E che sorpresa sarebbe? Io ti consiglio caldamente di accettare, anzi insisto perchè tu vada, ne vale la pena... - Maia verrebbe con me, naturalmente... Sama guardò Maia, che fino a quel momento si era limitata ad ascoltare e che comunque non dava segno di voler intervenire, nè aveva battuto ciglio quando Lillo aveva affermato di volerla con sè. Certo, le sembrava scontato dover accompagnare il suo uomo. - Può benissimo venire con te, se lo gradisce. Vedrai che sarà una piacevole sorpresa! - Come ci si arriva a questa vostra sede? - Andrete in auto, uno dei nostri vi condurrà direttamente lì. - Ok. Andiamo a preparare i bagagli. Partirono la mattina dopo. La guida era un filippino simpatico e ciarliero, che si prese cura di mettere al corrente i due di tutte le leggende che correvano sul conto di colei che dirigeva la sede del Nord. Dai racconti del filippino, Maia dedusse che avrebbe avuto a che fare con una belva in gonnella. Una rivale che, se avesse deciso di portarle via il suo uomo, non si sarebbe fatta certo scrupoli di eliminarla, di darla in pasto ai cani. Non fece parola di questi suoi timori: non voleva apparire gelosa, non voleva palesare quel naturale senso di femminile paura che ogni donna prova al pensiero di essere messa sul piatto della bilancia ed essere trovata scarsa. Lillo invece, a un'evenienza del genere non ci pensava neanche. Non provava particolare interesse verso quella donna; tra l'altro odiava la violenza e di conseguenza non avrebbe sopportato una donna violenta. In quanto al resto, lui andava perchè c'era qualcuno che aveva chiesto di vederlo, non certo per far visita alla padrona di casa. Si sarebbe attenuto alle regole della buona educazione e avrebbe cercato di mettersi in mostra il meno possibile. Intanto, si godeva il paesaggio mentre Maia, di buona lena, scattava fotografie. Quella sera stessa, mentre Lillo e Maia erano in viaggio, Sama riuscì finalmente a condurre Alessia al Circolo Diplomatici. Per l'occasione, Alessia aveva indossato un abito molto provocante, che non lasciava scoperto alcun lembo di pelle ma in compenso aderiva talmente alle sue forme da non concedere proprio nulla all'immaginazione. Sama invece si era vestita sottotono, per lasciare all'amica l'occasione di poter essere lei, per quella sera, il polo d'attrazione della vorace fauna maschile. Il loro ingresso al Circolo, infatti, non passò inosservato. Sama presentò Alessia agli ospiti più interessanti, dopodicchè le due donne si resero indipendenti. Alessia si lasciò subito corteggiare tenendo abilmente sulla corda un pò tutti e dando l' impressione di essere disponibile a qualsiasi avventura. Aveva scoperto improvvisamente il piacere di sfarfalleggiare, illudendo ognuno di essere soltanto lui il favorito per il prosieguo della serata. Le piaceva essere ammirata, desiderata, persino contesa. Purtroppo non era più l'epoca delle sfide a duello: le sarebbe piaciuto che degli uomini si battessero per lei all' ultimo sangue. Però, una certa rivalità tra coloro che ritenevano di poter ottenere da lei qualcosa di più che la sua sola presenza, la rassicurava sulla sua femminile capacità di destare l' interesse dei maschi più di qualsiasi altra donna presente. Naturalmente non le sfuggivano le occhiatacce e i sorrisi acidi delle altre signore, inviperite dall' inattesa e pericolosa concorrenza. Ma lei, invece di sentirsene ferita, ancor di più se ne compiaceva. Sama nel frattempo si era appartata con degli uomini anziani, che avevano da comunicarle delle informazioni riservate. A notte inoltrata, quando le nuove amicizie di Alessia potevano cominciare a diventare eccessivamente insidiose, Sama intervenne a richiamarla a sè. Con una scusa, la tolse al capannello vociante dei suoi corteggiatori, che protestarono vivacemente nel vedersi sfuggire dalle mani una preda che ritenevano già cotta e pronta da mangiare. Sama fu irremovibile. Disse soltanto che dovevano necessariamente rientrare. - Hai fatto furore stanotte, a quel che ho visto...- lanciò Sama all' amica quando si furono finalmente rifugiate nella limousine che le riportava a casa. - Ma li hai visti? Quelli sono tutti matti, dico io! - Devi proprio averli stregati, non li ho mai visti così affamati dietro una donna! - E che fame! Ho dovuto faticare non poco a rifiutare tutte le loro proposte di continuare la serata altrove... - Hai fatto bene a rifiutare: è necessario che ti faccia un pò di scuola prima che tu inizi ad accettare inviti da quella gente! - Non mi dirai che proprio tu la ritieni una cosa disdicevole! - No, non in quel senso. Stammi bene a sentire, io non sono quella che tu conosci, o meglio non sono come tu mi hai conosciuta finora. Qui in Estremo Oriente tratto affari che in Occidente sarebbero considerati disdicevoli, ma che per noi, in queste zone, sono del tutto normali. Il Circolo Diplomatici è un nido di serpi. Tra quella gente che smaniava per possederti, c' era sicuramente qualcuno che intendeva ottenere da te dei vantaggi concreti, oltre al divertimento di portarti a letto: ti avrebbero fatto un mucchio di domande, in modo subdolo, indiretto, ma perfettamente centrate ad ottenere quelle briciole di informazioni che a te sarebbero sembrate assolutamente insignificanti ma che loro avrebbero ben saputo come interpretare. È il loro mestiere: un solo piccolo accenno, ben incasellato, li metterebbe in grado di capire da che parte stia spirando il vento. È necessario che tu lo tenga sempre presente. Alla prossima occasione, ti istruirò su come rispondere alle loro domande. Se vogliono informazioni, ne avranno; ma deciderò io quali. Con la tua aria sbarazzina potrai dar loro a bere qualsiasi sciocchezza . Avidi come sono, ingoieranno tutto senza sospetti, come limpida acqua di fonte. - Non vorrei aver capito male, ma ho l' impressione che tu voglia usarmi come il formaggio nella trappola, o sbaglio? - Vedi come sei perspicace? L'aria di queste parti sta dando i suoi frutti, il tuo ingegno non fallisce. Brava, hai detto bene, proprio il formaggio nella trappola. Ma non temere, loro vogliono mangiare me, non te. - La mia parte non cambia, rimango sempre un' esca! - Insomma, se non ti va non importa! Ritenevo che non dovesse pesarti fare un piccolo favore a un' amica; se non te la senti lasciamo perdere... - Dai, dicevo così per dire! Ovvio che non mi tiro indietro, per chi mi hai presa? "Già, per chi l'aveva presa?" Sama si accorse che qualcosa stava veramente cambiando nell'atteggiamento di Alessia verso il mondo esterno. La ragazza stava tirando fuori delle unghie ben affilate; avrebbe dovuto parlarne al signor Chen. La nuova personalità che gli infusi del Cinese stavano facendo affiorare, avrebbe dovuto essere tenuta sotto stretto controllo, per canalizzare al meglio quelle nuove energie che altrimenti avrebbero rischiato di disperdersi in mille rivoli di scarsa efficacia. Mentre l' auto procedeva in direzione della Residenza, Sama volle saperne di più sulle persone che si erano mostrate interessate alla sua amica. Alessia non si fece pregare, aveva una gran voglia di condividere con lei l' euforia del suo successo. Parlò senza essere interrotta, riversando su Sama tutta la piena delle sue impressioni, alcune veramente acute, su coloro che le avevano gravitato intorno. Tra tutti, se proprio doveva essere sincera, non avrebbe disdegnato di accettare la corte di un francese, un certo Jerome, Sama per caso lo conosceva? - E chi non lo conosce! - confermò infatti lei - Si dà molta importanza ma è fondamentalmente innocuo, molto fumo e poco arrosto. Ci prova con tutte e qualche volta riesce ad accalappiare la sua farfalla nella rete. La intontisce di chiacchiere, poi la porta nel suo appartamentino. Una volta all' opera, fa entrare in funzione la telecamera nascosta dietro lo specchio e filma tutto. Se la donna è importante, cede il filmato in cambio di un sufficiente compenso o di informazioni riservate che poi rivende a chi sa lui. Se invece è una donna dalla quale non può spremere niente, si diverte a rivedere il filmato in compagnia degli amici e poi cancella tutto. - Ah, meno male che me l' hai detto! Ma dimmi, tu come fai a saperlo? - Figliola, più d' una di quelle ochette si è rivolta a me per cercare di recuperare il filmato. O pensavi che uno come Jerome fosse riuscito ad incantare anche me? Stà tranquilla, non sono mai andata a letto con nessuno di loro; se ho voglia di un uomo so dove trovarlo! - Parli come se li disprezzassi tutti, quei ragazzi! A me sono parsi così simpatici!... - Ma sì, per quel che servono...Tu và pure con chi ti pare. Qui, cambiare letto ogni notte non è considerato un peccato. - E se dovessero filmare anche me? - Te ne importerebbe sul serio? - Mah, non so, non mi ci sono mai trovata in una situazione del genere...Dici che non dovrebbe importarmene? - Io credo che dovresti unicamente preoccuparti di fornire una prestazione efficace. Dopo averti ammirata nel filmato, staranno tutti lì a sbavarti dietro come cagnolini affamati. Potrai giocarteli a tuo piacimento... - Divertente...La fai facile tu! Io non sono mai stata con un altro uomo e non so proprio se riuscirei per davvero ad andarci, senza esserne innamorata. - Ho capito: i soliti condizionamenti. Le solite raccomandazioni della mamma che vengono a galla. Credo sia giunto il momento che tu cancelli una buona volta dalla mente certe dabbenaggini! Devi capire che tutto ciò che ti ha detto la mamma in fatto di sesso, serviva solo a non farti tornare incinta da scuola; ma ormai sei cresciuta, prendi la pillola; la prendi, vero? Perciò sarà il caso che ti comporti da adulta. Se certe cose ti va di farle, lascia perdere i sensi di colpa: falle e basta. Devi solo cercare, anche in queste cose, di usare il cervello. Tutto il resto, farai bene a lasciarlo cadere una volta per tutte nel bidone della spazzatura! - Lasciami il tempo di assimilare questi tuoi consigli, poi saprò dirti se hai veramente ragione. - A proposito, il tuo valletto mi ha chiesto il permesso di poterti fare della avances; cosa devo rispondergli? - Che se ci prova gli gonfio un occhio! - Peccato, da quando ti ha vista nuda è pazzo di te! - E quando mai mi avrebbe vista nuda? - In questa casa, anche i muri hanno occhi... - Ci sono anche qui telecamere nascoste? - Ho detto occhi, non obbiettivi! Alessia rimase perplessa, non riusciva a capire a cosa si riferisse la sua amica. Dove potevano spiarla? In bagno, forse? O dal buco della serratura della sua stanza? Stette in silenzio a rifletterci. Improvvisamente le venne in mente il mascherone. Ma i suoi occhi erano solo dipinti sul legno. Gli avrebbe dato, ad ogni buon conto, un' occhiata più da vicino. Intanto, erano giunte a destinazione. Alessia dette uno sguardo fuori dal finestrino. Il parco della Residenza, entro il quale si erano appena inoltrati, le trasmetteva una sensazione da tregenda. Le ombre oscillanti dei rami danzavano lugubri, proiettate a terra dalla luce intensa della luna piena, come a festeggiare l' arrivo di quelle creature della notte che popolano funeste gl' incubi di tutti gli umani. Un brivido le percorse la schiena. Non vedeva l' ora di rifugiarsi nell' abbraccio accogliente della sua tranquilla stanzetta. Entrata in camera, la sua prima attenzione fu per il mascherone. Prese ad esaminarlo attentamente. Qualunque divinità volesse raffigurare, era davvero terrificante. Aveva gli occhi bovini e la fronte decorata da una gran quantità di perline e lustrini. "I lustrini!" intuì subito Alessia. Dovevano essere in realtà degli specchietti semitrasparenti. Sentì salirle lungo la schiena un' irrefrenabile ondata di calore. Non di rabbia, ma di eccitazione. L' idea che lì dietro qualcuno stesse osservandola, le metteva in corpo il desiderio proibito di offrirsi al di là di ogni pudore. Il suo spettatore non sapeva di essere stato scoperto, nessuno avrebbe potuto accusarla di esibirsi per lui. Si spogliò con noncuranza e si sdraiò nuda sul letto, senza coprirsi. Allargò ostentatamente le gambe e prese ad accarezzarsi con voluttà. "Ti piace guardare? E allora guarda!", disse tra sè, rivolta al suo invisibile ammiratore. Cambiò posizione più volte, cercando di offrirsi nel più completo e ostentato dei modi, sussultando infine in preda agli spasmi del raggiunto piacere. "Arrangiati da solo, ora!". sussurrò in un soffio, certa di non essere udita. Si infilò sotto il lenzuolo, allungò la mano verso l' interruttore della luce, la spense e si addormentò soddisfatta. L'alba era appena spuntata, sulle montagne del Nord. Il Toyota aveva viaggiato per tutta la notte, guidato dall' infaticabile filippino. Si erano fermati solo per un' ora, in una taverna lungo la strada, per mangiare qualcosa e riposarsi un pò. La strada asfaltata l'avevano abbandonata già da un pezzo. Sullo sterrato, il grosso automezzo si mostrava perfettamente a suo agio, viaggiando veloce a dispetto della vegetazione che andava facendosi sempre più invadente. Si infilarono in una stretta gola, uscendo poi su un altopiano, finalmente svincolati dalla stretta del fogliame opprimente. La strada riprese costantemente a salire. Giunti sulla parte più alta di un dosso, agli occhi sorpresi di Lillo e di Maia, apparve una costruzione dalla inequivocabile forma di un castello medioevale. Il filippino puntò il dito verso il castello: era proprio lì che erano diretti. Il castello era allocato sulla cima di una collina, circondato da una corona di colline più alte che parevano messe lì apposta per proteggerlo in un abbraccio materno. Non si trattava di un vero castello, precisò subito il filippino, ma di una copia fatta fare da un signorotto locale nei tempi passati. In tempi recenti era stato acquistato dal signor Chen, che lo aveva completamente ristrutturato per farne la sua residenza lì al Nord. All' interno, il castello mostrava la sua vera essenza, infarcito com' era di tecnologia giapponese. Porte che si aprivano automaticamente, sistemi di controllo sofisticati, automatismi dappertutto. Lillo e Maia erano in tensione: la fama funesta della padrona di casa creava loro un senso di sottile disagio. Non sapevano quale atteggiamento tenere verso di lei, se di deferenza, di umile sottomissione o cos'altro. Ma forse sarebbe bastata la semplice buona creanza. Sama infatti non aveva accennato a particolari modelli di comportamento: lo avrebbe fatto, se l'avesse ritenuto necessario La loro guida non era stata incoraggiante. Una volta entrati nel castello, li aveva lasciati a sbrigarsela da soli, affidandoli ad uno dei numerosi valletti che circolavano silenziosi lungo i tortuosi corridoi dell'edificio. Lillo sapeva che erano attesi, ma non gli avevano ancora detto da chi. Con suo grande stupore, nessuno si era presentato a riceverli. I valletti, gentilissimi, avevano avuto l' ordine di assegnar loro due stanze e di prendersi cura dei bagagli. Per il resto, erano in attesa di ricevere ulteriori disposizioni. La faccenda aveva un qualcosa di poco chiaro: non era nelle tradizioni dell' ospitalità orientale ricevere in quella maniera le persone attese. Non passò molto, che un valletto bussò alla loro porta. Comunicò semplicemente che i padroni di casa li avrebbero ricevuti presto: si trattava solo di pazientare per qualche momento. Un secondo valletto si affacciò poco dopo alla porta comunicando di aver ricevuto l' ordine di accompagnarli dai padroni. Maia e Lillo si mossero, sperando di incontrare finalmente il misterioso amico. Per quanto si sforzasse, Lillo non riusciva a immaginare chi potesse mai essere colui che li stava aspettando. Forse qualche suo ex compagno d' armi che aveva fatto carriera, o forse chissà, qualche suo ex compagno di scuola. Ma tant' è, di lì a poco il mistero sarebbe stato svelato. Per un intrico di corridoi, passaggi codificati e porte magnetiche, il valletto condusse i due fino alla porta di un ascensore. Spiegò loro che a lui non era consentito procedere oltre e mostrò cosa avrebbero dovuto fare per giungere fino in fondo al percorso. Dopodicchè, si inchinò con deferenza e scomparve. I due giovani entrarono nell' ascensore e fecero come era stato loro spiegato. La cabina prese a scendere velocemente. Dopo una discesa che Lillo valutò piuttosto lunga, l' ascensore si fermò. Le porte, aprendosi, dettero accesso a una cabina contigua, che questa volta prese a viaggiare in senso orizzontale lungo dei binari dal percorso indefinibile. La corsa terminò davanti alla porta di un' ulteriore cabina, diretta ancora verso il basso. Finalmente, le porte si aprirono su un qualcosa che non era un' altra cabina; al primo colpo d'occhio, parve loro di essere in un' enorme caverna, circondata da camminamenti in acciaio lucente e perfettamente illuminata da una miriade di lampade dall' accecante luce biancastra. Una voce stentorea, dall' altoparlante, porse il benvenuto, indicando il tratto finale da percorrere. Lillo sobbalzò dalla sorpresa: aveva riconosciuto immediatamente la voce che li aveva salutati dall' altoparlante. - Non assomiglia alla voce di Giò? - lo anticipò Maia, afferrandolo per un braccio. - E chi vuoi che possa essere, se no? Giunsero davanti alla porta che era loro stata indicata e la trovarono aperta. Giò era in piedi ad attenderli. Dietro di lui, una figuretta in jeans e camicetta a fiori, era alle prese con delle tazze da thè. - Benvenuti, signori, nella nostra dimora! Scusate la lunghezza del percorso, ma solo a pochi è consentito giungere fino a noi. - Grazie per la fiducia, ma si può sapere cosa diamine ci fai tu in questo posto? Giò sorrise sornione e lasciò che la ragazza in jeans e camicetta a fiori servisse il thè a tutti loro, versandone in ultimo una tazza per se stessa. La risposta non arrivò di rimando: Giò bevve prima un sorso di thè, come per verificarne il gusto, invitò quindi i suoi ospiti ad accomodarsi e a partecipare alla rituale bevuta di benvenuto. La ragazza in jeans aveva preso posto a fianco a lui e, guardando Maia con ostentato interesse, prese a bere il suo thè a piccoli sorsi. Maia capì che la ragazza non poteva essere una servente, perchè se così fosse non si sarebbe seduta, nè tantomeno avrebbe bevuto con loro. Forse era la segretaria di Giò, o ancor meglio, la sua compagna. Però Giò non aveva fatto le presentazioni e questo lasciava presumere che dovesse trattarsi di una subordinata. Ma allora, come mai quella ragazza si permetteva di fissarla in quel modo? Da quelle parti un atteggiamento del genere era da considerarsi offensivo, se proveniente da una persona di rango inferiore. Maia prese allora a sua volta a fissarla con aria di sfida. La donna le sorrise e continuò a bere senza accennare a volersi introdurre nel dialogo. Giò, finalmente, si decise a parlare: - Questo posto appartiene al signor Chen che però, nella sua grande saggezza, ha creduto bene di ritirarsi dalla fase attiva per dedicare il suo preziosissimo tempo interamente alle sue ben note ricerche. Come avrete certamente saputo, nessuno al pari di lui conosce le proprietà delle piante, nessuno al pari di lui ne sa sfruttare per intero i segreti. A sostituirlo, per quanto sia impossibile sostituire il signor Chen in modo sufficientemente degno, è stata posta questa gentile signora che vedete al mio fianco. È conosciuta come la "Thailandese". Il suo vero nome è Marie ma tutti noi usiamo chiamarla "Madame". Lillo e Maia rimasero con le loro tazze a mezz' aria. Così, era quella la mitica Thailandese, la donna che nessuno avrebbe voluto trovarsi mai contro! La Thailandese, nel momento in cui Giò pronunciava il suo nome, aveva leggermente abbassato la testa in un inchino. Lillo e Maia la imitarono subito, inchinando a loro volta il capo per restituirle il saluto. Giò , intanto, proseguì nella sua tiritera: - Siete stati accolti in questo posto su mia richiesta e per mio desiderio. Ciò, anche in virtù della vostra stretta amicizia con la seconda padrona di casa: la nostra beneamata Sama, per intenderci. A questo punto, Giò fece una pausa per gustare l' effetto che tali inattese rivelazioni stavano causando sui due sbalorditi ospiti. In effetti, per Lillo e Maia le sorprese sembravano non dover mai avere termine. Dopo qualche attimo, Giò continuò col suo vocione divertito: - Naturalmente ci si aspetta da voi la massima riservatezza su tutto ciò che potrete osservare qui intorno e su tutto ciò che vi troverete ad ascoltare. In caso contrario, non ci sarebbero sanzioni da parte nostra, beninteso; però diverreste automaticamente un ambito bocconcino per qualche nostro concorrente che non esiterebbe a farvi rapire per spremervi, con le buone o con le cattive, qualsiasi informazione voi possiate fornire su quanto avete visto qui al castello. Va da sè che sarebbe inutile e comunque impossibile resistere alle loro richieste e sareste in ogni caso destinati a raggiungere per loro stessa mano il già molto affollato mondo dei defunti. Avreste così il piacere di conoscere personalmente i vostri antenati, ma io rimango dell' opinione che ogni cosa debba avvenire a suo tempo. Per il resto, non dovete stupirvi se vi dico che qui disponiamo di una base militare pronta a schierare un esercito così agguerrito da poter agevolmente dar filo da torcere perfino ai governativi. Di sicuro, nessuno oserebbe mai varcare i confini della nostra area di competenza, perchè ciò comporterebbe l' immediata distruzione degli intrusi. - Va bene, Giò, tutto chiaro fin qui - interruppe Lillo con l' intento di capire qualcosa di più sul ruolo del suo amico - ma si può sapere cosa fai tu, esattamente, in questa Organizzazione? - Oh, io mi limito ad occuparmi dei trasferimenti della merce e dei relativi pagamenti, tutto qui. Ah, in più dirigo il settore addetto alla sicurezza delle consegne. Per intenderci, se a qualche insetto venisse la malaugurata intenzione di punzecchiarci, sono io che mi occupo della disinfestazione. - Accidenti! Non lo avrei mai immaginato! Non in tali dimensioni, comunque. Giò gongolò soddisfatto. Indi aggiunse: - Ora, se la signora qui presente ci accorda il permesso, ti mostrerò qualcosa di più consono ai tuoi interessi. La signora concesse il permesso, ancora una volta con un cenno del capo, senza profferire parola. La sua espressione continuava ad essere neutra, anche se sorridente. Era chiaro che stava concedendo tutto intero a Giò il divertimento di stupire i suoi amici, limitandosi ad osservare il tutto con velata discrezione. Giò si alzò e anche Maia e Lillo si alzarono. La signora rimase seduta confermando, con un movimento della mano, che lei rimaneva dov' era. Giò le restituì a sua volta un cenno d' intesa ed uscì portando i suoi amici con sè. Si avviarono lungo un camminamento, fino a giungere in basso, sulla pavimentazione di cemento ruvido della caverna. - Vedete - prese a descrivere Giò - qui siamo esattamente sulla parte finale della pista del nostro aeroporto privato. A destra ci sono gli hangar con gli aeroplani e a sinistra le officine e i depositi di carburante. Questa parte della pista è sufficientemente lunga da permettere il decollo degli aerei leggeri; per i caccia, invece, disponiamo di una pista dislocata in una caverna poco distante, molto più estesa di questa. - Avete dei caccia? - domandò Lillo con meraviglia. - Certo! Sono necessari per scortare dei carichi di particolare importanza. Non immagini quanto movimento ci sia in cielo quando qualcuno fiuta un trasporto interessante! - Sono troppo indiscreto se ti chiedo cos' è mai un trasporto interessante? - Per esempio, un carico d' armi. Puoi facilmente intuire quale importanza possa assumere, per gli equilibri dell' area, una fornitura non giunta a destinazione o, peggio, caduta nelle mani sbagliate! - Me ne rendo conto. Ma c' è davvero qualcuno così temerario da volervi contrastare? - Di imbecilli è pieno il mondo. - Se questa dove siamo noi è la pista che usate abitualmente, mi chiedo come facciate non dico a decollare, chè con un pò di cautela si potrebbe anche fare, ma ad infilare l' imboccatura del tunnel in atterraggio, senza spiaccicarvi contro la montagna! - Se ti ho detto che si fa, significa che esiste la possibilità di farlo. Ma potrai constatarlo di persona, voleremo insieme uno di questi giorni: atterrare non è particolarmente difficile, si tratta solo di fare l' avvicinamento con molta precisione, come su una portaerei. - Con la differenza che se con la portaerei ti ritrovi fuori allineamento, puoi sempre riattaccare e ritentare, mentre qui, se sbagli, non hai possibilità di scampo. - Non essere così pessimista! Finora non abbiamo avuto nessun incidente e questo significa che non è poi così rischioso come può apparire a prima vista. Lo sperimenterai di persona, a tempo debito. Intanto, si erano spostati verso gli hangar. Giò si avvicinò a un bimotore: - Ecco, questo è l'aereo sul quale voleremo. L'Organizzazione dovrà prelevare un pagamento in Cambogia nei prossimi giorni, Madame ci comunicherà il giorno esatto. Capisci, è necessario predisporre bene ogni cosa. Potrai essere del numero, se vuoi. - Mi inviti a nozze! Sai bene che quando si tratta di volare non mi tiro mai indietro. Spero solo di essere simpatico al resto dell' equipaggio! - Di questo non c' è motivo di preoccuparsi: saremo solo io e te. - Come sarebbe, io e te? Non ho mai pilotato un bimotore, e anche se fosse, va bene per il decollo, ma scordati che io sia così pazzo da tentare di infilare il tunnel al ritorno! Giò sbottò in una risata fragorosa. - E chi ha parlato di farlo pilotare a te? Sarò io a condurlo e ti assicuro che so bene come atterrare, cosa credi? Lillo trasecolò. - Tu? E da quando sai pilotare un aeroplano? - So fare anche tante altre cose che tu non immagini, giovanotto. In questo mestiere si deve essere preparati a tutto. In quel momento, a Lillo venne in mente Sama. "Vuoi vedere", pensò, "che anche lei sapeva già pilotare? E magari addirittura i caccia, altro che gli alianti come aveva tentato di fargli credere!". Giocò la sua carta: - Scommetto che anche Sama sa pilotare. - Si, in quell' hangar lì in fondo c'è il suo elicottero. Lillo rimase ancora una volta di stucco. - Intendevo, pilotare un aereo... - No, lei preferisce gli elicotteri. - Vuoi dire che non ha mai pilotato un aereo? - No, che io sappia. - Per la cronaca, ha pilotato il mio, e se la cavava piuttosto benino! - Uh, guarda un pò!...Allora hai corso i tuoi rischi. Ti assicuro che, a parte il tuo, Sama non ha mai pilotato un aeroplano in vita sua, non che mi risulti, almeno. Però, se mi dici che ci sa fare, vorrà dire che le proporremo dei corsi di perfezionamento; non ce n'è mai a sufficienza di bravi piloti! Lillo smise di fare domande e guardò Maia. Lei ascoltava attenta, ma gli aeroplani non erano un argomento di suo particolare interesse, sapeva solo che volavano e tanto le bastava Piuttosto, pensava alla Thailandese: non aveva niente dell' essere assetato di sangue, come la descrivevano; anzi, le sembrava persino un pò timida. E Sama poi, lei l' aveva sempre valutata una donna da letto, intelligente senza dubbio, ma dedita soprattutto a divertirsi con gli uomini. E invece se la ritrovava inaspettatamente padrona di un esercito, trafficante d' armi ad alto livello e pilota di elicotteri per giunta, e poi chissà cos'altro. In quanto a Giò, lo aveva sempre considerato un avventuriero da gita turistica. Quanto si era sbagliata! Doveva stare attenta a fidarsi meno delle apparenze, d' ora in poi. Ritornati in superficie, Maia espresse il desiderio di appartarsi, per riposare un pò. Lillo invece aveva ancora tante cose da chiedere a Giò, specie ora che la Thailandese non era presente. I due si recarono nel giardino a passeggiare; la temperatura esterna non era eccessivamente elevata e la folta vegetazione donava all' aria quel piacevole odore intenso di foresta tropicale. Giò si comportava con assoluta disinvoltura, come se il padrone di casa fosse lui. I valletti portarono qualcosa di fresco da bere, indi furono congedati affinchè i due amici potessero chiacchierare indisturbati. Seduto su una panchina all' ombra, col bicchierone in mano, Lillo desiderava togliersi qualche curiosità: - Ma è tutto vero quel che si sente sul conto della Thailandese? - Dipende da cosa hai sentito tu... - Della sua ferocia, intendo. - Uccide con facilità, questo è vero. È una collaudata macchina da guerra, certamente. D' altronde non avrebbe scelta, perchè se perdesse la faccia, per lei sarebbe finita. Tieni conto che qui abbiamo un vero e proprio esercito e che qualcuno può sempre svegliarsi la mattina con la convinzione di poterci togliere di mano il comando con un colpo di coda. Non è un timore infondato: un paio di loro ci hanno già provato. È inutile aggiungere che non hanno avuto successo. Per il resto, nonostante porti sempre al dito un anello a scatto con all' interno una punta avvelenata, e non si faccia scrupoli ad usarlo, Marie è una dolce e cara ragazza come meglio non ne troveresti. - Vedo che tra voi c'e molta confidenza... - Si, andiamo molto d' accordo noi due, nonostante il suo caratterino. Non tollera la compagnia di nessun altro e, in ogni caso, Sama ed io siamo le uniche persone che possono permettersi di scherzare con lei. - Non è permesso neppure al signor Chen? - Il signor Chen non è una persona! In quel momento, nell' ufficio della Residenza, il signor Chen era a colloquio con Sama. Stavano parlando di Alessia. - Ho osservato attentamente la tua amica in questo periodo e credo che stia per terminare il suo Karma negativo. Ritengo sia proprio agli sgoccioli. Sama lo guardò preoccupata. Cosa intendeva dire il vecchio? Gli domandò con apprensione: - Non starà per terminare la sua vita terrena, spero! - No, certo che no: sta per concludere la parte negativa della sua vita terrena, piuttosto; ora muterà pelle come un serpente. - Anch' io l' ho vista decisamente cambiata da un pò di tempo a questa parte: sta acquistando luminosità, non trovi? - Esatto. Osserva bene il suo sguardo e noterai che è diventato più acuto, quasi pungente. I suoi gesti sono più sciolti e la timidezza di cui mi dicevi, è scomparsa del tutto. Sta ancora assorbendo energia, ma tra breve potrà liberarsi del tutto della sua negatività e allora ti accorgerai della sua presenza anche ad occhi chiusi: la sentirai emettere energia come una stufa ad infrarossi. Quello sarà il momento di prenderla per mano e avviarla sulla strada del Sapere Celeste. - Il Sapere Celeste? Di già? Non ha ancora terminato di assimilare l' infuso della Resurrezione. Non credi che stiamo premendo un pò troppo l'acceleratore? Il Sapere Celeste è già per gli iniziati! - Lei è diversa, è destinata a varcare già adesso la soglia alla quale gli iniziati si avvicinano dopo anni di meditazione. Sento vibrare in lei un' energia tremenda, vulcanica, come una pentola in ebollizione che abbia accumulato sufficiente pressione da poter esplodere da un momento all' altro. Non possiamo attendere che quest'energia così compressa dentro di lei, esploda e si disperda per le vie sbagliate. È nostro compito assisterla, affinchè ciò non avvenga. È mio compito decidere quando è il tempo di attendere e quando invece è il tempo di agire. - Forse non faremmo male ad avviarla alla conoscenza delle arti marziali. Le servirebbe da valvola di sfogo e l' abituerebbe all' autocontrollo allo stesso momento. Ho notato che ha dei riflessi da gatta, dei gesti rapidi e precisi che ben si addicono al combattimento. - Ha dei movimenti felini, sì, l' ho notato anch' io. - Te lo dicevo: una gatta, proprio una vera gatta! - Noi ne faremo una tigre. - Se ne faremo una tigre, poi dovremo stare attenti a non pestarle la coda! - Anche le tigri si possono addomesticare. - Tu credi che ci riusciremo? - Ad addomesticarla? - A farla diventare una tigre. - Io sono convinto di si. - Bene, da domani mattina la porto giù in palestra, e che la volontà del Cielo giunga a compimento! Alessia iniziò le lezioni la mattina dopo. Si era subito mostrata ben predisposta all' idea di poter apprendere a menar le mani in modo efficace, o almeno così lei intendeva l' essenza delle arti marziali, da buona occidentale inesperta. Confidò a Sama che quello era sempre stato il suo sogno segreto, che però non aveva mai avuto il coraggio di palesare ad alcuno: una ragazza ammodo, certe cose non doveva neppure pensarle. Il signor Chen provvide a prepararle un infuso da bere al mattino prima della lezione. Le aveva detto che serviva ad acquisire resistenza alla fatica fisica. Non era ancora il caso che lei venisse a conoscenza della direzione in cui il vecchio la stava orientando. Alessia non fece domande, ormai era talmente abituata ai misteri di quella casa ed aveva talmente tanta fiducia nel vecchio, da ingurgitare con cieca tranquillità qualsiasi intruglio le fosse presentato. Lillo e Maia stavano cenando in compagnia di Giò e della padrona di casa. I due uomini parlavano tra loro di armi e di aeroplani. Le due donne si limitavano distrattamente ad ascoltare, studiandosi a vicenda con sguardi fugaci. Madame non era una donna appariscente. Carina, certo, ma di quel tipo di bellezza orientale piuttosto comune da quelle parti, del genere che si poteva ammirare negli opuscoli turistici e nella pubblicità delle aviolinee locali. Niente da temere su quel punto di vista. Maia si era del tutto tranquillizzata, vedendo che l'interesse di Lillo era tutto centrato sui discorsi dell' amico piuttosto che sulla figura di Madame. La quale, dal canto suo, non faceva il minimo sforzo per attrarne l' attenzione o anche solo per apparirgli simpatica. Preferiva mantenersi del tutto defilata, lasciando a Giò il compito di anfitrione. I valletti servivano rapidamente e con classe. Madame mangiava poco di ogni portata, muovendo le posate con perfetta padronanza ed eleganza come se avesse studiato portamento in un collegio svizzero. Giò invece era più approssimativo. Le due donne non avevano comunicato tra loro che a lievi cenni del capo. Maia notò che di Madame non aveva ancora sentito la voce. Che fosse muta? O, peggio, che avesse una vocina pigolante e nasale al punto da sembrare ridicola? E se fosse proprio così e lei non avesse saputo trattenere il riso? No, meglio non pensarci, riderle in faccia sarebbe stato davvero imbarazzante, e mettere in ridicolo Madame era l' ultima cosa che avrebbe voluto fare. Con una belva come quella, ad offenderla si rischiava la pelle! A differenza dei maschi, che chiacchieravano in continuazione, le due donne si limitavano a parlarsi con gli occhi. Ognuna diceva all' altra: "Sono curiosa di te". L' occasione si presentò, finalmente, al termine della cena. Giò ci teneva a portare Lillo giù agli hangar e chiese il permesso di assentarsi con lui. Le due donne rimasero sole e fu allora che Madame, con voce inaspettatamente dolce e ben modulata si rivolse a Maia: - Vieni con me. Colta dalla sorpresa, Maia non ebbe il tempo di elaborare una risposta; ma le sue stesse gambe avevano già preso la decisione al posto suo. Si alzò come spinta da una molla e seguì Madame, in obbedienza a un comando che non poteva essere, per nessuna ragione, disatteso. Fu condotta nell' ala del Castello che affacciava dalla parte opposta all' ingresso principale. Lì erano allocati i quartieri privati di Madame. In quelle stanze, la tecnologia giapponese aveva lasciato il posto ad un' atmosfera magica di veli e di incensi. Le luci erano tenui e diffuse e lievi suoni di strumenti a corda e di voci, si udivano in lontananza, come se qualcuno stesse esercitandosi al canto in qualche stanza al di sotto di loro. Madame teneva Maia per mano, delicatamente, come a volerle infondere fiducia. Dentro di sè, Maia sentiva una gran simpatia per quella strana ragazza, pressocchè sua coetanea, ma così chiusa, così diversa da lei. Era perfettamente conscia di essere da sola nella tana della tigre, ma non aveva la sensazione di essere una preda. Anzi, sentiva di star godendo del raro privilegio di accedere al privato di Madame come un'ospite preziosa più che come un deferente ostaggio. Una servente fece capolino per ricevere eventuali comandi. Madame le disse qualche parola in una lingua nasale che Maia non conosceva, indi la congedò con un impercettibile movimento del capo. Allontanata la cameriera, lei stessa accese un fornellino e pose dell' acqua a bollire, per preparare un infuso che avrebbe poi bevuto in compagnia della sua ospite. Maia ormai conosceva le usanze, e poi a lei quegli strani infusi piacevano, la facevano star bene. Nella sua immaginazione aveva pensato che forse Madame le avrebbe proposto di fumare dell' oppio e probabilmente, se lo avesse fatto, non si sarebbe opposta all' idea. Era in Oriente e voleva gustarne tutti i sapori. Madame si accomodò su un grosso cuscino, indicando a Maia di sedere sul cuscino gemello. Le due donne erano ora sedute l' una di fronte all' altra. Si guardarono e si sorrisero. - Vuoi bene al tuo uomo? - fu la domanda, assolutamente inaspettata, con cui Madame aprì la conversazione. - Non è il mio uomo, o meglio non lo è nel modo che entrambe intendiamo. Gli voglio bene, sì. - E lui? - Anche lui, credo. - Credi o ne sei sicura? - Ne sono sicura. Madame abbassò lo sguardo. Rialzò il capo con pesantezza, quasi provasse vergogna di ciò che stava per dire. Attese qualche momento prima di parlare. - Io non ho mai avuto un uomo. - Mai? - Mai. - Vuoi dire che... - Non continuare, so cosa stai pensando. No, non in quel senso. Voglio dire che non ho mai avuto un uomo da amare, un uomo tutto per me. - Cosa te l' ha impedito? - L' essenza stessa dell' uomo. Nessuno accetterebbe di sottostare al mio potere e di ritenersi allo stesso momento un uomo vero. Nè io potrei mai accettare di sottostare al potere di lui. - Se per questo, anch' io non ho mai accettato di sottostare a un uomo, nè Lillo sarebbe disposto a sottostare a me. Stiamo bene insieme proprio perchè nessuno dei due sente la necessità di sopraffare l' altro. - È una gran bella cosa, ma può valere per voi in Occidente; qui è diverso. Io comando un esercito di uomini e devo ogni giorno mostrarmi più uomo di loro. Dimostrare di essere più intelligente, più capace, più aggressiva. Solo così posso mantenerne il rispetto. - Capisco. È una brutta situazione. Ti trovi tra l' incudine e il martello, tra il desiderio di innamorarti e l' impossibilità di farlo. - È esattamente così. Sapessi quanto ci ho sofferto negli anni passati! Sama mi ha persino proposto di dividerci i compiti in modo che io potessi avere un tempo per il signor Chen e un tempo per me; ma voglio troppo bene a Sama per accettare di scaricarle addosso certe responsabilità! - E Giò? - Oh, Giò! Quando sono con lui siamo come due ragazzini. È un compagno di giochi, non un uomo da amare. Anche se probabilmente è l' unico uomo che mi abbia veramente amata. - Ah, si? - Si, mi ha tratta fuori dai pasticci un paio di volte, e sempre a rischio della vita. Se solo lo avesse voluto, ora la Thailandese non esisterebbe più e sarebbe lui il capo qui dentro. Ne ha le conoscenze e le capacità per farlo. Bastava solo che non fosse intervenuto a togliermi dai guai: io sarei morta e lui... - Se ne hai tanta fiducia, perchè non lasci che sia lui a sgravarti della metà degli impegni, piuttosto che Sama? - Si, potrebbe farlo, ma cosa cambierebbe in fondo? Non si può essere donna a mezzo servizio. Dedicarsi a un uomo significa vivere per lui, attraverso di lui, dargli dei figli e la serenità di una famiglia. Ma accettare una condizione del genere, per me significherebbe dover rinunciare completamente al resto. - Preferisci il potere all' amore? - Tu non puoi capire! Il mio è un potere assoluto, un potere che inebria ed appaga, che mi fa sentire partecipe della vita degli Dei, anche se mi isola come gli Dei...Soltanto l' amore di un dio potrebbe appagarmi altrettanto e io finora ho incontrato solo uomini. - Non so darti una risposta. Non ho mai assaporato le gioie di un potere assoluto. Però ho assaporato il piacere di stare tra le braccia di un uomo che mi ama e ti assicuro che ne vale la pena. Forse, se avessi la consapevolezza di poter disporre della vita e della morte di coloro che mi circondano, proverei anch'io un' ebbrezza altrettanto intensa. Madame abbassò nuovamente lo sguardo, come a voler nascondere il sopraggiungere di un momento di profonda incertezza. Socchiuse gli occhi e con un filo di voce domandò: - Sei mai stata tra le braccia di una donna? Maia arrossì. Se Madame le aveva fatto quella domanda, forse aveva intuito certi suoi imbarazzanti segreti. Ma quella era una sera tutta speciale. Maia decise di non sottrarsi alla curiosità di quella strana ragazza: - Si, sono piaceri che non mi sono negata. Però con un uomo è diverso. Quando sei tra le braccia del tuo uomo, provi una sensazione indefinibile, uno stato d' animo in cui sei perfettamente consapevole di essere contemporaneamente schiava e padrona. Possiedi e sei posseduta allo stesso momento. Sai che, se vuoi, puoi colpirlo ferocemente fino a vederlo distrutto; ma sai anche di essere allo stesso tempo così vulnerabile da poterne venire a tua volta distrutta. Stare sotto un uomo è come dare all' assassino il coltello dalla parte del manico, godendo del rischio di poter essere uccisa. Madame scosse il capo con disapprovazione: - Se questo è l'amore, mi sembra assomigli più a un combattimento che a uno scambio di piacevolezze! - E in effetti lo è. È proprio un combattimento, dove la vittoria dell' altro è anche la tua vittoria. Se lui ti possiede, hai vinto. Se ti sottomette hai vinto. Perchè in quel momento è diventato tuo, è altrettanto sottomesso e posseduto da te. Sembra un controsenso, ma ti assicuro che funziona così. - E allora, quand' è che si perde? - Quando lui decide di sottomettere un' altra. - Ah! - Già. Bevvero il thè. Maia sentì un formicolio percorrerle le membra, come un sottile rivolo di infuocata energia che le risaliva lungo tutte le vene. Una droga? Guardò Madame dritto negli occhi. Lei le sorrise di rimando, come avesse intuito la domanda: - È un infuso che raffina e potenzia le sensazioni. Perchè ciò che sto per mostrarti è stato visto da pochissimi occhi nel corso dei secoli; dovrai viverne le sensazioni con la massima intensità. Così dicendo, si alzò e le porse la mano per aiutarla a sollevarsi dal cuscino. Uscirono dalla stanza e, nel corridoio, Madame tirò un cordoncino che pendeva dalla bocca di un drago come una lingua smisurata. Una servente si materializzò all' istante; Madame le disse qualche parola in quella stessa strana lingua nasale e la servente si allontanò, dileguandosi con la stessa repentinità con cui era comparsa. Tenendola per mano, Madame condusse Maia giù per una scalinata. Infilarono un lungo corridoio a malapena illuminato da una fioca luce giallastra. Una serie di porte di legno massiccio, corazzate da generose sbarre di metallo brunito, si snodava lungo il corridoio che, a un certo punto, svoltava con una stretta curva a semicerchio. Madame toccò da qualche parte sui rilievi di una delle porte e un piccolo ripostiglio si aprì al tocco delle dita. Ne prese delle chiavi, ognuna ornata con un cordoncino di diverso colore e si diresse verso una porta tutta decorata con fregi e ideogrammi. L' aprì ed entrò per prima, muovendosi al buio come se sapesse già dove dirigere i passi. Maia l' attese fuori, fino a quando un intenso chiarore la spinse ad entrare a sua volta. Si chiuse la porta alle spalle e guardò Madame. La donna era intenta ad accendere dei bruciatori d' incenso posti su un tavolino intarsiato. Lo sguardo vagò per la stanza, posandosi sulle decorazioni di un enorme armadio che copriva tutta una parete. Un grande specchio in metallo battuto rifletteva la luce delle numerose lanterne che pendevano dal soffitto, contribuendo a rendere l' atmosfera ancora più irreale. Madame si diresse all' armadio e ne spalancò le ante. Una serie di antichi abiti tradizionali, riccamente adornati, apparve agli occhi meravigliati di Maia. Madame ne prese uno e chiese alla ragazza di indossarlo. Quando Maia ebbe completato la vestizione, lo specchio rimandò l' immagine di una principessa di antico lignaggio. A giudicare dalle preziosità dei tessuti e dalla ricchezza degli ornamenti, quegli abiti di antica fattura dovevano essere appartenuti per certo a una famiglia regnante, o comunque di nobilissimo casato. Erano abiti da cerimonia fatti apposta per meravigliare, per stupire, per marchiare in termini di assoluto, nell'immaginazione degli astanti, l'indiscussa regalità di chi li indossava. All' apparire della donna a cui quegli abiti erano appartenuti, tutti i comuni mortali avrebbero dovuto inchinarsi reverenti e abbagliati da tanto splendore. Forse Maia era un pò troppo alta per quegli abiti, che dovevano essere stati fatti per una donna slanciata e ben messa, ma sicuramente più bassa di lei; però le stavano bene ugualmente. Provò ad indossarne altri, sfilando per il piacere di Madame come su una passerella d' alta moda. Gli occhi di Madame brillavano dall' eccitazione. Chissà quante volte aveva immaginato di veder sfilare quegli abiti indosso a una donna che sapesse metterne in evidenza tutto il fulgore. Maia si muoveva con gran classe, offrendo uno spettacolo che mai nessun' altra persona oltre a Madame avrebbe potuto ammirare. Maia sfilava indossando sogni, che avevano fatto la felicità di donne che già da tanto tempo erano ormai nient' altro che polvere, ma delle quali lei avvertiva l'invisibile presenza in ogni fibra di quei ricchi tessuti. Con ancora indosso uno di quei vestiti, Madame la condusse in una stanza attigua, alla quale si accedeva da una porticina occultata da un arazzo. Era una strana stanza, sagomata come un ottagono dove sette degli otto lati erano costituiti da specchi e l' ottavo non era altro che la porta dalla quale erano entrati, anch' essa istoriata con misteriosi ideogrammi. Numerose lanterne pendevano dal soffitto e Madame si premurò di accenderle tutte, una per una. Dopo aver accuratamente serrato la porta con un grosso paletto, vi si appoggiò con la schiena e, con un gesto della mano, indicò a Maia, tra i sette, lo specchio centrale. Maia seguì l' indicazione e, quando fu vicina allo specchio, un altro gesto la indusse a spingerlo per farlo ruotare. Guidato da un congegno a molla, lo specchio ruotò infatti lentamente su se stesso, rivelando una cassapanca di medie dimensioni, un pò come quella che i marinai usavano per riporre la loro roba durante la navigazione. Maia girò il capo in direzione di Madame, aspettando nuove istruzioni. Sollevando la mano, Madame le fece il gesto di aprire il coperchio della cassapanca. Maia, docilmente, eseguì. Alla vista del contenuto, le si mozzò il respiro in gola. Si voltò ancora verso Madame. Madame già respirava a fatica, tutta presa dall' emozione di ciò che stava per chiederle. Incapace di parlare, fece scorrere la mano dall' alto al basso del suo corpo, a volerle indicare di indossare il contenuto del forziere. A Maia vennero i brividi. Pose la mano sugli occhi, a palmo aperto, per indicare a sua volta a Madame che preferiva non essere guardata durante la vestizione. Madame, obbediente, si girò su se stessa dandole le spalle. Le mani di Maia rovistarono tra i gioielli della cassapanca e, attraverso le dita, un fluido magico le percorse le vene, conquistando in brevissimo tempo la sua mente. Ora sapeva perfettamente cosa fare. Tolse rapidamente tutto ciò che la copriva e prese a rivestirsi con quanto le sue agili dita raccoglievano a profusione dal forziere. Quando la vestizione ebbe termine, una voce che non era la sua, profonda, calda, proveniente dai meandri dell' inconscio, modulò i suoni attraverso le sue labbra per avvisare Madame che lo spettacolo poteva avere inizio: - Sono qui. Madame capì che la trasformazione era avvenuta: la voce che l'aveva chiamata non era quella di Maia; apparteneva a un'altra, proveniva dai secoli passati. Maia le apparve in tutto il suo splendore, scintillante e luminosa come una divinità pagana. Era completamente ricoperta da un' intrico di collane, catenelle, bracciali, piastre d' oro lavorato con pietre preziose a profusione. Gli occhi emanavano una luce gioiosa, sovrannaturale. Maia era ancora sufficientemente lucida per capire che qualcosa di strano le era accaduto, che non era più del tutto padrona di se stessa, ma sapeva anche di non poter far nulla per opporsi. A poco a poco il suo corpo si compenetrava di un' energia che non le apparteneva, ma che le infondeva allo stesso tempo un piacere al quale non sentiva di voler rinunziare. Era come un orgasmo leggero ma continuo, intenso e delicato allo stesso momento, che le si diffondeva inarrestabile in ogni cellula del suo corpo. Incapace ormai di dominare i suoi sensi, si lasciò andare a quel voluttuoso piacere e abbandonò ogni muscolo a quella forza estranea che ormai l' aveva invasa dappertutto. Sentì le sue braccia sollevarsi alla maniera di certe raffigurazioni indiane e prendere a muoversi lentamente, in gesti rituali che sembravano esserle comandati da quello stesso abbigliamento del quale si era interamente ricoperta. Spinta da un impulso incoercibile e allo stesso tempo carico di voluttà, iniziò a contorcersi sensualmente, muovendo lentamente le braccia e i fianchi in una danza sinuosa ed eccitante, seguendo una musica che le sorgeva dal profondo, suonata da celestiali strumenti. L'antica padrona di quei meravigliosi gioielli stava rivivendo in lei i suoi antichi piaceri. Maia proseguì nella danza per un tempo che non seppe calcolare, in un ritmo estenuante che le consumava le forze. Continuò, preda di quel sottile orgasmo che non voleva abbandonarla, fino a sentir spegnere dentro il suo corpo i suoi stessi movimenti a poco a poco. Le gambe le cedettero lentamente al punto da costringerla in ginocchio; il suo busto continuò a oscillare sempre più piano, abbassandosi fino a portarla a raggomitolarsi su se stessa come un serpente. Crollando infine vinta dalla fatica e lasciando uscire dal suo corpo l' inquietante presenza che l' aveva posseduta, ormai definitivamente appagata. Madame si scosse dall' estrema tensione che quella esibizione di così imprevedibile intensità le aveva infuso in tutto il suo essere e le si avvicinò premurosa. Prese a massaggiarle delicatamente il collo per farla tornare in sè, quindi iniziò a toglierle di dosso tutto ciò che la ricopriva. Man mano che i gioielli tornavano al loro posto nel forziere Maia sentiva, con un senso di sollievo, ritornarle a poco a poco le forze. Pur con un senso di grande spossatezza, si mise in ginocchio e agevolò Madame nello sfilarle le ultime catenelle. Si ritrovò, alla fine, vestita della sua sola pelle, ma non ebbe la forza di raccattare qualcosa da mettersi addosso, nè di spostarsi dalla posizione in cui era. Sentì le forti braccia di Madame sollevarla di peso, prenderla in braccio come una bambina e portarla fuori della stanza. Si sentì adagiare su della morbida seta, ma ancora non riusciva ad acquistare il controllo dei propri movimenti nè della propria voce. La sua mente era sconvolta da un turbinio di luci e di colori. La sua stessa immagine, mille volte riflessa da quei sette specchi che la circondavano nella stanza dei gioielli, l' aveva come ipnotizzata. Tentò di reagire, di riprendere il controllo di se stessa, ma senza riuscirvi. Aveva perso il senso delle dimensioni; i suoi occhi erano abbagliati dallo sfavillare delle mille danzatrici che uscivano da se stessa per poi ritornarle alla vista rimbalzando dagli specchi, subdole ed ammalianti come mille serpenti. Il bianchissimo corpo nudo della Thailandese occupò finalmente il suo campo visivo, distogliendola dalle immagini ossessive che parevano non volere più abbandonarla. Notò che aveva dei capezzoli rosei e protese le labbra come a volerli afferrare. Poi chiuse gli occhi e si abbandonò del tutto alla torbida voluttà delle carezze proibite. In un barlume di lucidità capì che si trovava tra le braccia della donna più feroce del Sud Est Asiatico, tra gli artigli di una vera tigre e la consapevolezza di ciò moltiplicò per mille il suo piacere. Al ritorno dagli hangar, Lillo trovò ad attenderlo la servente che Madame, prima di appartarsi con Maia, aveva incaricato di rendere meno solitarie all'ospite le lunghe ore della notte. Gli comunicò che Maia sarebbe rimasta a dormire nei quartieri di Madame e che, se lui ne aveva piacere, avrebbe subito mandato una damigella a tenergli compagnia. Lillo rimase perplesso: perchè mai Maia avrebbe dovuto passare l'intera notte con una donna che conosceva appena? Cosa avrebbero mai avuto da dirsi di così urgente e di così importante, da rimanere insieme per tutta la durata della notte? Ebbe la tentazione di fare qualche domanda alla servente, ma il pensiero che questa sarebbe sicuramente corsa a riferire, lo fece desistere. Si limitò a scuotere il capo e a declinare l'offerta di compagnia per la notte. La servente insistè. Con dei giri di parole, gli fece intendere che se lui non avesse accettato, lei sarebbe stata punita per non aver saputo essere sufficientemente convincente. Lo pregò di accettare la ragazza nella sua stanza, anche se non nel suo letto. Lillo acconsentì. La servente ricomparve poco dopo accompagnata da una simpatica figurina sorridente, abbigliata alla maniera tradizionale. Aveva uno sguardo allegro. La fece entrare, sorridendole a sua volta. Guardandola meglio, non era poi tanto sicuro di voler rifiutare le sue cortesi attenzioni. La mattina dopo, scendendo per la colazione, trovò Maia ad attenderlo, in compagnia di Madame. Aveva un'espressione rilassata, ma una luce diversa negli occhi. Si salutarono con un sorriso; fu sufficiente uno sguardo per comunicarsi che per entrambi la notte non era passata senza emozioni. Lillo era curioso di sapere quali segreti le due si fossero confidate, visto che tra loro si trattavano ora con una delicata, seppur discreta, confidenza. Maia aveva invece intuito, dall'espressione sfuggente di lui, che stava tentando di nasconderle qualcosa. Come se non volesse farle capire come aveva trascorso la notte; ma a lei bastava poco per intuire che non era rimasto a contare le stelle. Stranamente, non sentì alcun segnale di pericolo: era evidente che, chiunque avesse avuto l'occasione di riempire la sua notte, di sicuro non aveva intaccato il suo cuore. Al termine della colazione, Madame si premurò di invitare Maia a visitare i giardini, mentre Giò propose a Lillo di fare un volo di prova, sul bimotore che l'indomani avrebbe dovuto condurli in Cambogia. Lillo lo seguì di malumore. Avrebbe preferito rimanere da solo con la sua donna, ma era evidente che qualcosa era cambiato nei rapporti tra lei e Madame, visto che non aveva esitato un attimo ad accettare l'invito a visitare i giardini, piuttosto che insistere per rimanere con lui. La situazione non gli era molto chiara. Giò a sua volta non aveva accennato al minimo commento, come se per lui le cose stessero andando in una maniera del tutto logica e naturale; e probabilmente era proprio così. Doveva allontanare gli insidiosi fantasmi della gelosia, che stavano subdolamente tentando di invadere i suoi pensieri. Una volta al cospetto dell'aeroplano, il suo malumore evaporò in un istante. I motori erano già in fase di riscaldamento, con le eliche che frullavano al minimo dei giri. Il rumore era appena avvertibile e Lillo si rivolse a Giò con fare interrogativo. Giò ne prevenne la domanda, alquanto divertito dalle perplessità dell'amico: - Sembra di stare in un salotto, vero? Tutto merito dei nuovi sistemi di insonorizzazione. Abbattono il rumore semplicemente generando un rumore opposto. Ingegnoso, vero? È l'ultimo ritrovato della tecnica. Siamo sempre all'avanguardia qui, te ne accorgerai!... Lillo osservò che anche i depuratori d'aria dovevano essere l'ultimo ritrovato della tecnologia, perchè non si avvertiva nemmeno il puzzo dei gas di scarico. Saliti a bordo dell'aereo, Giò infilò la cuffia della radio e invitò Lillo a fare altrettanto. Allacciate le cinture, Giò portò a termine i controlli pre-volo. Soddisfatto, si limitò a dire: - Andiamo! Il rombo dei motori, per quanto enormemente attutito, si fece di colpo più intenso. L'aereo prese ad oscillare, tenuto fermo solo dai freni. Di colpo, Giò lo lasciò partire. L'accelerazione li schiacciò entrambi contro lo schienale, mentre l'imboccatura del tunnel si faceva sempre più vicina. A Lillo non era ancora chiaro come avrebbe fatto Giò, una volta terminata la pista nel tunnel, a far decollare l' aereo in un tempo sufficiente ad evitare che precipitassero di colpo nel sottostante burrone. Lo capì quando, un attimo prima di immergersi nella luce accecante che veniva dall'esterno, Giò tirò appena il volantino verso di sè,staccando le ruote da terra giusto sul filo della soglia. Una manovra rischiosa, ma nemmeno poi tanto. Evidentemente a lui erano sfuggiti i segnali che, posti sistematicamente per tutta la lunghezza della pista, dovevano far capire al pilota di essere, metro dopo metro, alla giusta velocità per continuare il rullaggio senza il rischio di ritrovarsi fuori del tunnel con una potenza insufficiente a sollevare l'aereo dalla pista. - Vedi? Tutto calcolato! Giò stava salendo in virata continua, oltrepassando la strettoia delle colline che parevano essere lì apposta per fare da barriera a chiunque volesse tentare di infilarsi nel tunnel senza averne l'autorizzazione. L'aereo raggiunse in breve una quota di tutta sicurezza. Al di fuori della strettoia delle colline, Lillo si sentiva decisamente a suo agio: ora i parametri del volo erano quelli di una normale passeggiata tra le nuvole. Chiese a Giò di lasciargli i comandi e l'amico acconsentì senza esitare. Volarono per una ventina di minuti. Lillo era riuscito rapidamente a familiarizzare con i comandi dell'aereo e, con qualche appropriato suggerimento, ora volava come se quell'aereo lo avesse pilotato da sempre. Giò dovette riconoscere in cuor suo che Lillo era decisamente un animale d'aria. Il signor Chen avrebbe detto che in lui viveva lo spirito di un'aquila, o forse solo di un gabbiano, vista la predilezione di Lillo per gli ultraleggeri, una sorta di aggeggi svolazzanti che lui si ostinava a considerare aeroplani. Sulla via del ritorno, Lillo mantenne i comandi fino a quando furono in vista del castello, dopodicchè li cedette a Giò, curioso di vedere come diavolo se la sarebbe cavata per infilarsi diritto nel tunnel senza spiaccicarsi contro la montagna. Giò si abbassò di quota, puntando dritto verso la strettoia delle colline. Aveva appena iniziato la virata in discesa, che un piccolo monitor si illuminò sul cockpit, emettendo contemporaneamente un segnale acuto intermittente. La sagoma di un aereo prese vita sullo schermo, spostandosi di un movimento lineare curvo, quasi impercettibile. Immediatamente dopo, il segnale acustico si fece continuo e una traccia apparve come a voler segnare una via da percorrere. La sagoma dell'aereo si sovrappose alla traccia, accelerando ora il movimento e seguendola in tutto il suo percorso curvo. L' imboccatura del tunnel apparve poco dopo, come una minuscola macchia nera, un neo nel fianco roccioso della montagna. Lillo ritornò in tensione. L'aereo continuava la virata in discesa. L'imboccatura del tunnel ora appariva minacciosamente vicina, ingrandendosi sempre di più alla vista, come una minacciosa bocca spalancata. La sagoma sul monitor, intanto, era giunta quasi alla fine della linea luminosa di guida. Giò raddrizzò l'aereo e dopo qualche secondo l'imboccatura del tunnel li inghiottì, per riaccettarli sani e salvi entro le viscere della montagna. L' improvviso attutirsi del rumore dei motori e la brusca perdita di velocità dovuta alla decisa azione dei freni, scossero Lillo dall'emozione di quel rientro così inusuale per lui, abituato agli spazi aperti dei normali aeroporti. Grazie alla guida del monitor, l'aereo aveva centrato l'imboccatura del tunnel come il filo nella cruna dell'ago. L'aereo si avvicinò con i motori al minimo fin nei pressi dell' hangar, dove alcuni meccanici erano in attesa di prenderlo in consegna. - Eccoci di nuovo a casa. Visto come si fa ad atterrare? Basta allineare la sagoma alla guida luminosa: la segui fino in fondo e sei a casa senza nemmeno accorgertene. - Già, e se quell'aggeggio si guasta nel bel meglio? - Previsto anche questo: se non hai ancora iniziato la virata finale, puoi scampare in un aeroporto che abbiamo giù in fondo alla valle; altrimenti, si tratta di mantenere l'assetto entro rigorosi parametri di avvicinamento, che ognuno di noi conosce. Sono manovre che facciamo abitualmente, funzionano alla perfezione, prova ne sia che finora non abbiamo mai avuto incidenti. Lillo annuì. Dovette riconoscere che Giò sapeva per davvero il fatto suo. E pensando al suo ultraleggero, si sentì un pò ridicolo. Alessia continuava i suoi allenamenti con crescente entusiasmo. I suoi istruttori si meravigliavano di come la ragazza riuscisse ad eseguire in brevissimo tempo e con grande perfezione tutte le mosse che loro avevano invece imparato in anni di durissimi allenamenti. Era come se avesse una predisposizione naturale alle arti marziali, quasi un dono della natura che per lunghi anni era rimasto silente e ora riprendeva prepotentemente il proprio posto nella personalità così tumultuosamente cangiante della giovane donna. Il signor Chen osservava gli allenamenti senza farsi notare. I suoi infusi stavano dando dei frutti inaspettati, scatenando in un crescendo sempre più ribollente, la furia che Alessia aveva tenuto compressa dentro di sè in tutti quegli anni. Era adesso necessario fare attenzione a chè i successi che stava ottenendo non le inducessero un falso ed eccessivo senso di sicurezza. La massima cautela era d'obbligo, in quella fase dell'evoluzione della sua nuova personalità. Se la ragazza faceva progressi stupefacenti, si diceva il vecchio, doveva pur esserci una ragione nascosta. Per quanto lei fosse attenta e volenterosa, non era spiegabile una simile velocità di apprendimento. Neanche Marie, che pure aveva manifestato una notevole predisposizione, era riuscita in così poco tempo a raggiungere gli attuali livelli di Alessia. Era evidente che una misteriosa forza agiva dentro di lei. Una forza che, lasciata senza controllo, avrebbe potuto renderla schiava dei suoi stessi istinti, mutando il senso innato di ribellione della ragazza in un'aggressività al di fuori di ogni possibile confinamento. Ne avrebbe parlato a Sama. Dovevano entrambi intensificare la sorveglianza. Qualche giorno dopo, a Sama venne in mente di sperimentare di persona quale fosse al momento l' effettiva preparazione di Alessia. Indossò una tuta e infilò in testa un cappuccio. Voleva avere con lei un incontro di lotta, ma senza farsi riconoscere. Contro un' avversaria sconosciuta, certamente Alessia avrebbe dato il meglio delle sue capacità combattive. Gli istruttori stettero al gioco e riferirono alla ragazza i termini della sfida. Alessia disse di non avere nulla in contrario: avrebbe sostenuto l' incontro senza esitazione. Sama, con la sua vera identità protetta dal cappuccio e dal silenzio degli istruttori, scese in palestra, per sostenere l' incontro. Alessia stava lanciando in quel momento dei coltelli contro una sagoma di legno. I lanci si susseguivano rapidamente e i coltelli si conficcavano l'uno accanto all' altro con una regolarità millimetrica. Dopo una serie di tiri regolari, l' istruttore le chiese di provare un tiro rovescio: Alessia doveva voltarsi di spalle alla sagoma e tirare all' indietro attraverso le proprie gambe divaricate. Mentre la ragazza provava, Sama si fece avanti per palesare la sua presenza. Un istruttore la presentò ad Alessia come la lottatrice incognita; la ragazza sorrise e alzò la mano in segno di saluto. L' istruttore, approfittando della presenza di Sama, volle dare un saggio della sua abilità. Pregò le due donne di recarsi presso la sagoma e di mettersi l' una a fianco all' altra lasciando solo un esile spazio tra di loro. Le ragazze eseguirono. Una velocissima successione di tiri riempì in un attimo lo spazio libero tra le due donne, con una fila verticale di coltelli. Le ragazze si inchinarono all' abilità del tiratore e presero ad estrarre le lame saldamente conficcate nel legno. In quel mentre lo stesso istruttore, senza preavviso, lanciò un' altra serie di coltelli negli spazi lasciati casualmente vuoti dai corpi ondeggianti delle due ragazze, sempre intente ad estrarre le lame. Una dimostrazione di concentrazione e di bravura. A questo punto, Sama ritenne che tutti avevano fatto vedere di cosa erano capaci, tranne lei. Si allontanò e con un gesto pregò Alessia di scostarsi. La ragazza si pose di lato alla sagoma, distante di un passo. Sama, sempre incappucciata e irriconoscibile, tirò. Poi tirò ancora ed ancora, sempre infilando i coltelli in un ristrettissimo circolo ideale. Infine si voltò di spalle. Alessia ritenne che i lanci fossero terminati ed entrò nella linea di tiro per estrarre le lame, proprio quando Sama, voltatasi di scatto, aveva fatto partire il suo ultimo coltello. La lama era diretta inesorabilmente verso il volto di Alessia. Sama rimase come paralizzata; le pupille le si dilatarono e la voce le si fermò in gola, strozzata dal terrore. Fu questione di un attimo. Il coltello riapparve, come per una meravigliosa magia, stretto tra le dita di Alessia. - Stà attenta, per poco non mi prendevi! - Si limitò ad esclamare lei, per niente turbata, incamminandosi per riportare il coltello alla lanciatrice. Sama si tolse il cappuccio. Il suo volto era livido, i suoi gesti quasi automatici. Non riusciva a capire cosa fosse successo. Lei aveva tirato il coltello e nell' attimo in cui la lama partiva si era accorta che Alessia stava facendo da involontario bersaglio. Poi il coltello, invece di conficcarsi dritto nella testa, le era comparso in mano come per uno strano incantesimo. - Ah, sei tu? - La riconobbe Alessia con voce tranquilla.- Allora, lo facciamo questo incontro? - Lascia perdere, rimandiamo tutto a un' altra volta. - rispose Sama che non si era ancora ripresa dallo spavento e dalla meraviglia. - Come vuoi tu. Ma cos' hai, non ti senti bene? A Sama venne voglia di strozzarla. Si comportava come se nulla fosse successo, come se l' aver scampato la morte per chissà quale misteriosa magia, non l' avesse minimamente turbata. Va bene il sangue freddo, ma questa qui, davvero esagerava! Da parte sua, doveva assolutamente vedere il signor Chen. Solo lui avrebbe potuto darle una spiegazione dell' accaduto. Salutò gli istruttori, che erano rimasti altrettanto perplessi quanto lei, fece un cenno di saluto ad Alessia che intanto aveva ripreso i suoi lanci, e si diresse, ancora incredula e stupefatta, verso la scalinata che portava all' esterno. Il signor Chen rimase pensieroso e titubante. Il racconto di Sama l'aveva posto in uno stato di grande preoccupazione. Non poteva rischiare che forze sovrannaturali prendessero possesso della giovane. Lei non avrebbe di certo saputo controllarle nello stadio di preparazione in cui era. D' altro canto non poteva imporle di interrompere gli allenamenti senza far sorgere in lei un inconscio senso di rivalsa che avrebbe potuto scatenare ancor di più quegli istinti incontrollati che la ragazza si portava dentro senza alcuna consapevolezza. Consigliò a Sama di provare a distoglierla da un eccesso di tensione emotiva, indirizzando la sua attenzione verso un bersaglio più frivolo. Forse, supponeva il vecchio, abbassando un pò lo stato di concentrazione, Alessia sarebbe tornata alla normalità senza nemmeno sospettare di essere stata oggetto di una manifestazione sovrannaturale. Sama colse la palla al balzo: Alessia aveva espresso il desiderio di frequentare qualche locale notturno di dubbia fama. Ne aveva sentito parlare e non aveva il coraggio di recarvicisi da sola. Quello era proprio il momento giusto per farle gustare quelle emozioni che sicuramente viaggiavano ingigantite lungo i sentieri della sua fervida fantasia. Alessia non si fece ripetere l' invito due volte. Si preparò in fretta e, non appena fu pronta, si presentò da Sama che dette disposizioni per approntare l' auto che le avrebbe portate nel luogo desiderato. La limousine, con a bordo l'autista e le due donne, si diresse verso il centro della città, districandosi nel traffico caotico fino a giungere nei pressi di un hotel . Lì si fermò, ripartendo subito dopo aver lasciato le due donne davanti alla porta d'ingresso dell'hotel. Sama vi si diresse con passo deciso, pregando l' amica di rimanere per un momento ad attenderla all' esterno. Fu inghiottita dalla porta rotante, che la rigurgitò intatta appena qualche istante più tardi. - Possiamo andare. - Andare dove? - In un club privato molto riservato. - Ah. Si immersero nella marea brulicante di gente chiassosa, illuminate dai lampi intermittenti di un'infinità di insegne multicolori che invitavano allettanti a ogni sorta di spettacoli e divertimenti. Si fermarono dopo qualche decina di metri, davanti a un portoncino verde e nero col battente a forma di testa di drago. Sama dette dei colpi secchi e cadenzati; uno spioncino si aprì e subito dopo anche il portoncino venne aperto di giusta misura per lasciar passare le nuove arrivate. Ad una prima occhiata, l' ambiente non appariva particolarmente invitante. Alessia si domandò il perchè di tanta riservatezza e non seppe darsi, al momento, una risposta plausibile. Gli avventori erano seduti intorno a dei tavoli posti lungo le pareti del locale, mentre una lunga passerella si diramava da una porta per giungere a una gabbia al centro della sala. Un omaccione panciuto che aveva tutta l' aria di essere il padrone del locale, si fece loro dappresso salutandole compitamente con un inchino. Le donne ricambiarono il saluto e si fecero docilmente guidare a un tavolo posto in un angolo abbastanza protetto dagli sguardi degli astanti. Si accomodarono, mentre l' omaccione si rivolgeva, in una lingua che Alessia non conosceva, a un ossequioso cameriere tutto sorrisi ed inchini. Nella stessa lingua, il tizio parlò a Sama, che gli rispose con un cenno del capo. Dopodicchè le due donne furono lasciate sole. Poco dopo, due ragazze di chiara fisionomia asiatica percorsero velocemente la passerella per portarsi al centro della gabbia, tra l'applauso dei presenti. Erano coperte da un largo scialle che, al suono di una languida melodia, lasciarono scivolare lentamente di dosso, mostrando la loro totale nudità. Un applauso sostenuto e l'abbassarsi repentino delle luci, mentre un luminoso faretto veniva puntato dritto sulla gabbia, le indusse a dare immediatamente inizio allo spettacolo. - Cosa prendi da bere? - chiese Sama all' amica. - Per me va bene quello che prendi tu - le rispose lei frettolosamente, tutta presa dai suoni orientaleggianti che guidavano il muoversi sinuoso delle due danzatrici. - Sicura? - chiese ancora Sama con un tono che non presagiva niente di buono. - No, - Alessia aveva fiutato il pericolo - intendo che va bene qualsiasi cosa possa essere onestamente bevuta senza danneggiare troppo le budella. - Così va meglio... Due bicchieri contenenti misture diverse apparvero poco dopo al cospetto delle due donne. Sama prese il suo bicchiere e farfugliò qualcosa ad Alessia, che annuì senza distogliere lo sguardo dalla gabbia; indi si alzò e si diresse verso una porta a vetri che dava nell' ufficio del padrone del locale. Da lì poteva allo stesso tempo vedere lo spettacolo e tenere Alessia sotto costante sorveglianza, oltre a poter parlare ovviamente col pancione, che aveva tutta l'aria di essere una sua vecchia conoscenza. Lo spettacolo continuava sotto lo sguardo distratto e poco convinto degli astanti. Alessia sembrava invece provare un grande interesse per i movimenti lascivi delle due ragazze. Ne seguiva il ritmo con lenti movimenti della testa e, come per riflesso, del busto e dei fianchi. Sama, intuendo l' interesse di Alessia per tutto ciò che ai suoi occhi ingenui di ragazza di provincia appariva così spudoratamente trasgressivo, sorrise tra sè. Alessia stava, in così poco tempo, progredendo per una via che, in compagnia del suo Giulio, non avrebbe mai affrontato nemmeno se fosse rinata altre due volte. Gli infusi del Cinese producevano su di lei degli effetti che la stavano trasformando in un essere completamente diverso da quello che era stata soltanto non molti giorni prima. Nonostante gli innegabili rischi, di una cosa lei era certa: Alessia non sarebbe più tornata ad essere quella donnetta debole che era prima, succube di chiunque avesse voluto metterle il guinzaglio per portarsela a spasso come un cane. Quando lo spettacolo ebbe termine, Sama tornò a sedersi al suo tavolo. Alessia si appoggiò alla spalliera della sedia e le sorrise; il bicchiere era vuoto. Il suo viso aveva preso colore e anche lo sguardo era diventato più languido. La sua espressione di bambina smarrita veniva a poco a poco a trasformarsi in quella di una donna completa e rifinita. - Che te ne sembra? - le chiese Sama vedendola distratta. - Del posto o dello spettacolo? - Di tutti e due. - Gli uomini seduti ai tavoli mi sembrano degli impiegati di banca ancora sotto choc da lavoro. Le ragazze nella gabbia invece, si muovevano come dei robot; era evidente che mentre danzavano la loro mente era presa da tutt'altri pensieri! - La gente che frequenta questo locale è quasi tutta collegata al grande traffico d' armi, di droga e di merce rubata. Trafficanti ad alto livello, ovviamente. In questo locale si trattano in un sol colpo i carichi di intere navi intercettate e fatte sparire nel nulla, o la produzione d' oppio di un' intera regione. Nessuno può accedere qui se non è del giro. - Ah, si? Alessia aveva finito da un pezzo di meravigliarsi. Modulando la voce su un tono di assoluta indifferenza, domandò: - Significa che quelli che fai tu sono affari dello stesso genere? - Non proprio. La mia organizzazione si occupa quasi esclusivamente di armi e di pietre preziose, un settore in mano a pochissima gente. I miei concorrenti si contano sulle dita di una sola mano. - Non l' avrei mai sospettato; sono proprio un' ingenua! - È ciò che devono credere anche gli altri. - Che sono un' ingenua? - Esattamente. A me fa comodo così; farà comodo anche a te, non foss' altro che per la tua stessa sicurezza. Intanto, altre due ragazze avevano preso posto al centro della gabbia. Le luci tornarono ad abbassarsi e lo spettacolo riprese allo stesso modo di prima. Quando le luci si riaccesero, Alessia non nascose la propria disapprovazione: - Non sanno proprio muoversi queste ragazze! Sono sicura che se ci andassi io in quella gabbia li farei svegliare per bene, questi addormentati! - Perchè non provi? - Ehi, dicevo così per dire! - Io invece dico sul serio: se vuoi provare, la cosa è fattibilissima; dico soltanto due parole al padrone e potrai esibirti come vorrai. Potresti avere successo e, chissà, guadagnarti anche qualche bel regalo. Vedo giusto dei contrabbandieri di pietre preziose proprio davanti alla gabbia, potresti ricavarci qualche bella gemma... - Già, e poi vado a raccontare di aver ballato nuda in un locale malfamato, davanti a un pubblico di pendagli da forca! - Perchè no? Sarebbe sempre più interessante del classico flirt col bagnino, non credi? - Sai, mi hai quasi convinta. Facciamo a testa e croce, se è testa vado, se è croce rinuncio. - No, devi essere tu a decidere, non la sorte. Non lasciare mai che altri decidano per te, foss'anche una monetina! - Dove è finito il tuo tanto decantato fatalismo orientale? Se nel mio destino è scritto che devo andarci, la monetina cadrà dal verso giusto, non ti pare? - Ok, se proprio ti fa piacere, vada per la monetina. Alessia scelse una monetina che dall' aspetto le sembrava essere adatta a trasmetterle i voleri del Cielo. La piroettò per aria, raccogliendola al volo sul palmo della mano. La moneta dette responso negativo. - Peccato, avevo proprio voglia di andarci... - Fai sempre in tempo a ricrederti, la tua volontà è pur sempre al di sopra della volontà della monetina! - È la volontà del Cielo ad essere al di sopra della mia volontà. Sama capì che non l'avrebbe avuta vinta. - E va bene, vuol dire che il Cielo ritiene che questo non sia il momento adatto, o forse non è adatto il pubblico. Ti porterò in una bettola del porto, lì potrai provare di sicuro emozioni più forti! - Credi che l'idea mi spaventi? Per me possiamo andarci anche subito! Sama la prese in parola: - Andiamo! Salutarono il padrone ed uscirono. La limousine le attendeva nel parcheggio del solito hotel. L' autista ebbe ordine di dirigere verso il porto. Giunti nella zona, Sama notò un insolito andirivieni di auto della polizia e giudicò che non era il caso di fermarsi. Dovevano rimandare a momenti migliori. Ordinò all' autista di tornare a casa. Alessia si sentiva elettrica. La smania di esibirsi le era rimasta dentro tutta intera. Tornata alla Residenza, augurò subito la buona notte a Sama, si infilò in camera sua e guardò il mascherone: sarebbe stato lui il suo pubblico per quella sera. Nel chiuso della stanza, si lanciò in una danza frenetica, abbandonandosi alle più laide spudoratezze. Terminato il suo show, si avvicinò alla porta e l' aprì lasciandola socchiusa. Si sdraiò sul letto in posizione sconcia, allungò una mano per spegnere la luce ed attese. Un' ombra si infilò rapida nella stanza, richiudendo silenziosamente la porta. Quando finalmente l' ombra si fu allontanata, Alessia aveva provato sul suo corpo tutto ciò che un uomo può fare quando è portato al culmine dell' esasperazione. Ora poteva addormentarsi soddisfatta. Seduti comodamente nell' ufficio di Giò, i due amici sorseggiavano del buon Whisky occidentale. Era una giornata di scarsa attività; i meccanici stavano sistemando l' aereo per il giorno seguente. Sarebbe stato un volo abbastanza impegnativo. - Come fate a sfuggire ai radar del controllo aereo? - Lillo voleva sincerarsi di non correre rischi di sgradite intercettazioni. - Non sfuggiamo. Abbiamo un nostro aeroporto privato giù nella valle, del tutto omologato: tutti i nostri voli passano per voli executive in partenza da quell'aeroporto e in ogni caso sappiamo come sensibilizzare gli addetti al controllo. Se c' è qualcosa che non deve essere vista, non viene vista. Sappiamo essere riconoscenti con chi comprende le nostre necessità. - La solita storia. - È la potenza del denaro. Non ha confini. - Per domani, come facciamo con il carburante? - Stanno installando a bordo dei serbatoi supplementari; basteranno per tutto il percorso di andata. Per il ritorno, ci riforniremo in loco. È già tutto predisposto. - Non fa una piega. - Sono convinto che ti piacerebbe lavorare con noi. - Lascia stare; con tutto il rispetto, non è il genere di lavoro che mi entusiasma. - Paura di lasciarci la pelle? - Anche. - Beh, devo ammettere che il rischio esiste. Però è divertente! - Non per me. - Ok. Lillo non aveva paura. Aveva fatto il militare negli assaltatori, era meno ingenuo di quanto volesse far apparire. Ciò che temeva in realtà era il riapparire di quella strana voglia di uccidere che già si era manifestata una volta. Con un' attività come quella di Giò, gli sarebbe certamente capitata l' occasione di dover sparare, anche solo per difendersi: lo impauriva l' idea che ad uccidere avrebbe potuto prenderci gusto. Se davvero emozioni del genere gli avessero trasmesso un senso di appagamento, poi non avrebbe più saputo smettere. Un'evenienza del genere gli creava una grande inquietitudine. Sarebbe stato meglio evitare qualsiasi tentazione. Giò si versò ancora del whisky; ne offrì a Lillo, che rifiutò cortesemente. - Qualcosa non va? - Gli domandò Giò, preoccupato per l'improvviso cambiamento d'umore, che gli aveva oscurato l'espressione come una nuvola temporalesca. Lillo scrollò le spalle. - Non farci caso. Che ne diresti di due passi nel parco? L' odore delle piante mi distende. - Se ti fa piacere... Giò si era reso conto di aver toccato inavvertitamente un tasto sbagliato. La sua sensibilità gli suggerì che non era il momento di approfondire il discorso. Cambiò argomento e si mise a raccontare di quando aveva vinto a carte un intero bordello vietnamita. Il suo modo di raccontare era così arguto e brillante che Lillo non potè fare a meno di ritornare alla sua solita allegria, rintuzzando l' amico con delle battute che ancor più colorirono il già esilerante racconto di Giò. Giunse la notte e Maia gli fece comunicare che ancora una volta non avrebbe dormito con lui. Lillo chiese alla servente di vedere la stessa damigella della notte precedente: un pò le si era affezionato e, se proprio doveva passare la notte con una donna diversa da Maia, almeno lo avrebbe fatto con la ragazza dolce e simpatica che già conosceva. Giò venne a svegliarlo per tempo. Il volo era programmato per l'alba di quella mattina; avrebbero dovuto sorvolare un tratto di mare, per poi entrare nei cieli del Vietnam e infine in Cambogia. L'atterraggio era previsto per l'ora di pranzo. Madame era già in giro. Quando li vide, si avvicinò per salutarli. Toccò lievemente il braccio di Lillo e, quasi a volerlo tranquillizzare, gli sussurrò: - Dorme. Lillo annuì. Fissò Madame negli occhi. Lei sostenne lo sguardo. Lillo riabbassò il suo. Madame gli sorrise con tenerezza e si allontanò. Si alzarono in volo poco dopo. Con la solita procedura, Giò si svincolò dalle colline e orientò l' aereo secondo la rotta decisa nel piano di volo. Il tragitto si svolse senza inconvenienti. Sorvolarono il mare, poi si immisero in una rotta che, sorvolando il Vietnam e, in parte, il territorio del Laos, li avrebbe portati direttamente al punto prefissato. Il luogo dell' atterraggio non era un normale aeroporto e nemmeno una pista vera e propria. Arrivati in vista di una fattoria, Giò si abbassò quel tanto che bastava ad accertarsi che tutto fosse a posto. Da terra agitarono degli stracci colorati e Giò si allontanò per poi virare ed allinearsi a una stretta stradina asfaltata che correva di fianco alla fattoria. L' atterraggio avvenne con molta precisione. Una volta a terra, smorzata la velocità dell' aereo, Giò deviò dalla stradina e si portò sul prato, procedendo con cautela. Spenti i motori, un trattore si avvicinò per rimorchiare il velivolo fin sotto una larga tettoia ricoperta di foglie secche. Ad attenderli, erano gli uomini dell' Organizzazione che avevano precedentemente curato la vendita del materiale e ora dovevano consegnare quella parte del pagamento che spettava alla sede centrale. I due piloti furono condotti all' interno della fattoria, dove era pronto per loro il necessario per rifocillarsi. In fondo allo stanzone d' ingresso, un gruppo di lavoranti stava alacremente dandosi da fare per ammassare in un angolo il foraggio per gli animali. Lillo trovò che, nonostante l' arredamento spartano, l' ambiente si mostrava sufficientemente accogliente. Non si sentivano cattivi odori, nè si vedevano animali all' interno come lui si era aspettato di trovare. Sul retro della fattoria si estendeva la jungla. Non molto discosto dalla costruzione, correva un fiumiciattolo. Ora appariva in secca ma, a giudicare dalla distanza tra le due sponde, dopo le piogge doveva diventare navigabile, almeno per quel tipo di imbarcazioni a fondo piatto che si vedevano percorrere i corsi d'acqua più importanti. Occultati dalla vegetazione, poco distante, si trovavano sicuramente anche i rifugi per il bestiame. Dopo aver mangiato, Giò chiese permesso e si allontanò con l' uomo più anziano, che appariva essere colui che dava gli ordini in quella fattoria. Parlottando tra loro a bassa voce, i due si diressero verso un capanno posto a qualche distanza dalla costruzione principale. - Eccole qui. - Il vecchio cambogiano indicò due ragazze gettate su di un pagliericcio. Sembravano molto giovani. Avevano le vesti a brandelli e il viso sporco di erba. All' avvicinarsi del gruppo si erano strette l' una all' altra spaventate e ora volgevano lo sguardo verso terra come a voler nascondere a se stesse la presenza di quegli uomini. - Le abbiamo tolte ai predoni questa notte. Viaggiavano su un torpedone che è stato assalito e depredato. Non le hanno uccise perchè le avranno ritenute vendibili a qualche tenutario di bordello. Non sono Cambogiane, parlano francese, ma tra loro usano una lingua che non conosco. Hanno solo saputo dire che venivano dalla scuola delle suore francesi ed erano dirette in città. Giò si avvicinò per guardarle meglio. Si rivolse loro in francese: - Sapete cosa vi aspetta se rimanete qui, vero? Se non mi rompete le scatole con le vostre lagne, vi porto via con me in un posto più tranquillo. Eh? Mi avete inteso? Le due ragazze accennarono di si con la testa, lanciando timidi sguardi di curiosità a quell' omone che le aveva interpellate. Chiunque fosse, aveva una voce che infondeva loro sicurezza. Era un europeo e quindi, ai loro occhi, una persona che non le avrebbe rivendute al primo mercante di donne che avesse incontrato. Se proprio in un bordello sarebbero dovute finire, sarebbe stato almeno un bordello europeo, non una squallida casa puzzolente del sud est asiatico. Giò le guardò nuovamente. Le ragazze incrociarono entrambe il suo sguardo e gli sorrisero, cercando disperatamente di fargli una buona impressione. - Va bene, le compro. - decise Giò, rivolgendosi al Cambogiano - Un fucile per ognuna di loro, senza nemmeno controllare lo stato della merce. Il Cambogiano sapeva che, insistendo, avrebbe potuto tirare sul prezzo; ma Giò non era una persona qualsiasi, era l' emissario della Thailandese e la saggezza imponeva di non scontentarlo. - Sono tue. - Il Cambogiano sorrise soddisfatto. Se le avesse vendute a un bordello della città , glie le avrebbero sicuramente pagate di meno, mentre Giò gli aveva concesso due fucili. Se anche glie ne avesse offerto solo uno, la buona creanza e un certo prudente senso di reverenza, lo avrebbero costretto ad accettare ugualmente. Nel modo in cui si era concluso l' affare, aveva ottenuto di guadagnarci a sufficienza e di aver fatto una bella figura cedendo le ragazze senza dare l' impressione di volerci guadagnare oltremisura. Con un deciso gesto della mano, Giò fece capire alle due ragazze che dovevano mettersi in piedi per lasciarsi guardare con più attenzione. A prima vista sembravano un pò malmesse: probabilmente i predoni le avevano fatte camminare per tutta la notte; senza tralasciare lo spavento, considerando che erano state protagoniste di due assalti, quello dei predoni e quello dei Cambogiani. E dovevano anche aver visto un bel pò di sangue: di solito i Cambogiani, quando assalivano i predoni, non lasciavano superstiti. Ma, nonostante tutto, quello era il loro giorno fortunato: loro non lo sapevano ancora, ma lui le aveva acquistate per tenerle per sè. Giò chiamò ad alta voce, per fare avvicinare uno dei servi, col quale scambiò qualche frase in lingua locale. Il ragazzo tornò poco dopo con due grossi secchi d' acqua che rovesciò in un mastello, e con un pezzo di sapone che consegnò alle ragazze. Soddisfatto, Giò fece allontanare il servo e si appoggiò alla parete di legno per assistere alle abluzioni. Le ragazze tolsero via i loro cenci e Giò li allontanò con un calcio. Presero a lavarsi aiutandosi l' una con l' altra, mentre Giò controllava attentamente che non avessero ferite, piaghe o infezioni di alcun genere. Quando le ragazze ebbero finito di asciugarsi, Giò procurò loro di che rivestirsi, non prima di averle ulteriormente esaminate per scoprire se avessero dei parassiti. Le ragazze lasciarono fare senza lamentarsi. - Verrete con me, rimarrete entrambe al mio servizio. Sarete trattate come due principesse, ma esigo da voi obbedienza totale. Altrimenti finirete a fare le sguattere insieme alle altre, e ci avrete in ogni caso guadagnato, pensando a ciò che vi aspettava rimanendo qui. E ora fatemi un bel sorriso, voglio solo gente allegra intorno a me. Le prese sottobraccio e si avviò in direzione di Lillo che, dopo aver a sua volta finito di mangiare, gli stava venendo incontro. - Accidenti, non posso lasciarti solo un momento che già hai fatto conquiste! - Non sono un Dongiovanni come te; altro che conquiste, queste qui le ho comprate, cosa credi?! - Comprate? - Si, le ho pagate due fucili, non ho fatto un affare? - Vuoi spiegarmi... - Non correre. Erano su un torpedone che è stato assalito dai predoni. Le hanno prese per venderle ai bordelli della città ma a loro volta hanno incocciato una squadra dei nostri. Che le hanno recuperate. Naturalmente, anche nelle mani dei nostri le poverette non avrebbero avuto sorte migliore, e allora le ho comprate io. E poi sono carine, non trovi? La più grande delle due non avrà nemmeno vent' anni. Provengono dall' orfanotrofio francese, erano dirette in città a cercare lavoro, almeno così hanno detto ...ti lascio immaginare dove l' avrebbero trovato, il lavoro! - Insomma, da qualsiasi parte la si giri, il loro destino era segnato!... - Il loro destino "è " segnato! Per cosa credi che le abbia prese, per tenermele in bella mostra su un divano? - Non vorrai metterle anche tu nel giro, spero... - No, non proprio: saranno le mie dame di compagnia. Nessuna delle due è vergine, me ne sono accertato di persona. Di sicuro sapranno il fatto loro. E poi, perchè mai sarebbero dovute andar via dall' orfanotrofio? Lì le ragazze, a quel che ne so, stanno bene e hanno comunque da lavorare senza bisogno di andare a cercare il lavoro da qualche altra parte. Da quel che ho potuto dedurre, queste due devono averne combinata qualcuna di grossa. Chissà, forse avranno cercato di sedurre l' amante della superiora... - Sei il solito blasfemo!... - Toh, ha parlato l' anima candida!... - Lasciamo perdere i battibecchi. Pensiamo invece agli inconvenienti: per esempio, come le presenti a Madame? Ne sarà sicuramente gelosa! - Di questo non preoccuparti, le presterò anche a lei. - Stai scherzando? - Sei proprio un'anima candida. Perchè credi che Maia non dorma con te? Perchè dorme con lei, ecco perchè! Madame non disdegna gli uomini, ma apprezza molto anche le donne. Lillo sentì un' ombra scura offuscargli la mente. Lasciarsi rubare la sua donna da un' altra donna sarebbe stato veramente il colmo. Giò non gli dette il tempo di rimuginarci su: - Smettila di fare il geloso, non è proprio il caso! Non la perdi la tua donna, stà tranquillo. E ora non vorrai lasciarmi da solo con queste due, spero...Tieni, prendi questa qui, mi sembra più adatta al tuo temperamento. Così dicendo, carezzò su una guancia la ragazza più giovane e le comandò di andare con Lillo. La ragazza non se lo fece ripetere due volte. - Partiamo fra cinque ore, bisogna attendere il buio. Intanto divertiti con lei. - Tu invece cerca di non spaventare la tua; credo che di spaventi ne abbia già avuti a sufficienza per oggi! - Per chi mi hai preso, per King Kong? Così dicendo, dette una pacca sul sedere della ragazza che aveva scelto per sè e, tenendola sottobraccio, si avviò al piano superiore della fattoria. Lillo lo seguì, in cerca di una stanza libera. Giò glie ne indicò una, infilandosi a sua volta in una stanza attigua. Chiusa la porta dietro di sè, Lillo tirò la zanzariera intorno al rudimentale baldacchino che sovrastava un letto in stile coloniale. La ragazza era rimasta ferma a testa bassa, come intimidita dalla situazione. Lillo le si rivolse in francese: - Hai paura? La ragazza scosse la testa. - Se non vuoi, ti lascio tranquilla. Per tutta risposta la ragazza si alzò e sciolse il telo che la copriva: - Sono pronta. Lillo le si avvicinò lentamente; le prese il viso tra le mani e le baciò la punta del naso. Lei sorrise, gli appoggiò le labbra sulla bocca e fece roteare la lingua. Lillo capì che la ragazza aveva tutte le intenzioni di mostrare al meglio ciò che sapeva fare. La sollevò di peso e la depose sul letto, affrettandosi a sua volta a liberarsi dei vestiti. Dall' altra parte del muro, l'altra ragazza già strillava e gemeva. Quando infine si ritrovarono al piano di sotto, pronti per la partenza, la ragazza di Giò gli stava incollata addosso. Lillo le lanciò un'occhiata indagatrice: aveva una espressione languida da innamorata. La sua ragazza invece era diventata allegramente chiacchierona. Lo divertiva coi racconti delle monache e ogni tanto gli si buttava al collo per baciarlo sulle guance. Giò gli si avvicinò: - Sembrate due innamorati! Anch'io però sono in un bel pasticcio: questa qui non mi molla per nessuna ragione, e credo che non accetti concorrenza. Mi sembra chiaro che non potrò tenerle tutte e due, senza il rischio di trovarmi tra l'incudine e il martello. La pupa ha temperamento, è bene che si convinca che la sua amica non le ruberà il posto. Per tenerla buona, le ho raccontato che l' altra ragazza non l' ho presa per me ma per regalarla a Madame. Dì perciò alla tua pupa che, all' arrivo, non dovrà stare con me ma andrà a far parte del serraglio di Madame. Se non farà le bizze, ci si troverà bene: il serraglio di Madame è proprio la sistemazione ideale per una ragazza di buona educazione. Lillo annuì. Gli sarebbe piaciuto tenersela lui quella bellezza orientale, e lo avrebbe fatto senza indugi se non ci fosse stata Maia ad attenderlo. Confermò a Giò la sua collaborazione: - Ci penso io. D'altra parte questa ragazza è un tipino delicato, credo che starebbe certamente meglio con Madame piuttosto che con un tanghero come te... - Ecco, dille proprio così, dille che mi hai convinto a rinunciare a lei per destinarla a mani più dolci; e poi io conosco Madame: quando se ne stancherà le lascerà scegliere un bel fidanzato tra i baldi giovani che abbiamo in dotazione e così la premierà della sua dedizione. - Non è poi così cattiva come la si dipinge, la tua Madame, eh? - In certe cose è stranamente molto generosa. L' aereo era pronto sul limitare del prato, con i motori già caldi. Giò fece capire alla sua ragazza che il posto a fianco a lui era per il secondo pilota, perciò lei doveva accomodarsi dietro con la sua amica, senza fare storie. Le ragazze montarono entrambe sui sedili posteriori e presero a parlottare fitto tra loro in una lingua sconosciuta, forse un dialetto locale. Ogni tanto scoppiavano in una sonora risata, probabilmente commentando le qualità dei rispettivi attuali compagni. L'aereo era in volo già da un paio d' ore. Lillo aveva l' abilitazione al volo notturno e così, per il tratto che sorvolava il mare, toccò a lui mantenere la rotta. Giò sonnecchiava e anche le due ragazze si erano finalmente addormentate. Alle prime luci dell' alba, la costa apparve sotto un leggerissimo banco di foschia. Giò era già sveglio e controllava, pur senza intervenire, che tutto procedesse a dovere. Dopo qualche minuto chiese a Lillo di ridargli il possesso dei comandi e virò stretto per inoltrarsi nell' interno. Non passò molto tempo, che furono nuovamente in vista del Castello. Solita procedura, solito perfetto atterraggio. Il marchingegno funzionava a perfezione. A Lillo venne da pensare che il prossimo atterraggio avrebbe cercato di farlo lui, sempre che Giò glie l' avesse permesso, considerata la posta in gioco. Madame era ad attenderli. I suoi occhi scrutarono le ragazze con curiosa attenzione. Alla fine, Giò dovette cedergliele entrambe, anche se con la promessa che sarebbero state sue ogniqualvolta lo avesse desiderato. L'idea di Madame era di regalarne una a Maia, ma subito ci ripensò. Per quella volta, la gelosia la ebbe vinta sulla generosità. Quella mattina, alla Residenza, Sama si era alzata di buon' ora. Doveva incontrare un fornitore e il luogo dell' appuntamento distava qualche ora di viaggio da dove erano loro. Chiese ad Alessia di accompagnarla. Ormai la ragazza aveva una certa esperienza di arti marziali e sapeva sparare quasi meglio di lei. Con la sua aria da svampita non avrebbe destato sospetti e sarebbe stata al contempo un' ottima guardia del corpo. Alessia era contenta di poter finalmente mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti. Nel contempo Sama, discorrendo del più e del meno, fece in modo di introdurre nel discorso elementi di valutazione tendenti a farle capire di non intervenire se non in caso di assoluta necessità. Questo, perchèla ragazza doveva ancora acquisire il senso della misura: tendeva ancora a sopravvalutare le proprie forze e a sottovalutare il pericolo. Alla prossima occasione, avrebbe parlato anche di questo al signor Chen. L'autoradio trasmetteva musica commerciale ed Alessia ne seguiva il ritmo muovendo il busto come se si trovasse in discoteca. Sama la guardò di sottecchi: appariva una perfetta svampita, una ragazzina appena sfuggita all' oppressione della mamma, e quindi esagerata in tutto: nel vestire, nel truccarsi, nel provocare gli uomini. Una irresponsabile sgualdrinella. Ma quella era soltanto l' apparenza. Al momento opportuno, riflettè divertita, qualche ingenuo malcapitato ne avrebbe assaggiato a suo discapito anche la sostanza. Giunsero in quello che all' apparenza doveva essere un grosso centro di demolizione. Cataste di auto si ergevano come colline di metallo, simbolo della ingannevole, effimera consistenza della bellezza e della gloria. Quelle che un tempo erano state splendide e luccicanti vetture ammiccanti dalle vetrine invitanti dei rivenditori, appannaggio dei ricchi e irrealizzabile sogno di chi, non potendo possederle, si fermava estasiato anche solo a guardarle, erano ridotte ora a miseri rottami arrugginiti e contorti, pronti ad essere ritrasformati nella loro componente d' origine: semplici ed umili agglomerati ferrosi. Ad Alessia non sfuggì il parallelo con la bellezza femminile e, in un istante di terrore, si guardò nello specchietto retrovisore per controllare se la sua bellezza fosse ancora lì, tutta intatta. Sama parcheggiò l'auto e, distogliendo l' amica da certe cupe considerazioni, le chiese di attenderla lì: lei avrebbe fatto in fretta, giusto il tempo di sistemare alcune faccende. La lasciò e si diresse, sculettando nei suoi jeans di una taglia più stretti, verso la palazzina degli uffici. Dei signori erano ad attenderla e si alzarono con deferenza al suo ingresso. Dopo qualche minuto, Sama si rese conto che tutto stava procedendo per il meglio; senza farsi notare, con la scusa di cercare le sigarette, toccò il pulsantino di un aggeggio che teneva nella borsetta. Di rimando, ad Alessia giunse un piccolo beep che indicava il cessato allarme: secondo i loro accordi, il beep stava a significare che Sama non correva alcun pericolo. Di conseguenza, Alessia considerò che, visto che l'amica non aveva bisogno di lei, avrebbe potuto tranquillamente uscire dall' auto e andarsene in giro a curiosare, giusto per ingannare il tempo dell'attesa. La sua attenzione venne attratta dalla multiforme composizione di quei cumuli di autovetture, che puntavano al cielo come giganteschi monumenti funerari. Il frastuono era tale da coprire persino il rumore dei suoi passi; pur essendo un cimitero, seppure di autovetture, lungi dall'essere un posto di silenziosa meditazione, il luogo era immerso in un terrificante crescendo di schianti e di stridori. Ma ciò che dava veramente fastidio alla ragazza, ciò che le faceva suo malgrado accapponare la pelle, era un rumore ben preciso e inconfondibile: come segno di un destino ineluttabile, il botto della pressa annunziava, con cadenza regolare, che un' altra auto aveva definitivamente completato la sua parabola terrena. Parecchi cumuli più in là, la graziosa figura di Alessia attrasse l' attenzione di un paio di operai che ammassavano carcasse d' auto in un' ennesima piramide. Adocchiata la ragazza, i due avevano smesso di trafficare col braccio meccanico e si erano messi a confabulare tra loro. Erano abbastanza lontani dagli uffici e nessuno avrebbe potuto vederli: sarebbe stato un gioco da ragazzi afferrare la donna e piegarla ai loro desideri. Dopo averne goduto a sazietà l' avrebbero infilata, con la gola tagliata, in un' autovettura pronta per la demolizione; subito dopo, la pressa avrebbe completato l' opera. Sama, intanto, aveva terminato i suoi colloqui ed era tornata alla vettura. Si guardò intorno: Alessia non era nei pressi. Provò a chiamarla, alzando la voce nel tentativo di sovrastare tutto quel fracasso. Non le giunse risposta. Probabilmente la ragazza si era allontanata tanto da non poterla sentire. Decise quindi di muoversi a cercarla. Si avviò lungo le file dei cumuli, sbirciando attraverso gli spazi tra le carcasse, per cercare di scorgerla. Infine la vide; o meglio, intravide in lontananza il colore della sua camicetta. Si affrettò a raggiungerla: lei conosceva bene il tipo di gente che lavorava alla pressa e si biasimò per non averla avvertita che sarebbe stato rischioso avventurarsi da sola lì intorno, nonostante la sua pur notevole capacità di difendersi. Ciò che vide immediatamente dopo, svoltando da una fila di cumuli, le fece capire che era ormai troppo tardi per riparare all' errore. Due uomini si stavano cautamente avvicinando alla sua amica, tenendosi abbassati, muovendosi al riparo delle carcasse per non farsi scorgere prima del tempo. Le loro intenzioni non lasciavano dubbi. Sama sentì un brivido gelarle il sangue: la lama di un coltello luccicava nella mano di uno dei due. - Attentaaa!!! L' urlo di Sama si perse nel frastuono assordante. Alessia non si mosse, non poteva sentirla. Sama prese a correre verso di lei, continuando ad urlare nell' estremo tentativo di attrarre su di sè l' attenzione degli aggressori. Fu proprio in quel momento che Alessia si voltò. I due uomini, già molto vicini a lei, le si lanciarono addosso. Per cadere immediatamente ai suoi piedi, accasciandosi come sacchi vuoti, quasi fossero stati fulminati da un improvviso impeto di collera divina. Così, almeno, apparve la scena agli occhi di Sama, che, paralizzata dalla sorpresa, frenò la sua corsa disperata, fermandosi a tirare il fiato. Riprese a camminare, fissando esterrefatta quei due corpi che giacevano contorti sull' asfalto bollente. Alessia si voltò, la vide e si incamminò per raggiungerla. - Hai visto? Volevano accoltellarmi! - Cosa è successo? Perchè sono caduti? - Come sarebbe a dire, perche? Li ho stesi io, ecco perchè! Due colpi ben assestati e ora staranno già navigando sulla barca di Caronte, quegli assassini! - Sono morti? - Credo proprio di si, i miei colpi non sbagliano! - Allontaniamoci, presto, prima che qualcuno li scopra! Così dicendo, Sama afferrò la ragazza per un braccio e si diresse a passo veloce in direzione del parcheggio. Raggiunta l' auto, vi si infilarono dentro facendo finta di niente; Sama salutò con un colpo di clacson provvedendo immediatamente a dileguarsi. "Così, quei due, Alessia dice di averli uccisi lei. Per essere morti, erano morti, su questo non v'è assolutamente alcun dubbio!". Sulla via del ritorno, Sama si lambiccava il cervello nel tentativo di spiegarsi, in maniera ragionevolmente logica, la dinamica di ciò che aveva visto. " Morti sì, ma come? Lei li aveva visti nell' attimo in cui si erano lanciati su di Alessia, ed erano crollati in quell' istante stesso, come sbattendo contro un muro invisibile. Come bloccati da una forza sconosciuta. Cosa poteva essere successo? Un potere occulto? Se così fosse, diveniva evidente che la ragazza stava inconsapevolmente sviluppando delle facoltà che andavano al di là delle sue capacità di controllo. L' iniziazione alla quale il signor Chen aveva con tanto entusiasmo contribuito ad avviarla, stava diventando a questo punto veramente pericolosa, pericolosa per tutti. Glie lo avrebbe detto chiaramente: forze estranee si stavano impossessando della ragazza e questo non doveva assolutamente accadere." Il signor Chen la ricevette subito: Sama gli era apparsa piuttosto agitata. La donna entrò subito in argomento: - Sta succedendo qualcosa di strano ad Alessia. Ho il timore che ci stia sfuggendo di mano... - Calmati e raccontami tutto per bene dall' inizio - la interruppe il vecchio con la sua solita tranquillità disarmante. Sama prese fiato e rammentò al signor Chen l' episodio della palestra, quando il coltello diretto sciaguratamente verso il viso di Alessia, le era comparso invece miracolosamente in mano. Poi gli raccontò di quei due aggressori al cimitero delle auto, morti sull' istante non appena lei si era girata verso di loro: morti senza una valida spiegazione apparente, benchè Alessia asserisse, convinta, di averli uccisi lei. Con apparente freddezza, il signor Chen versò da bere a Sama, versando anche per sè un goccio della stessa mistura. Guardò la donna negli occhi, come a volerla rassicurare, indi si prese la testa tra le mani, socchiuse gli occhi e cercò di figurarsi entrambi gli episodi, ricostruendoseli nella mente. Rimase così raccolto, in silenzio, per un tempo che sembrava non finisse mai. "Deve esserci una spiegazione, a tutto c'è una spiegazione", ripeteva il vecchio a se stesso. Sama si aspettava che questa spiegazione lui la trovasse, e subito. Doveva trovarla. Assolutamente. L' avrebbe trovata! - Domani, dopo gli allenamenti, fà bere ad Alessia due sorsi di questo estratto di radici, poi portamela qui. Dille che si tratta di un controllo sul suo stato fisico, non allarmarla per nessun motivo: deve essere ben rilassata quando la analizzerò. Sama annuì. Si era un pò rasserenata; il signor Chen sapeva il fatto suo, avrebbe trovato lui la soluzione. Il giorno seguente, senza dare spiegazioni, Sama prelevò l'amica e la condusse dal vecchio, dopo averle fatto bere , tutto d'un sorso, l' estratto di radici. Il signor Chen la accolse con un sorriso cordiale, le chiese come stava e la pregò di sottoporsi a una visita di controllo. Alessia naturalmente non trovò nulla in contrario: la fiducia che riponeva in quell' uomo era totale. Il signor Chen la fece sdraiare su una stuoia ed accese un incensiere. Un aroma intenso invase la stanza. Fatto ciò, chiese a Sama di allontanarsi e di chiudere la porta alle sue spalle. Sama eseguì immediatamente. Una volta rimasto solo con la ragazza, il vecchio prese a sfiorarle la fronte con dei movimenti rotatori delle dita, intonando una cantilena dai suoni nasali. Alessia cominciò a sentirsi leggera, inebriata dall' odore dell' incenso e cullata dalla nenia cantilenata dal vecchio. A poco a poco i suoi occhi si chiusero e il suo cervello incominciò a sognare. Sotto le sue palpebre, alcuni rapidi movimenti dei bulbi oculari indicarono al vecchio che era giunto il momento di interrogarla. Quando ebbe finito, il signor Chen soffocò l' incensiere e prese una boccettina da uno scaffale. Ne tolse il tappo e fece annusare i vapori alla ragazza. Alessia aprì gli occhi e si guardò intorno come per riappropriarsi dell' ambiente. Incrociò lo sguardo del vecchio e si tranquillizzò: - Devo essermi addormentata... - Si, a volte questo tipo di incenso provoca un effetto del genere. Ma ho potuto visitarti lo stesso e ti ho trovata in ottima forma, puoi continuare ad allenarti in tutta tranquillità. Ora và e mandami Sama, devo parlarle. Così dicendo, la aiutò a sollevarsi e le sorrise a mò di congedo. Sama giunse subito dopo. - Allora? - Hai avuto ragione a preoccuparti per lei. Se avessimo continuato a farla allenare senza sorvegliarla, avrebbe potuto facilmente perdere l' autocontrollo. Avevo intuito che il suo Karma avesse delle caratteristiche particolari, ma non mi aspettavo che lo fossero fino a questo punto! - Insomma, che cosa hai visto? - Sei sempre la solita occidentale impaziente! Ho visto la sua anima, ed è l' anima di un guerriero. In una sua precedente incarnazione è stata un santone indiano e poi ancora un guerriero ninja. - Accidenti, e quali peccati ha commesso per doversi reincarnare nella donnetta fragile e timida che è stata prima d' ora? - Aveva osato l' inosabile. Doveva perciò provare la sottomissione e la paura, per ricondurre il suo Karma in equilibrio. Ora sta ritornando ai suoi antichi splendori. - La cosa mi spaventa. Non mi è facile abituarmi all' idea che da ora in poi dovrò avere a che fare con una che allo spirito di un ninja aggiunga anche le facoltà magiche di un santone! - Non è esattamente in questi termini che procede la sua evoluzione: se si limitasse a riacquistare le sue primitive facoltà, senza apportare variazioni rispetto al passato, questa sua attuale incarnazione non avrebbe senso. - E quindi, cosa dobbiamo aspettarci ancora da lei? - Che, una volta scomparsa del tutto la sua negatività, proceda metabolizzando spiritualmente quel senso di sottomissione e di insicurezza che si è necessariamente portata dietro finora. Sarà per lei come un freno automatico, che interverrà ad impedirle di agire impulsivamente e quindi rischiare di perdere il controllo delle proprie azioni. Stà tranquilla ancora una volta: so quel che dico. - Non oserei metterlo in dubbio. E i miracoli, come li spieghi? - Oh, è più semplice di quanto immagini. Hai mai visto come agisce un pesce predatore? Bene, si apposta mimetizzandosi con l' ambiente ed attende immobile la sua preda. Quando il pesciolino ignaro arriva alla distanza giusta, il predatore scatta e lo inghiotte in un solo boccone, senza che il poveretto abbia la possibilità e il tempo di fuggire. E senza che tu stessa possa notare l' azione: un istante prima vedi il pesciolino che nuota, e l' istante successivo il predatore con la pancia piena. L'atto dell'assalto non potrai mai vederlo perchèè talmente veloce da sfuggire alla tua capacità di percezione. Alessia ha la stessa velocità del pesce predatore. In determinate occasioni il suo organismo sviluppa la facoltà, del tutto naturale se vogliamo, di aumentare a dismisura la velocità di percezione e la rapidità dei movimenti. Quello che a noi pare un brevissimo istante, per lei è invece un tempo sufficientemente lungo per poter riconoscere il pericolo e attivare le contromisure. - Alle corte, tutto questo significa che nessuno di noi possiede la seppur minima possibilità di batterla, in un ipotetico combattimento, o sbaglio? - Beh, un punto debole ce l' ha ancora: se l' avversario attacca alle spalle, e cioè al di fuori del suo campo visivo, lei non ha la possibilità di fermarlo, non potendone avvertire la presenza. Per chi la attacca, questo rimane un vantaggio effimero perchè, se sbaglia il primo colpo, è un uomo morto: non avrà la possibilità di colpire nuovamente nè di sfuggire al contrattacco. Ma a questa limitazione avevo già pensato e provvederò a colmare la lacuna. - E come, se è lecito: dandole la vista anche di dietro? - Ma no, semplicemente allenandola a riconoscere certe variazioni della pressione dell' aria intorno a lei, o variazioni del suo stato elettrico o della temperatura circostante. Il corpo umano è un grande emettitore e ricevitore di segnali: tutto sta ad essere allenati a riconoscerli, ed Alessia ha la capacità di farlo. - Non staremo per caso creando un mostro, un golem incontrollabile? - Fossi in te non mi preoccuperei. Sono facoltà esistenti nella sua natura; noi non facciamo altro che aiutarla a prenderne coscienza ed allenarla ad utilizzarle nella maniera giusta. Tu per esempio sei del tutto diversa da lei e, per quanto io possa tentare, non riuscirei mai a cavarti fuori delle facoltà come le sue. - Grazie della considerazione!... - Devi convincerti di essere diversa dalla tua amica. Non inferiore, intendiamoci; solo diversa. Devi considerare soprattutto di avere un Karma differente dal suo. - Non riesco ancora ad abituarmi a quest' idea del Karma. Chissà, forse anch'io ho delle facoltà particolari, eh? Cosa ne pensi? - Se ci sono, verranno fuori al momento giusto, stanne certa. - Eh, già. Devo aspettare, sempre aspettare... - Il tuo guaio è che hai sempre fretta... - Sono la solita occidentale impaziente, è cosi? Il vecchio ridacchiò. - Ti darò il thè della pazienza. Ti aiuterà a sopportare l' attesa. - Ammenocchè non mi addormenti prima... Lillo incominciava a prenderci gusto. Giò gli stava facendo scuola su tutti gli aerei a disposizione e, tra gli altri, uno in particolare gli era più caro di tutti: si trattava di un aereo acrobatico che Lillo conosceva bene, essendo stato il suo primo aeroplano serio. La versione in dotazione all' aeroparco della caverna aveva solo un motore un pò più potente e due mitragliatrici posizionate sui lati del muso. Al di là delle colline, una pista in terra battuta e una piccola costruzione in prefabbricato, fungevano da campo di volo per un paio di aerei leggeri sempre di proprietà del Castello. Era la famosa pista di scampo di cui parlava Giò. Ai lati della pista, lunghe file di bidoni riempiti di sabbia fungevano da bersaglio per le esercitazioni di tiro. Per Lillo era diventato un vero spasso gareggiare con Giò a chi faceva più centri. I bidoni, ridotti a colabrodo, dovettero essere sostituiti più volte. Giò non accettava che il suo amico fosse più bravo di lui nel centrare i bersagli, nè Lillo accettava di dargliela vinta. Presero a mitragliare sempre più a bassa quota, sempre più a volo radente, richiamando l'aereo solo un attimo prima di fracassarsi essi stessi contro la fila dei bidoni. Alla fine, la ebbe vinta il buon senso. Smisero di sentirsi in gara tra loro, accettando ognuno l'indiscusso valore dell'altro e riprendendo a sparare in condizioni di maggior sicurezza, con gran sollievo di tutti gli addetti al piccolo aeroporto. Maia continuava a trattenersi nei quartieri di Madame. In un primo momento, Lillo si era mostrato contrariato; però un successivo dialogo con la sua donna gli aveva fatto capire che per lei quell' amicizia era molto importante; la confidenza che si era stabilita tra le due donne, le univa in un' alleanza di ferro. D' altronde, aveva concluso Maia col suo solito senso pratico, avrebbe potuto godere della compagnia di Madame ancora per poco; tra non molti giorni sarebbero dovuti tornare alla Residenza. Lillo fu comprensivo, specie perchè il timore iniziale di doversi difendere da una concorrente capricciosa e crudele, alla prova dei fatti si era rivelato del tutto inconsistente. Madame, da parte sua, non si faceva vedere molto, in giro. Quando non era con Maia, il disbrigo dei suoi affari le impegnava tutto il residuo tempo disponibile. Giò, piuttosto, in quel periodo mostrava di avere un bel pò di tempo per spassarsela. L' andamento degli affari era tranquillo, ebbe a spiegare a Lillo: non c'era alcuna necessità di un suo intervento diretto. La necessità, purtroppo, si manifestò prima del previsto. Uno dei ben infiltrati informatori dell'Organizzazione, aveva avvertito che un certo carico che doveva transitare via mare era stato adocchiato dai pirati e quasi sicuramente l' imbarcazione sarebbe stata assalita. La pirateria era ed è tuttora una delle piaghe di quei mari. I comandanti delle più importanti Organizzazioni avevano persino cercato di giungere a un accordo di non aggressione con i capi delle varie piraterie, senza giungere però a risultati concreti: le navi venivano assalite comunque. Si era scatenata allora una caccia feroce e, quando i predoni avevano la sfortuna di essere intercettati, non veniva lasciato loro scampo. La peggiore sfortuna dei pirati era, di sicuro, incappare nelle mani degli gli uomini dell' Organizzazione del Cinese. In quel malaugurato caso, morire con un colpo in testa era quanto di meglio potessero augurarsi. Di solito, morivano così i pirati intercettati in mare. Se invece si trattava di predoni di terra, la loro sorte si rivelava di gran lunga più maligna. Madame aveva con loro dei vecchi conti da regolare e, quando li aveva in pugno, tirava fuori tutta quella sottile crudeltà che le derivava da certe ascendenze cinesi o, stando a quanto diceva il signor Chen, dalla necessità di riequilibrare un Karma particolarmente travagliato. Nella incarnazione precedente, infatti, la Thailandese era stata una principessa della corte imperiale cinese. Durante un trasferimento, il suo convoglio era stato assalito dai predoni che, sopraffatta la scorta, si erano impadroniti di tutto, comprese le donne che viaggiavano nelle lettighe. Il destino di quelle donne fu crudele: umiliate ancor più delle schiave, vennero vendute ai signorotti dei Paesi confinanti che ne fecero, per scherno e per divertimento, il bersaglio di tutti i loro più infantili capricci. Ora era giunto il tempo in cui il Karma doveva essere ricondotto all' equilibrio: la salita era ridiventata una discesa e la notte volgeva a diventare giorno. Chi aveva avuto, doveva dare. Chi aveva preso, doveva restituire. Madame non perdonava. Non poteva perdonare. Non doveva perdonare. Perchè, se avesse perdonato, i poveri predoni, nel ciclo delle loro incarnazioni, avrebbero dovuto rinascere sostenendo intatto il fardello delle loro malefatte della vita precedente, oltre che di questa loro malvagia vita attuale. Un carico che sarebbe diventato via via troppo pesante e che avrebbe finito per condizionarli a reincarnarsi in creature inferiori. Era un suo preciso dovere, quindi, permettere che il loro Karma si riequilibrassse facendo loro pagare, di sua stessa mano, il debito assunto precedentemente nei suoi confronti. Madame sapeva che quel suo agire, all'apparenza così crudele e spietato, era invece un comportamento improntato alla misericordia più che alla vendetta. Il Cielo la rendeva, in quel modo, attiva partecipe dell'Equilibrio Universale: per sua mano, toglieva dove era da togliere e aggiungeva dove era da aggiungere. L' ago della bilancia doveva necessariamente ritornare al centro. Il signor Chen lo sapeva e la lasciava fare. E così, un alone di terrore avvolgeva il nome della Thailandese. Tutti dovevano aver paura di lei. Tutti, nessuno escluso. Giò incontrò Lillo all' ora di pranzo. Questa volta erano soli, perchè Maia era rimasta con Madame nei quartieri di lei. - C'è un' emergenza, - gli disse subito Giò - devo scortare un nostro yacht che è stato preso di mira dalla pirateria. - Devi farlo da solo? - domandò Lillo a sua volta, cercando di capire. - Si, dovrò sorvolare l' imbarcazione per tutto il tratto di mare a rischio. E intervenire con le mitragliatrici se si renderà necessario. - Tu pensi che si renderà necessario? - Questa volta temo di si: le informazioni provenivano da una fonte molto vicina agli ambienti della pirateria. - Mi stai chiedendo di accompagnarti? - Non esattamente. Mi sarebbe di vantaggio disporre dell' intervento di un altro aereo, nel caso che gli assalitori fossero numerosi. Sai, anche loro non scherzano. - Che livello di rischio comporta tutta la faccenda? - Con un solo aereo, piuttosto alto. Si dimezzerebbe se avessi un aereo di appoggio. - E gli altri vostri piloti? - Gli unici due capaci di eseguire con efficacia un' azione a fuoco contro un bersaglio del genere, sono impegnati in una scorta su un lungo tragitto. - Capisco. Mi metti in una bella crisi di coscienza. Non posso rifiutare di aiutare un amico in una situazione di rischio, ma d' altro canto uccidere è contro i miei principi, contro la mia natura. Uccidere esseri umani, perdippiù. - Esseri umani quelli? Credi che basti avere forma d'uomo per essere considerati esseri umani? Essere una persona comporta degli obblighi primari verso se stessi e verso gli altri, comporta l' acquisizione di una sia pur debole parvenza di legge morale. Quelli invece si comportano come i pesci del mare: il più grosso ingoia il più indifeso. Senza esitazioni e senza rimorsi. Pensa ai boat people che fuggivano dal Vietnam; bene, sono stati assaliti e depredati persino della loro miseria, se non addirittura uccisi senza un minimo di compassione. E i naviganti? I pirati, dopo i loro assalti, di solito non lasciano testimoni. Tu li chiami esseri umani? Persino una tigre è più umana di loro, perchè quando non ha fame risparmia la preda! Lillo ebbe un moto d'incertezza. Le parole di Giò stavano agendo come un'accetta su quelle che lui considerava delle solide e intangibili certezze esistenziali. Esitò qualche momento, poi capì che in un frangente del genere non poteva permettersi di rimanere a dondolarsi in bilico sulle sue incertezze: doveva decidere in fretta da quale parte lasciarsi cadere. - Cosa dovrei fare? - Volare con me, e trattare i pirati allo stesso modo dei bidoni del campo: traforarne quanti più è possibile. Se uno di noi due sbaglia un passaggio, l' altro interviene a ruota, in modo da non dar loro il tempo di contrattaccare. Dobbiamo agire con la stessa violenza distruttiva di due trombe d' aria. Se riescono a sparare anche loro, per noi sono guai seri. - Un bel rischio, non c' è che dire. - Se non te la senti, lascia stare, non insisto; comprendo perfettamente che queste sono gatte che deve pelarsi l' Organizzazione. Tu sei soltanto un ospite, siamo noi che abbiamo dei doveri verso di te, non viceversa. - Che c' entra, sei tu che me lo chiedi, non l' Organizzazione. Non posso tirarmi indietro, mi sentirei veramente un vigliacco se lo facessi. Tieni per confermata la mia partecipazione. Mi sembra giusto comunque dirlo a Maia, voglio che lei sappia che quanto sto per fare è necessario che venga fatto. - È un lavoro pericoloso: se decidi di partecipare poi non ci sarà più tempo per tirarsi indietro. Ciò che decidi adesso deve essere definitivo, o dentro o fuori. Se decidi di venire, poi dovrai ballare fino alla fine della musica. - Non ti lascio solo. Sta tranquillo; anche se quella è una musica che non mi piace, ballarla non mi spaventa. Giò annuì in segno di approvazione. Lillo non aveva l'allenamento dei piloti dell'Organizzazione, si disse, ma aveva dimostrato di saper sparare bene quanto lui. L'incognita era che, mentre i bidoni non rispondevano al fuoco, i pirati invece si; se il fattore sorpresa fosse venuto meno, avrebbero dato filo da torcere. E in certi frangenti l'istinto spinge a filarsela via, non certo a fare gli eroi. Lillo non aveva esperienza di scontri a fuoco. Però, tutto sommato, non era neanche un pappamolla. E poi, il suo orgoglio non gli avrebbe mai permesso di fare la figura del codardo. Lo guardò bene in viso. Sembrava aver definitivamente cancellato ogni titubanza. Lillo aveva messo intanto entrambe le mani in tasca. Era un gesto che faceva d'abitudine quando doveva fermarsi a riordinare le idee. Si rivolse a Giò con tono tranquillo: - Ti spiace dire a Madame che vorrei parlare con Maia? - Te la farò mandare al più presto. - Bene. Allora, quando si parte? - Bisogna pattugliare un tratto di mare molto più a Sud di qui. Ci trasferiremo presso un aeroporto amico, poi di lì partiremo per il pattugliamento. L'azione avverrà di notte. In questo saremo avvantaggiati perchè avremo degli intensificatori di luce e quindi potremo vedere i pirati mentre loro non vedranno noi. Per localizzarci potranno far riferimento solo al rumore, ma se non daremo loro il tempo di riprendersi dopo il primo attacco, li affonderemo nel giro di un paio di passaggi. Naturalmente saranno le solite acrobazie da Circo, ma da quanto ho potuto vedere tu non hai difficoltà in questo senso. - Già. L' unico problema che mi si pone è di dover uccidere di nuovo. - Di nuovo? - Lascia stare, è una storia vecchia, forse un giorno te la racconterò. - Non importa, ognuno di noi ha diritto ai suoi segreti. Maia la incontrò quella sera stessa, prima di cena. La prese in disparte: - Devo parlarti, è importante. - È successo qualcosa? - Si e no. Giò mi ha chiesto di pilotare un secondo aereo di scorta a uno yacht dell' Organizzazione. - Dov'è il problema? - Con grande probabilità, anzi Giò presume con certezza, ci sarà uno scontro a fuoco. - Una battaglia aerea? - No, saremo noi a dover attaccare gli eventuali assalitori dello yacht, i pirati insomma. - Ah, allora è vero quello che si dice sull' esistenza della pirateria da queste parti. - Tutto tragicamente vero, ed è gente senza pietà. - Cos' hai intenzione di fare? - Non posso lasciare Giò a sbrigarsela da solo in una situazione del genere. - Ma Giò appartiene all' Organizzazione, questo è il suo lavoro e questi sono i suoi rischi, non i tuoi! - Non lo faccio per l' Organizzazione, ma per lui. Mi ha spiegato che, in due, il rischio sarebbe molto minore perchè, con due passaggi, li affondiamo di sicuro senza dar loro il tempo di reagire. - Vuoi che ti chieda di non andare? - Ho già dato la mia adesione. Non torno indietro sulle mie decisioni. Volevo solo che tu lo sapessi, è un tuo diritto. - Già, bella consolazione. - Ti dispiacerebbe molto se non tornassi? - Cos'è, una nuova scusa per sganciarsi con eleganza? - Non scherzare, sto dicendo sul serio. - E me lo chiedi? - Voglio sentirtelo dire. - Si, mi dispiacerebbe se tu non tornassi. Va bene così? - Dai, non essere sarcastica, esiste davvero il pericolo che io non torni. - Cosa vuoi che faccia, che mi metta a piangere sin da ora? - Ma no... hai ragione, mi sto comportando come un bambino. - Stà tranquillo, se non torni verrò a piangere sulla tua tomba. - È proprio quello che non dovrai fare. Datti piuttosto alla bella vita! - Non ti farebbe piacere avere qualcuno che venga a trovarti dopo morto? - Cara mia, se dopo la morte non c' è niente, allora è proprio inutile che tu venga, non me ne accorgerei mai. Se invece c' è qualcosa, spero sia qualcosa di più divertente che star lì a sorbirsi le lagne dei viventi. Non sei d' accordo? - Và al diavolo! Lillo ridacchiò. - Non preoccuparti, se vedo che le cose si mettono male, me la filo a tutto gas. - Se non ti conoscessi, potrei anche crederci. - E va bene, lo dicevo per tranquillizzarti; le buone intenzioni non sono mai apprezzate! Maia gli andò vicino e lo abbracciò: - Stà attento. - Si, mamma - rispose lui come per canzonarla. Le dette un bacio. - Andiamo, è ora di cena. Lillo e Giò si trasferirono la mattina seguente con gli aerei armati. Atterrarono su un' isola, nell' aeroporto privato di un buon amico del signor Chen. - Ecco - stava spiegando Giò tenendo il dito su una carta topografica - noi siamo qui. Lo yacht partirà da questo punto non appena sarà buio. Il pericolo di un attacco sussisterà entro le dieci miglia dalla costa; di lì in poi lo yacht si troverà automaticamente coperto delle unità navali militari che incrociano al largo. Noi dovremo sorvolare in quota lo yacht facendo attenzione a tutte le imbarcazioni che faranno rotta verso la sua direzione. Il punto più probabile come base di partenza del natante pirata, è a ridosso di questo promontorio. Qui la marea nasconde gli accessi marittimi ai loro covi: con la bassa marea, un natante può uscire, attaccare e rientrare. L' alta marea provvederà ad occultare nuovamente gli accessi. Non appena avvistiamo il natante pirata, che sarà molto probabilmente un motoscafo veloce o un gommone da sbarco, tu farai il primo passaggio, sparando e defilandoti immediatamente con una virata di scampo sulla destra. Io farò a ruota il secondo passaggio, scampando a sinistra. Ci si ritrova in quota. Con due passaggi centrati, li affondiamo di sicuro. Domande? - Nessuna, per quel che riguarda l' azione. - Dovremo essere molto rapidi ed efficaci: se daremo loro il tempo di sparare, ci toccherà poi affidarci solo alla nostra buona stella. - Che finora, a quanto pare, ha sempre funzionato - aggiunse Lillo, come a voler rassicurare se stesso. Al calar delle tenebre, giunse la comunicazione che lo yacht era partito. Si avviarono anch' essi, decollando alla svelta. - Ecco lo yacht, sono quelle lucine laggiù. - Comunicò Giò via radio dal suo aeroplano. - Ricevuto. Lo vedo. Sembra tutto tranquillo. - Tieni sotto sorveglianza il promontorio. Passò qualche minuto. I due aerei giravano alti, invisibili nella notte. Dal promontorio si staccarono un gruppo di barche, che però sembravano innocue imbarcazioni da pesca, con le loro luci regolamentari. A circa un miglio dalla costa, due di quelle imbarcazioni spensero le luci di posizione e fecero rotta per il largo. - Eccoli! - Esclamò Giò con voce concitata - Accidenti, sono in due! Le imbarcazioni si stavano dirigendo l'una verso la prua dello yacht, l'altra verso la poppa. - Dobbiamo dividerci! - continuò Giò - Io prendo quella di poppa, tu quella di prua. Attacca e scampa a destra. Se non li colpisci al primo passaggio, scampa e rientra. Non tentare un secondo passaggio, sarebbe troppo pericoloso, non sei pagato per questo! - Cercherò di fare del mio meglio. Se sbaglio, mi accodo a te e ritento il contropelo alla tua barca. Non ti lascio solo! - Fà come ti ho detto, invece. È un ordine! - Obbedisco. In bocca al lupo! - Va... Lillo diresse verso la sua imbarcazione. Era un grosso gommone con sei o sette uomini a bordo. Non si intravedevano armi, ma sicuramente le avrebbero tirate fuori all' ultimo momento. Puntò su di loro come se dovesse atterrare sul gommone. L' aereo scendeva in picchiata al massimo della velocità, il muso dritto in direzione del natante. Alla distanza che Lillo ritenne opportuna, le mitragliatrici sul muso vennero collimate e il suo pollice si abbassò deciso sul pulsante rosso posto in cima alla cloche. L' attacco durò appena una manciata di secondi. Freddo come una statua di ghiaccio, Lillo passò sul gommone a volo radente, affinchè lo spostamento d' aria impedisse ai superstiti di prendere subito posizione per sparare. Virò strettissimo, quasi in looping e ritornò a puntare sul gommone, che continuava ad oscillare paurosamente, ormai allo bando. Il timoniere era stato colpito. Lo yacht intanto, allertato via radio, aveva spento le luci di posizione ed era diventato invisibile ai pirati che ora avevano come riferimento solo le luci della costa. La feroce grandinata di colpi partiti dalla mitragliatrice di Lillo era andata a segno come guidata dalla mano della dea Kalì. Con assoluta freddezza, Lillo posizionò nuovamente il pollice sul pulsante di tiro, deciso a completare l'opera. Il secondo passaggio fu definitivo: colpito nuovamente in pieno da una valanga di fuoco, il gommone si ingavonò fino a inabissarsi. Ancora una volta, Lillo si disimpegnò con una brusca virata, questa volta in salita. Rimessosi in volo lineare, dette un' occhiata in basso per vedere cosa aveva nel frattempo combinato Giò. Dall' altro gommone sparavano, segno che qualcosa non era andata per il giusto verso. L' aereo di Giò stava volando a pochi metri dal pelo dell' acqua per schivare astutamente i colpi, tirati alla cieca verso l' alto, dove i pirati presumevano si aggirasse l'aereo. Lillo si mise in picchiata, portandosi anche lui a volo radente. Diresse verso il gommone e aprì il fuoco. La fortuna quella sera gli volava a fianco. Il gommone si ribaltò e immediatamente dopo la fiammata di un' esplosione lo proiettò per aria, ridotto in mille frammenti. Era stato colpito il serbatoio. - Preso! - Un urlo liberatorio raggiunse Giò via radio. - Ottimo, rientriamo! - Fu l'unico commento che gli giunse in cuffia. Il potente faro dell' aereo di Lillo illuminò per primo il nastro di cemento della pista. Giò seguì a ruota. - Il signore ci ha preso gusto, vedo! - Il vocione di Giò gli giunse, dal bordo della pista, come un complimento. - Ho solo cercato di fare del mio meglio, la solita fortuna del principiante! - Altro che fortuna! Quella era mira, e di quelle buone. Dovremmo metterci in società, noi due. - Lascia perdere. Per me è stato solo un giro di giostra, niente di più. - Se cambi idea, sai dove bussare. - Ci penserò. Lillo stette a pensarci per tutto il resto della notte. I suoi non erano tardivi scrupoli di coscienza: era convinto della giustezza di ciò che aveva fatto. I pirati non avrebbero avuto pietà con l' equipaggio dello yacht, erano andati per ammazzare ma il Cielo questa volta non era stato dalla loro parte. Così almeno avrebbe risposto il signor Chen, se lui gli avesse espresso le sue perplessità. Già, facile a dirsi. Intanto aveva ucciso nuovamente. Senza un attimo di esitazione, senza un minimo di emozione. Come se uccidere fosse diventata per lui la cosa più naturale di questo mondo. Lillo vedeva la sua morale guardarsi allo specchio e non riconoscersi nell' immagine riflessa. Riuscì a prendere sonno soltanto dopo aver finalmente deciso che era giunto il momento di raccontare tutto al vecchio. Solo il signor Chen avrebbe saputo come rasserenargli l' animo. Dopo aver passato la notte nell' isola, Lillo e Giò fecero ritorno alla Residenza. Maia vi era intanto giunta accompagnata da Madame in persona. Il signor Chen volle subito a rapporto i suoi collaboratori, per fare il punto della situazione. Il periodo non era dei migliori, c' erano dei giovani emergenti che avevano intenzione di imporsi sul mercato a qualsiasi costo. Era necessario predisporre una strategia di alleanze e mettere in opera delle forme di dissuasione verso chiunque cercasse di invadere territori non liberi. L' Organizzazione aveva già dovuto affrontare in passato situazioni del genere e ne era uscito sempre vittoriosa. Proprio in una di queste occasioni, Madame aveva avuto il battesimo del fuoco e aveva fatto vedere quanto valeva, guadagnandosi sul campo non solo la fama di ottima combattente, ma anche quella di donna senza misericordia. Ancora in occasioni del genere, Giò le aveva salvato la pelle e la reputazione. Madame glie ne era estremamente grata e non perdeva occasione per dimostrarglielo. Di Giò poteva fidarsi come di se stessa; poteva dire la stessa cosa solo di Sama e del vecchio. Non concedeva la sua confidenza a nessuno; nell'area, tutti dovevano conoscerla unicamente come la belva che aveva mostrato di essere. Le sue fragilità, le sue debolezze, i suoi desideri di donna, se li teneva strettamente rinchiusi nell' antro più nascosto della sua personalità. O meglio, così era stato fino a poco tempo prima. Da quando aveva conosciuto Maia, aveva trovato in lei una nuova confidente, anzi, l'unica vera confidente. A lei aveva aperto il suo animo, sicura di poter essere compresa fino in fondo. Sama le era profondamente amica, senza dubbio; però Maia aveva qualcosa di più. Forse una più estesa sensibilità, o piuttosto una maggior disponibilità a raccogliere le sue più intime confessioni. Lei sapeva solo che quando fissava Maia negli occhi, l' orizzonte della sua mente le si espandeva dentro all' infinito, invitandola a volare con una leggerezza e un' emozione che nessun aereo, sia pure un sofisticato caccia da combattimento, avrebbe mai potuto darle. Da Maia scaturiva un' energia positiva estremamente intensa, talmente forte da riuscire a generare in lei sensazioni tali da farla sentire essa stessa parte di quell'energia, da farla sentire imperatrice dell'universo. Con Maia aveva fatto l'amore. Lo aveva fatto più volte e in molti modi. In principio aveva cercato di possederla, di conquistarla, di farla sua schiava, ma tutte le volte ne era stata, suo malgrado, inesorabilmente soggiogata. Maia non poteva essere vinta. E allora lei stessa aveva voluto provare a diventarne schiava a sua volta, a soggiacere, completamente ai desideri di lei, a chiederle di sottometterla ai suoi più remoti e inconfessabili desideri. Era giunta persino a farsi condurre da lei nuda, al guinzaglio, dal guardiano dei cani, per umiliarsi al suo cospetto e raggiungere così la vetta dell' estremo oltraggio. Se non poteva essere la padrona assoluta, ne sarebbe stata la sua più umile schiava. E sarebbe giunta, nella brama di raggiungere l'assoluto, nel torbido intento di toccare il fondo, a farsi possedere dal più lercio dei mendicanti di strada, se Maia non avesse ritenuto che fosse giunto il momento di smetterla con quei pericolosi giochini. Le aveva fatto capire che, anche se si fosse lasciata possedere da un branco di cani, dentro di sè sarebbe ugualmente rimasta una regina. La regalità se la portava nel sangue, niente avrebbe potuto cancellarla. Maia l' aveva considerata una regina. Maia era riuscita a percepirlo. Solo il signor Chen sapeva che regina lei lo era già stata, anche se in tempi remoti e in un' altra realtà. Maia. L'avrebbe voluta sempre con sè, confidente dei suoi sentimenti più estremi. Capace di farla volare anche solo tenendola per mano. Maia. Forse soltanto un sogno. Il vecchio lasciò entrare i suoi collaboratori e chiuse la porta. Invitò i convenuti a prendere posto. Madame sedette vicino a Sama e le sorrise. Giò prese posto accanto al vecchio. I pensieri vaganti di tutti i convenuti furono da loro stessi decisamente rimandati in gabbia, come folletti richiamati definitivamente all' ubbidienza. Madame smise di fantasticare: il signor Chen aveva richiesto la massima attenzione. Al signor Chen, anche le regine dovevano rispetto. Alessia era rimasta per diversi giorni nella pagoda della Residenza per un periodo di intensa meditazione, al termine della quale avrebbe dovuto acquisire la piena consapevolezza delle trasformazioni sopravvenute nella sua nuova personalità. Il signor Chen in persona, in compagnia di altri monaci buddisti, aveva provveduto, in quegli ultimi giorni, a far emergere in lei tutte le residue facoltà che fino a quel momento aveva mantenuto dentro di sè in forma potenziale. Dopo quell'ultimo stadio di preparazione, a stretto contatto con la grande saggezza dei maestri, il suo addestramento spirituale poteva ormai considerarsi compiuto. In apparenza, Alessia continuava a mantenere quell' aria svagata di prima, che la faceva sembrare con la testa perennemente tra le nuvole. In realtà, allo stato attuale, nessuno era in grado di combatterla con una seppur minima possibilità di successo. Sama le aveva consigliato di abbandonare il lavoro che aveva in patria, per diventare a tutti gli effetti la sua personale guardia del corpo. Naturalmente Alessia aveva accettato di buon grado: non le sembrava vero di essere pagata solo per tener compagnia alla sua amica. Il suo unico compito consisteva nell' impedire che qualcuno le facesse del male, ma questo lei l' avrebbe fatto anche senza compenso; non avrebbe mai permesso che qualcuno potesse anche solo pensare di far del male alla sua amica più cara. - Ti presento la mia personale guardia del corpo - disse Sama a Madame, indicando Alessia che le stava incollata al fianco. Madame si inchinò educatamente. Alessia rispose a sua volta educatamente con un inchino. Improvvisamente, Madame sferrò provocatoriamente un colpo di Karate al collo di Sama, fermandosi a qualche millimetro dal bersaglio. Alessia non si mosse. - Ma che razza... - bisbigliò Madame all' orecchio di Sama, per evitare di offendere Alessia con un apprezzamento poco lusinghiero. - È proprio questo il bello: lei non è intervenuta perchè non ha sentito l' odore dell' adrenalina, infatti io non ho avuto paura; e poi, perchè ha visto che la tua mano ha rallentato in prossimità del bersaglio. Ha capito che non intendevi colpirmi davvero. Lei non è come noi, sa perfettamente quando è necessario intervenire e si astiene dallo spendere energie per un'azione superflua. Comunque, per l' avvenire ti consiglio di non provare a fare sul serio, perchè se lei scatta, potrebbe farti male.. - Ah, tu dici? Io non ne sono convinta. Se conosce le arti marziali, e se è disposta a sostenere un incontro, mi piacerebbe proprio fare un combattimento sul tappeto con lei. Perchè non glie lo proponi? - Ne sei proprio sicura? - Ti sei dimenticata delle volte che ho fatto volare i maestri? - Ok, te lo sei voluto. Però poi non venire a lamentarti. Sama chiese ad Alessia se avesse voglia di combattere con Madame; la ragazza rispose prontamente di non avere nulla in contrario. Madame si allontanò per andare a prepararsi. Sama trattenne Alessia per un braccio e, quando fu certa di essere fuori della portata di Madame, sussurrò all'amica: - Vacci piano coi colpi; cerca di non farle male, è troppo preziosa per noi. L'una davanti all'altra, sul tappeto della palestra, le due donne si accinsero al combattimento. Madame prese a muovere le braccia e le mani sinuosamente come due serpenti, con l'evidente scopo di confondere le idee all'avversaria. Era una tecnica che funzionava bene: l'attacco arrivava sempre inatteso e fulminante. Alessia era lì che guardava incuriosita, immobile come una bambola impagliata. Non sembrava voler assumere atteggiamenti di difesa, nè men che mai di attacco. Madame sferrò il suo primo colpo: roteando su se stessa, tentò di colpire l'avversaria al mento con un movimento fulmineo della gamba tesa. Si ritrovò, immediatamente dopo, distesa lunga per terra. Alessia pareva non essersi mossa. Sama ridacchiava tra sè: Madame sarebbe stata ridotta uno straccio, non aveva alcuna possibilità non solo di battere Alessia, ma persino di arrivare a toccarla. Madame si risollevò da terra, incredula. Nel rialzarsi, tentò un altro colpo veloce col taglio della mano. Ancora una volta si ritrovò distesa per terra senza sapere nè come nè perchè. Alessia era lì che guardava svagata, come se anche lei cascasse dalle nuvole. Madame si rialzò. Guardò Alessia. Guardò Sama. Guardò il signor Chen. Avevano tutti l' aria di star divertendosi un mondo. Madame era piuttosto stizzita: - Volete dirmi cosa sta succedendo? - Lascia stare - intervenne conciliante il signor Chen - non riuscirai mai a batterla, è troppo veloce per te e persino per me. Nessuno di noi può vincerla. Lei si è limitata a farti cadere ma, se avesse voluto colpirti davvero, tu non ti saresti più rialzata. Nel tempo rapidissimo del tuo tentativo di attacco, lei ti avrebbe già colpita a morte dieci volte. - Te l' avevo detto, - si fece avanti Sama - non hai voluto credermi... - E va bene. Non sarà certo più veloce di un colpo di fucile. - Non ti ci provare! - La inchiodò Sama. - Se lei intuisce l' intenzione di uccidere, non avresti nemmeno il tempo di spararlo, il tuo colpo. E in ogni caso, se proprio vuoi saperlo, lei è più veloce del tuo colpo di fucile. Alessia non aggiunse una parola. Si limitò a sorridere con la sua aria ingenua, come se stesse ascoltando una conversazione che riguardasse qualcun altro. Madame si voltò verso di lei. Le sorrise. Le strinse la mano. Strinse, strinse, strinse. Voleva farle male, prendersi in qualche modo la rivincita. Ma la mano di Alessia pareva fatta di ferro, di pietra, di un materiale assolutamente incomprimibile. Madame capì. - Chiedo umilmente scusa - le disse inchinandosi. - Non c'è di che! - rispose allegramente Alessia. Il vecchio aveva osservato tutto, rimanendo in disparte. Si avvicinò a Madame. - Non ti fidi più delle mie parole? Se ti dico che è imbattibile, so quello che dico. Ora lei è dei nostri; potrà esserci molto utile. Mi farebbe piacere se tu provassi ad esserle amica. E a insegnarle a volare su uno dei tuoi caccia; nessuno meglio di te saprebbe come istruirla a dovere. Non vederla come tua concorrente, siete su due piani diversi: tu sei il potere, lei è la forza. Madame chinò la testa in segno di sottomissione. La volontà del signor Chen era la volontà del Cielo. Guardò Alessia più attentamente. Era ben fatta. L' avrebbe sottomessa ugualmente, lei sapeva bene come. Matteo e Vince arrivarono all' improvviso. Erano stati a una fiera ad Hong Kong, ed avevano creduto bene di farsi vivi con Sama, la quale si era premurata di mandarli a prendere all' aeroporto dal solito fidato malese. All' infuori di Sama, nessuno sapeva del loro arrivo. Se li ritrovarono in salotto, accomodati sulle poltrone come fossero lì da lungo tempo. Dopo il primo momento di meraviglia, furono tutti ben contenti dell' arrivo di quei due saltafossi. I quali, ignari dei cambiamenti che erano sopravvenuti nei loro amici, per prima cosa vollero informazioni da Sama, su dove si trovassero i migliori luoghi di perdizione del circondario. Ebbero le informazioni che cercavano. Sama fu prodiga di indirizzi e di consigli. I due mostrarono tutto il loro rincrescimento per non essere arrivati prima. Il signor Chen rimuginava dentro di sè, senza darlo a vedere: ora i draghi erano sei. Bisognava solo attendere il tuono. Lillo e Maia si ritrovarono finalmente ricongiunti dopo la breve parentesi del Castello. Maia non era del solito umore. La missione di Lillo l' aveva trovata impreparata. La possibilità di poterlo perdere non era ancora entrata nel suo ordine di idee. Al suo ritorno, lo aveva accolto un pò freddamente, quasi a volergli rimproverare di aver corso il rischio di lasciarla sola. Lillo dal canto suo non sembrava entusiasta dell' impresa compiuta. Aveva giocato un ruolo decisivo col suo intervento, senza dubbio; era stato bravo. Ma per lui era finita lì. - Giò mi ha chiesto di fare il pilota per loro... - Tu vieni via con me! - Con la voce alterata, Maia scattò come mai le era successo. Non era nel suo stile imporre a qualcuno la propria volontà e men che mai a Lillo, che era sempre stato padrone di fare ciò che aveva voluto. Ma questa volta le parole che le erano uscite così impetuosamente dalla bocca, riflettevano esattamente i suoi timori. Lillo la guardò sorpreso. Stette un attimo in silenzio; poi rispose, con tono del tutto tranquillizzante: - Certo che vengo via con te, non mi hai fatto finire di parlare! Ho rifiutato la proposta, infatti... - Scusami, sono stata un' impulsiva, non avrei dovuto. Comprendimi, non tollero l'idea di perderti. - Hai per davvero pensato che avrei rinunciato a te? Che ti avrei lasciata andar via con un "Grazie, è stato bello fin che è durato ma ora ognuno per la sua strada?" Credi davvero di valere così poco per me? - No, hai ragione. Mi sono fatta prendere dall' emotività. Non è da me, devo essere rimasta sconvolta all' idea che tu potessi davvero distaccarti da me.. Lillo le si avvicinò e la strinse teneramente. Lei gli infilò le unghie in un braccio. - Non so perchè, ma sento che non riuscirei più a fare a meno di te - la rassicurò lui. - Anch'io non saprei fare a meno di te, ma mi sembra tutto così strano. Non riesco a vederti come il mio uomo, eppure sei di fatto il mio uomo, non c'è dubbio. Non riuscirei ad immaginare un altro al tuo posto. Ma allo stesso tempo non riesco ad immaginare te come il mio unico uomo. - Non so darti una risposta. Però ti capisco, perchè a me succede la stessa cosa. Sei la mia donna, ma non la mia unica donna. Non saprei fare a meno di te, però non riuscirei neanche a stare soltanto con te. C' è qualcosa che non funziona per il giusto verso nella nostra unione, ma non riesco a capire cosa. Maia lo baciò. Lillo la strinse forte. Scivolarono per terra. A Lillo era venuto in mente che era da molto che i gemiti di Maia non popolavano le sue notti. Il signor Chen li ricevette entrambi il giorno dopo. Gli avevano chiesto udienza e lui si era come al solito mostrato pieamente disponibile ad ascoltarli. Per primo parlò Lillo. Gli raccontò dei due motociclisti uccisi sull' autostrada, dei pirati mitragliati come se fossero i bidoni-bersaglio del Castello. E della sua assoluta indifferenza per la morte che stava dando, anzi del senso di sollievo provato nel vederli abbattuti. Poi parlò Maia. Gli raccontò del suo intenso amore per Lillo e di come le fosse impossibile però considerarlo il suo sposo. Il signor Chen ascoltò entrambi molto attentamente, senza mai intervenire. Indi dette loro appuntamento al tempietto per quella sera stessa, prima di cena. L' incenso bruciava profumando l' aria di un odore intenso ma gradevole. L'unica lanterna accesa conferiva all' ambiente un' atmosfera sacrale. Il vecchio accolse i due ospiti sulla porta d' ingresso, guidandoli quindi in fondo alla sala. Li fece accomodare su una panca di legno intarsiato. Lui si accomodò sulla stuoia, assumendo la posizione del loto. Portando le mani giunte all' altezza del petto, cominciò a parlare: - Ognuno di noi è un pellegrino, perennemente in viaggio alla ricerca del Sapere Supremo. C' è chi segue una strada e chi un' altra, compiendo gl' infiniti percorsi del Capire. L' incarnazione sulla Terra non è un passaggio obbligato, essendo piuttosto faticosa. Ma grandi sforzi conducono a grandi meriti e noi, per il solo fatto di essere qui a parlarne, dimostriamo di avere scelto questa difficile strada. Come una goccia di pioggia caduta nel fiume, ognuno di noi contribuisce con le proprie azioni all' essenza della vita, influenzando la posizione e il moto di tutte le altre gocce ed essendone influenzati a nostra volta. Non è semplice da spiegare, ma il concetto principale è che tutto contribuisce all' equilibrio: se c'è il bene deve esserci anche il male, se c' è la vittima deve esserci il carnefice. L' uno non può fare a meno dell' altro. Non esistono vere colpe, nè veri meriti. Nemmeno al Cielo è dato giudicare: il Cielo non assolve nè condanna. L' unica sua essenziale funzione sta nel riportare tutto al Supremo equilibrio. Perciò, se noi abbiamo "avuto" in una vita, dobbiamo "dare" nella successiva incarnazione, ciò che abbiamo preso dobbiamo restituirlo. Qualsiasi nostra azione comporta una reazione, una conseguenza che, mutando l' equilibrio dell' Universo dovrà nuovamente essere bilanciata. Tra poco entrerò nella memoria remota di entrambi, per capire in quale direzione viaggia il vostro Karma, poichè pur con l' elevato livello spirituale che entrambi possedete, siete stati costretti ad incarnarvi ancora. Detto ciò, il vecchio chiamò Maia con un gesto e la fece sedere sulla stuoia di fronte a sè. Prese una boccettina scura e fece cadere in una minuscola ciotola qualche goccia del contenuto. Vi aggiunse una polverina presa da un minuscolo sacchetto di cuoio; la reazione avvenne all' istante e un leggero filo di fumo prese a salire dalla ciotolina. Lasciò che Maia aspirasse un pò di quel fumo, poi lo aspirò a sua volta. Congiunse le mani sulla fronte e prese a cantilenare in una lingua dal suono melodioso. Riportò le mani al petto e chiuse gli occhi, rimanendo immobile come un sasso. Maia era vigile, ma ferma anche lei, come ipnotizzata. Lillo osservava attento, senza fiatare. Lo stato di trance del vecchio non durò a lungo. Con un profondo sospiro si scosse, aprì gli occhi e riportò le mani giunte all'altezza della fronte. Pronunziò alcune parole sottovoce e guardò Maia, ancora immobile. Si sciolse definitivamente dal suo torpore e prese a toccarla lievemente sul collo con la punta delle dita. Maia si scosse a sua volta, emettendo un lungo sospiro. Il vecchio si distaccò da lei e riprese la posizione del loto. Con voce incerta, come se non fosse del tutto sicuro di ciò che stava per dire, parlò: - È strano, nella tua mente non c'è memoria di incarnazioni precedenti. È come se tu non sia mai stata sulla Terra prima d' ora. Non so cosa pensare, non so dare una spiegazione a tutto ciò... Pronunziate queste parole, fece cenno a Lillo di avvicinarsi. Con la stessa procedura adottata per Maia, si addentrò nei meandri della memoria del giovane. Con la stessa procedura, ne uscì. - Anche tu non sei mai stato un terrestre. Ma allora perchè siete qui? Non avete alcun karma da completare, la via che avete scelto per la vostra evoluzione non passa da questi percorsi! Eppure un motivo deve pur esserci, c' è sempre un motivo per qualsiasi cosa... Il vecchio si interruppe. Si accorse che stava parlando a se stesso. I due giovani avevano necessità di certezze, non dei suoi vani tentennamenti. Decise: - Chiederò consulto a mia volta. Dovrete attendere solo qualche giorno, forse conosco chi potrà sciogliere l' enigma! Detto questo, si alzò. I due giovani si alzarono a loro volta. Il signor Chen era perplesso. Non era convinto delle sue stesse parole: forse stava correndo troppo con la fantasia, o forse si era lasciato suggestionare dalle sue precedenti sensazioni. Doveva andare in fondo alla questione, ne andava della sua credibilità; ma per contro non poteva correre il rischio di suggestionare negativamente i due con dei discorsi che potevano non avere alcun fondamento. Si rivolse perciò nuovamente a loro, spinto da un senso di sana prudenza: - Dimenticate ciò che ho detto. Forse sono io che non riesco a vibrare sulle vostre frequenze: la mia personale evoluzione è ancora di molto inferiore alla vostra! Vi farò parlare con un maestro ben più saggio di me, dovete solo attendere che arrivi. I due giovani annuirono. Non sembravano eccessivamente scossi dalla rivelazione, come se in fondo al loro animo la realtà del loro essere stesse pian piano facendo capolino per rivelarsi nella sua intera evidenza. Il vecchio sorrise. Si era accorto fin dal primo momento che quei due non erano più di questo mondo, ma non poteva neanche immaginare che di questo mondo non lo fossero mai stati. Non rientrava nell' ambito del suo sapere, un' eventualità del genere. Però conosceva davvero una persona che aveva le necessarie capacità per chiarirgli i suoi dubbi. Avrebbe subito mandato un aereo a prelevarlo dal suo monastero nel Bhutan. Alla Residenza si fece festa, quella sera. I sei draghi che venivano da Occidente erano finalmente insieme, nella dimora del signor Chen. Erano molto allegri, e anche Madame, contrariamente al solito, conversava volentieri con tutti in ottimo francese. Vince e Matteo si mostrarono stupiti della profonda trasformazione della personalità di Alessia che, lontana dalla presenza asfissiante di Giulio, si mostrava con loro, contrariamente al solito, una vivace compagna di comitiva. Naturalmente, i due erano del tutto all' oscuro della trasformazione avvenuta nella loro amica; pensarono solo che si trattasse di un cambiamento dovuto alla salutare assenza di Giulio. Il vecchio si ritirò per primo. Poi fu la volta di Madame, la quale bisbigliò qualcosa all' orecchio di Maia. Infine anche Giò e Lillo si ritirarono. Vince e Matteo rimasero con Sama, che già per troppo tempo era rimasta lontana da un uomo. Prima di avviarsi, Maia prese il suo uomo in disparte: - Madame mi ha chiesto di passare la notte con lei. Partirà domani mattina. Lillo assentì con un cenno del capo: - Và pure, non preoccuparti. Quando Maia si allontanò, Lillo chiuse la porta. Quella notte l'avrebbe passata da solo, scacciando la tentazione di suonare per la damigella. Passarono due giorni, durante i quali l' intero gruppo di amici passò in rassegna tutti i locali più interessanti della città. Ad Alessia era rimasto il desiderio morboso di esibirsi in qualche locale di infimo ordine, ma l' avrebbe fatto più in là, quando, partiti tutti, sarebbe stata nuovamente sola con Sama. Per il momento, il suo unico spettatore rimaneva il solito mascherone, e forse avrebbe lasciato nuovamente la porta aperta, una sera di quelle. Il suo discreto amante non si sarebbe certamente lasciato sfuggire il segnale. Il Maestro giunse dal Bhutan di buon' ora. Il signor Chen aveva preparato tutto per accoglierlo come si conveniva. Si ritirarono entrambi nei quartieri privati del vecchio e vi rimasero fino alla sera. Poco prima dell' ora di cena, il signor Chen mandò a chiamare Lillo e Maia, pregando Sama di accompagnarli. Il Maestro accolse i giovani con un inchino. Fatte le presentazioni, il signor Chen pregò il Maestro di prendere posto. Si accomodò a sua volta sulla stuoia, facendo sedere Maia e Lillo di fronte a sè. - Il Maestro mi darà la possibilità di elevare la mia frequenza spirituale, affinchè possa sintonizzarsi col vostro spirito. Le vibrazioni mi porteranno nella dimensione dalla quale voi provenite e così potrò capire perchè siete qui. Il viaggio non è senza pericoli. Esiste un limite all' energia che mi è dato di spendere. Giunto alla soglia di quel limite, devo obbligatoriamente rientrare. Se dovessi rimanere oltre, non potrei più riprendere possesso del mio corpo terreno e vagherei nel tempo e nello spazio fino a tornare, dopo un faticoso recedere, alla dimensione spirituale che mi è propria, pronto per una nuova incarnazione. Ovviamente, preferirei di gran lunga completare questa mia attuale incarnazione nel suo modo naturale. Il Maestro non potrà muoversi dalla sua posizione, non potrà staccare il contatto con me prima che io sia rientrato, perciò sarà compito di Sama, al suo cenno, versare subito nella ciotola qualche goccia del liquido contenuto nella boccettina verde che ho messo qui per terra, e farmelo aspirare. In questo modo, potrò tornare indietro senza pericolo. Sama prese posto accanto al signor Chen, con la boccettina a portata di mano, pronta ad intervenire al segnale convenuto. L'atmosfera era tranquilla, solo un leggero filo d'incenso restava a sottolineare la sacralità del momento. Il Maestro pose entrambe le mani sulla nuca del vecchio e iniziò a salmodiare sottovoce. Il signor Chen prese tra le sue, le mani destre di Lillo e di Maia, stringendole delicatamente. Indi chiuse gli occhi. Sincronizzando la sua voce sul ritmo del Maestro, abbassò il capo, dette un lungo sospiro e partì per il suo grande viaggio. Il Maestro continuava ininterrottamente a salmodiare. La sua voce bassa e modulata pose i due giovani in uno stato di estrema rilassatezza, quasi al limite della perdita di coscienza. Sama guardava fisso il Maestro, in attesa del segnale. Il tempo scorreva senza lasciare in alcuno dei presenti il senso del suo passaggio. Nessuno si accorse del correre dei minuti, o forse delle ore, fino a quando, ad un tratto, senza smettere la sua cantilena, il Maestro abbassò profondamente il capo con un movimento repentino. Sama si scosse dall'immobilismo in cui quella lunga cantilena aveva rilassato le sue membra e si precipitò ad afferrare la boccettina. Tenendola salda tra le dita, prese ad armeggiare per stapparla. Il tappo non veniva via. Cercando di mantenere la calma, tentò ancora con tutte le sue forze, ma il tappo pareva essere incollato alla boccetta. Tentò ancora, provò a strappare il tappo coi denti. Niente. Il maestro abbassò ripetutamente il capo con violenza, senza smettere di salmodiare. Voleva far intendere, con quei movimenti contratti, che era disperatamente necessario fare in fretta. Sama mise in azione il suo sano senso pratico: afferrò una statuetta di ottone usandola come un pestello e frantumò la boccetta raccogliendone il liquido in una ciotola, che pose velocemente sotto le narici del vecchio. Il signor Chen emise un lungo sospiro che sembrava un gemito; le sue membra si scossero come colpite da una scarica elettrica, strabuzzò gli occhi e lasciò di colpo le mani dei giovani, che aveva tenute strette tra le sue fino a un attimo prima. In quell'istante, Maia e Lillo lasciarono cadere entrambi il capo sul petto, crollando su se stessi privi di sensi. Il Maestro aspettò che il signor Chen riprendesse completamente il possesso delle sue facoltà, indi smise di cantilenare e si alzò, portandosi vicino ai due giovani. Prese a massaggiare loro alternativamente il collo e la nuca. Sama era lì che guardava, attonita, senza sapere che fare. Infine anche i due giovani riacquistarono conoscenza. Il signor Chen si era intanto perfettamente ripreso. Il Maestro gli si sedette accanto, con aria interrogativa. Il signor Chen cominciò: - Ho viaggiato nel buio, legato a un cordone d' argento che si assottigliava sempre di più, fino a diventare un sottilissimo filo di luce. Mi sono trovato sospeso in un immenso globo fatto di colori e di armonie. È una dimensione molto distante dalla nostra, popolata da spiriti enormemente evoluti, da esseri che hanno già pienamente acquisito l' equilibrio dell' esistenza. Loro si trovano già oltre la porta dell' immaginazione; hanno del tutto abbandonato la schiavitù del Credere e viaggiano verso la dimensione eccelsa dell' assoluto Capire. Appaiono come degli esseri completi, sono lo Yin e lo Yang messi insieme. Sono come le nostre calamite, dove il polo positivo e negativo permangono inscindibili. Con l' uno è anche l' altro, ciò che è maschio è anche femmina. Ed è proprio questo il motivo della presenza tra di noi di questi due spiriti, incarnati in Lillo e Maia. Essi sono in realtà le due parti separate di quello che nella loro dimensione è un essere unitario, uno spirito unico. L' incarnazione sulla Terra era il modo più concreto per far sì che lo Yin e lo Yang potessero essere scissi, che il polo positivo potesse esistere separato dal polo negativo. Perchè solo da noi il maschio è scisso dalla femmina. Ecco il motivo della loro scelta ed ecco spiegato quindi il loro rifiuto ad unirsi definitivamente tra loro, perchè se così facessero tornerebbero alla loro forma originaria. Si spiega così anche il motivo della loro forte attrazione reciproca: sono in realtà ognuno una parte dell' altro e tendono istintivamente a ricongiungersi. Una volta scissi, la parte yin e cioè Maia, cerca il riscontro con tutto ciò che è femminile, per capire a fondo cosa questo stato significhi, cosa significhi per l'appunto essere femmina, essere yin. E altrettanto fa Lillo con la parte maschile in cui si è definito. Lui cerca di capire che cosa è maschio, che cosa è Yang. Lo fa utilizzando il confronto, cercando le differenze, mentre Maia invece utilizza la similitudine. Lui avrà perciò la continua tendenza a verificare il suo stato Yang rilevando ciò che è diverso rispetto allo yin, mentre Maia invece, pur sentendosi attratta dal suo naturale complemento, tenderà a confrontare la sua con le altre femminilità per verificare quanto in esse ci sia di uguale a lei. Per quel che riguarda la tendenza di Lillo a quell'aggressività omicida che tanto lo spaventa, è il suo senso innato dell' estremo equilibrio, che lo porta a voler ricondurre al centro l' ago della bilancia tutte le volte che esso viene spostato da una parte. Uccide chi ha ucciso, semplicemente perchè è così che l' equilibrio può essere ripristinato. Ancora, ecco spiegato il suo amore per il volo, poichè lo riporta al distacco dalla Terra, perchè al di sopra della Terra è la sua vera dimensione. Avevo visto tante altre cose, ma il brusco ritorno non mi ha dato il tempo di memorizzarle: ne ho mantenuto soltanto una vaga impressione, come quei sogni che ti lasciano non immagini ma sensazioni rarefatte. È uno stato di perfetta armonia... Il vecchio si interruppe qui. Il Maestro gli fece delle domande in una lingua che nessuno degli occidentali comprese, indi si inchinò a Lillo e Maia in segno di deferenza e parlò. Il vecchio tradusse: - Noi crediamo di essere gli illuminati, ma in realtà la nostra luce è solo una piccola fiammella in confronto al vostro immenso splendore. Che il Cielo sia sempre propizio al vostro desiderio di completare nel migliore dei modi la conoscenza che vi siete proposti, in un mondo così tanto inferiore e lontano dal vostro... Lillo e Maia non sapevano cosa rispondere. Avevano chiara, adesso, la percezione esatta del loro essere. Per un momento, quando il vecchio aveva staccato il contatto con le loro mani, si erano visti proiettare nuovamente verso la dimensione dalla quale si erano staccati per incarnarsi sulla Terra. Poi, fortunatamente, il percorso all' indietro era stato interrotto grazie all' intervento del Maestro, che li aveva richiamati alla vita. Glie ne erano grati e lo dissero. Ed eccoli di nuovo lì, sulla Terra, esseri umani come gli altri, certo con meno problemi, con meno sofferenze, ma con dei sentimenti e degli stati d' animo terrestri da amministrare; e una missione, ora ben chiara, da portare a termine nell' arco pur breve della vita da umani. Sama aveva ascoltato tutto, senza mai intervenire. Ora guardava con occhi diversi questi due suoi amici, come con occhi diversi guardava anche Alessia. Aveva avuto la fortuna di godere dell'amicizia di esseri straordinari e, se il simile cerca il simile, allora anche lei doveva avere qualcosa di particolare che non era ancora risalito a galla. Ne avrebbe parlato al signor Chen; anzi, no. Avrebbe atteso il maturare degli eventi, doveva smettere di comportarsi come la solita occidentale impaziente! Sorrise dentro di sè e seguì il gruppo, che stava già uscendo. Il signor Chen uscì per ultimo. Nel riporre l' incensiere lanciò un'occhiata alla statua del Buddha. Gli parve di coglierne un sorriso. Richiuse la pesante porta della pagoda alle sue spalle. Era ora di cena. Guardò il cielo al di sopra delle chiome degli alberi: era sereno, rifulgente di stelle. All' improvviso capì. Quel tuono che aveva tanto atteso, in realtà era ben più vicino di quanto avesse mai immaginato: il Tuono non era altro che la sua stessa persona! Il Tuono, dunque, era lui! Chinò il capo con umiltà, in segno di obbedienza ai voleri del Cielo. Affrettò il passo per ricongiungersi al gruppetto, che aveva già raggiunto la scalinata d'ingresso: la missione che gli era stata affidata, non era ancora terminata. Madame giunse al Castello con gli occhi velati da profonda tristezza. Durante il tragitto in elicottero, non aveva smesso un momento di tentare di scrollarsi di dosso quel senso di immensa solitudine che riteneva fosse il tributo da pagare al suo ruolo di estremo privilegio. Lei non era una donna, continuava a ripetersi: era un essere superiore, distaccato dai limiti umani e dagli umani desideri. Era amata dal signor Chen, anch'egli un essere superiore. Ed era amica di Giò e di Sama, due persone straordinarie che le riempivano di gioia la vita. La sua volontà era legge indiscussa; i suoi desideri erano ordini, la sua persona temuta e riverita in tutta la regione. Nessuna di queste riflessioni riusciva però a mitigare quel senso di sconforto che si era impossessato del suo spirito, dal momento in cui si era allontanata da Maia. Era venuta a conoscenza delle novità su di lei e del suo uomo. Stranamente, non aveva provato alcuna meraviglia, come se dentro di sè sapesse bene che una donna come Maia non poteva del tutto appartenere a quel genere di umanità dalla quale lei stessa si sentiva così distaccata. Ma, dentro il suo cuore, sentiva che uno spiraglio si era inaspettatamente aperto nel suo destino, affinchè anche lei potesse operare una scelta. Affinchè potesse modificare, senza irritare il Cielo, quello che prima di allora le era sembrato un percorso già perfettamente definito. La munificienza del Cielo le stava facendo scorgere un bivio, le stava presentando la possibilità, forse l'unica, di scavalcare le barriere del karma: Lillo non era un uomo, veniva dal regno degli Dei, come anche Maia; un regno al quale lei non era estranea, o quantomeno non lo era stata in passato. Era quindi su di loro che doveva contare, per vivere la sua vita di donna in una maniera che, altrimenti, le sarebbe stata negata per sempre. Era soltanto da loro che avrebbe potuto ottenere quel genere di amore che nessun altro sarebbe mai stato in grado di concederle. Lillo e Maia si apprestavano a ritornare in patria. Sama e Giò si sarebbero trattenuti ancora. Alessia restava naturalmente al fianco di Sama come guardia del corpo. Il signor Chen, primo artefice di quei cambiamenti, perfettamente consapevole che altri cambiamenti sarebbero sopravvenuti come conseguenza, attendeva. Aveva letto la tristezza negli occhi della sua prediletta e la gelosia di lei nei riguardi di Alessia. Il signor Chen sapeva. Sapeva che la sua prediletta aveva per tanto tempo compresso dentro di sè il suo istinto di donna, il desiderio di essere amata da un uomo che si dedicasse a lei come se fosse l'unica donna dell'Universo. Sapeva anche della tendenza inconscia di Sama a metter su famiglia ed avere un nugolo di bambini e un marito affettuoso. Spesso aveva colto, nello sguardo di lei, la profonda affinità con quel finto bambino di Giò. Sapeva della segreta ammirazione e dell'istintiva simpatia che provava per lui. Sapeva persino che Giò, fortemente attratto da quella figura di donna così femminile e allo stesso tempo cosìforte e decisa, non aveva il coraggio di ammettere che in verità gli sarebbe piaciuto che i figli di Sama lo chiamassero papà. Non aveva il coraggio di ammetterlo perchè lui era Giò, il luogotenente della Thailandese, un uomo che non poteva mostrare debolezze. Il signor Chen capiva. Capiva di essere stato designato dal Cielo affinchè tutti i ruscelli confluissero al fiume, e il fiume al mare. Capiva di possedere, lui solo, il carisma necessario affinchè anche le scelte più estreme potessero trovare la necessaria convalida, poichè a lui soltanto era affidata la decisione finale. Il signor Chen attendeva. Sapeva che di lì a poco il destino delle persone che il Cielo gli aveva affidato, avrebbe bussato ancora alla porta della sua saggezza. Daniela, assorta nei suoi pensieri, stava preparando un dolce per i bambini. Durante l'assenza di Maia, si era presa una breve vacanza in compagnia di una sua antica compagna di scuola che era venuta improvvisamente a trovarla. Le aveva raccontato di suo marito, del divorzio e della storia con Lillo. Raccontare tutto alla sua amica era stato un pò come raccontarlo a se stessa, per capire, da un punto di vista più distaccato, la vera entità dei sentimenti che provava verso i due uomini più importanti della sua vita. Lillo le piaceva molto, ma non le apparteneva. Di suo marito ne era sempre innamorata ma anch'egli non le apparteneva più. Si sentiva come in un tunnel, un lungo tunnel scuro del quale non riusciva a scorgere l'uscita. L'antiquario presso il quale saltuariamente lavorava, le faceva la corte. Di una decina d'anni più anziano di lei, ricco, dall'eloquio elegante, colto, perfettamente disponibile, costituiva indubbiamente un buon partito; a lei non dispiaceva, però lo sentiva distante. Con lui non riusciva a scherzare, ad essere frivola. In sua presenza, si sentiva in dovere di mostrare tutta intera la sua compitezza, senza cedimenti. Probabilmente, un uomo come lui faceva l'amore citando Goethe. I suoi pensieri vagavano distratti proprio su queste evanescenti figure, quando lo squillo del telefono le fece d'improvviso riprendere i contatti con la realtà. "L'antiquario", pensò. Sbagliava. Era il suo ex marito; chiamava dall'aeroporto: sarebbe stato da lei entro un paio d'ore, per vedere i bambini. E per vedere lei, naturalmente. Era la prima volta che tornava a casa, dopo il divorzio. Daniela ebbe un moto di panico. Aveva solo due ore per sistemare i bambini e farsi bella. Il suo ex marito non doveva assolutamente trovarla in disordine: a lei era rimasto intatto il desiderio di piacergli. Telefonò alla baby sitter affinchè provvedesse ai bambini per il tempo necessario affinchè lei provvedesse a se stessa. Poi telefonò alla vecchia governante pregandola di accorrere per aiutarla a preparare uno straccio di cena. Intanto, fece scendere l'acqua del bagno. I bambini giocavano tranquilli con una montagna di mattoncini da costruzione. Il più grande faceva il maestro e il piccolino lo assisteva passandogli i mattoncini, pieno d'ammirazione nel vedere la costruzione prendere corpo ed assumere le sembianze di una grande casa con le porte, le finestre e il fumaiolo sul tetto. "Allegri", pensò Daniela, "sta arrivando papà ". Lei invece si sentiva confusa, terribilmente confusa. La baby sitter arrivò quasi subito. La governante sarebbe anch'essa giunta di lì a poco. L'acqua del bagno era al punto giusto; vi si immerse, nel tentativo di dissolvere quel suo nervosismo tra le bolle variopinte del bagnoschiuma. La cena era già terminata da un pezzo. I bambini erano a letto, la governante era andata via poco prima. Daniela, elegante e curata come nei suoi momenti migliori, teneva la conversazione in maniera brillante, forte di un'ascolto attento e divertito. Mai il suo ex marito le era sembrato tanto vicino come quella sera. Tutto era andato per il verso giusto: la felicità dei bambini, l'affetto paterno dell'uomo nei loro riguardi, i complimenti per lei e per le sue capacità di donna e di madre. Avevano mille cose da dirsi. Continuarono a parlare a lungo, dei più disparati argomenti. Ognuno cercava nell'altro la conferma ai propri timori, tentando di cogliere, da certe sfumature del linguaggio, un segnale che confermasse che il distacco tra loro aveva ormai oltrepassato il punto di non ritorno; nessuno dei due, però, riusciva ancora a trovare il coraggio di chiedere all'altro se qualche nuova importante presenza fosse comparsa all'orizzonte. Daniela non voleva sapere, non ne aveva il coraggio. Però aveva un gran desiderio di dire. Ma non poteva correre il rischio di rovinare una serata magica come quella, alimentando un fuoco di gelosie che avrebbe potuto bruciare anche lei. Alla fine, fu lui a voler sapere: - C'è già qualcun altro... nella tua vita? - Non proprio... - rispose lei facendo spallucce e tentando di svicolare. - L'antiquario? - incalzò lui. - Ma no...- si difese lei - Insomma, quel "non proprio" vorrà pur significare che qualcuno c'è, o no? - Beh, più o meno... - Insomma, c'è o non c'è? - Te l'ho già detto, c'è e non c'è... - Ho capito; se non ne vuoi parlare non importa. - Non è che non voglio parlarne, èche la faccenda è tutta un pò così... - Sospesa per aria? - Beh no...Insomma, è lui che è un tipo strano... - E chi sarebbe mai, se è lecito? - L'uomo di mia sorella. - Ammise lei, accorgendosi di non poter ulteriormente rimandare il momento della verità. - Stai togliendo l'uomo a tua sorella? Non ti credevo capace di tanto. Una vendetta? - No, non è facile da spiegare. Ho avuto un'avventura con l'uomo di mia sorella, ma lei lo sapeva... - Lei lo sapeva? E te lo ha permesso? - Te l'ho detto che non è facile da spiegare...- insistè lei lamentosa. - Ne sei innamorata? - Non lo so. È un tipo fatto a modo suo, non si può incasellarlo nei soliti schemi. Quello che so è che la sua presenza mi fa star bene. Ora tu mi chiederai: è il tuo amante? No. È il tuo amore? No. È soltanto un amico? No. Il tuo preferito? No. Insomma, lui è lui e basta. Ha riempito un vuoto e ha saputo farlo nel modo migliore. O credi che la tua assenza mi abbia lasciata fredda e indifferente? - Non ti ci sei ancora abituata; non è facile neanche per me abituarmi all'idea. Ma con l'andar del tempo ... - Tu credi? - Io spero di no... Non mi va giù l'idea che un altro prenda il mio posto nel tuo cuore. È un discorso da egoisti, me ne rendo conto, ma è la verità... Beh, non parliamone più. Piuttosto, è pronta la camera degli ospiti? - Non sei un ospite, qui sei a casa tua. - Vuoi dire che mi accetteresti nel tuo letto? Non sono più tuo marito, non sta bene... - Smettila. Quando sei qui, sei ancora mio marito. Fino a quando lo desidererai, naturalmente. - Non ho mai smesso di desiderarlo! Daniela era scatenata, quella notte. Lo avevano fatto già due volte, ma lei non ne aveva ancora abbastanza. E nemmeno lui, a dire il vero. - Se pensi che andando con l'altro ti abbia tradito, puniscimi! - Lo implorò lei, offrendogli le natiche per essere sculacciata. Lui era dell'opinione che lei lo avesse tradito. Era contro il suo fair play farglielo pesare, ma era stata lei a chiedergli di punirla. Non se lo fece dire due volte. Daniela ebbe tutta intera la sua punizione, solenne e vigorosa. Il bruciore sulle natiche, ebbe il potere di scatenarla ancora di più. Raramente lui l'aveva avuta accesa fino a quel punto. Il giorno dopo, la governante e la baby sitter dovettero occuparsi nuovamente di tutto: Daniela e il suo uomo non avevano intenzione di concedersi a nessun altro. Stettero insieme ancora un altro giorno, dedicandolo tutto ai bambini. Si salutarono con l'intesa di rivedersi al più presto. Avevano capito entrambi che non bastava una firma su un foglio di carta a cancellare il sentimento che continuava a legarli. Il signor Chen sapeva che presto qualcuno dei suoi protetti sarebbe tornato da lui alla ricerca dell'illuminazione. Grande era il compito che lo attendeva, ed era un compito al quale lui non poteva sottrarsi. Lui era il Saggio, lui godeva della benevolenza del Cielo; aiutare i giovani e gli inesperti era perciò un suo preciso dovere. Il signor Chen non dovette attendere molto. La prima a chiedergli udienza fu Madame. Era ritornata alla Residenza prima della partenza di Maia. Aveva parlato con Maia; aveva parlato con Lillo. Madame aveva maturato un progetto. Il signor Chen la ascoltò attentamente. Alla fine, ritenne di poter concedere la sua approvazione, senza nemmeno la necessità di consultare l'oracolo. La Thailandese, ufficialmente, si sarebbe data gravemente malata, in cura presso una clinica estera. Giò e Sama avrebbero preso il suo posto, nell'Organizzazione. Alessia sarebbe stata istruita sui caccia dallo stesso veterano russo della guerra dell' Afganistan, che aveva istruito lei. I tre, messi insieme, avrebbero saputo condurre l'Organizzazione altrettanto efficacemente quanto lei. Poichè tutti la conoscevano di fama, ma nessuno l'aveva mai vista in viso, tranne i suoi strettissimi e fedelissimi collaboratori, Madame poteva permettersi di uscire allo scoperto senza temere di essere riconosciuta nella sua vera identità. Col denaro dell'Organizzazione, avrebbe fondato una compagnia aerea executive, con sede ad Hong Kong. Lei e Lillo sarebbero stati i principali piloti, coadiuvati da persone interne all'Organizzazione. Maia avrebbe curato le pubbliche relazioni. In attesa delle autorizzazioni e del conseguimento dei brevetti relativi ai nuovi aeroplani, lei, Lillo e Maia, avrebbero fatto i turisti in giro per il mondo. L'Occidente era per lei ancora tutto da scoprire. Dopo il viaggio rivelatore del signor Chen nella dimensione dalla quale provenivano, Lillo e Maia si erano trovati d'accordo sulla necessità di rivedere dalle fondamenta ciò che avevano considerato fino a quel momento il loro rapporto d'amore. Lillo non aveva al momento grandi ideee in proposito. Gli erano chiari i motivi della sua grande attrazione per quella ragazza così diversa dallle solite, ed era altrettanto chiaro ad entrambi che sarebbe stato dispersivo continuare a vivere l'uno riflesso nell'altro. Dovevano entrambi cercare nuove emozioni e nuovi amori, come se avessero casualmente scoperto di essere fratello e sorella. Maia si era scoperta invece preda di un forte senso di gelosia. Lillo era stato suo fino a quel momento, con lui ci stava bene, anzi benissimo. Non poteva sopportare di vederlo fare il cascamorto con un'altra, come un semplice, comunissimo essere umano. C'era però Daniela, che poteva in un certo qual modo ammortizzare quella sua gelosia. Certo, saperlo con lei, sarebbe stato il male minore. Tra Lillo e Daniela, ciò che poteva succedere era già successo, perciò sapeva già, grosso modo, quali sarebbero state le sue reazioni al cambio della guardia. Ne avrebbe parlato a sua sorella, avrebbero certamente trovato un accordo. Daniela andò a prenderli all'aeroporto. Abbracciò Maia, abbracciò Lillo, strinse la mano alla signora orientale che era con loro. I bambini fecero una gran festa ai nuovi arrivati. Madame, che per l'occasione aveva deciso di farsi chiamare Marie, fu con loro tenera fino alle lacrime. - Una nuova amica. - l'aveva presentata Maia a sua sorella. - È una donna d'affari di Hong Kong. Tanto era sufficiente, per il momento. Daniela si dimostrò quella fantastica ragazza che Lillo aveva così ben conosciuto. Mise subito Marie a suo agio, dandole ampia libertà di giocare coi suoi figli e di aiutarla in cucina a preparare la cena. La trattò come una vecchia amica, tirando fuori per l'occasione un fluente francese, frutto delle sue giovanili scorribande a Parigi. Marie si mostrò molto umile e servizievole. Aiutò a cucinare e a preparare la tavola. Maia ridacchiava tra sè, lanciando ogni tanto un'occhiata significativa al suo complice. Se Daniela avesse solo immaginato a "chi" aveva dato le cipolle da tagliare!... Stettero a conversare fino a tarda notte. Daniela raccontò della venuta di suo marito e di ciò che era accaduto tra loro. A Maia, sottovoce, raccontò anche delle sculacciate. A dire il vero, non era affatto pentita delle sue notti con Lillo. Maia, che ancora non le aveva raccontato niente sulla vera natura di lei e di Lillo, colse la palla al balzo: - Se ti va, puoi dormire con lui, stanotte. - Davvero me lo lasci? - Io dormo con Marie. - Tu e Marie...? - Smettila...! Lillo aveva scoperto in Marie una simpatica interlocutrice. Se, al Castello, tra loro si era instaurata una diffidente freddezza, durante il volo di ritorno la donna aveva a poco a poco smesso la sua aria distaccata per mostrarsi gentile e premurosa, gorgogliante di un'insospettata allegria. Si comportava come una collegiale in vacanza, pronta a ridere alla minima occasione e a fare il verso ai tipi strani che, nei vari scali, incontravano al bar dell'aeroporto. Durante il viaggio, il giovane aveva spesso avuto in mente Daniela. Aveva un gran desiderio di rivederla e anche di fare l'amore con lei. Doveva ammettere che gli era mancata. - Allora - intervenne tra le due sorelle - quali sono le strategie per stanotte? - Scegli: o con Daniela o su una branda in soffitta. - Scelta ovvia: la soffitta. Dov'è la branda? Daniela sgranò gli occhi. Maia altrettanto. - Scherzavo! - recuperò subito Lillo - come si fa a rifiutare una notte con Daniela? - Ora in soffitta ti ci mando sul serio! - gli fece eco Daniela, ripresasi dallo stupore. - Chiedo perdono. Devo mettermi in ginocchio? Marie osservava divertita. Se fosse stato per lei, avrebbe fatto un solo letto comune. Ma qui erano in Occidente, i suoi desideri non diventavano automaticamente ordini: erano destinati a rimanere soltanto desideri. Lillo incominciava ad interessarla. E anche Daniela non era affatto male. Avrebbe cercato di conoscerla meglio. Lillo si era messo per davvero in ginocchio. Daniela lo perdonò. - Non lasciate la porta aperta, voi due. E non fate troppo chiasso, capito? - Maia non voleva correre il rischio di un riflusso di gelosia. Lillo e Daniela si ritirarono. Le due donne fecero altrettanto. - Mi sei mancata - fece Lillo a Daniela, mentre si spogliavano. - Quando tu eri via, è tornato mio marito. Abbiamo fatto l'amore per due giorni di seguito. Gli ho detto di te. - Ah. E lui? - Mi ha sculacciata. - Glie l'hai permesso? - Glie l'ho chiesto io. - Ah! Perchè? - Come punizione per averlo tradito. - Mi sa che le punizioni non hanno un grande effetto su di te: hai intenzione di tradirlo di nuovo, a quanto pare, o mi sto sbagliando? - Ovvio. Altrimenti tu saresti sulla branda in soffitta. - Faccio ancora in tempo ad andarci, se ci stai ripensando. - Baciami, invece. E prendimi come se fosse l'ultima volta. Forse lo sarà per davvero, perchè ho serie intenzioni di riconquistare mio marito. - C'è qualcosa che mi sfugge in tutto ciò. Sono io a sentirmi tradito, ora. - Cos'è, una scusa per sculacciarmi? - Pensi di non meritarlo? - Lo merito fino in fondo. - La voce di Daniela era diventata roca dall'eccitazione. Lillo, già nudo, sedette sul bordo del letto. La prese sulle ginocchia e si apprestò all'operazione. - Cosa aspetti!...- Ansimò lei, inarcandosi senza pudore. Le mani di Lillo seppero scaldarla come aveva chiesto. Anche stavolta, Daniela fece l'amore scatenandosi tutta, rivelandosi completamente diversa da quella donna placida che Lillo aveva conosciuto prima di partire. - Non sapevo che le sculacciate ti rendessero così vivace! - Disse Lillo durante una fase di recupero. - Ognuna di noi ha sempre qualcosa in serbo, da tirar fuori quando il rapporto rischia di diventare monotono. Con Maia non è stato così? - Per niente. Lei lo fa sempre allo stesso modo, come una gatta selvatica. - E Marie? - Non lo so. - rispose lui, discreto. - Quelle due non me la raccontano giusta. Maia non ti avrebbe ceduto per la notte, senza un valido motivo. - Perchè non lo chiedi a lei? - Uh, allora ci ho visto giusto. Come è successo? - Ci credi se ti dico che proprio non lo so? - Davvero non lo sai? - Davvero. - Ma si, sono affari loro. E tu, datti da fare, visto che sei già risorto! - Agli ordini, signora! La mattina dopo furono svegliati entrambi da una scandalizzata governante che, incautamente, aveva aperto la porta della loro stanza credendo di trovarci dentro soltanto la signora. Si guardò bene dal fare commenti e dal violare l'altra porta chiusa: sapeva da che parte gira il mondo, lei. Lillo si era appena svegliato. Daniela invece era sveglia da un pò. Quell'uomo al suo fianco non era suo marito, però lei gli era molto affezionata, lo considerava un pò come un vice-marito, se una categoria del genere poteva essere considerata accettabile dal comune senso morale. In fondo, suo marito continuava a comportarsi come una meteora: appariva, poi scompariva con la stessa fulmineità con la quale era apparso. Lillo voltò il viso verso di lei: - Come va? - Così... - Pentita? - Per niente. - Non ti vedo serena... - Non lo sono, infatti. - Per causa mia? - No; pensavo a mio marito. - Per causa mia, allora!... - Ti senti così importante stamattina? No, tu non c'entri. Pensavo che se lui non fosse così...come dire... volatile, il nostro matrimonio non si sarebbe interrotto. - Ci tieni ancora così tanto a lui? Daniela rispose con un sussurro che le veniva dal profondo dell'anima: - Dentro di me non ho mai smesso di considerarmi sua moglie. Lillo la guardò perplesso. - Ma... e io, allora? Perchè vieni con me, sei così facile ai tradimenti? Daniela gli accarezzò lentamente un braccio. Lo sguardo le si intenerì; gli si rivolse come parlando a un bambino, lentamente, con grande dolcezza: - Con te è diverso. Quello che succede tra me e te non è un tradimento. È così bello!...È una cosa che riguarda soltanto noi due, lui non c'entra. - Ora parli come tua sorella, cioè con una logica che non è la mia. D'accordo, non è un tradimento, se non lo è per te non lo è neanche per me. Mi importa solo che tu non abbia sensi di colpa. Ci sarei andato davvero sulla branda, ieri sera, se tu me lo avessi chiesto! - Non ci credo. - Uhm, forse hai ragione, mi sarei lanciato a corpo morto nel letto di Maia e di Marie; chissà che accoglienza mi avrebbero riservato! - Fossi in te, non ci proverei. - Già, probabilmente non ne sarei uscito vivo. Beh, anche tu non scherzi, però!... - Era troppo tempo che non ti vedevo. - Lo dirai a tuo marito? - No, credo proprio di no. Sono sicura che gli darebbe immensamente fastidio sapere che sono stata di nuovo con te. Gli uomini certe cose non riescono a capirle. - Puoi giurarci. Lillo rimase un pò sovrappensiero, poi si rivolse a lei con l'illuminazione della grande scoperta: - Senti, tuo marito sarebbe in grado di amministrare una compagnia aerea? - Beh, credo di si, perchè? - Ci tieni davvero ad averlo sempre con te? - Mi piacerebbe, e penso piacerebbe anche a lui. - Saresti disposta a trasferirti ad Hong Kong? - Eh? - Se, per pura ipotesi, tuo marito dovesse risiedere ad Hong Kong, tu saresti disposta a seguirlo? - Se si convincesse a rimanerci senza tornare a involarsi ogni quindici giorni, perchè no? - Un lavoro di grande responsabilità, molto ben pagato, che richieda la sua quotidiana presenza in un posto ben definito, non è questo che cerchi? - L'hai detto! - Bene, si può fare. Sempre che lui sia disposto, ovviamente, a fare il direttore di una compagnia aerea. - Accidenti, Lillo, e chi mai gli offrirebbe un lavoro del genere? - Io, per esempio. - Tu? Hai una compagnia aerea? - Non ancora, ma il tutto è in avanzata via di definizione. Il posto di amministratore è ancora libero. Potrà essere suo, se lo vuole. Ma a patto che torni a vivere con te. - Oh, mi stai descrivendo un sogno! Davvero faresti questo per me? Posso chiederti perchè? - Perchè ti amo, scema... Daniela si sentì colta in contropiede. Gli scivolò addosso e lo baciò, a lungo e intensamente. Si presero ancora. Maia bussò discretamente alla porta. Fuori si sentiva tutto. A pranzo, Lillo espose il suo piano: la compagnia avrebbe avuto due uffici principali, uno in Europa, condotto da Maia, ed uno ad Hong Kong, inteso come sede centrale, condotto dal marito di Daniela. La proprietà sarebbe rimasta incognita, nascosta dietro l'anonimato di una sigla di comodo. Il suo piano fu ritenuto fattibile. Quel pomeriggio, il marito di Daniela ricevette la proposta via fax. Ritelefonò per stabilire un appuntamento negli Stati Uniti, dove era in quel momento.Si accordarono per incontrarsi nel fine settimana, in una città della Florida. Lillo contattò un suo amico all'aeroporto, per affittare un jet executive. La mattina della partenza, a salire sull'aereo, oltre al pilota ufficiale, furono in tre: Lillo, Daniela e Marie. Quest'ultima prese posto accanto al pilota. Lillo non aveva mai pilotato un jet. Marie invece ne aveva gran dimestichezza. D'accordo col pilota, che era stato preavvisato da Lillo, la donna prese i comandi subito dopo il decollo e li mantenne per tutta la prima tappa, compreso l'atterraggio sull'isola. Daniela non pensava che Marie sapesse pilotare, però si arrese di buon grado all'evidenza. Naturalmente non immaginava quale altro genere di aerei la donna fosse abituata a pilotare. Nessuno le aveva ancora detto niente. Scesi a terra per un breve momento di pausa, Marie prese Daniela sottobraccio per andare un momento alla toilette. - In gamba la donna, dove ha imparato? - Chiese il pilota a Lillo. - È figlia di un riccone, va in aereo come noi in bicicletta. - Di solito le figlie dei ricconi hanno il pilota personale, non perdono il loro tempo a pilotare da sè. - Questa è una donna speciale. Ha avuto come istruttore un reduce dall'Afghanistan, e i primi passi ha imparato a farli sui caccia. Poi ci ha preso gusto ed è passata agli aerei civili. - Ma guarda... Una bambolina così, alla guida di un caccia!.. Succede spesso dalle sue parti? - Non molto spesso, in realtà. - Però! Mi piacerebbe fare un giro su uno di quegli aggeggi! Dove li trova? - Sul mercato dell'usato. Procurarsene qualcuno non è difficile, è solo molto costoso. - Dovrò accontentarmi del mio modesto trabiccolo. - Ti andrebbe di entrare in una compagnia aerea che ti desse anche la possibilità di volare sui caccia? - E me lo chiedi? - Non perdere le speranze: la signora sta mettendo su una nuova compagnia aerea e avrà bisogno di piloti. Una volta entrato nel giro, un volo sul caccia potrai sempre scroccarglielo! - Mi stai invitando a nozze! Fà come se avessi già accettato. Effettuato il rifornimento, l'aereo riprese il volo per la tappa conclusiva. Questa volta, al fianco del pilota si pose Lillo, il quale però si limitò a fare da spettatore. - Non immaginavo che sapessi pilotare un jet - disse Daniela a Marie, che si era seduta al suo fianco. - Uh, non è difficile; sono abituata ai Sukhoi russi, che sono ben altra cosa. - Abituata a che? - Aerei da guerra. Ma non farci caso; sai, c'è chi ama andare a cavallo e chi su un caccia da combattimento: io appartengo a quest'ultima razza. - Caccia da combattimento? E cosa ci fai? - Oh, niente di speciale, mi limito a volarci su. È divertente perchè ci posso fare tutte le acrobazie che mi pare, e poi non costano neanche tanto. - Ah, no? - Cosa vuoi, i caccia da combattimento diventano presto obsoleti e finiscono per essere venduti a prezzi di realizzo. - Capisco. Daniela rimase in silenzio. Marie sembrava una ragazza dolce e tranquilla, e probabilmente lo era. Ma come si conciliava tutto ciò con le acrobazie sui caccia da combattimento? Pensò che le sue cognizioni da provinciale le rendevano difficile accettare che anche una ragazza calma e tranquilla potesse, un bel giorno, dire a papà che per il suo compleanno avrebbe gradito trovare in cortile, invece di un'automobile di lusso, un bel caccia da combattimento. Marie le sorrise. Daniela contraccambiò. Si trovavano simpatiche. Il marito di Daniela fu molto cordiale con tutti. Capì ben presto che era Lillo l'uomo del quale Daniela gli aveva parlato, e dovette ammettere con se stesso che la scelta di sua moglie non lo aveva deluso. L'idea di diventare direttore di una compagnia aerea non gli dispiaceva, anche perchè gli dava finalmente la possibilità di stabilirsi in una sede fissa. Marie aveva le idee molto chiare e il piano di fattibilità parve all'uomo del tutto adeguato a quella che anche lui riteneva essere la richiesta di mercato. Si trattava, a quel punto, di curare i dettagli dell'operazione in tutti i loro aspetti. Per far ciò, l'appuntamento fu stabilito ad Hong Kong, dove l'assetto societario sarebbe stato completamente messo a punto dai legali della Proprietà. Marie fece intendere di essere lei stessa proprietaria di una quota e comunque autorizzata dalla Proprietà alle decisioni di massima. Una normalissima, ricca donna d'affari. Quella sera, furono tutti ospiti in casa del marito di Daniela. Era una grande casa unifamiliare con giardino, che l' Azienda metteva a disposizione dei suoi manager più importanti. Lillo seppe mantenersi in disparte, lasciando che Daniela potesse esprimere al meglio le sue doti di moglie affettuosa. Marie gli teneva allegra compagnia, conversando casualmente in francese e in inglese, in un curioso minestrone linguistico che costringeva Lillo a rincorrerla con arditi slalom espressivi. Da quando Marie aveva smesso di essere la " Thailandese", anche il suo modo di manifestarsi era cambiato. Parlava a ruota libera, a volte trascurando quella certa cautela necessaria a tenere segreta la sua vera identità. Ma con quei ragazzi si sentiva al sicuro. E poi aveva una gran voglia di vivere, un desiderio di libertà che le nasceva da dentro. Lillo le stava decisamente simpatico. La compagnia che riceveva da lui era diversa da quella che le dava Maia: c'era meno complicità, senza dubbio; ognuno manteneva i propri ruoli, lui di maschio e lei di femmina, ma era proprio qui il divertente. Tra di loro s'era instaurato un sottile gioco di seduzione, un cercare di attrarre l'altro nella propria orbita evitando di cadere nella sua. Ritiratasi Daniela con suo marito, Lillo e Marie rimasero in soggiorno a bere il bicchiere della staffa. Ognuno di loro aveva la propria stanza in cui ritirarsi, ma entrambi, senza darlo a vedere, attendevano un segnale l'uno dall'altro per tentare il grande passo. - Se devo essere sincera - lanciò lì Marie - una coppia affiatata come Daniela e suo marito, mi suscita un sentimento di invidia. - A chi lo dici ! E pensare che fino a ieri nel letto con lei c'ero io! - Le vuoi bene? - Quanto ne voglio a Maia. - E allora perchè le permetti di ricongiungersi con suo marito? Anzi, perchè sei stato proprio tu a offrirgliene la possibilità? - Proprio perchè le voglio bene! Lei non si è mai separata da suo marito, in realtà. Se ne è solo allontanata fisicamente. È venuta con me perchè in quel momento aveva bisogno di qualcuno che le riempisse la vita in modo sincero. A mia volta, sono andato con lei perchè mi dava delle emozioni che Maia non poteva darmi; loro due sono molto diverse. Daniela sa essere di una dolcezza straordinaria, è femmina fino al midollo. Maia invece conserva ancora un pò della mascolinità che deriva dalla scissione avvenuta in origine tra noi, nell'altra dimensione; anche io, dopotutto, conservo un fondo di femminilità in certi miei modi di fare. Marie annuì, rimanendo assorta per qualche momento. Poi riprese: - Maia ti ha mai raccontato di noi due? Lillo scosse la testa: - No; è sempre stata molto riservata su questo argomento. Vuoi raccontarmi qualcosa tu? Il viso di Marie si illuminò d'improvviso, socchiuse gli occhi e piegò le labbra in un sorriso di compiacimento: - Maia è una donna che appartiene alla genìa degli Dei! Lillo sorrise divertito: - Grazie per il complimento! - Già, è vero, tu sei la sua parte maschile, ciò che vale per lei vale anche per te. Lillo rimase assorto a sua volta. Era incerto sull' opportunità di aprire il discorso sulla questione che gli stava più a cuore, ma era un argomento che loro due avrebbero pur dovuto affrontare un giorno o l'altro. Alzò lo sguardo, incontrò gli occhi di lei e decise di scoprire le carte: - Pensi di mantenere la tua relazione con lei? Adesso è sentimentalmente libera, per così dire... Marie si alzò, prese una sigaretta, l'accese e tornò a sedersi, quasi a voler vincere, con quei movimenti, un sottile imbarazzo. Tornò a guardarlo negli occhi. - No, ora mi incuriosisci tu. Lillo rimase impassibile. Marie stava giocando una partita che avrebbe potuto rivelarsi pericolosa per tutti. La donna abbassò la voce riducendola a un sussurro: - Non ho mai fatto l'amore con un Dio. - Potrei deluderti... - Forse, ma se sei come Maia, credo che valga la pena correre il rischio. Anche se, a dire il vero, mi piacerebbe avervi entrambi, contemporaneamente. Lillo non se ne stupì. Stette al gioco: - Potrebbe essere un'esperienza interessante per tutti. - Già, interessante per tutti. Stette un attimo in silenzio, poi riprese: Te, però, non ti voglio così. - Così come? - Non ti voglio solo come esperienza. Di Maia ne sono innamorata, voglio innamorarmi anche di te. - Posso fare qualcosa, per agevolarti il compito? - Tienimi compagnia, stanotte. Lillo annuì. Marie non gli dette il tempo di ribattere: - Ma non come pensi tu; vorrei che lo facessi a modo mio. - Non sono molto addentro alle usanze orientali. - Oh, non è niente di speciale, dovrai tenermi abbracciata e dirmi che sono l'unica donna della tua vita. - Posso farlo, ma ti direi una bugia... - Lo so, ma a me piacerebbe così. - Ah, e poi? - E poi mi piacerebbe essere baciata e accarezzata dolcemente. Il resto, lascia che sia io a deciderlo. Lillo confermò la sua disponibilità con un cenno del capo. Quella ragazza mostrava di avere uno spaventoso vuoto affettivo. Per quella che era la sua esperienza, si trattava della categoria di donne più pericolose, e Marie pericolosa poteva esserlo davvero. In un momento di rabbia o di delusione avrebbe potuto uccidere tutti loro senza doversene preoccupare più di tanto: le braccia accoglienti dell'Organizzazione l'avrebbero protetta da qualsiasi legge e da qualsiasi minaccia. Se poi non si fosse mostrato all'altezza delle sue aspettative, lei sarebbe ritornata a riversare su di Maia le sue più importanti attenzioni, probabilmente cercando di portargliela via del tutto e per sempre, per punirlo della delusione ricevuta da lui. Se invece l'avesse soddisfatta, correva il rischio di dover rinunciare a qualsiasi tentativo di avvicinare altre donne. Ammenocchè non le proponesse di dividerle con lei, viste le sue particolari simpatie nei confronti della parte yin dell'Universo. Il suo orgoglio di maschio la ebbe vinta sui residui timori; avrebbe cercato di fare del suo meglio: accettava la sfida. Lei si alzò dalla poltrona; lui la imitò. Lei fece per allontanarsi; lui la afferrò per un braccio. Le infilò una mano tra i capelli e, con mosse veloci, ne disfò la pettinatura. Poi le sussurrò: - Non profumarti, voglio sentire l'odore della tua pelle. - Stavo per chiedertelo anch'io; fà lo stesso anche tu. - Aspettami nella tua stanza, sotto le lenzuola e a luce spenta. - Lo farò. Mi vuoi nuda o preferisci spogliarmi tu? - Nuda come sei venuta al mondo. - Vieni nudo anche tu! Lillo annuì ancora una volta. Le sorrise, poi si allontanò per prepararsi alla prova. Al Castello, la tensione si era momentaneamente allentata. I nuovi gruppi emergenti sembravano voler rimanere al di fuori dell'area di competenza dell'Organizzazione. Il signor Chen aveva fatto sapere, negli ambienti giusti, che non avrebbe tollerato invasioni di sorta. Giò aveva preso pieno potere, occupando il posto che era della Thailandese. Sama aveva deciso per l'occasione di rimanere nell'area ancora un pò. Alessia stava prendendo lezioni di volo e di combattimento aereo. Il suo istruttore era affiancato da un collega americano, un pilota mercenario che veniva saltuariamente utilizzato dall' Organizzazione per missioni di scorta armata. Alle prese con gli aeroplani, la ragazza apprendeva con una facilità che la portava ad integrare con notevole rapidità la sua già vasta conoscenza di tecniche di combattimento. Al di là delle apparenze di ragazza frivola e infantile, Alessia stava rivelando una serietà professionale di tutto rispetto. Come allieva, riusciva a memorizzare le istruzioni e ad applicarle con l' efficacia di un computer, meravigliando profondamente i suoi istruttori, all'inizio piuttosto scettici, nonostante la precedente esperienza con la Thailandese, sulle attitudini di una donna al combattimento aereo. La sua personalità aveva subito un mutamento radicale. Si era lasciata alle spalle la vecchia pelle di donna timida e sottomessa, per trasformarsi in una formidabile macchina da guerra. Non ne aveva però una precisa consapevolezza: le sembrava del tutto naturale vedersi così come era diventata; la riteneva una evoluzione dovuta alla particolarissima occasione che le era stata offerta, ammettendo senza difficoltà il ruolo catalizzatore giocato dalle bevande del signor Chen. Per seguire i corsi teorici di pilotaggio e di combattimento aereo, era tornata sui banchi di scuola. Alle prese con i libri e il blocco degli appunti, era regredita di colpo all'età della scuola superiore, mutando il suo già allegro comportamento in quello di una ragazzina sventata e senza problemi. Col signor Chen aveva instaurato un rapporto di estrema confidenza, tale da scandalizzare persino Sama che, nonostante fosse cresciuta all'ombra del Cinese, aveva sempre mantenuto verso di lui un ossequioso rispetto. Alessia invece amava scherzare con lui, prendendosi delle libertà che nessuno mai avrebbe osato neppure immaginare potessero esserle concesse. La ragazza lo adorava; lo chiamava a volte " papà Chen", a volte "nonno Chen" o "zio Chen", così come le suggeriva l'umore del momento, sempre in un tono di profondo affetto. Lungi dall'esserne irritato, il signor Chen ne era invece divertito e la trattava come una nipotina un pò vivace ma, tutto sommato, adorabile. La regressione della maturità di Alessia, era in realtà seguita con molta attenzione da Sama e dal signor Chen. Era chiaro che la ragazza inconsciamente rifiutava in blocco tutto ciò che era stato il suo periodo adolescenziale, e stava ora rivivendo una nuova adolescenza adottando Sama come sorella maggiore e il signor Chen come quel punto di riferimento che ogni adolescente vorrebbe avere, sia esso raffigurato da un genitore, un nonno o uno zio o semplicemente una figura da mitizzare come un attore o un cantante o un professore più attento e partecipe alle necessità psicologiche di una personalità in continua e tumultuosa evoluzione. Gli insegnamenti che aveva ricevuto dai maestri, li considerava come facenti parte di un grande gioco, come se stesse imparando un insieme di discipline sportive. Alessia era dell'opinione che, come ci sono musicisti straordinariamente dotati, o cantanti liriche o pittrici o scienziate, lei aveva una innata grande attitudine al combattimento. Le si stava dando, in quel luogo, la possibilità di allenarsi, di imparare nuove tecniche, di mettere a frutto quelle sue naturali abilità. Ne era grata, le piaceva, lo trovava divertente, ma tutto sommato niente di eccezionale. Lei era fatta così. Del suo passato, non parlava mai. Aveva comunicato ai familiari di aver ottenuto un incarico molto remunerativo presso la società di import-export della sua amica e di non avere alcuna intenzione di riprendere il suo vecchio lavoro nè tantomeno di tornare in Patria. Giulio non esisteva più. Cancellato definitivamente dai suoi pensieri e dalla sua memoria. Agli uomini non ci pensava, o meglio non li pensava come suoi partner stabili. Facevano piuttosto parte di un suo gioco segreto di fantasia. Da quando era al Castello, il suo desiderio di esibizione si era pesantemente smorzato. Subentrava, specie quando era su un caccia, l'identificazione con la parte maschile di se stessa. In quei momenti pensava ed agiva come un maschio, con tutta la freddezza e l'aggressività che l'occasione richiedeva. Nemmeno la Thailandese, a memoria di istruttore, riusciva ad essere precisa e sistematica come lei. Nessuna lezione aveva necessità di essere ripetuta. Imparava tutto subito e definitivamente, mostrando una memoria eccezionale e una capacità logica assolutamente ineccepibile. Non che il volo la entusiasmasse più delle altre attività: lo riteneva semplicemente parte della professionalità richiesta dal suo incarico di guardia del corpo. Non aveva ancora fatto dei lanci col paracadute, ma erano già in programma, per completare l'istruzione. Sapeva che, dopo l'aria, avrebbe dovuto affrontare l'acqua: immersioni, navigazione marina e sottomarina, con annessi e connessi. Le piaceva, si divertiva, faceva felici Sama e il signor Chen. Non chiedeva di più. Sama aveva smesso, per il momento, di pensare a se stessa. Aveva parlato a lungo con Madame e ne aveva condiviso le decisioni. L' Organizzazione poteva fare a meno della Thailandese per qualche tempo; forse anche per sempre, se fosse stato necessario, visto che Giò era perfettamente in grado di sostituirla in tutte le sue mansioni. Non sapeva pilotare i caccia, ma era sopravvenuta Alessia, che come pilota si dimostrava più che degna della persona alla quale succedeva. Il ruolo di Alessia nell'Organizzazione non era stato ancora perfettamente definito, poichè la ragazza si trovava, al momento, nella fase critica di ricostruzione della propria personalità. In un futuro non molto lontano, quando avrebbe riacquisito la piena padronanza di sè , le sarebbe stato dato un incarico di prestigio e di responsabilità, adeguato al suo stato di perfetta macchina da guerra. Giò aveva fatto sapere in giro della malattia della Thailandese e del conseguente necessario allontanamento dall'Organizzazione. Aveva mandato messaggeri negli ambienti importanti, affinchè tutti sapessero che l'Organizzazione, da quel momento in poi, rispondeva unicamente ai suoi ordini. D'altronde, il suo carisma non era inferiore, nell' Area, a quello della Thailandese. Chi lo conosceva bene, sapeva di doverlo temere non meno della sua degna ex padrona.. Il signor Chen teneva, con discrezione, tutto sotto controllo. Lui non aveva bisogno di apparire: anche se si manteneva del tutto defilato, la sua presenza la si sentiva pulsare in tutte le vene dell'Organizzazione. Lillo aprì gli occhi e guardò l'orologio. Marie dormiva rannicchiata contro di lui. Fuori era buio. Scese dal letto e, attento a non far rumore, si diresse nella stanza a lui riservata. Daniela, al risveglio, non avrebbe dovuto trovare tracce della sua presenza nel letto di Marie. Marie fu svegliata da una sensazione di vuoto. Allungando le braccia aveva incontrato soltanto il tessuto del lenzuolo. Aprì gli occhi e si accorse di essere rimasta sola. Pensò che Lillo fosse andato in bagno. Richiuse gli occhi e si assopì nuovamente. Qualche ora dopo, Lillo entrò nella stanza di lei con in mano una tazza di tè. Lui aveva già preso il caffè, ma sapeva che la sua compagna aveva altre abitudini. Marie stava svegliandosi proprio in quel momento. Non si era accorta di aver dormito da sola per tutto il resto della notte. - Non diciamo niente a Daniela - Si affrettò a sussurrare a Lillo. Il giovane capì che la donna non si era accorta della sua assenza. - Sono già andato a scompigliare il letto nella mia stanza, così non sospetterà niente. - Bene. Anche se ha dormito con suo marito, non le farebbe certo piacere scoprire che tu hai dormito con un'altra donna in casa sua. Lui la baciò lievemente sulle labbra. - Vado a vestirmi. Stamattina andiamo per shopping. - Era esattamente ciò che avevo in mente di proporti. - Invitiamo anche Daniela? - Perchè no? Suo marito dovrà andare in ufficio e lei rimarrebbe sola. La portiamo con noi. Daniela era in cucina a preparare la colazione per lei e suo marito. Quella notte aveva avuto la certezza che la storia con Lillo era stata soltanto una magnifica parentesi. Amava suo marito. A Lillo voleva bene, ma era un'altra cosa. Mentre Lillo era via, Maia si era preoccupata di concludere al meglio il suo vecchio rapporto di lavoro. Doveva passare le consegne alla nuova venuta, che sembrava una ragazza abbastanza capace. Il vecchio boss era visibilmente dispiaciuto di dover perdere una collaboratrice come lei, ma la sua età lo aiutava ad accettare con sufficiente fatalismo lo sgradevole evento. Lillo le aveva offerto di abitare nella sua casa-reggia e lei aveva accettato. Dopotutto erano l'uno la metà dell'altro e quindi ciò che apparteneva all'uno, di conseguenza apparteneva anche all'altro. Le serventi, all'oscuro di tutto, l'avevano accettata di buon grado, specie dopo aver appreso che Lillo si sarebbe, da allora in poi, assentato molto spesso per lavoro. Semprecchè l'andare a spasso per i cieli del mondo, lui lo considerasse un lavoro. Dopo pranzo, Lillo e Marie si ritirarono ognuno nella propria stanza. Lillo si sdraiò mollemente sul letto, tenendo le mani sotto la testa a mò di guanciale. Pensò a Maia. Avrebbe dovuto dirle dell'evolversi della situazione tra lui e Marie, o forse sarebbe stato meglio lasciar fare tutto alla stessa Marie. Lui non aveva capito granchè, di ciò che gli stava succedendo con quel nuovo essere che una volta era stata la belva più temuta del Sud Est Asiatico. Contro ogni aspettativa, si era trovato tra le braccia una ragazza dolce e tenerissima, delicata e affettuosa, morbida e accogliente come mai ne aveva avute prima. Marie si era lasciata penetrare solo dopo ore di estenuanti e piacevoli carezze; anzi, in verità era stata lei a guidare il gioco fino all'ultimo. Lui ne aveva assecondato i ritmi, fino a sentir cadere ogni residua diffidenza; era riuscita ad abbandonarsi del tutto tra le sue braccia, affidandoglisi in uno stato di totale ed assoluta fiducia. Non aveva osato chiederle se usava contraccettivi, ma presumeva di si, perchè aveva voluto giungere alla fine stringendolo fortemente, avvinghiandolo con le gambe e trattenendolo dentro fino all'ultimo guizzo. La donna non gli dispiaceva. Certo, dopo di Maia non poteva più accontentarsi di una donna qualunque. Marie non poteva essere considerata una donna qualsiasi: era stata fino a pochissimo tempo prima una via di mezzo tra un tiranno medioevale e una spietata guerriera. Ora aveva deciso di percorrere una strada diversa, di provare a vivere come una donna normale, o almeno come lei immaginava dovesse vivere una donna normale, e cioè avere un uomo accanto, avere dei bambini, preoccuparsi del menage familiare e, contemporaneamente, guadagnarsi la propria indipendenza con un lavoro esattamente definito. Lui avrebbe potuto sostenere con facilità il ruolo di marito, perchè con lei, come con Maia, la noia non avrebbe avuto alcuna possibilità di interferire nel loro rapporto coniugale. I problemi che vedeva sorgere come minaccia verso il progredire della loro relazione, erano invece altri: innanzitutto avevano bisogno entrambi di innamorarsi l'uno dell'altro, cosa abbastanza facile per lei che aveva un enorme bisogno di amare un uomo, ma un pò più difficile per lui, che di donne ne aveva avute diverse e che, bene o male, aveva sempre Maia come punto di riferimento. E poi, Marie era in uno stadio di estrema vulnerabilità emotiva: sarebbe bastato poco per farla tornare a irrigidirsi e rinchiudersi nella solitudine esistenziale dalla quale stava tentando di uscire. Una solitudine che, per quanto pesante, aveva fino a poco tempo prima svolto un ruolo emotivamente protettivo. Lei era nell' Olimpo, gli altri erano soltanto miseri terrestri; ora la Dea era scesa anch'essa sulla Terra, e nulla garantiva che il cambiamento sarebbe stato di suo gradimento fino in fondo. Lui non avrebbe forzato gli eventi, ma neanche li avrebbe contrastati. Il signor Chen diceva che era necessario assecondare i voleri del Cielo, e lui al momento non aveva nulla in contrario a lasciare che il Cielo lo utilizzasse per i propri imperscrutabili scopi. Marie si infilò tra le lenzuola. Aveva voglia di assopirsi, per smaltire nel sonno quella marea di sensazioni che la presenza di Lillo aveva ingenerato nella sua mente abituata a comandare e a non tollerare obiezioni. Quella notte aveva sperimentato almeno in parte ciò che Maia le aveva più volte raccontato: il piacere profondo di stare tra le braccia di un uomo che la stringeva non per raggiungere il proprio soddisfacimento o, peggio, per timore di contrastare i desideri di lei, ma piuttosto per dimostrarle che esisteva ancora quel sentimento che, se non era amore, almeno gli somigliava molto. In un primo momento Lillo era stato al gioco, sussurrandole di non aver amato mai nessuna al di fuori di lei; poi però le parole si erano spente per lasciare il posto a una sua maniera di prenderla, di baciarla, di accarezzarla, che le aveva fatto capire di non essergli affatto indifferente. Per un breve momento aveva creduto di essersene innamorata. Il suo autocontrollo aveva ben presto preso il sopravvento, intimandole di considerare quei momenti come una piacevole esperienza e null'altro. Dovette ammettere che, come esperienza, piacevole lo era stata davvero. Non poteva essere altrimenti, perchè Lillo apparteneva alla genia degli Dei. Loro due erano destinati a capirsi. Doveva soltanto cercare di non destare le gelosie di Maia, ma in fondo anche lei era una Dea: di cosa avrebbe dovuto essere gelosa? Sentì fortissimo il desiderio di rivedere il signor Chen. Era in una fase di delicata transizione, non poteva e non doveva commettere errori. Solo la saggezza del signor Chen avrebbe potuto illuminarle la via del Cielo. Chiuse gli occhi, eseguì una veloce respirazione yoga e rilassò tutti i muscoli. Il sonno giunse rapidamente a proiettarla nella dimensione ben nota della sua realtà virtuale. Al Castello, il pomeriggio stava sfumando nei tenui colori della sera. Giù nel tunnel, invece, la luce era sempre uguale, bianca e uniforme, parte essa stessa dell' avveniristica struttura che un gruppo di architetti aveva progettato anticipando di almeno due secoli la naturale evoluzione del gusto estetico degli umani. Sama e Giò erano nel loro ufficio già da un pò, in attesa dell'arrivo di due aerei dell' Organizzazione, carichi di materiale che un terzo aereo avrebbe subito dopo provveduto a trasferire alla sua destinazione finale. L'uscita della Thailandese dalla scena dell' Organizzazione, non aveva in apparenza prodotto alcun cambiamento nell'andamento degli affari. Giò godeva di un buon credito presso clienti e fornitori e ciò contribuiva a mantenere intatta la credibilità e l'autorevolezza dell'intera struttura commerciale, se così poteva essere definita. Il pigolio insistente dell'avvisatore di avvicinamento, distolse lo sguardo di Giò dai fogli che stava esaminando. Quando gli aerei entravano nella fase finale dell'avvicinamento, lo strumento di guida automatica che avevano a bordo metteva in funzione un identico monitor all'interno del tunnel, permettendo agli addetti di sgombrare per tempo la pista da ogni eventuale ostacolo. Un rombo, subito compresso dai silenziatori, confermò che il primo aereo aveva infilato l'ingresso del tunnel. Non passò che qualche minuto e anche il secondo aereo poggiò le ruote sulla pista allo stesso modo del primo. Giò, nel frattempo, era sceso per controllare che il carico fosse correttamente trasferito sul terzo aereo, che avrebbe dovuto decollare poco dopo. Il pilota del secondo aereo, uscito dalla cabina di pilotaggio, raggiunse Giò a bordo di un carrello elettrico. Gli consegnò un sacchettino, gli fece il segno dell'ok e si allontanò subito dopo. Giò esaminò il contenuto del sacchettino e sorrise soddisfatto: colui che glie lo aveva inviato aveva fatto un buon lavoro. Mandò a mente di inviargli un omaggio dell'Organizzazione alla prima occasione. Parte del contenuto di quel sacchettino fu trasferito in una cassetta di legno foderata di seta gialla, che Giò provvide a consegnare nelle mani del pilota dell'aereo in partenza, con la raccomandazione di affidarla direttamente nelle mani del legittimo destinatario. L'aereo si avviò lentamente fuori dell'hangar, allineandosi con la pista. Qualche secondo più tardi, i motori spinti al massimo lo spararono fuori del tunnel come un proiettile dalla canna del fucile. Giò ritornò su in ufficio e chiamò Sama con l'interfono. Mostrò alla donna quanto gli era stato consegnato e insieme valutarono in che modo dividersene il valore. Sama e Giò avevano la possibilità di commerciare in proprio, con modalità specifiche e ben determinate, utilizzando le strutture dell'Organizzazione come fossero di loro esclusiva pertinenza. Il signor Chen aveva concesso che loro due, pur essendo parte integrante dell'Organizzazione, potessero gestire il commercio di determinati prodotti, pietre preziose nel caso specifico, in assoluta indipendenza. In realtà, Sama deteneva una quota cospicua della proprietà dell'intera Organizzazione, fondata in società tra suo nonno e suo padre con il signor Chen; la Thailandese era considerata ereditiera dello stesso signor Chen, come fosse una sua figlia adottiva. Scomparsi dalla scena il nonno e il padre di Sama, il vecchio Cinese avrebbe facilmente potuto fagocitare l'intera Organizzazione semplicemente mandando Sama a raggiungere anzitempo i suoi antenati, e altrettanto avrebbe potuto fare la Thailandese. Ma tanto era l'affetto e la stima che legava i tre, che a nessuno di loro sarebbe mai potuta saltare in mente l'idea di barattare il proprio Celeste onore con della misera terrestre ricchezza. Al contrario, ognuno di loro avrebbe rischiato la vita per gli altri due senza esitare un momento, nell'attimo in cui ce ne fosse stato bisogno. Giò era venuto dopo, ma il suo senso dell'onore aveva passato l'esame del signor Chen col massimo dei voti e tanto era stato sufficiente a farlo entrare nei ranghi dell'Organizzazione, elevandolo ben presto ai massimi livelli di comando. Dopo la partenza dell'aereo, Giò aveva terminato il suo compito. - Vado su.- disse a Sama, che aveva ancora da finire il suo lavoro. - Ti raggiungo più tardi.- Rispose lei, allontanandosi col suo passo elastico lungo il corridoio d'acciaio. Giò era voltato di schiena e si stava insaponando vigorosamente. Sama ne intravide il corpo muscoloso attraverso il vetro stampato della cabina della doccia. Si sedette sul letto e stette ad osservarlo, in muta e segreta contemplazione, fino a quando lui, accortosi della sua presenza, si affacciò a darle voce: - Spogliati e vieni dentro anche tu! - la incitò. - No, grazie, preferisco un bel bagno, ho voglia di rilassarmi. - Se mi aspetti, vengo a lavarti la schiena. - Perchè no? Però poi non saltarmi addosso! - Farò il bravo bambino. - Povera anima innocente! - Ceniamo insieme stasera? - Si può fare. - Dirò alle suonatrici di prepararsi. - No, preferisco che restiamo noi due da soli, ho voglia di romanticismo, stasera. - Stai proprio invecchiando, mia cara! - Ognuno parli per sè! Gli anni passano pure per te, mio caro, anche se continui a star dietro alle tue sgualdrinelle per confermare a te stesso di essere ancora un ragazzino! - Sarà da ragazzini, però è un gioco divertente! - Con te è inutile discutere, non si riesce mai a tirarti giù nell'arena. È impossibile litigare con te. - Non ne usciresti viva. - Non so chi dei due soccomberebbe; fossi in te, non canterei vittoria troppo presto. - È inutile che insisti, non ti darò l'occasione di verificarlo! - Ok. Uno che è riuscito a sopravvivere alla Thailandese ha sicuramente qualche numero in più, te lo concedo. - Magnanimo da parte tua. A proposito, chissà cosa starà facendo quella scansafatiche, nella vecchia Europa. - Più che sicuro che sarà già sotto il tiro di Lillo. - Io dico che se è capitata sotto il mirino di Lillo, sarà già stata abbattuta; lui non perdona, quando la preda gli interessa. - Tu pensi che possa interessargli? - Dopo di Maia, suppongo che Marie sia il bersaglio che gli è più congeniale, non credi? Lui non ha mai amato le donne comuni! - Bisogna vedere se Marie ha intenzione di farsi beccare: bisogna essere in due, per questo. Se lo cucinerà a fuoco lento. È un'orientale, sa quando è il momento di attendere e quando è il tempo di agire. - Ammenocchè non decida di portargli via Maia definitivamente e di conseguenza tagliarlo fuori del tutto dalla loro consorteria. - Uhm, non credo, non è il tipo. Lo avrebbe già fatto, se lo avesse voluto. Io credo invece che voglia lui. Senza per questo rinunziare a lei, suppongo. - Staremo a vedere. Giò aveva finito di asciugarsi e, avvolgendosi in una vestaglia di seta con un enorme drago ricamato sulla schiena, si diresse con Sama nei quartieri di lei. La cena si svolse come Sama aveva desiderato: loro due da soli, al lume di candela. Giò era stato grandemente all'altezza del suo ruolo, mostrando per l'occasione un grado di raffinatezza che Sama non avrebbe mai sospettato. Lui era uso comportarsi in maniera più rude; ma forse lo faceva per darsi un tono. Il prosieguo in camera da letto, era scontato. Giò si mostrò insolitamente dolce, quella notte. - Guarda che non sto prendendo precauzioni...- l'avvertì lei quando Giò dette inizio alla penetrazione. - È il caso che finisca fuori? - Fà come credi. A queste parole Giò rallentò il ritmo. - Come sarebbe "fà come credi?" - Che mi va bene anche se rimani dentro. - Sei disposta a correre il rischio? - Tu no? Giò si fermò definitivamente. Si mise seduto. - Parliamone. - Ok, parliamone.- Fece lei di rimando, senza scomporsi più di tanto. - Che tu possa desiderare un figlio, è del tutto legittimo. Che possa desiderarlo anch'io, è altrettanto legittimo. Ma te l'immagini un povero bambino nelle mani di due genitori come noi? - Perchè, cos' avrebbero di tanto strano due genitori come noi? - Ah, proprio niente: è del tutto normale che il papà vada in giro a rischiare la pelle e la mamma a farsi sbattere da chiunque le accenda la fantasia del momento! - È questo che pensi di me? - Non io; è quello che penserebbe nostro figlio! - È quello che pensi tu, invece. Sono stata con i tuoi amici, mi avete presa in tutte le maniere, tutti insieme, e tu sei sempre stato quello che mi ha sbattuta di più. Ma allora era un gioco, ne eravamo consapevoli tutti. Questo riguarda il passato. In futuro potrebbe essere diverso. - Potrebbe? - Sarà diverso. Ammetti una buona volta che la tua morale ti impone che la tua donna dovrebbe lasciarsi sbattere soltanto da te, come tradizione comanda! - E va bene, lo ammetto. Uno ha anche il diritto di essere geloso, no? - E cosa pensi che provi io, quando vai con le tue sgualdrinelle, eh? - Non sono sgualdrinelle, vogliono solo divertirsi, come te. O solo tu hai il diritto di farlo? - Chi viene con me non può andare con tutte! - Cos'è, una nuova legge della natura? Tanto per restare in argomento, gli ultimi due che ti sei portata a letto non vanno forse con tutte? - Che c'entra! Vince e Matteo fanno parte della famiglia, come Lillo. - Con Lillo ci sei sempre andata volentieri eh? Non ti ho mai sentito dirgli di no. - Cos'è, una crisi tardiva di gelosia? Anche con te ci son venuta volentieri, e anche con gli altri. Non ho debiti di alcun genere con nessuno di voi; perciò, se ci sono stata, è perchè avevo voglia di farlo. Nessuno mi ha mai obbligata a fare qualcosa che andasse al di là dei miei desideri. - Saresti disposta a rinunciare a tutto questo? Ti faresti sbattere soltanto da me? - Con te non sarebbe più "farmi sbattere", sarebbe "fare l'amore", è diverso. - All'atto pratico, non ci vedo poi questa grande differenza. - Io invece ce la vedo eccome! Giò non trovò argomenti per ribattere. Si sdraiò nuovamente su di lei e, afferratele con forza le natiche, prese a possederla con spinte vigorose. Sama chiuse gli occhi e gli infilò entrambe le mani tra i capelli. Giò rallentò il ritmo, prendendo a muoversi con più delicatezza e stringendola più teneramente. Mentre la prendeva, si stava finalmente accorgendo di due cose: primo, Sama aveva ragione, la differenza tra lo sbatterla e il fare l'amore lui la stava scoprendo proprio in quei momenti; secondo, fare un figlio con lei non sarebbe stato poi così innaturale. Si inarcò e, guardandola bene in viso, la riempì del suo seme. Alla Residenza, il signor Chen passava il suo tempo a creare nuove pozioni, seguendo antichissime indicazioni che ricavava dalla medicina tradizionale e dai testi che alcuni monaci buddisti gli copiavano da manoscritti vecchi di secoli. Era un' attività che gli occupava tutto il tempo libero e ne impegnava la mente fino a fargli perdere il senso del tempo. A volte tralasciava di presentarsi per il pranzo o per la cena, a volte stava sveglio tutta la notte tra i suoi alambicchi, come gli alchimisti dei tempi passati o gli stregoni che aveva visto all'opera nei suoi viaggi di gioventù. Ma quando riusciva ad ottenere quei risultati per i quali aveva così tanto lavorato, sentiva di essere salito un gradino più in alto, un palmo più vicino al Cielo di quanto lo era stato anche solo un attimo prima. Durava, però, lo spazio di un momento. L'attimo seguente era lì che guardava ancora più in alto, a un nuovo traguardo che gli sarebbe costato altre notti insonni, altre estenuanti attese, altre fatiche come uno scalatore che, giunto in cima alla sua montagna, si ritrovasse nuovamente ai piedi della successiva, ancor più alta montagna. E così di continuo, con l'estrema consapevolezza che, per quanto in alto fosse riuscito a salire, si sarebbe ritrovato, alla resa dei conti, infinitamente distante dalla vetta irraggiungibile dell' Estremo Sapere. L'involucro umano entro il quale il suo spirito si trovava per quella volta a dimorare, dopo ore passate a sorvegliare una reazione chimica a volte gli poneva il dilemma del perchè di tutto quel suo tumultuoso affannarsi per ottenere dei risultati che, non essendo destinati alla divulgazione, lo avrebbero inesorabilmente seguito nel lungo viaggio senza ritorno. A questa domanda il suo spirito non sapeva, nella sua pur grande terrena saggezza, darsi una convincente risposta. Il signor Chen credeva nella reicarnazione, pur con quel margine sottile di dubbio che la sua mente gli imponeva di non abbandonare mai. Sapeva in cuor suo che la strada del Sapere Terreno, che lui stava contribuendo con le sue fatiche e il suo ingegno a disboscare, non sarebbe stata riconquistata mai più dalla selvaggia giungla dell'ignoranza. Il tratto di strada che lui stava aprendo, sarebbe stato percorso, dopo anni dalla sua morte o dopo secoli o millenni, dalla sua stessa nuova incarnazione, alla quale e solo per la quale, stava infine dedicando i suoi sforzi. O forse, in un impeto d'incosciente generosità, prima di incamminarsi per l'ultimo viaggio, si sarebbe una buona volta deciso a mettere i fogli su cui riversava le proprie scoperte, in un cofanetto da nascondere in un posto di difficile accesso: ci avrebbe pensato il Cielo, quando lo avesse ritenuto opportuno, a farlo ritrovare da mani sufficientemente degne di ricevere una eredità di tal fatta. In un caso o nell'altro, il signor Chen si augurava che le sue scoperte non fossero mai utilizzate per favorire il Male. Era il suo assillo perenne. L'idea che una qualsiasi delle sue innumerevoli scoperte, potesse in qualche modo sfuggire dalle mani del Saggio e finire in quelle del Malvagio, lo induceva a volte a credere che forse sarebbe stato meglio distruggere tutto, in tempo per non dover pericolosamente demandare ad altri un compito così delicato. Eppure, nonostante questi momenti di feroce perplessità, si ritrovava ogni volta a proseguire con rinnovata curiosità, per soddisfare la sua fame perenne di Sapere, da saziare quotidianamente come un Moloch furioso. A volte invece, si scopriva a desiderare di avere dei nipoti, dei bambini da seguire attentamente durante la crescita per destinare a ognuno di loro parte della propria saggezza, semprecchè si fossero dimostrati degni di ricevere tali insegnamenti. Avrebbe così avuto dei discepoli sui quali riversare la propria fiducia, sicuro che avrebbero saputo difendere ed accrescere quel patrimonio di cultura e di conoscenze per il quale aveva vissuto in tutti quegli anni e, si augurava, per molti altri anni a venire. Le donne dalle quali avrebbe desiderato avere dei nipoti, erano state fino a qualche tempo prima, soltanto Sama e Marie. Poi, improvvisa e tumultuosa come un temporale d'estate, era sopraggiunta quella strana ragazza amica di Sama, quella pecorella divenuta dragone; una ragazza così impertinente, ma anche così dolce e affettuosa, che con la sua allegria gli aveva riscaldato il cuore. In verità, come succede a quasi tutti gli uomini della sua età, il signor Chen stava inconsciamente desiderando il senile piacere di giocare a fare il nonno. La sua vitalità e la curiosità instancabile che l'animavano, erano sempre quelle di un ragazzino alle sue prime scoperte; ma la sera, dopo cena, gli veniva un gran desiderio di mettersi a raccontare le storie. Gli veniva voglia di riflettersi negli sguardi attenti di un uditorio infantile incantato dai suoi racconti di avventure passate. Un uditorio di piccoli ometti che, una volta diventati grandi, avrebbero mantenuto viva, in ogni caso, la memoria del signor Chen, quel vecchio strano Cinese senza tempo e senza età. Sama lo raggiunse per prima, alla Residenza. - Forse aspetto un figlio. - Da chi? - Giò. Il vecchio Cinese si lisciò la barba, pensoso. Quei due rappresentavano, in quel momento, i pilastri portanti dell'Organizzazione. Giò aveva preso il posto di Marie, mentre Sama continuava nel suo solito compito di mantenere i contatti commerciali con clienti e fornitori. Era lei che conosceva alla perfezione le caratteristiche e il valore delle merci da acquistare, e che stabiliva i prezzi e le modalità di vendita per ognuno dei compratori. Giò invece curava che, una volta avvenuto l'accordo, tutto si svolgesse nella maniera stabilita. Fino a quel momento, Giò aveva lavorato all'ombra di Marie, la quale coordinava l'intera rete di collaboratori stabilendo chi, quando e come, dovesse di volta in volta prendere in carico i trasporti, le scorte armate e le consegne. Giò seguiva la parte strettamente militare, intervenendo anche in prima persona, qualora la situazione lo richiedesse. Nel rinnovato assetto, invece, Giò si stava sobbarcando tutto il lavoro, abbastanza delicato, che in precedenza era stato di Marie; il chè comportava, a differenza di prima, un contatto diretto col lavoro di Sama. Se tra le due donne esisteva un affiatamento collaudato da anni di attività comune, ciò non poteva ancora dirsi tra Sama e Giò. I due avevano entrambi una forte carica decisionale e, per alcune questioni, sarebbe stata inevitabile una certa, se pur attenuata, conflittualità, dovuta all'irruenza caratteriale di Giò, in contrasto con la pacatezza di Sama. Fino a quel momento i due avevano dato mostra di intendersi abbastanza bene, ma era passato troppo poco tempo per poter essere sicuri che un simile affiatamento continuasse per sempre. Eventuali complicanze affettive avrebbero di certo minato il loro lavoro comune, sfociando in dolorose rivalità o, peggio, in pericolose ripicche. Il signor Chen aveva una gran fiducia in entrambi, ma l'esperienza gli aveva insegnato che, quando entra in ballo l'amore, il buon senso va spesso a razzolare tra le galline: era proprio una eventualità di tal genere ad alimentare le sue perplessità. - Sei sicura di ciò che stai facendo? - No. Non ne abbiamo parlato a sufficienza tra me e lui; ma sai com'è Giò, parte in quarta seguendo gli entusiasmi del momento. Forse anche lui sente il bisogno di un figlio, o forse è stato soltanto un attimo di debolezza. - Cosa intendi fare se la gravidanza è confermata? - Non lo so. Non è facile decidere sulla pelle degli altri. Devo sapere cosa ne pensa lui, cosa ne pensa davvero, intendo. Ma Giò certe volte è come un bambino, prende tutto come un gioco; mi chiedo se non sia il caso di decidere da sola, senza ascoltare nessuno. - Lui lo sa che sei in attesa? - No che non lo sa; non lo so neppure io, se per questo. Ho dei ritardi e per me non è normale, ecco perchè penso di esserci rimasta... - Se vuoi averne la certezza, vieni da me nel tempietto, stasera. - Ci sarò. Il signor Chen conosceva un metodo infallibile. Glie lo aveva confidato un anziano stregone tantissimi anni prima, quando aveva l'età per preoccuparsi di certe conseguenze. Sapeva anche come porre rimedio a certi errori, senza alcun rischio per la donna e senza procurarle sofferenze. Se Sama avesse deciso di tornare indietro, lui l'avrebbe aiutata. Quella sera, nel tempietto, illuminati da una piccola lanterna, i due si prepararono a svelare il mistero. Sollevando gli occhi da un cartoccio colmo di una polverina gialla che andava mutando lentamente colore, diventando di un verde pallido ma brillante, il vecchio pronunciò il responso: - Sei incinta. Sama non si scompose. Nell'attimo stesso in cui il signor Chen glie ne aveva dato la certezza, lei aveva deciso di andare avanti, qualsiasi fosse l'opinione di Giò. Marie passeggiava nel parco, osservando giocare i bambini, allegri e chiassosi come sempre. Anche lei ne avrebbe voluti, ma fino a quel momento la sua condizione non le aveva permesso neppure di pensarci. Forse era per questo, cercava di spiegare a se stessa, che inconsciamente desiderava le donne, invece di darsi agli uomini. Con Lillo era stato diverso, ma lui non era un uomo, o meglio non lo era nel senso comune del termine. Avevano già fatto l'amore più volte, in maniera completa. Se era volontà del Cielo, avrebbe avuto un bambino figlio di un Dio. Di avere dei figli, con Lillo non ne aveva mai parlato. D'altra parte, era un argomento che lei stessa non sapeva come affrontare. Nè poteva immaginare come si sarebbe comportato lui, se avesse saputo che lei non prendeva precauzioni. Ma forse avrebbero dovuto parlarne insieme tra non molto: il momento della verità l'attendeva al varco entro qualche giorno. Giò era appena tornato dal Laos. Aveva avuto dei fastidi col suo aereo ed era stato costretto a lasciarlo in uno dei campi d'emergenza ai quali faceva ricorso in caso di difficoltà. Si era spostato via terra fino al Vietnam, poi aveva preso in fitto un vecchio Dakota che miracolosamente continuava a volare sfidando a ogni decollo le profezie di chi non riusciva a credere che un aggeggio del genere potesse continuare a sollevarsi da terra rimanendo tutto intero. Col Dakota era riuscito ad atterrare nell'isola di un suo buon amico, dal quale si era fatto trasportare in elicottero fino al loro campetto ufficiale nei pressi del Castello. Sama lo raggiunse nella saletta del thè. - C'è una novità. - Bella o brutta? - Dipende dai punti di vista. - Sei incinta! Sama allibì. Giò l'aveva presa in contropiede. Ma come aveva fatto a saperlo? - Ehi, non fare quella faccia, stavo scherzando! - Tentò di sdrammatizzare lui. - È proprio così, invece. - Rispose lei imperturbabile. Questa volta fu Giò a rimanere col fiato in gola. - Cosa? - Sono incinta; capita, sai, alle donne, quando non prendono precauzioni! - Accidenti, e me lo dici così? - Come avrei dovuto dirtelo, in musica? - Scusami; non ero preparato a un'evenienza del genere. Aspetta, andiamo a sederci da qualche parte, ho bisogno di liberare il cervello dalla zavorra di questo viaggio, non me la son vista tanto bene stavolta. - Vieni da me, ti offro un goccio di quella mistura del Cinese che ti mette di buon umore. - Ma io sono già di buon umore, è solo che dobbiamo parlarne un pò, non puoi pretendere di darmi una notizia del genere e aspettarti che ti dica ok, non preoccuparti, domani andiamo a sposarci! - E chi te lo ha chiesto? Su, prima che ti vengano dei cattivi pensieri, andiamo a mettere in gola un sorso di sangue del dragone. Farà bene anche a me. Il sangue del dragone, com'era prevedibile, fece bene ad entrambi. - Hai intenzione di tenerlo? - Esordì Giò dopo il primo sorso. - Si, su questo non si discute. - Non ho intenzione di discuterne: sei tu che devi portarlo in pancia, non io. - A te non chiedo alcun impegno, vorrei soltanto che lo riconoscessi alla nascita; deciderai poi, se comportarti come padre nei suoi riguardi o se ritenere che sia il caso di lasciar perdere. Da parte mia non ho bisogno di un marito, non nel senso comune del termine, intendo; però , se tu mi stessi vicino, te ne sarei riconoscente. - Accidenti, solo tra ieri e oggi il bambino ha rischiato di ritrovarsi orfano almeno tre o quattro volte. Che razza di padre potrei mai essere? I padri portano i bambini ai giardini, in bicicletta, non sulle jeep nella giungla o su aeroplani armati. Mi ci vedi a star dietro a un marmocchio senza che mi venga il desiderio di mettergli un bel mitragliatore tra le mani ? - Oh, non farla così tragica!... Intanto, prima che sia in grado di reggere un mitragliatore passeranno un pò di anni... - E aumenterà la probabilità di non avere più un papà che possa mettergli in mano il mitragliatore, è questo che vuoi dire? - Aumenterà la probabilità che sia la mamma a far fuori il papà, se non la finisce di fare l'uccello del malaugurio! - E va bene, ammettiamo che il papà sopravviva persino alle furie della mamma; cosa farà il piccolo senza la compagnia di altri bambini? Lo faremo crescere come un eremita? Per averne magari in cambio un ribelle che, per ripicca, vada a scialacquare tutti i suoi averi nei bordelli della capitale? O, peggio, che prenda gusto alla solitudine e si rifugi in un monastero buddista? - Ma no, troveremo il modo di mandarlo tra gli altri bambini, lo faremo passare per il figlio di una servente; e poi non è detto che debba per forza rimanere in Oriente. - Se Marie non cambia idea, mi sa che di qui non ci sposta più nessuno! - Non ho intenzione di finire la gravidanza al Castello. Marie mi sostituirà negli ultimi mesi, sono sicura che non si tirerà indietro. - Va bene, tanto ormai è fatta. Cercherò di non essere il peggiore dei papà. Tu intanto riguardati, non vorrei rimanere deluso, ora che sto abituandomi all'idea. - Farò del mio meglio. Grazie intanto di non avermi fatto quella fatidica domanda. - Quale domanda? - " Sei sicura che il figlio sia mio?" - Non l'ho mai dubitato. - Ti sarò fedele, te lo prometto. - Ehi, non ti ho mica sposata! Non chiedermi di prometterti la stessa cosa! - Se, quando ci sarà il bambino, tu riuscissi a dedicare un pò del tuo tempo a me invece che alle tue donnine, sappi che ne sarei felice. Per il resto, sei libero di comportarti come credi. - Lasciami un pò di tempo per abituarmi; cercherò di fare l'imbecille il meno possibile. Puoi contare su di me, lo sai. - Ora stai parlando da aspirante marito! - Con te non dovrebbe essere poi tanto male. A proposito, dove vai stasera? Sama sorrise: - Dove vai tu. Daniela aveva accompagnato suo marito ad Hong kong, dove i legali dell'Organizzazione stavano mettendo a punto i dettagli della creazione della Compagnia Aerea. Marie era rimasta a casa di Lillo, in compagnia di Maia; la sua presenza ad Hong Kong sarebbe stata del tutto superflua. Da qualche giorno aveva saputo di non essere madre. A Lillo non aveva detto niente. Ne aveva parlato invece con Maia, non appena le circostanze le avevano dato l'occasione di ritagliarsi una mezza giornata da sola con lei. Lillo era rimasto negli Stati Uniti per conseguire i brevetti necessari e per stare un pò con i suoi genitori, che vivevano lì già da diversi anni. - Non riesco ad innamorarmi. - Si stava in quel momento lamentando Marie, immersa nell'acqua caldissima di un bagno profumato, nella reggia di Lillo. - Non ci si può innamorare a comando! - Tentava di consolarla Maia, seduta mezza nuda sul bordo della vasca. - Forse è per questo che non rimango incinta. Ci avevo provato anni fa con un istruttore che mi piaceva, però anche allora è andata buca. Infatti non lo amavo. - E lui? - Oh, probabilmente veniva con me solo per non dirmi di no. Appena ha potuto, se l'è filata e non l'ho rivisto mai più. - Sei sicura di non avere problemi fisiologici? - Dal punto di vista fisico sono a posto. Però il signor Chen dice che se non sono profondamente motivata potrei essere io stessa ad impedire la gravidanza, come fanno certe donne di una tribù primitiva che lui conosce. - Con Lillo non eri motivata a sufficienza? Lui è un Dio, come lo chiami tu... - Mah, sai, a livello conscio Lillo mi piace: ci sto bene con lui; quando fa l'amore mi fa sentire una regina e nella vita quotidiana lascia intatta la mia libertà. Però, il mio inconscio probabilmente si è accorto che è da parte sua che manca la piena partecipazione, come se lui non fosse del tutto convinto di voler condurre una regolare vita di coppia. - Beh, si, lui è così. È molto gentile ed affettuoso, però è sempre più in cielo che in terra, come se le vicende e le emozioni umane lo interessassero poco. Io sono più emotiva, nonostante sia in fondo una parte di lui, nonostante provenga dalla stessa identica matrice; però può darsi che questo dipenda dal mio attuale essere femmina. Probabilmente l'essere maschi comporta una certa difficoltà a lasciarsi coinvolgere oltre certi limiti. A letto con me, lui si scatenava fino a farmi male, e mi piaceva proprio per quel suo impeto irresistibile; però tra noi due c'era l'intesa perfetta, perchè in quei momenti ritrovavamo l'intierezza di noi stessi, tornavamo ad essere l'Uno. Nelle altre donne, lui troverà sempre qualcosa che non combacia, qualcosa di troppo o di troppo poco, o comunque di sbagliato. Con tutto il rispetto per la tua persona e per l'affetto che provi per lui, ti confesso che la cosa mi dona un certo sollievo. - Ti capisco. Ecco, vedi, per esempio io non mi sento affatto gelosa. Sarà per la certezza che, per quanto le altre donne possano provarci, non saranno mai capaci di averlo per intero. Ci sarà sempre un qualcosa di lui, una parte consistente, che non solo loro non potranno mai avere, ma della quale non potranno mai nemmeno immaginare l'esistenza: chi vuoi che possa dargli retta, se lui andasse a dire in giro di non essere di questa terra? Maia ebbe un moto di malcelata rabbia, forse un istintivo senso di rivalsa verso colei che in un certo qual modo aveva impegnato il cuore di Lillo. Sentì la necessità impellente di ferirla,di farle male; con fare sornione, buttò lì: - Alessia, per esempio. Punta nel vivo, Marie sollevò di scatto la schiena dalla spalliera della vasca. - Io, quella la uccido! Maia calcò la mano, nel tentativo di farla irritare ancora di più: - Ah, questo perchè non eri gelosa, eh? Marie tornò ad affondare nella schiuma, ritornando gelida come quando doveva abbattere un aereo nemico. - La uccido, ti dico, la uccido.- Ripetè con voce sibilante. Maia temette di aver oltrepassato i limiti e di aver scherzato con troppa leggerezza, dimenticando di aver a che fare con la Thailandese, una donna che ancora manteneva intatta la pericolosità del più pericoloso scorpione. Cambiando tono di voce, cercò di rientrare: - Smettila! Basta così. Uccidendola faresti del male a Sama, e al signor Chen, e a me. Ed anche a Lillo e a Giò. - E a quant'altri? Siete tutti contro di me, perciò sarò io ad uccidermi. Addio! Detto questo, immerse la testa sott'acqua. A questa uscita inattesa, Maia si tranquillizzò: il senso dell'umorismo aveva avuto la meglio. Sorrise divertita. Si allontanò per prendere un accappatoio. Ne approfittò per fare pipì. Al suo ritorno, Marie non era ancora riemersa. Maia sentì il cuore saltarle in gola. Si precipitò a soccorrerla, tirandola per i capelli. - Ehi, mi fai male! Non ci si può neanche suicidare in pace, in questa casa! Maia la lasciò di colpo. Non aveva apprezzato lo scherzo. Era livida in volto. - Non farlo mai più! - Le sibilò inviperita. Marie si era accorta di aver a sua volta oltrepassato i limiti. Maia le voleva bene davvero, si era spaventata sul serio. - Ho esagerato. Perdonami. Credevo di essere spiritosa e non ho pensato che a qualcuno la mia esistenza potesse importare davvero. - Si scusò in tono contrito. Maia si era seduta nuovamente sul bordo della vasca. Aveva la fronte imperlata di sudore. - Fammi posto. - Disse in un sospiro e, semivestita com'era, si lasciò cadere nell'acqua a fianco di Marie. Con la delicatezza di chi sapeva di dover farsi perdonare, Marie prese a toglierle cautamente la sottoveste e quant'altro Maia aveva indosso. Poi le cinse il collo con un braccio. - Stai meglio ora? - Si, accidenti a te. Ma quanto tempo sei rimasta lì sotto? - Sono uscita solo una volta per respirare. Però riesco a stare per molto tempo in apnea. Fa parte degli allenamenti. - Già. Chi l'avrebbe mai detto che sarei stata in una vasca da bagno in compagnia di una macchina da guerra!... - E io allora? Chi l'avrebbe mai detto che sarei stata in una vasca da bagno in compagnia di una Dea? - Una Dea? Forse nell'altra dimensione. Qui sono soltanto una donna come tutte le altre. - Beh, proprio come tutte le altre poi no...Siamo diverse, anche se in fondo condividiamo la stessa condizione di donna di tutte le altre...Sai, a volte mi chiedo se sono per davvero una donna o non piuttosto un essere in bilico tra l'apparenza di donna e la sostanza di maschio. - Se non lo sai tu...Da parte mia mi sento proprio una donna. Forse un pò più dinamica, più aggressiva se vogliamo, ma pur sempre una donna. - Ti piace? - Bah! Sono così, mi piaccia o no. A volte vorrei essere come mia sorella, madre e moglie felice. Però poi mi accorgo che la sua è una condizione che mi starebbe stretta. Non mi ci vedo a fare la madre e la moglie. Tu si? - Si cosa? Vederti come madre e moglie? - No, vedere te, come madre e moglie. - Mi piacerebbe...Si, credo proprio che mi piacerebbe... L'unica cosa che mi manca è un marito, e i mariti non è facile trovarli, non si comprano in piazza! - Non quelli che vorremmo noi, almeno. - Ecco cos'è che non va a questo mondo! Sarebbe bello aprire un catalogo e dire: voglio quello, me lo spedisca a casa, signor venditore di mariti! E invece no. Dobbiamo cercarcelo con fatica e sofferenza, col rischio di non trovarlo mai o, peggio, di trovare quello sbagliato. - Loro dicono la stessa cosa di noi. Anche a loro piacerebbe aprire il catalogo. Alcuni lo fanno per davvero, ma quelli cercano una serva, non una moglie. - Alcuni? Io ho l'impressione che si tratti della maggioranza, invece! Cercano qualcuna che non sia una donna ma solo una macchina da figli che, per giunta, sia capace di mandare avanti il menage familiare come un sofisticato elettrodomestico. Salvo poi cambiarlo, quando se ne sono stancati, con un modello più recente! - Ehi, te ne giungono di notizie dal mondo, in quella specie di bunker nel quale sei vissuta finora! - Non sottovalutarmi. Non sono così inesperta come credi. - Me lo auguro per te. Rimane in piedi il problema del marito. Dove cercarlo? - Se dovessi dar retta a quello che tu chiami il mio fatalismo orientale, dovrei far girare vorticosamente un mappamondo e lanciare una freccetta. Mio marito sarà lì dove si pianterà la freccetta. - Cioè, con molta probabilità, nel bel mezzo di un oceano. - Sposerò un pescecane. - Oppure nella giungla amazzonica. - Lì sarebbe già più interessante. - Si, te la immagini una donna vissuta tra la tecnologia più sofisticata, star lì a togliersi i pidocchi senza neppure l'ausilio dello spidocchiatore elettronico giapponese ultimo modello? - Oh, smettila, mi fai passare tutta la fantasia. Sai che ti dico? Io sono qui. Se c'è qualche marito che mi vuole, che venga lui a cercarmi. - Ben detto! Vale anche per me. E ora tiriamoci fuori dall'acqua, o tra poco saranno solo i ranocchi a volerci come consorti! Il jet di Alessia aveva appena terminato la procedura d'avvicinamento; allertati dal solito insistente pigolio, i meccanici avevano già sgomberato la pista e si mantenevano ai bordi, in attesa dell'arrivo dell'aereo. La sagoma appuntita del jet offuscò dopo un attimo la luce dell' ingresso del tunnel. Come sulle portaerei, un apposito cavo frenò la corsa del jet entro lo spazio ottimale. La manovra d'atterraggio, come al solito, era stata effettuata con meticolosa precisione. La ragazza sollevò il tettuccio e uscì dall'abitacolo. Scesa a terra, con un gesto elegante sfilò il casco e lo mise sotto il braccio, scuotendo i capelli e regalando un sorriso a Sama che era lì ad attenderla sulla pista. - Fatti bella, tra poco partiamo.- Le disse Sama non appena si furono avviate lungo il camminamento d'acciaio che portava al piano superiore. - Per dove? - Andiamo alla Residenza. Ci sarà una festa, il signor Chen invita ogni anno le persone che contano. È bene che anche tu faccia qualche buona conoscenza. - Farò in fretta. Mezz'ora di tempo e sarò tua. Sama la guardò allontanarsi ondeggiando con un passo elastico e fluido, degno di una danzatrice. Aveva fatto progressi la ragazza! Dal punto di vista militare, con le facoltà che il signor Chen aveva contribuito a far emergere e ad incanalare per i giusti sentieri, Alessia aveva dimostrato di essere persino più brava di Marie. Non aveva ancora avuto il battesimo del fuoco, ma nelle simulazioni di combattimento, nessuno finora era riuscito ad abbatterla. Di certo, neppure Marie, in caso di duello aereo tra le due, l'avrebbe avuta vinta. Alessia era una forza della natura, intensa e terribile come la violenza distruttrice di un ciclone, di un terremoto. Fortunatamente per tutti, il suo carattere si era mantenuto dolce e simpatico, rispettoso e modesto, nonostante la consapevolezza delle virtù acquisite. Se solo la ragazza si fosse messa in testa di voler dominare, avrebbe avuto la forza e la capacità di imperversare nell' Area come una vera creatura del Male. Chiunque sarebbe stato felice di fornirle i mezzi. Il signor Chen l'aveva tenuta costantemente sotto osservazione, pronto ad intervenire con le sue misture qualora avesse ritenuto necessario far riassopire nella notte dell'inconscio, quello spirito guerriero che aveva contribuito così sapientemente a far risorgere in lei. In caso di pericolo, non avrebbe potuto ricacciarlo per intero nella dimensione profonda dalla quale lo aveva fatto scaturire, però sapeva come costringerlo a rinchiudersi in una gabbia di sufficiente spessore da impedirne lo scatenarsi incontrollato. Alessia aveva superato perfettamente il periodo critico di transizione. Man mano che la sabbia scorreva nell'ideale clessidra del signor Chen, la ragazza mostrava di aver rafforzato l'equilibrio e la maturità che la sua particolarissima formazione richiedeva. Qualche dubbio rimaneva ancora sulla sua disponibilità, in un eventuale scontro a fuoco sul terreno, a sparare sugli uomini non per finta, ma per uccidere sul serio. L'occasione sarebbe comparsa prima o poi. Marie, quando era toccato a lei, aveva dato prova di grande coraggio, temerarietà e sangue freddo. Fin troppo freddo, a detta di alcuni, forse per quel gusto a strafare proprio di chi deve ad ogni costo dimostrare di essere il migliore. O forse Marie si comportava così, unicamente per certi suoi motivi strettamente personali. Alessia era diversa. In varie occasioni, sia pure simulate, aveva mostrato accortezza, prudenza, attenta circospezione, che un osservatore superficiale avrebbe potuto scambiare per insicurezza o paura, ma che il signor Chen, osservatore ben più perspicace, aveva identificato in puro calcolo matematico. Alessia calcolava tutto, lasciando al caso unicamente quei parametri dei quali non aveva possibilità di acquisizione. E anche il caso, alla fine, rientrava nel calcolo, affinchè il risultato conseguito soddisfacesse ai più stretti criteri di economicità ed ottimizzazione. Il tutto, a una velocità che nessun computer avrebbe mai potuto sostenere. Il signor Chen era soddisfatto. Molto soddisfatto. E anche Sama lo era. L' unica incognita risiedeva in Marie: avrebbe tollerato la presenza di una simile rivale nel suo regno personale? Difficile a dirsi. La Thailandese non ammetteva concorrenza. Il signor Chen avrebbe ancora una volta avuto il suo bel daffare a conciliare l'esistenza delle due donne sullo stesso territorio: come far andar d'accordo due galli da combattimento nello stesso pollaio. Infatti, anche se Marie ufficialmente era fuori dell'Organizzazione, in realtà ne era ancora proprietaria a pieno titolo, come era ancora proprietaria di una porzione del cuore di Sama, di Giò e dello stesso signor Chen. Alessia poteva apparirle come un'usurpatrice. Questo, non doveva accadere. Il lungo viale che portava alla scalinata d'ingresso della Residenza, era illuminato a festa. Guardie armate erano dappertutto, ben dissimulate tra le piante del parco. Il signor Chen, come da lunga consuetudine, aveva accolto gli ospiti acconciato come dettava la tradizione. I saloni della Residenza traboccavano sfarzo in onore degli invitati e a gloria del padrone di casa. Il vecchio Cinese appariva soltanto come una figura carismatica, avendo già da tempo abbandonato ufficialmente la guida dell'Organizzazione, ma tra i convenuti era intenso il sospetto che nulla si muovesse ai vertici del potere del suo regno privato, senza la sua personale approvazione. Tutti, perciò, gli usavano quel profondo rispetto che era doveroso tributare non all'anziano e saggio Cinese, ma al capo indiscusso dell'Organizzazione tutta intera. Di solito, gli onori di casa erano fatti da Sama e da Giò, mentre Marie, per motivi di sicurezza, si era sempre mantenuta in disparte. Solo pochi e fidatissimi intimi del signor Chen avevano avuto modo di conoscerla di persona. Quegli stessi amici, erano gli unici a sapere che Marie non era ammalata e che, in qualsiasi momento, sarebbe potuta comparire per dare il suo contributo di combattente nel caso malaugurato che a qualcuno con manie di grandezza fosse venuto in mente di insidiare la supremazia del signor Chen. Tutti gli altri, invece, sapevano che la donna giaceva su una sedia a rotelle in un segretissimo centro di cura occidentale, abbattuta da una malattia che non perdona. Sama e la sua amica-guardia del corpo, erano arrivate alla Residenza in elicottero, qualche ora prima. Il signor Chen aveva pregato Alessia di mostrarsi elegantissima: voleva far colpo sui suoi ospiti, guardandosi però dallo svelare che la splendida ragazza che avrebbe riempito i loro sguardi con la sua sfolgorante bellezza, sarebbe stata in grado di ucciderli tutti nel solo arco di un semplice respiro. Nessuno degli invitati sapeva ancora dell'esistenza di una sostituta di Marie: nemmeno coloro che a Chen erano sempre stati molto vicini. Alessia comparve nel salone principale, intrufolandosi tra i convenuti con fare spigliato. Sama si manteneva volutamente in disparte, trattenendosi con i convenuti più anziani. Dopo qualche minuto, facendo finta di essersi accorta solo allora della presenza della ragazza, le si fece cerimoniosamente incontro ringraziandola ostentatamente per essere intervenuta alla festa. La presentò in giro come una sua amica che era tornata a trovarla dopo la parentesi estiva. Disse che da quel momento in poi avrebbero fatto grandi affari insieme, e l'impressione della gente fu quella di aver conosciuto una nuova partner d'affari ad alto livello. Fisicamente, Alessia si era trasformata in una magnifica donna dalla giovinezza rigogliosa. L'abito nero lungo fino ai piedi e con un arditissimo spacco fino all'anca, ne sottolineava la figura perfetta, lasciando all'ampia scollatura il compito di mostrare due seni perfetti che, quando lei si muoveva, sembravano voler far capolino dall'oscuro rifugio entro il quale erano stati costretti. Tutti guardavano lei; qualcuno tentò di abbordarla, seppure rimanendo entro i limiti della formale discrezione e cortesia. Alessia si concesse a tutti e a nessuno, usando della sua naturale femminilità come un'arma per colpire e per difendersi. Per tutta la serata seppe mantenere il mistero sulla sua persona, lasciando intendere di non star giocando in proprio ma quale rappresentante di un vasto giro di capitali in cerca di sempre miglior collocazione. Sama le tenne efficacemente bordone. Alla fine dell'intensa serata, il signor Chen annunciò ufficialmente che Madame si era del tutto distaccata dall'Organizzazione, impossibilitata fisicamente ed intellettualmente a qualsiasi attività lavorativa. Disse che si stava tentando di tutto per salvarla dalla definitiva immobilità, ma che le speranze di sottrarla a un così triste destino erano fioche quanto la luce della più fioca lanterna. In sala si sentì mormorare qualcosa sulla sclerosi a placche o roba del genere, voci sparse ad arte dai fedelissimi del signor Chen. Accomiatandosi, chiunque si sentì in dovere di fare gli auguri per una pronta guarigione di Madame, anche se quelle stesse persone che si mostravano così addolorate, in realtà avrebbero brindato a champagne se fosse arrivata la notizia della definitiva scomparsa di scena di una tigre di tal fatta. Di tutta la storia, Alessia non sapeva niente. Quando tutti se ne furono andati, prese Sama in disparte: - Perchè non mi hai detto niente di Madame? - Credevo te ne avesse parlato il signor Chen. - No, nessuno mi ha detto niente. Come sta? Davvero è condannata a una sedia a rotelle? A Sama venne un lampo di genio. Lei sapeva una cosa che nessun altro sapeva, a parte il signor Chen, naturalmente. Prese Alessia per un braccio: - Vieni nell'altra stanza, così potremo parlare più liberamente. Sama sapeva, in quel momento, di star correndo un rischio. Un brutto rischio. Ma si fidava del carattere buono e sincero della sua amica. La condusse in una stanza attigua. La fece accomodare su una poltrona, di fronte a un mobile del settecento sovrastato da un grande specchio dalla cornice d'argento riccamente lavorata. - Il signor Chen non ti ha detto niente per non addolorarti, ma io so che vuole che tu prenda il posto di Madame. - Non posso! Non ne sono all'altezza! Lei è ben altro di quel che sono io, come potrei anche solo immaginare di occupare un posto di tale responsabilità? E poi, non sarei mai capace di approfittare delle disgrazie di un'altra persona, per scalzarla da un ruolo che le spetta di diritto. Sta davvero così male? Voglio andare a trovarla, voglio parlarle, non accetterò mai di sostituirla così. - Potrai farlo quando vuoi. - Io sono convinta che il signor Chen riuscirà a trovare la maniera di farla guarire, ne sono sicura. - Se non dovesse riuscirci, tu erediteresti un posto di enorme prestigio. Se fossi in te, mi augurerei che Madame finisse i suoi giorni al più presto. - Come puoi parlare così? È così che le vuoi bene? - Sto parlando per te, non per me. - No, non accetterei mai. Non a quel prezzo. Lei deve guarire. Io voglio che guarisca. - Madame ti odia. - Non ci credo. Perchè dovrebbe odiarmi? Non ne avrebbe motivo, non ho fatto niente contro di lei; non intenzionalmente, almeno! - Sei più brava di lei, sei più forte di lei, è per questo che ti odia. - Ma che c'entra? Sono così perchè è nella mia natura esserlo, come essere alte o basse, bionde o brune. Io ho queste facoltà, lei magari ne avrà delle altre. Che senso avrebbe prendersela con me per cose del genere? - Se tu volessi sbarazzartene, potresti farlo in qualsiasi momento, potresti ucciderla senza che lei possa avere la minima probabilità di sfuggirti. Credi che sia piacevole per lei vivere con una minaccia del genere sul collo? - Ma io non ho nessuna intenzione di farle del male! Non mi è mai venuta in mente una balordaggine del genere! - Vorresti dire che rinunceresti a un posto di così grande prestigio? Vorresti dire che, se fosse per te, Madame potrebbe risvegliarsi perfettamente guarita a un solo schiocco di dita? - Se solo ne avessi il potere, lo farei in quest'attimo stesso. - Chissà che il Cielo non abbia ascoltato queste tue nobili intenzioni! - Spero ardentemente di si. - Lo dirò al signor Chen. Per ora, quindi, della tua carriera non se ne farà niente. Aspetteremo gli eventi. Così dicendo. Sama si alzò e anche Alessia la imitò. Il signor Chen entrò in quell'istante e chiese a Sama di seguirla nel suo studio. Alessia si augurò che il vecchio ricevesse l'ispirazione dal Cielo per poter salvare Madame. La quale, da dietro lo specchio, non aveva perso una parola. La stanza entro la quale Sama aveva condotto fraudolentemente la sua amica, era utilizzata dai convitati, durante le feste, per scambiarsi opinioni e messaggi riservati. Era una stanza strategicamente defilata in prossimità dei bagni. Era facile perciò per chi volesse avere dei veloci contatti di nascosto da occhi indiscreti, rifugiarsi nella semioscurità di quel piccolo ambiente, con la scusa di dover ritirarsi un momento a soddisfare i propri bisogni corporali. Dietro lo specchio, uno sguardo vigile provvedeva a non perdere una mossa di tutte le manovre che segretamente vi si svolgevano, per riferire poi al signor Chen. Di solito, lo sguardo vigile, come anche questa volta, apparteneva a Madame, profonda conoscitrice di tutta la gente che il signor Chen invitava ai suoi banchetti. - Allora? - Sama, in compagnia del signor Chen, si rivolse così a Marie, intendendo il dialogo con Alessia. - La ragazza sembra sincera. - Puoi esserne certa. Non si può non voler bene a una ragazza così. Io sono convinta che darebbe la vita per ognuno di noi, se lo ritenesse necessario. Il signor Chen annuiva, facendo oscillare i suoi lunghi baffi e mantenendo rigorosamente le mani all'interno delle larghe maniche del suo regale abito di seta. Marie ritenne di potersi considerare soddisfatta dalle risposte che la ragazza, ignara, aveva dato alle domande-trabocchetto di Sama. - Bene, che le sia data la fiducia che merita. Da parte mia non la ostacolerò in alcun modo. - Solo questo? - Fu l'unico intervento del signor Chen. - Per il mio carattere è già molto. Il signor Chen sorrise. La tigre non aveva perso le unghie. Marie non era capitata per caso dalle parti della Residenza. Lillo era ad Hong Kong e lei ne aveva approfittato per farsi condurre, in assoluto incognito, all'aeroporto del Castello e, di qui, alla Residenza. Aveva bisogno di consultare la saggezza del signor Chen. Dopo che Sama si fu allontanata, Marie seguì il vecchio nei sotterranei. - Allora - la invitò lui, dopo che entrambi si furono accomodati su una stuoia alla maniera orientale - raccontami quali altri turbamenti ti hanno portata nuovamente qui. - Turbamenti che alla mia età dovrebbero già essere dimenticati; si vede che sono in ritardo sulla tabella di marcia. - Rispose lei con leggero sarcasmo. - Tormenti d'amore? - Sarebbe già qualcosa! No, esattamente il contrario: calma piatta e nessun vento che increspi le onde. - Non c'è nessuno che si interessi a te, o sei tu che non riesci a interessarti ad alcuno? - Sto facendo l'amore con Lillo. - Avevo sentito delle scommesse in proposito... - Ah, si? E chi veniva dato perdente? - Lui, senza dubbio. - E invece no. La perdente sono io. - Cosa c'è che non va? - Tutto e niente. Lui è tanto caro, mi riempie di gentilezze, mi fa star bene tra le sue braccia; le altre donne non le guarda nemmeno. - E allora? - E allora, quando sto con lui ho la sensazione di star galleggiando in un pallone aerostatico, io che sono abituata ai jet. - Capisco. Sballottata in balia delle circostanze, ora di qua, ora di là, ma senza una direzione precisa. È così? - Proprio così. Non mi ama, nè io amo lui. Entrambi lo sappiamo. Stiamo bene insieme, non c'è dubbio; ma per come è fatto il suo carattere, chiunque starebbe bene con lui. La nostra è un'amicizia molto affettuosa, niente di più. Manca la fiamma, manca il vento, non si va su e non si va giù, non si va avanti e non si va indietro. Una tranquilla, micidiale bonaccia. - Non è esattamente quello che ti aspettavi, vero? Marie sollevò le spalle in un gesto di rassegnazione. Se quello era il volere del Cielo, lei non poteva farci proprio niente. Riprese: - Lillo sta vivendo una situazione di stallo. L'istinto lo porterebbe da Maia, ma la ragione gli impone di allontanarsene. Con me ci sta bene, lo ammette, ma sa perfettamente che tra noi due non ci potrà essere altro che quello che c'è: un'intensa amicizia e nient'altro. Cosa posso fare? Il vecchio annuì. Con un movimento lento del capo, fece intendere che l'unica cosa da fare era inchinarsi agli imperscrutabili voleri del Cielo. Che per la sua saggezza, tanto imperscrutabili poi non erano: - Dovrò consultare l'I-King. Soltanto il Libro potrà darmi delle indicazioni per te. Marie non si mostrò del tutto convinta; la sua opinione era un'altra. Con amarezza, la manifestò al signor Chen: - Forse la mia natura non è ben definita, la vera spiegazione è che non sono abbastanza donna per innamorarmi. Il signor Chen sorrise paterno: - Ma no, cosa dici! Sei altrettanto donna di chiunque altra! Sei solo più esigente, tutto qui. Il tuo livello di intelligenza ti impone di non precipitarti nelle braccia del primo uomo che capita, soltanto perchè è bello e sarebbe suo piacere metterti a far figli. Hai invece bisogno di un uomo che sappia darti delle emozioni ancor più intense di quelle alle quali sei abituata. Emozioni che ancora non conosci, che possano ancora destare la tua curiosità e il tuo stupore. Un uomo così non lo si trova certo dietro il primo angolo di strada; ma se è scritto che un uomo di tal fatta dovrà comparire un giorno sul tuo cammino, stà tranquilla: nessuno al mondo potrà impedire che il destino si compia. - Di uomini ne ho conosciuto molti, Lillo ha tanti amici sparsi per il mondo. In tutti questi giorni passati insieme, me ne avrà presentati un'infinità. Uomini interessanti, senza dubbio; alcuni, anche affascinanti, non lo nego. Ma la scintilla non scocca. - Ciò che deve essere, sarà. Il Libro potrà illuminarti più di quanto possa fare io, eppure ti consiglio di non chiedere, di lasciare che il destino segua il suo percorso senza che questo ti venga anzitempo rivelato: credo sia meglio un'attesa estenuante piuttosto che una banale certezza. Ti darà sicuramente delle emozioni maggiori. Hai scelto di conoscere il mondo e ne hai tutte le possibilità. Bene, accetta il futuro vivendolo sul ritmo della tua curiosità. Il tuo uomo è nascosto nell'ombra ed aspetta soltanto di vederti passare. Non temere di comparirgli davanti, perchè lui, senza saperlo, sta attendendo proprio te. - E cosa faccio finchè non ci troviamo? - Fai come fa Lillo, che è un essere superiore: gusta ciò che il destino ti porta in tavola, come se fosse l'ultimo pasto della tua vita, foss'anche un tozzo di pane indurito. - Non è facile. - Ma è saggio. Marie stette per un pò soprappensiero. Il signor Chen in fondo aveva ragione. Lui aveva sempre ragione. Si alzò per accomiatarsi e si avviò alla porta. Prima di uscire, si voltò nuovamente: - Metterò subito in pratica il tuo consiglio, mandami un boy, stanotte, nella mia stanza. Dopo il caviale e lo champagne, un piatto di semplice riso non mi dispiacerà. Il signor Chen annuì. - Te ne manderò due. Ti sentirai meglio, dopo. Lillo gironzolava per strada esitando sulla direzione da prendere. Marie avrebbe pernottato alla Residenza e lui non aveva alcuna voglia di tornare a casa, quella sera. Gli venne l'idea di cercarsi qualche localino interessante, ma un senso pressante d'insoddisfazione lo fece subito desistere dall'infilarsi in una di quelle sale dall'insegna invitante che sembravano fargli l'occhiolino ad ogni angolo di strada. No, non era affatto in quel modo che voleva trascorrere la serata. Alla fine si arrese: era inutile nascondere a se stesso che il suo desiderio era un altro. Un desiderio che aveva un nome ben preciso: Daniela. Il sorriso di quella donna, la sua sola presenza, lo appagavano fin nel profondo dell'anima. Era una sensazione che assomigliava all'amore, e invece era molto di più, lo portava al di là di qualsiasi dimensione terrena, in uno stato di beatitudine che sicuramente lui conosceva nella sua dimensione d'origine. Eppure Daniela non era Maia, non proveniva come loro dalla Luce dell'Infinito Sapere, non era niente altro che una normalissima donna. Ma lo era davvero? Il tarlo del dubbio prese a roderlo dentro: e se Daniela provenisse amch'essa da una dimensione speciale? Diversa dalla loro, ma comunque ben oltre la normale dimensione umana? E se invece fosse concesso anche a una donna terrestre il privilegio di essere "diversa"? Perchè Daniela diversa lo era. Ma anche Sama era diversa e anche Alessia. E allora? Smise di arrovellarsi il cervello e tornò a mettere i piedi nella terrestre realtà; anche perchè, come spinta da una propria capacità decisionale, l'auto che stava guidando come in stato di trance, si era fermata giusto sotto casa di Daniela. Il marito di lei era andato a Canton per stabilire dei contatti di lavoro. Daniela stava preparando la cena. Apparecchiò per due, felice di quell'inaspettata compagnia. Amava quel ragazzo, non c'era alcun dubbio. Lo amava di un amore speciale, di un amore senza nome e senza confini. Quando era sola con lui, si sentiva proiettata in uno stato di felicità leggero come il volo di una farfalla. Chiacchierarono a lungo, avevano sempre qualcosa da dirsi. Infine, Daniela si alzò; lo prese per mano e, con la voce dolce e modulata che le veniva spontanea quando cercava complicità, gli sussurrò: - Ho voglia di un bagno. Vieni di là, faccio scendere l'acqua nella vasca. Come al solito, la stanza da bagno padronale era curata in modo da costituire quasi un nido, un simbolico ventre materno nel quale rifugiarsi. Daniela si spogliò con noncuranza ed entrò nella vasca immergendosi nell'acqua fino al collo. Affondato in una larga sedia di vimini, Lillo ne seguiva tutti i movimenti con curiosa attenzione. Daniela gli si rivolse divertita: - Mi guardi sempre come se fosse la prima volta. Ormai dovresti sapere a memoria come sono fatta! - Con te, è sempre la prima volta: hai un modo di spogliarti che è proprio uno spettacolo! - Hmm...Sei tu che mi fai diventare così! - Sei femmina fino al midollo. - Forse viene a galla il mio desiderio inconscio di sedurti... - Non nasconderti dietro l'inconscio, dì piuttosto che ti piace essere ammirata; non è poi un grosso peccato, anzi... - È vero, mi piace quando mi guardano. Fosse per me, andrei in giro vestita unicamente con gli occhiali da sole. - Tuo marito non ne sarebbe particolarmente entusiasta, suppongo. - Probabilmente no, anche se, in fondo, gli sarei comunque fedele. Gli sono fedele anche adesso, qui nuda davanti a te. È una fedeltà a modo mio, è vero, ma voi uomini non lo capireste mai, è inutile tentare di spiegarvelo. Lillo sollevò le spalle, come per dirle che per lui non costituiva un problema. Le si fece dappresso: - Posso rendermi utile? Ti strofino la schiena, se vuoi. - Su, datti da fare. Strigliami bene, ma solo sulla schiena, eh? - Lascia fare a me. Le mani di Lillo presero a percorrerle la schiena come sapeva fare lui. Daniela cambiò espressione. - Uhm! Strofinami anche davanti, te lo concedo...Ehi, non ho detto lì!...Ecco, lo sapevo!...E va bene, spogliati e vieni dentro. Ma solo per questa volta, eh? Lillo e Daniela giacquero abbracciati sul tappeto del salone, illuminati dalla fioca luce di una lampada a stelo posta in un angolo della stanza. Non avevano avuto, entrambi, la forza di rivestirsi dopo essersi asciugati. Come spinti da una necessità imprescindibile, si erano dati l'un l'altro con l'impeto di una passione mai sopita. Daniela si scosse per prima: - Non giudicarmi male. Te l'ho detto che ho una maniera tutta mia di essere fedele... - Non ti sto giudicando. Anzi, sono io che dovrei sentirmi in colpa per aver violato l'ospitalità del padrone di casa. - E ti ci senti, in colpa? - Per niente. - Questo significa che ritieni di non aver fatto nulla di riprovevole, oppure che sei un gran figlio di... - Vale la prima ipotesi. - Anche per me. - Rivestiamoci ora, potrebbe essere imbarazzante se tuo marito ritornasse prima del previsto. - Hai ragione, forse sono una stupida a rischiare così! - Sei una donna innamorata. - Lo sono fin troppo. C'è chi non ha nessuno e c'è chi ne ha due. Io li amo tutti e due, cosa posso farci? - Semplicemente, non andare a raccontarlo in giro. - È così difficile accettare una realtà come questa? - La vita di coppia è fatta di due persone, non di tre. - Di due alla volta, cioè. - L' hai detto. Non accetterei mai di dividerti con un altro nello stesso momento, foss'anche tuo marito in persona. - Neanch'io accetto l'idea di averti in comune con un'altra. Quando ti penso tra le braccia di Marie, mi si torcono le budella dalla gelosia. - Non vorrai costringermi all'astinenza perenne! Tuo marito non andrà tutte le sere a Canton! - Spero proprio di no! Mi pesa non averlo vicino. Anche tu mi manchi, ma lui è mio marito, ho fatto due figli con lui; non ho mai smesso di amarlo, neppure quando era lontano. Tu invece sei un amore di straforo: sei arrivato come un fulmine, hai colpito e sei nuovamente andato via. Fortunatamente ogni tanto ritorni...Terrò la porta sempre aperta per te. In ogni senso. - Se non ti conoscessi per quella che sei, dovrei considerarti una fedifraga bella e buona; ma tu sei diversa. Una donna veramente diversa. È impossibile non amarti. Ma lasciami andar via, ora. È tardi e se Marie dovesse telefonare si allarmerebbe, non trovandomi in casa a quest'ora. - Si comporta già come una moglie? - No, però mi vuol bene. Ed è gelosa, come te e come tutte le donne! - Ha ragione di esserlo. - Grazie per la solidarietà...È meglio che vada, ora: voglio evitare ogni possibile motivo di irritarla. - La gatta graffia, eh? - Gatta? Una gatta dalle unghie avvelenate! Ora corro. A domani. Buonanotte, amore. - Buonanotte anche a te...amore! Maia e Marie erano sempre in attesa del loro uomo, impazienti e speranzose come due adolescenti. E come tali si comportavano, pur con la piena consapevolezza che in fondo si trattava di un gioco. Era il loro modo di sentirsi complici. Lillo si concedeva ora all' una, ora all'altra a seconda degli umori del momento. Però, il suo amore segreto,la sua vera passione,la donna che più di tutte lo faceva sentire felice di vivere, era sempre Daniela. Continuavano a vedersi di nascosto, quando il loro incontro era reso possibile dalle assenze del marito di lei. Ne avevano parlato, loro due, di quella strana situazione, senza però venire a capo di niente. Lei non intendeva rinunciare a lui e men che mai rinunciare a suo marito, del quale era sempre e comunque profondamente innamorata. Lui non riusciva a fare a meno di lei, anche se quel vederla sempre di nascosto, cozzava inesorabilmente contro il suo innato senso di lealtà. Non provava alcuna rivalità verso colui che occupava l'altra metà del cuore della sua amata, nè mai aveva avuto la pretesa di essere l' unico uomo nella vita di lei. Sapeva di star giocando un ruolo che, nonostante i precedenti, in realtà non gli si confaceva, e tutto questo gli impediva di gustare fino in fondo le gioie di quell' amore così grande da non poter essere soffocato neppure dal buonsenso. Più volte aveva espresso a Daniela l'intenzione di smetterla di vedersi in quella maniera, ma lei non aveva voluto saperne. Lo amava. Amava suo marito, ma ormai amava allo stesso modo anche lui. Anche Lillo aveva consultato la saggezza del signor Chen. Aveva espresso al vecchio Cinese il suo rammarico per la situazione che si era venuta a creare: se quella pericolosa relazione fosse giunta a conoscenza del marito di lei, molto probabilmente anche la compagnia aerea, che stava andando molto bene, ne avrebbe risentito. Il signor Chen gli fece notare che quello era, in fondo, il male minore perchè, qualsiasi cosa fosse accaduta, nessuno poteva considerarsi insostituibile e quindi se l'uno dei due avesse abbandonato il campo, si sarebbe subito provveduto a trovare la persona adatta a prenderne degnamente il posto. Della situazione in sè, il vecchio non aveva dato un responso di condanna. Al contrario, ritenne Daniela spiritualmente più elevata di tante altre donne, proprio per questa sua capacità di amare con la stessa intensità e dedizione, entrambi i suoi uomini. Lillo si sentì rincuorato. Il vecchio gli consigliò soltanto di non correre rischi inutili e di usare il cervello prima di ogni altra sua parte del corpo. Il giovane sorrise alla battuta e gli confermò: lo stava già facendo. Il signor Chen ne era convinto: sapeva bene con chi aveva a che fare! Daniela quella mattina era in volo. Sull'aereo pilotato da Lillo, con altri tre passeggeri, diretta a far visita a sua sorella. Marie era su tutt'altra rotta, in compagnia di un gruppo di uomini d'affari giapponesi. Era molto nota tra gli uomini d'affari di quel lembo d'Oriente, i quali spesso richiedevano espressamente lei come pilota. Nessuno di loro, ovviamente, conosceva i trascorsi di Marie. La sua vera identità non l'avrebbe mai scoperta nessuno. Nessuno avrebbe dovuto nemmeno sospettare di essere in volo con la Thailandese, pilota di jet da combattimento e terrore del Sud Est Asiatico. Passava invece, coadiuvata da falsi documenti e da amichevoli connivenze con un vecchio e ricchissimo amico del signor Chen, per una viziata ereditiera che volava per hobby, unendo l'utile al dilettevole. Era considerata unanimamente un' ottima pilota, molto professionale e rigorosa, nonostante volasse solo per divertimento.. Anche Lillo era considerato un buon pilota; fin troppo prudente a detta di qualcuno che invece preferiva volare con Marie, perchè lei accettava di affrontare il volo e l'atterraggio anche in condizioni atmosferiche non precisamente consigliabili. C'erano clienti ai quali non importava correre dei rischi, se ciò poteva significare l'ottenimento di un contratto giocando d'anticipo sulla concorrenza. Lillo rimproverava a Marie certe sue avventatezze, ma lei rispondeva che le andava bene così. Come se la sua vita, in fondo, non le importasse più di tanto. O forse perchè sentiva la mancanza di qualche salutare scontro a fuoco o qualche duello aereo come ne aveva avuti in un passato non ancora relegato nell'oblio. O forse semplicemente le serviva per colorire di forti emozioni quella quotidianità che lei, pur avendola intenzionalmente ricercata, in realtà non trovava del tutto consona alla sua natura avventurosa. Lui, dal canto suo, alla pelle ci teneva ancora, non foss'altro perchè doveva darne conto alla sua vera metà, a quella componente di lui che si era incarnata nel corpo di Maia. Aveva chiesto al signor Chen cosa sarebbe accaduto se uno dei due fosse morto prima dell'altro, e il signor Chen non aveva saputo dargli una risposta. Il vecchio presumeva che la parte disincarnata dovesse riunirsi in qualche modo alla metà sopravvissuta, ma poteva darsi anche il contrario e cioè che la metà sopravvissuta sentisse irresistibilmente la necessità di ritornare all'Uno. Tutte quelle argomentazioni, a detta del signor Chen, restavano però soltanto congetture: nessuno poteva dire con sicurezza come si sarebbe risolta la faccenda. Preparandosi all'atterraggio, Lillo già pregustava quel fine settimana con Daniela. Maia era al corrente di quella strana relazione, ma non aveva espresso alcun giudizio negativo. Aveva solo consigliato sua sorella di stare attenta. Sarebbero andati tutti insieme a fare shopping e poi di sera a teatro o in qualche sala da concerto. Lillo aveva una gran voglia di ascoltare della buona musica per piano, il suo strumento preferito. Daniela preferiva invece le tonalità calde e suadenti del violino; chissà che programma avevano, a teatro, quella sera. L' aereo aveva già completato l'avvicinamento e stava procedendo alla virata finale, in assetto di discesa, quando un piccolo Cessna si materializzò all'improvviso in rotta di collisione. Lillo non si era mai trovato in situazioni del genere. Un conto era simulare virate di scampo, altro conto era doverle eseguire per davvero, in un